PESSIMISMO E OTTIMISMO, IERI E OGGI. PERCHE’ LA SCIENZA MODERNA E’ OTTIMISTA

Pessimismo e ottimismo non sono dottrine filosofiche ma atteggiamenti che le persone assumono quando devono affrontare le dure esperienze  della vita. Il primo implica un giudizio negativo sulle possibilità che la vita offre. Il secondo l’idea: vale la pena di vivere e di cogliere i piaceri e i vantaggi che la vita può offrire. La conseguenza del pessimismo è, nella maggioranza dei casi, una rinuncia totale o parziale all’intervento umano sulla realtà per modificarne i contenuti e le aspettative. La conseguenza dell’ottimismo è di fare affidamento sull’azione umana per migliorare la realtà e la stessa condizione dell’uomo.

Nella storia si trovano fasi o momenti in cui è stato prevalente l’uno o l’altro atteggiamento. Per esempio nella cultura del XVIII il movimento intellettuale noto come “Illuminismo” ebbe caratteri ottimistici perché previde un futuro migliore per quella parte dell’umanità che avesse accettato i suoi suggerimenti. Fu seguito alla fine di quel secolo dal “Romanticismo”, segnato questo da un’esaltazione imponente dell’individuo, culminante troppo spesso nella delusione e nella fine dei protagonisti per suicidio, vera propria dichiarazione d’impotenza rispetto alle possibilità esistenziali dell’uomo. Giacomo Leopardi e Schopenhauer furono tipici rappresentanti nella prima parte del XIX secolo del pessimismo eretto a sistema filosofico.

Nella fase iniziale del XXI secolo si nota nella cultura occidentale una notevole fiducia che l’esistenza umana possa essere migliorata attraverso la ricerca scientifica. Perciò si sta diffondendo una vena di ottimismo che ispira la condotta di molti leaders, pensatori, artisti ecc. Un altro momento della storia in cui l’ottimismo sembra essersi affermato fu l’ “Umanesimo” nel XV secolo. Qual era il pensiero sotteso alla vita e all’azione degli Umanisti? Che la civiltà greca, ellenistica e romana avessero saputo creare un mondo migliore, più ricco di contenuti di quanto fosse l’assetto medioevale, e che dunque occorreva richiamare in vita quelle lontane esperienze, i costumi, i piaceri che esse avevano tramandato ai posteri, sottoposti ahimè  all’oscurantismo medioevale. Il successivo “Rinascimento” rafforzò questa visione, la rese più consapevole, dando luogo ad una fioritura artistica e filosofica dominata dal principio: la vita può essere vissuta in modo piacevole, è assurdo gettarla via con inutili rinunce,  sacrifici, autopunizioni, sensi di colpa, ecc. Tale concezione fu aspramente criticata dalla chiesa cattolica e oscurata dalle guerre di religione,  ma dalla triste realtà di queste ultime emerse un approccio culturale  che doveva consolidarsi nei secoli successivi fino a noi. Era la scienza, interpretazione della realtà basata sull’osservazione e la ricerca, che oggi vediamo trionfare nella società odierna.

Qual era la variabile nuova che la scienza introduceva nella cultura del XVI secolo?  Sostanzialmente questa: si deve studiare la natura attraverso un criterio semplice ma faticoso, l’osservazione dei fenomeni senza ricorrere alla sapienza antica che precedentemente formava l’autorevole base del sapere.

La scienza nasce dal più triste e oscuro campo di indagine, l’anatomia. Questa disciplina  si sviluppa specialmente a Padova e a Bologna nel XVI secolo, protetta a Padova dalla Repubblica di Venezia, attraverso l’opera di alcuni personaggi ben noti. Il primo è Andrea Vesalio, nato a Bruxelles, professore a Padova, che attraverso le osservazioni fatte sul cadavere compone i famosi libri di anatomia (De humani corporis fabrica libri septem, Basilea, 1543). Altri anatomisti molto importanti furono Realdo Colombo, successore di Andrea Vesalio a Padova, Gabriele Falloppio e Fabrici D’Aquapendente, amico di Galileo che lo frequentò nel lungo periodo passato a Padova. Questi scienziati misero da parte l’antica medicina galenica e introdussero lo studio autoptico del corpo umano mediante la dissezione dei cadaveri. Il metodo dell’osservazione diretta fu la loro caratteristica, imitata poi da Galileo con riguardo alle stelle attraverso l’uso del telescopio, usato dal pisano per studiare la luna e i satelliti di Giove. Con l’osservazione diretta Galileo fondò l’astronomia moderna e ne diffuse la pratica con la famosa opera Sidereus Nuncius (1610).

Alcuni secoli dopo, possiamo constatare che la scienza ha vinto la battaglia contro la speculazione astratta, ancora dominante tra gli uomini di cultura del XVII secolo. Lo dimostra offrendo dei “risultati” la cui utilità pratica è visibile a tutti.  Di questo elemento bisogna tener conto quando ci si domanda se la scienza (affiancata da numerose tecnologie) sia ottimista o pessimista. La risposta è che la scienza  incorpora un’alta dose di ottimismo perché lo scienziato crede inevitabilmente nella possibilità di successo delle sue ricerche, altrimenti non si avventurerebbe in esse. Ogni scienziato o ricercatore scientifico dev’essere ottimista per il solo fatto che si applica a programmi di ricerca che prima o poi possono avere successo.  La scienza accetta il concetto di “miglioramento della vita” che fu tipico delle correnti filosofiche positiviste ed evoluzioniste del XIX secolo. Anche queste ultime furono segnate da un implicito ottimismo e portarono a grossi risultati, tra cui la teoria darwiniana dell’evoluzione. Sorreggono anche oggi i tentativi dell’uomo di conquistare gradualmente una vita migliore.

Gian Paolo Prandstraller

Gennaio 2018