No per sempre alla clausura. La triste fine del monachesimo occidentale

La parola “clausura” deriva da “chiudere”, in una prigione o altro luogo sorvegliato. Ricorda il carcere, un recinto blindato dal quale non si può scappare. Negli ultimi tempi l’istituto della clausura ha subito uno scacco innegabile, ma l’idea della sua legittimità permane ancora sostenuta com’è da istituzioni potenti e da fautori male informati sulla natura reale del fenomeno. Nei paesi evoluti diventa romanzo storico,  come la Monaca di Monza e la Badessa di Castro, amante del vescovo nella cui giurisdizione si trovava il convento, ricordata da Stendhal nel racconto omonimo. Manzoni chiama “sciagurata” la reclusa che s’ era abbandonata all’individuo entrato nel monastero per congiungersi con lei. Non dice gran che sull’istituzione claustrale, infondo la trova rispettabile. Non indaga abbastanza sul modo seguito dalle famiglie potenti per far accettare a una figlia la segregazione perenne, promettendole che presto sarebbe diventata “badessa” del convento in cui il seppellimento avveniva. Dietro a tutta l’operazione c’era il diritto di primogenitura dell’erede maschio, la conservazione del patrimonio, la lusinga d’un potere monacale che andava di pari passo con la politica della famiglia. Sembra fosse lecito alla badessa riservarsi un appartamento dentro al convento, dove poteva fare ciò che voleva fuori dalla curiosità delle consorelle. Giovanna da Piacenza, figlia degli aristocratici  Marco e Ignese Bergonzi,  fece dipingere se stessa nel convento di San Paolo a Parma in veste di Diana cacciatrice dal pittore Correggio, uno dei più grandi artisti del ‘500.  A Parma si può visitare l’appartamento in cui Giovanna riceveva l’artista seguendo un costume diffuso nel tempo. Da questo episodio ci si può fare un’idea  di come poteva essere la vita d’una badessa nel XVI secolo, donna sacrificata agli interessi della famiglia ma posta in un luogo in cui potevano darsi segrete libertà e oscuri sollazzi.

Trovo disumana la clausura, comunque sia praticata, anche nelle forme  più moderne. Rientra nella nozione sociologica di “istituzione totale”. E’ una forma organizzativa  dove tutte le attività quotidiane dei reclusi, anche le più intime, sono controllate da un’autorità alla cui vigilanza essi sono sottoposti. Oltre al convento sono istituzioni totali il carcere, il campo di concentramento, il manicomio e simili.

Quando penso a tali  reclusòri provo una pena che mi è difficile descrivere. Che una creatura umana possa essere trattata in questo modo mi sembra un’enormità quando ciò deriva da un indottrinamento che le toglie l’amore, i figli, la libertà di scegliersi un percorso esistenziale! Se la reclusione è conseguenza di una condanna, allora è ovviamente accettabile, ma se consegue a una “libera” decisione, mi sembra disumana e tristissima.

L’avversione verso la clausura mi porta a constatare che il terreno culturale da cui quest’ultima deriva è il monachesimo, un fenomeno centrale nella storia del medioevo. Il monachesimo ha avuto grandi meriti in quell’epoca ormai lontana, ma le sue benemerenze non sono state sufficienti a salvarlo dalla modernità. Questa rifiuta l’idea che una persona possa escludersi dal mondo per affrancarsi dai difetti e dalle sciagure del medesimo. Il “monastero” è stato per secoli il fulcro ideale di tale concezione anche se, ripeto,  ha dato molto alla cultura in un clima ideale in cui certi uomini di pensiero sentivano il bisogno di sottrarsi alle brutture del tempo. Oggi la fuga dai problemi della vita non è più concepibile e dunque il monachesimo è giunto alla fine, il suo tracollo è evidente.

Per documentare il periodo migliore del monachesimo basterà ricordare San Benedetto da Norcia (VI secolo d.C.) e dopo di lui  la fondazione del monastero di Cluny in Borgogna nel 909 d.C.  San Benedetto fu l’inventore d’ una regola che imponeva agli addetti di lavorare oltre che di pregare. Capì che si doveva obbligare il monaco ad essere operoso in modo che coloro che rifiutavano il  mondo si dedicassero ad attività costruttive, utili alla comunità oltre che a se stessi. In tal modo cambiò radicalmente il costume monastico di quei tempi e sorse un potere ecclesiastico molto influente. Fu possibile il formarsi d’una economia del monastero bonificando grandi terreni, elevando imponenti edifici. Alcuni secoli dopo Cluny completò per così dire  l’intuizione di Benedetto e diffuse a piene mani cultura ed elevazione spirituale nei secoli X, XI e XII. Soggiornò a Cluny anche Ildebrando di Soana,  poi Gregorio VII il papa che umiliò a Canossa l’imperatore Enrico IV.

Il rispetto che dobbiamo al monastero medioevale non ci vieta di constatare che lo spirito che lo animava non esiste più. Non è concepibile oggi la fuga dal mondo per dedicarsi a un isolamento metafisico e all’oblio della vita reale.  La società  industriale ha posto fuori dalla scena sociale tale costume. In parole semplici quasi nessuno ricorre più all’autoesilio, tutti accettano di rimanere nel mondo e nei meccanismi di questo per quanto tristi essi siano. Il monastero è rimasto senza adepti, dimenticato al punto che di esso si visitano le antiche strutture ma queste sono vuote, ridotte in certi casi a curiosità turistiche. E’ male o bene che tale implosione sia avvenuta? La fine del monastero come entità operativa significa il tramonto del monachesimo. E’ fenomeno che vediamo attorno a noi, uomini del XXI secolo, la cui etica consiste nell’affrontare la vita, non scappare da questa. Tutto un modo di pensare è crollato. La società odierna è migliore di quella medioevale, altre battaglie ci attendono, diverse da quelle in cui quei lontani eroi si cimentavano. Non provo dolore perché ciò è avvenuto, lo provo per i pochissimi che seguono ancora quella strada ormai desueta e, per noi, priva di senso.

Gian Paolo Prandstraller

Febbraio 2018