DAL LAVORO OPERAIO AL LAVORO PROFESSIONALE, UNA MUTAZIONE EPOCALE. I CREATIVI E IL NUOVO LAVORO

Negli anni in cui veniva approvata la Costituzione Italiana, col termine “lavoro” s’intendeva l’attività operaia esperita in via principale nelle fabbriche e nelle coltivazioni agricole. Vi era un riferimento costante a quella forma di lavoro definita come “taylorismo” (dal nome dell’ing. F.W.Taylor che l’aveva inventata nel primo decennio del ‘900) o più semplicemente come “catena di montaggio”, fondata sulla parcellizzazione dell’attività  operaia nel processo produttivo. Si trattava della stessa forma-lavoro che nell’Unione Sovietica era esaltata come “stacanovismo” (la prestazione eccezionale da parte di un lavoratore nei confronti degli altri). Era strettamente legata al concetto di struttura, cioè di  stabilità di ruolo e di mansioni. Divenne materia di studio attraverso la “sociologia del lavoro”. Esperti di questa disciplina come Pierre Naville, Georges Friedmann e in Italia Federico Butera e  Domenico De Masi  acquisirono rilevanza nelle facoltà universitarie. La base sociale di questo tipo di lavoro era la “classe”,  ossia l’aggregazione economica fondata sul possesso dei mezzi di produzione. L’istituzione fondamentale del tempo corrispondeva alla fabbrica dove la maggior parte dei critici vedeva realizzarsi l’alienazione operaia causata da ciò che era chiamato “lavoro in frantumi” (Georges Friedmann). Questo tipo di lavoro teorizzato dai sociologi del periodo era per così dire corretto dalla scuola delle “relazioni umane” (Elton Mayo) che cercava di attenuarne gli effetti negativi sulla personalità degli operatori.

Al di là del lavoro inteso nel senso appena ricordato, vi era una categoria sociale anch’essa oggetto di interventi teorici: la intellighenzia, il gruppo di attori intellettuali esterni alla cosiddetta struttura e che si dividevano (per Antonio Gramsci) in intellettuali organici e non organici, a seconda che esprimessero o meno una sovrastruttura di classe o si considerassero indipendenti da questa.

In Italia, diversamente da quanto avveniva nei paesi anglosassoni, tutto il raggruppamento che derivava dall’applicazione pratica della conoscenza scientifica (cioè i professionisti) era sostanzialmente ignorato. Tale gruppo in America e in Inghilterra era stato però segnalato a partire dagli anni ’50-‘60 del XX secolo da alcuni sociologi  come Talcott Parsons, Robert K. Merton, H. L. Wilensky , W. E. Moore, Ernest Greenwood, Amitai  Etzioni e altri. Io realizzai negli anni ’60 la prima inchiesta sugli avvocati italiani, pubblicata nel 1967 dalle Edizioni di Comunità col titolo “Gli avvocati italiani. Inchiesta sociologica”. Fu un contributo alla sociologia delle professioni rimasto isolato nel contesto accademico. Tutto questo per dire che nella pubblicistica dell’epoca ogni lavoro  diverso da quello operaio era considerato secondario e marginale con le eccezioni appena indicate.

E’ stupefacente come negli ultimi 30 anni questa situazione sia completamente mutata. In quale senso? Che il lavoro operaio è, nelle società avanzate, quasi del tutto scomparso; perdute le sue caratteristiche classiche, si è trasformato  in attività professionale o paraprofessionale . Questo secondo tipo di lavoro è oggi molto articolato, non comprende solo le professioni classiche ma anche forme minori di professionalità che tuttavia rientrano nel modello professionale,  accumunate da un sapere specifico più o meno complesso su cui poggia tutta l’attività dell’operatore.

Accanto a quello che possiamo chiamare “mondo professionale” si sta estendendo un settore creativo, composto dai soggetti la cui opera è di tipo inventivo, artistico, illustrativo, letterario, musicale ecc. Dagli anni ‘90 del XX secolo la creatività è diventata un carattere nuovo della società postindustriale. Si tratta d’un fenomeno ancora non adeguatamente esplorato che assume di anno in anno una rilevanza maggiore attraverso istituzioni come i megaconcerti, i festival, le mostre di pittura e scultura e design, le nuove forme di spettacolo, il cinema, la pubblicità, la moda, la tutela del territorio, l’applicazione artistica necessaria perfino nella gastronomia e settori paralleli. Tale fenomeno sta diventando un’espressione non soltanto intellettuale ma anche economica  di grande rilievo. E’ sperabile che da esso possa venire un incremento rilevante dell’occupazione nel futuro: cioè che il lavoro professionale e quello creativo possano sostituire tutto il vecchio lavoro, inteso nell’accezione fino a qualche decennio fa dominante, ora desueta.

La creazione di nuove occupazioni nel settore “creativo” è fenomeno di grande rilievo perché tale settore è in crescita in tutto il mondo occidentale e convoglia su di sé enormi interessi economici. Il problema dell’occupazione può essere almeno in parte risolto se le forme  professionali che appaiono in questo settore vengano seguite con maggiore attenzione di quanto attualmente avvenga.

Concludendo si può dire che il vecchio significato  del termine “lavoro” sta scomparendo e al suo posto nasce un senso professionale e creativo dell’attività umana  che diviene via via base fondamentale delle società avanzate e speranza concreta di occupazione per molti giovani d’oggi.

Gian Paolo Prandstraller

Marzo 2018.