LA PROFESSIONE DI FILOSOFO E’ SUL PUNTO DI SPARIRE?

LA PROFESSIONE DI FILOSOFO E’ SUL PUNTO DI SPARIRE?

di Gian Paolo Prandstraller

Nella presente fase storica non poche professioni sono minacciate di sparizione. Ciò avviene non perché venga meno lo “specifico” di cui sono portatrici, ma perché la robotica, l’intelligenza artificiale, l’automazione, ecc. surrogano le  prestazioni al punto da renderle non più necessarie alla società. Ci si può porre la stessa domanda a proposito della professione filosofica, ma la ragione per cui si verifica una riduzione radicale di questa sembra essere un’altra.

Prima di evidenziarla, diamo un’occhiata a ciò che tale attività intellettuale fu presso i Greci, dove sorse nel VII secolo  diventando solo successivamente forma sociale ben definita.

Altre forme di sapere specifico sono osservabili nell’antichità. Le più note: quella di sacerdote di questo o quel dio, di medico, di osservatore del cielo o astronomo, di misuratore di terre (oggi lo chiameremmo geometra), di scultore e architetto come furono Policleto, Prassitele, Fidia, Lisippo, Skopas, eccetera, di retore ossia maestro di eloquenza.

Più difficile è vedere un genus specifico nei filosofi perché all’inizio la filosofia non fu un’attività i cui prodotti potessero essere offerti alla comunità o ad una “clientela”.

I primi filosofi conosciuti, Talete, Anassimede, Anassimandro, erano uomini pratici, dediti ad esperienze molto concrete come il commercio o la navigazione,  interessati però a capire come fosse fatta la realtà al di là delle spiegazioni teologiche dominanti ai loro tempi. E’ nel V secolo che la figura del filosofo comincia ad essere individuabile, con personaggi come Socrate, Platone, Aristotele, Zenone, Epicuro che fondarono vere e proprie scuole filosofiche, come l’Accademia, la Stoa, il Giardino di Epicuro, il Liceo o scuola peripatetica. Nasce in quell’epoca anche il “sistema filosofico”, corpo organico di saperi  nel quale si riconoscono gli allievi d’un maestro; costituito in genere da una teoria della conoscenza, un’etica, una politica e una metafisica. I sofisti furono retori abili nell’arte della persuasione, che vendevano i loro insegnamenti per denaro. Da allora nei contesti più avanzati la forma assunta dalla filosofia come professione fu l’insegnamento nelle università o nelle scuole superiori. Nel XIII secolo le università furono le istituzioni più adatte a dare un ruolo professionale ai filosofi. Abelardo fu professore a Parigi, Gugliemo di Occam ad Oxford, Pietro d’Abano a Parigi e Padova. Nelle università nel secolo XIX troviamo importanti cattedre di filosofia. Quella di Hegel a Norimberga e Berlino, di Schopenhauer a Berlino e Heidelberg, di Feuerbach a Erlangen, e così via. I filosofi diventarono in quel secolo propositori di ideologie e ispiratori di correnti politiche, e furono considerati personaggi pubblici molto importanti.

Ma ecco verificarsi nella seconda parte del XX secolo un fatto anteriormente mai accaduto in modo così travolgente: lo straordinario emergere della scienza sperimentale e delle tecnologie più diverse e utili alla vita. Ciò porta la scienza ad un netto predominio sulla filosofia. Perchè? Perché le scienze danno risposte alla domanda “com’è fatta la realtà?” individuando le particelle elementari e le leggi che governano la natura; combattono le malattie e riducono le fatiche di chi vive; mentre la filosofia offre soltanto intuizioni generiche sui problemi e sul senso della vita, prive di prove attendibili. Il confronto tra scienza e filosofia appare subito disastroso per la filosofia prima  accreditata come interprete autorevole della società e delle esistenze individuali. Inizia una fase storica in cui la filosofia passa tout-cout in secondo piano rispetto alla scienza.

Occorre riflettere su quali conseguenze avrà questa situazione sui ruoli filosofici nelle istituzioni in cui la filosofia era, e in parte è ancora oggi, una componente culturale privilegiata. E’ quasi certo che entro qualche tempo vi sarà una diminuzione radicale delle cattedre di filosofia. Sorge perciò un interrogativo piuttosto ovvio. Cosa faremo dei filosofi tuttora numerosi? Sono ovviamente possibili per questi ultimi attività succedanee rispetto all’insegnamento,  per esempio corsi terapeutici di orientamento etico, di formazione e così via, ma l’insegnamento generalizzato, un tempo fondamentale, sembra destinato a cadere. Toccherà ai politici del futuro risolvere questa incresciosa situazione, dolorosa per me e non solo per me perché la mia generazione ed alcune successive fondava la propria formazione proprio sulla filosofia. Si tratta d’un salto culturale di rilevante importanza. Quella indicata sembra essere la ragione già evidente del declino della professione filosofica e non sarà facile ripristinare la vecchia situazione in cui i filosofi dominavano  la scena culturale e si presentavano come interpreti dei grandi mutamenti sociali.

6 dicembre 2017.