Sul “relativismo” antico e moderno

  

Questione preliminare: cos’è l’Assoluto? – Dal latino absolutus, ciò che è libero da qualunque vincolo, che non dipende da altro nell’affermazione della propria realtà.

Il “relativismo” può essere definito come la corrente di pensiero che esclude esistere nella realtà qualsiasi entità o forza libera da ogni legge, condizione o contrapposizione ed avente in se stessa la propria ragione di essere.

Nella storia della filosofia e delle religioni sono state configurate varie essenze rientranti nella categoria dell’assoluto. Nel XX secolo un ampio settore critico (anticipato nei secoli precedenti da vari pensatori) si rende conto che termini totalizzanti come “ Dio”, “ Assoluto”, “ Spirito universale”, “Tutto”, ma anche “ Amore”, “Potere”, “Sapienza”, ecc., (intesi come Assoluti) sono solo un’invenzione dell’uomo, essere debole che ha bisogno d’un sostegno esoterico che lo aiuti a superare la mancanza di senso da cui è affetto, e crede di trovarlo in un’entità superiore totalmente autoreferenziale. Questo indirizzo di pensiero si rende conto del rilievo culturale che ha l’opposto dell’assoluto, cioè il relativo. Ciò fa del relativismo un locus intellettuale importante, sul quale è necessario riflettere. Sta in ciò il senso del saggio che segue.

Nella cultura occidentale si notano due fasi storiche preminenti in cui il relativismo ha un peso culturale importante: quella apparsa nella Grecia classica, e quella contemporanea, segnate tuttavia da profonde differenze nel contenuto teorico e nelle finalità. Esaminerò brevemente i caratteri di queste due correnti.

Nell’età di Pericle (V sec. a.C.) appare una scuola di pensiero che si dichiara eslicitamente relativistica, che cioè non crede agli assoluti: è la “sofistica” espressa da quel gruppo di insegnanti di retorica a pagamento che furono i sofisti.

Prima che essa apparisse vi erano stati alcuni tentativi di rispondere alla domanda “com’è fatta la realtà?”, evidentemente fondamentale nella filosofia greca delle origini. Nel VI secolo a.C. un piccolo numero di pensatori ostili alle spiegazioni teologiche, tentò di evadere la domanda con affermazioni che oggi paiono ingenue e inadeguate, ma allora erano rivoluzionarie rispetto alla teologia che dominava il paesaggio culturale.

Un protagonista di questo approccio fu Talete di Mileto. Non mi soffermerò sulla personalità e sulla vita di Talete benché si tratti d’un argomento interessante per capire il tipo di cultura che esisteva al suo tempo nella parte orientale del Mediterraneo. Occorre invece ricordare quanto segue: Talete sentenziò esistere una sostanza che spiega com’è fatto il mondo: questa sostanza, dice Talete, è l’acqua, dalla quale sarebbero derivate tutte le cose.

Accanto a Talete si pongono due pensatori che rispondono alla domanda in un’altra maniera: Anassimene e Anassimandro.

Per Anassimene ( che si ritiene vissuto dal 588 al 528 a.C.) l’entità costitutiva è il fuoco; per Anassimandro è “l’apeiron”, termine oscuro che si può tradurre con “l’infinito”. Anche Empedocle di Agrigento dice la sua sull’argomento; per lui la sostanza fondamentale è quadruplice. Ciò che chiama radici primordiali ed eternamente uguali sarebbero: fuoco, acqua, terra e aria.

Il termine apeiron, usato da Anassimandro per definire l’origine della realtà, è privo di qualsiasi significato reale: si tratta d’una locuzione che elude ogni concetto preciso. Lo si può considerare antesignano d’un costume che è stato successivamente proprio a tutta la filosofia, quello di usare parole al posto di proposizioni analitiche per individuare la natura della realtà.

Un’evoluzione storica rispetto a questo tipo di strategia si ha nella così detta scuola eleatica perché fiorì ad Elea, città posta nei pressi dell’odierna Salerno. La scuola eleatica apparve nel V secolo e i suoi maestri più importanti furono Parmenide, Melisso e Senofane. Quest’ultimo fu noto per l’affermazione “ gli Dei sono una semplice invenzione degli uomini”. Perciò per Senofane è semplicemente assurdo far derivare dagli Dei la risposta alla domanda “ com’è fatta la realtà?”. Di qui la necessità di percorrere altre strade in vista d’una meta conoscitiva così difficile. La risposta più famosa al quesito è attribuita a Parmenide al quale è riferita la famosa frase “ ciò che è è, ciò che non è non è”. Qual é il concetto che esprime Parmedide con questa frase?

Un breve excursus sulla biografia di Parmenide, vissuto secondo Platone ( nel Parmenide) tra il 515 a.C. e il 544 a.C. a Elea, autore di un poema intitolato Sulla natura. Fu probabilmente discepolo di Senofane. Platone riferisce che in età avanzata intraprese un viaggio alla volta di Atene dove avrebbe incontrato il giovane Socrate. Nel poema “ Sulla natura” sostiene che l’Essere è immutabile, ingenerato, immortale, unico, omogeneo, ed eterno. Non specifica cos’è veramente questo Essere ma offre, probabilmente per primo, una risposta filosofica alla domanda indicata con la proposizione “l’essere è, e non può non essere”, “ il non Essere non è e non può essere”. Dunque per Parmenide le trasformazioni alle quali è soggetta la natura non hanno motivo di esistere, sono pure illusioni. Il vero Essere è statico e immobile e naturalmente estraneo al tempo.

Parmenide è probabilmente il padre di tutti i cercatori di assoluto che appaiono successivamente nella filosofia, di tutti coloro che affermano l’esistenza d’una realtà superiore e diversa rispetto a quella rivelata dai sensi, una realtà totalmente conclusa in sé stessa. Nel corso della filosofia occidentale questi personaggi sono numerosi, ad essi si contrappongono nettamente quei filosofi che hanno cercato di fare “un’analisi” di ciò che esiste, nel senso di capire come esso è costituito. Nel V secolo il personaggio che imboccò questa seconda strada fu Democrito di Abdera il quale avanzò l’ipotesi che la realtà fosse costituita da corpuscoli materiali chiamati “atomi”. E’ netta la differenza tra il gruppo dei filosofi che accettano una definizione naturalistica dell’essere e quelli che adottano la concezione parmenidea che fa dell’Essere l’unico assoluto.

Questi ultimi avranno il loro campione in Platone, gli altri apriranno la via allo studio della natura come entità conoscibile attraverso l’osservazione che ha in Aristotile il suo interprete più autorevole.  Due sentieri decisamente divergenti.

DIGRESSIONE BREVE SU PLATONE  Platone compie un’azione audacissima: afferma che i valori cercati da Socrate per tutta la sua vita ( Bello, Bene, Giustizia, Coraggio, Virtù) dovevano essere posti in un luogo che conferisse ai valori medesimi eternità e stabilità. Dovevano essere valori “assoluti”, immutabili, eterni. Immaginò un mondo metafisico in cui si dà una realtà vera che permane sempre identica a se stessa; questa realtà chiama eidos o idea ( cioè forma). Sostiene che le cose sensibili sono destinate a perire. Esse sono “copie” delle idee assolute poste in un luogo chiamato Iperuranio. L’iperuranio è quella zona “al di là del cielo” dove risiedono le idee. La struttura dell’iperuranio è piramidale: in cima troviamo l’idea suprema del bene e sotto idee sempre più legate al mondo sensibile, passando per le idee matematiche. Platone fonda così la corrente di pensiero chiamata idealismo; basata sull’assunto che esista sopra la realtà empirica un’altra realtà, quella vera, alla quale l’uomo deve tendere con tutte le sue forze. A tale concezione si ispireranno le filosofie neoplatoniche che apparvero nei secoli successivi. Essa influenzò il pensiero cristiano con Sant’Agostino, l’Umanesimo e il Rinascimento con Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Leone Ebreo, nonché utopisti come Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Thomas Moore; e poi Cartesio, Nicolas Malebranche e la scuola neoplatonica di Cambridge e nel XIX secolo l’idealismo tedesco il cui interprete più tipico fu Hegel.

Torniamo, dopo questa digressione, al relativismo antico di cui Protagora può essere considerato come il capostipite. Nacque ad Abdera in Tracia negli anni ’80 del V secolo a.C. Ad Atene dopo la morte di Pericle, da cui fu protetto, fu’ costretto a fuggire da Atene per evitare l’accusa di empietà. Morì in un naufragio nel Mar Ionio. A lui si riconduce la famosa asserzione “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono”. Si può ritenere che da questa proposizione derivi il relativismo (conoscitivo ed etico), per cui non esiste un principio assoluto che spieghi il mondo né un modello di comportamento valido per tutti. Protagora introduce le antilogie, discorsi contradittori che evidenziano la relatività dei valori e delle norme perché attraverso essi si può dimostrare che sullo stesso argomento possono essere fatte asserzioni contradittorie l’una rispetto all’altra.

Partendo da Protagora, un accenno all’aspetto storico del relativismo antico. Fu impersonato dai sofisti, ossia da quei retori che sostenevano tesi ben presentate e le insegnavano attraverso lezioni a pagamento. Furono intesi non come cercatori della verità ma come propagandisti dell’utile; attraverso prestazioni oratorie svolgevano una funzione educativa indirizzata in genere al cosiddetto “bene comune”. Essi furono i seguaci ideali di Protagora, i campioni pragmatici del relativismo antico.

In Protagora, il loro modello ideale, si trovano gli elementi essenziali del relativismo filosofico: la negazione che esista una verità assoluta, che sia identificabile un comportamento valido per tutti, il rifiuto dell’idea che si possa individuare un’accezione unica di fattori come il bello, il brutto, il giusto, l’ingiusto, ecc; l’affermazione che le culture sono diverse l’una dall’altra, che ciò che è considerato bello e giusto in una cultura non sia tale in un’altra. La figura di Protagora rimase centrale nell’orientamento filosofico che oggi chiamiamo relativismo.

Quest’ultimo sembra coerente col fatto che le città greche, dopo la vittoria sui persiani ( 480 a.C.) affermarono la propria specificità, mentre Atene, avendo l’egemonia nella lega delio- attica otteneva una sostanziale direzione delle città alleate, che godevano però d’un alto grado di libertà culturale. Si era diffuso infatti ampiamente il principio di diversità come carattere del tempo. I maggiori sofisti della prima generazione furono, oltre a Protagora, Prodico e Ippia; ma numerosi altri personaggi seguirono questi antesignani facendo progredire quel tipo di retorica che si usava nella dialettica – l’eristica – cioè l’arte di prevalere in una discussione. Il ché era molto utile agli uomini che si davano alla vita pubblica.

Non vi sono molti dubbi sul fatto che il relativismo di Protagora e successori fu’ un fenomeno strettamente filosofico e in parte pragmatico, utilizzato per fini di successo personale, ma lontano da fattori strutturali. Contrastato dalle autorità non travalicò la ristretta cerchia dei dotti, non divenne causa di trasformazioni sociali rilevanti. Tutto ciò spiega la sua scarsa incidenza sulla società in senso lato anche se alcuni suoi concetti ricaddero sull’ellenismo, la cultura che si affermò nel Mediterraneo orientale dopo la morte di Alessandro (323 a.C.).

Diverse le caratteristiche del relativismo moderno di cui ora ci occuperemo.

Il relativismo dei nostri tempi ha avuto alcune premesse culturali che si possono così indicare:

  • La crisi della filosofia nel XX secolo accompagnata dalla caduta delle ideologie;
  • L’apparizione di alcune scienze che assumono specie nella seconda metà del XX secolo una enorme importanza culturale;
  • La fine del sistema economico industriale e l’avvento del post- industriale.

Nel loro insieme questi fattori determinano l’apparire di una concezione della realtà nella quale tutti gli assoluti vengono sostanzialmente abbandonati e che dunque può essere definita relativistica nel senso più esteso del termine.

Alcune considerazioni sui punti indicati:

Il crollo della filosofia deriva dall’incapacità della medesima, dimostrata nel corso dei secoli, di dare risposta alla domanda “ com’è fatta la realtà?”. La filosofia nella sua storia ha dato soltanto risposte intuitive alla domanda, convertite in vari casi in assiomi ideologici che spesso si è tentato di applicare nella pratica a fini politici. Questo criterio di risposta nel secolo XX ha dato luogo a sconvolgimenti sociali di vasto respiro: così col marxismo, col fascismo, col nazionalismo a sfondo razziale, ecc. Dopo la seconda guerra mondiale questo modo di analizzare la realtà è stato messo in discussione sempre più pesantemente. Daniel Bell pubblica nel 1960 il libro The end of ideology dal quale appare chiaramente la dipendenza delle ideologie dal pensiero filosofico del XIX secolo. Diventa evidente che l’approccio filosofico alla realtà non è adatto a conoscere la natura di questa; da un punto di vista cognitivo le parole usate per definire l’essenza del reale ( Idea, Spirito, Assoluto e simili) non conducono affatto alla conoscenza della realtà, sono soltanto costruzioni intellettuali fatte da questo o quel filosofo secondo intuizioni personali non controllabili. Particolarmente l’idealismo tedesco ( con Fichte, Schelling ed Hegel) mostra, nonostante l’influenza politica che ha avuto, l’irrilevanza cognitiva delle sue intuizioni.

L’attendibilità della filosofia come approccio conoscitivo alla realtà, dopo la seconda guerra mondiale, viene resa evidente in seguito alla caduta delle ideologie che si delinea già negli anni ’60 del secolo scorso. Ciò apre la strada ad una riflessione critica della validità della conoscenza filosofica, alla quale si contrappone quella scientifica che offre invece risposte concrete alla domanda sopra evocata; rivelando che la realtà è composta da particelle elementari, la cui natura può essere accertata, e da leggi naturali che sono state individuate da scienziati come Galilei, Keplero, Newton, Coulomb, Maxwell, Einstein, Heisenberg, ecc. Diviene quindi evidente la superiorità cognitiva della scienza rispetto alla filosofia in termini di analisi della realtà. E’ un fenomeno importante, un’alternativa culturale di grande peso che favorisce il pensiero relativistico. Quest’ultimo sostiene la scienza nello sforzo progressivo di conoscere il mondo. A questo punto la filosofia non ha più la possibilità di competere con la scienza come attività diretta a “conoscere la realtà”, anche se conserva altre funzioni, come quella di formare le menti alla critica e di dare indicazioni etiche sulla condotta individuale e sociale. E’ una caduta dolorosa per i molti che sulla filosofia avevano fondato il proprio progetto esistenziale. Essi si trovano di fronte al crollo degli ideali e delle prospettive alle quali si erano affidati nella speranza di cambiare il mondo e di realizzare valori come  la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà, ecc. Tutto ciò ha determinato come conseguenza diretta una profonda sfiducia negli assoluti di cui le ideologie erano veicoli con gravi conseguenze sull’equilibrio psicologico e intellettuale di coloro che alle ideologie si erano affidati con trasporto fideistico.

Nel XX secolo assumono grande rilievo alcune scienze che distruggono l’assoluto come possibilità reale e come concetto perché esso è incompatibile con le loro acquisizioni teoriche e con le conseguenze di queste. Sono:

La termodinamica. Introdotta da Clausius nel 1855, questa scienza assume un peso determinante attraverso il secondo principio della t., per cui l’energia una volta emessa non può rientrare nella sua fonte ma viene irrimediabilmente perduta. Applicata al cosmo questa scienza significa che ci troviamo in una realtà che perde continuamente energia e sembra destinata ad una catastrofe finale quando l’energia sarà esaurita. Il che implica una continua modificazione della realtà stessa; rendendo impossibile fissare i momenti attraverso cui la dissipazione si realizza. La termodinamica è uno dei caposaldi del pensiero scientifico del XX secolo. E’ essenziale sul tema il contributo di Ilya Prigogine. L’incidenza del processo entropico sulla condizione umana è enorme perché depriva quest’ultima di ogni referente assoluto e definitivo.

La meccanica quantistica. Introdotta da Max Plank nel 1901 afferma che l’energia viene emessa in pacchetti il cui percorso è incerto ed è sottoposto al principio di “indeterminazione”. Secondo Heisenberg quando un osservatore cerca di determinare la posizione nello spazio di una particella, con ciò stesso ne modifica la posizione, per cui diventa impossibile stabilire quale sarà il percorso della particella. Questa ( e per estensione la realtà) viene influenzata da una serie di fattori che rendono difficile predire quale sia la direzione della medesima se non in termini probabilistici. La meccanica quantistica nel XX secolo è causa di problemi intellettivi perché sconvolge la fisica classica; e apre a  problematiche nella fisica, nella biologia e perfino nell’arte. E’ corretto pertanto mettere la meccanica quantistica tra le scienze che distruggono l’assoluto come possibilità e come concetto.

La cosmologia. E’ la scienza che studia l’origine e l’evoluzione dell’universo da un momento iniziale a una implosione finale lungo un tragitto temporale di miliardi di anni. Nel 1928 l’astronomo americano Edwin Hubble constata il cosiddetto allontanamento delle galassie e con Humason esplicita l’idea che l’universo non è statico ed eterno ma evolutivo, implicitamente stabilendo che è tale l’intera realtà. Nel 1964 Penzias e Wilson confermano, attraverso la scoperta del rumore cosmico di fondo, l’attendibilità dell’intuizione di Hubble. Occorre domandarci: quale conseguenza ha essa sulla condizione umana e sul rapporto uomo/cosmo?. L’uomo non può più considerarsi il centro dell’universo, è solo un essere infinitesimale posto su un piccolo pianeta di un sole secondario in una galassia sperduta tra innumerevoli galassie. E’ ragionevole pensare che tutto ciò sia incompatibile con la presunta esistenza di un assoluto in grado di sostenere la vita umana; l’uomo può fare riferimento solo a se stesso per affrontare le sue difficoltà e i suoi problemi.

L’incidenza distruttiva di queste scienze sul concetto di assoluto è evidente. Esse dimostrano che in tutta la realtà non può esistere nessuna entità o forza che meriti l’attributo dell’assolutezza, dato che ogni parte della realtà è condizionata da altre parti, forze, opposizioni, dissipazioni, ecc. che rendono impossibile un’autoreferenzialità totale.

La fine della società industriale e l’avvento di quella post- industriale. Il passaggio tra le due epoche comincia, nei paesi avanzati, negli anni ’70 del XX secolo, e comporta un mutamento nei valori esistenziali degli individui e dei gruppi umani. Cos’è, in sostanza, il post- industriale? L’avvento della conoscenza scientifico- tecnologica come mezzo di produzione. Non più come fattore marginale ma come fattore essenziale. Tradotto in termini pratici questo passaggio significa che un prodotto o un servizio non può penetrare il mercato se non incorpora elementi nuovi da un punto di vista cognitivo e più specificamente tecnologico. Per tale ragione certe istituzioni che nel periodo industriale erano ancora considerate secondarie nei riguardi della produzione diventano essenziali: così l’università, il politecnico, il centro di ricerca, il team di ricercatori, ecc. Vengono contemporaneamente valorizzate la creatività, l’ideazione originale, le arti visive, la musica, il design, l’innovazione creativa e tutto ciò viene fatto convergere sulla produzione industriale e sui servizi. Diventa inevitabile per qualunque tipo di produzione una “ innovazione” praticamente continua, senza la quale è impossibile avere successo nel mercato. Questo fattore ovviamente relativizza tutti i prodotti, quelli tecnologici ma anche quelli intellettuali e determina la distruzione dei prodotti precedenti. La relativizzazione della produzione implica ovviamente la caduta di ogni assolutezza nelle attività di produzione sia materiale sia intellettuale, al punto che ogni produttore può sopravvivere solo se si impegna senza tregua nello sforzo innovativo. E’ chiaro che l’innovazione assume un posto centrale nella relativizzazione di tutta la cultura, diventa per così dire un fattore strutturale. E’ indispensabile per chiunque voglia sopravvivere nella società post- industriale, negli sviluppi che questa ha avuto, per esempio nella rivoluzione digitale.

Il relativismo deve molto alle modalità assunte negli ultimi decenni del XX secolo dal mondo produttivo, perché nell’ambito di questa ipotesi esistenziale, ogni individuo è per cos’ dire costretto ad adottare una mentalità segnata dalla convinzione che nulla può essere considerato definitivo, stabile, certo, tutto al contrario diventa provvisorio, mutevole e in larga parte soggetto al caso. Perciò il periodo post- industriale ha un peso enorme nella formazione di una società relativistica, nella sua diffusione e nell’accoglimento intellettivo di tale società. 

Traiamo alcune conclusioni da tutto ciò. Il relativismo moderno non consiste in una dottrina filosofica, com’è stato il relativismo antico. E’ invece una situazione sociale di nuovo genere, e uno stato psicologico, che deriva dalla constatabile estinzione di tutte le entità, dottrine, idee, valori, che abbiano pretesa di incorporare un assoluto, di qualunque tipo esso sia. Una fase della cultura in cui gli uomini scoprono che tutte le entità e le idee che si pretendono incondizionate, vanno spedite nel grande contenitore delle falsità e delle menzogne. Tale tendenza del relativismo moderno fa di quest’ultimo un fenomeno culturale di primaria importanza, che sembra destinato ad allargarsi a molti piani della vita umana ed esige di conseguenza una tensione esperienziale vigile e costante.

Il mondo degli assoluti è vasto e articolato, ha un ambito trascendente e un ambito terreno. Entrambe queste sfere sono circondate e protette da valori spesso presentati come salvifici cioè adatti a soddisfare il bisogno di sicurezza e di felicità dell’individuo.

Consideriamo prima l’ambito trascendente. Esso si fonda sull’idea che esista un assetto reale che si pone al di là dell’esperienza e che ha in sé i caratteri della non dipendenza e della completa autonomia di senso. Comprende le religioni di salvazione (che cioè affermano esistere oltre la vita un ambito oggettivo al quale arriveranno dopo la morte gli individui che hanno esaurito la propria vita biologica ricevendovi un premio o una punizione coerente con le azioni compiute durante questa vita); e quelle zone trans- naturali che sono chiamate empirei o qualcosa del genere, costituiti da idee eterne dalle quali deriverebbero le immagini mentali che gli umani si fanno sulle entità concrete di questo mondo.

Entrambe queste ipotesi trovano un avversario nel relativismo perché legano la propria essenza alla convinzione che esistano degli assoluti raffigurati con termini quali eternità, infinità, onnipotenza, onniscienza e simili.

Nel relativismo moderno v’è ben poco spazio per queste posizioni, esse vengono ridotte da un opinione assai diffusa ad una mera possibilità. I relativisti pensano che anziché affidarsi a questo tipo di teorie sia saggio restare coi piedi sulla terra ed esperire a fondo, invece, l’esistenza temporanea di cui godiamo. Pensano anche che quest’ultima per essere meglio vissuta richieda una buona dose di piacere e l’eliminazione nei limiti del possibile della sofferenza. Convertono cioè in azione migliorativa il senso di precarietà e di limite.

L’ambito terreno degli assoluti comprende quelle situazioni che l’uomo tende ad esaltare nel senso di considerarle, perfette, eterne, insostituibili e simili. Se si guarda alla cultura si vede che tali ambiti sono stati parecchi nel corso della storia. Esempi? Gloria (per indicare un riconoscimento unanime e indiscutibile di merito); Amore, Bellezza, Coraggio, Amicizia, ecc. ossia alcune configurazioni esaltanti della condizione umana. Tra queste l’Amore è molto importante ed è opportuno vederne l’evoluzione nella elaborazione filosofica che lo riguarda. Si è parlato di amore eterno, purissimo, deificato, ecc. Qual è la realtà di queste caratteristiche appena le si considera alla luce del relativismo?

La cultura  nei suoi mutamenti ha introdotto numerose versioni dell’amore, per esempio amore cortese, amore romantico, amore classicheggiante, amore passionale, amore mistico e così via. Si può dire che l’influenza avuta dalla cultura sull’amore è stata enorme ma così facendo la cultura lo ha relativizzato, vorrei dire demistificato. Gli ha tolto via via ogni assolutezza e ha smascherato coloro che quest’ultima proclamavano. Il secondo ‘900 è forse il tempo che ne ha distrutto ogni spinta verso l’eternità e la sacralità. I movimenti studenteschi degli anni 60 e 70 del XX secolo hanno dissipato le concezioni storiche dell’amore più di quanto abbiano fatto i filosofi e i critici della società. Nell’ultima parte del secolo l’amore è uscito dal mito ed è approdato alla realtà dei rapporti. E questa si è rivelata molto diversa rispetto alle esaltazioni dottrinali che se ne erano fatte. La rottura e la slealtà hanno preso spesso il posta della dolcezza e della passione, come si vede nei film di Trouffaut. La commistione dell’amore con gli interessi è stata smascherata. Ed anche le sue contaminazioni con l’odio, la vendetta, ecc. La irrealtà delle interpretazioni storiche dell’amore è diventata palese. L’amore appare ora come un fenomeno emblematico del relativismo. E la sua vicenda storica configura apertamente la domanda se anche i valori elevati a livelli escatologici nella storia non subiscano la stessa sorte.

Pensiamo ora alla Gloria: è anch’essa un’essenza valoriale carica di assolutezza. Lo è stata nell’antichità ma anche nelle culture umanistica e romantica e perfino nel pensiero mistico. Segnata da istituzioni particolarissime come il culto sociale, il trionfo, il tributo di ammirazione a chi la meritava, la cosiddetta Gloria degli altari. I poeti d’un passato non troppo lontano furono rappresentati come semidei cui andava riconosciuta una lode straordinaria, una devozione mitica. Ai politici importanti sono stati eretti monumenti, indirizzate frasi retoriche di ogni tipo. L’idea che esistessero degli eroi è stata molto apprezzata e diffusa nell’immaginario popolare. Era destinata a suscitare il massimo tributo di deferenza, a garantire una sorta di immunità da ogni critica. Il mondo ideologico del XX secolo si è fregiato di numerosi eroi, non solo caduti sul campo di battaglia ma anche attivissimi sul piano economico o nella lotta sociale. Il collegamento di questa nozione con l’idea di immortalità è stato proposto in numerose occasioni, quasi sempre per scopi strumentali e per l’esaltazione del potere.

Ci si può domandare: esiste ancora qualcosa che assomigli alla Gloria? A mio parere tale valore ha subito una scacco terribile. Quasi nessuno crede ancora a questa ipotesi eccelsa. Il relativismo ha corroso l’idea di gloria, ne ha umanizzato i pretesi protagonisti, ha demolito la saga sociale della gloria. Essa è’ uno dei grandi valori classici riportato dal pensiero relativistico a dimensioni umane, nel senso che tale pensiero ha visto negli eroi d’un tempo tutti i limiti che sono propri della condizione umana.

Ci si può domandare se la relativizzazione di tutti i valori sia un fatto positivo per la società e per gli individui. Credo che la risposta debba essere affermativa per una ragione molto semplice: In seguito alla svolta relativistica viene radicalmente diminuita l’importanza degli individui e reso transitorio l’esercizio del potere. Per quanto riguarda il rapporto tra l’individuo e il potere, considerare tale potere transeunte e provvisorio è un vantaggio enorme in termini di libertà generale e di possibilità che venga migliorato il processo di gestione del medesimo. Implica che venga superata l’epoca dei monumenti e della deificazione dei leaders. In questo senso il concetto di “ importanza” degli uomini viene sempre più considerato con diffidenza ed è bene che ciò avvenga. Si comprende che in realtà nessuno è veramente importante, nessuno può attribuire a se stesso il requisito dell’indispensabilità e della non surrogabilità. In un sistema relativistico cade l’assolutezza di tutti i valori, anche se questi mantengono tutta la loro forza come mete da perseguire. Il contributo che ognuno da alla gestione della cosa comune è appunto soltanto un contributo, non un approdo definitivo e irrevocabile. A mio parere tutto questo è così rilevante da legittimare il relativismo come una conquista del nostro tempo.

Il relativismo stabilisce invece una singolare alleanza con la capacità umana di manipolare la realtà per rendere migliore la vita, cioè con la tecnologia. Perché accade ciò? Perché vi è una sostanziale consonanza tra i caratteri del relativismo e i caratteri di fondo della tecnologia. Se il relativismo è negazione dell’assoluto, lo è anche la tecnologia, dato che nessun risultato della ricerca tecnologica può essere considerato definitivo e libero da condizionamenti. Ogni risultato tecnologico sa di essere superabile e incorpora una sostanziale provvisorietà, sia che si tratti di un prodotto o di un servizio o di un processo. Ogni tecnologia è destinata ad essere trascesa attraverso l’innovazione e questa è un’implacabile killer dei prodotti e dei metodi che l’hanno preceduta. Alla meglio i prodotti superati vanno a finire in un museo, alla peggio sono gettati via o distrutti. Si può dire perciò che lo spirito relativistico vive all’unisono con lo scorrere implacabile della tecnologia; entrambi i fattori conoscono bene la propria caducità, e non si fanno illusioni di essere trasposti nell’eternità. Accettano un singolare patto col tempo, che è poi presa d’atto che il tempo passa e cancella ciò che facciamo. Si realizza nell’epoca relativistica un matrimonio tra due entità che in altri tempo sono state considerate incompatibili: un pensiero che sa essere ogni cosa limitata e passeggera e uno sforzo di miglioramento molto fortunato che si manifesta in noi e attorno a noi per vivere meglio in tutti i modi possibili. Ciò non impedisce che nello stesso contesto intellettuale nasca una forte sintonia tra relativismo ed arte, perché anche l’arte è soggetta a superamenti, e cerca di continuo nuove forme e nuove esperienze. Essa è animata, dunque, dello stesso spirito innovativo che è proprio della tecnologia.

CONCLUSIONE

Vivere nel relativo significa anzitutto accettare l’incertezza come elemento inevitabile dell’esistenza. In secondo luogo avere una robusta capacità di sopravvivere alle sconfitte, che può essere volgarmente tradotta nell’espressione “saper galleggiare” nelle problematiche continue che la vita introduce in ogni tempo. In terzo luogo imparare a non confidare su qualche valore o credenza che si pretenda risolutiva e definitiva, e perciò accettare il mondo e noi stessi nella finitezza e nella precarietà, senza fare appello a ideologie o religioni che offrano se stesse come “sostegno” al quale appoggiarsi per placare la nostra ansia di stabilità e sicurezza.

Queste semplici regole sono essenziali per chi voglia intraprendere la via del relativismo che presuppone un adattamento alle idee base che connotano una società largamente basata sulla scienza e sulla tecnologia, oltre che ovviamente su un’arte che tiene conto ( nel proprio mondo espressivo) delle nuove realtà che la scienza ha evidenziato particolarmente nella seconda parte del XX secolo.

Nasce, col relativismo, una situazione nuova, una cultura diversa, che fa paura a molti ma che può aprire ad un mondo meno credulo e più cosciente dei propri limiti. La considerazione di questi ultimi non è umiliante per l’uomo attuale, ma elemento di serenità e di gioia di vivere perché propone una nuova idea di condizione umana, nella quale l’azione ha un ruolo fondamentale e la nozione di importanza è posposta a quella di saper esperire la vita- bene supremo nella società e nella cultura.

Gian Paolo Prandstraller

Ottobre 2015