COMMENTO AL FILM DI ALESSANDRO ARONADIO “BASTA CREDERE (IO C’E’)”

Scrivo questo commento perché le recensioni  del film “Basta Credere (Io c’è)” non sembrano tali da evidenziare il pensiero che il medesimo sottende. Maurizio Porro (Corriere della sera 29 marzo 2018, pag. 49, titolo dell’articolo “Come risollevarsi dalla crisi grazie a una nuova religione” ) riassume così la “trovata” del protagonista, Massimo (l’attore Edoardo Leo), per sottarsi al fallimento economico: “Quella che Massimo in crisi col suo B&B s’inventa, prendendo esempio dalle suore che riscuotono e non pagano le tasse, è una sua religione ad personam,  in modo che il luogo diventi di culto.  Così il figlioccio di Giuda fonda lo “ionismo” dove ciascuno diventa Dio di se stesso, paradiso di egotismo che richiede il consenso borghese della sorella e la scrittura di un’apposita bibbia da parte di uno scrittore fallito, rispettivamente Margherita Buy e Giuseppe Battiston, nel loro perimetro espressivo…”. E’ vero, nel film Massimo fonda una sua religione per sottarsi ad una crisi personale, ma l’invenzione non è così ingenua e primitiva come Porro sembra definirla; al contrario affronta uno dei più pesanti problemi della cultura moderna, cioè come nascono le religioni, al netto di ogni trascendenza, come acquistano proseliti e creano imperi basati in realtà sul nulla. E’ questo un tema che il film tratta senza reticenze e a suo modo risolve. Ciò significa che esso va visto non come una qualsiasi commedia all’italiana, ma come un contributo socio-filosofico ad una questione di grande peso culturale.

Vediamo cosa dice il film sul piano delle idee, pur legando queste ultime ad una fattispecie banale.  Cercherò di riassumere le idee che a mio parere il registra Alessandro Aronadio  mette nel film cosciente del peso che hanno sul piano della sociologia delle religioni. Raggrupperò queste idee in quattro punti nella forma più breve possibile.

  • Nel film vi è una critica precisa al concetto di “rivelazione” che sta alla base di tutte le religioni storiche, compresa ovviamente quella cattolica. La rivelazione per Aronadio è solo la “trovata” d’un personaggio che ne inventa il contenuto, senza alcun collegamento con una realtà oggettiva e al di fuori di ogni trascendenza. La figura del profeta è perciò ridotta all’inventore di un messaggio del tutto soggettivo e privo di alcuna base reale.
  • Il messaggio può avere fortuna, cioè essere accolto da un gruppo indeterminato di individui se è in grado di sostenere psicologicamente un certo numero di vite individuali. L’adesione collettiva al messaggio si ha quando i potenziali adepti capiscono che esso può dare un senso alla vita di ciascuno di loro.
  • Le conseguenze comportamentali d’una rivelazione si trasformano in fenomeni sociali: come la preghiera, i rituali, le processioni, le regole etiche inventate dal rivelatore, ecc. Attraverso la gestione di questi effetti del messaggio alcuni seguaci creano le “chiese”. Queste assumono un carattere istituzionale e diventano collegamenti operativi con una sfera suprema in realtà inesistente.
  • L’istituzione vende un prodotto fittizio dal quale ricava benefici molto concreti, come lasciti, vendita di indulgenze, fondazioni umanitarie dotate di cospicue sostanze, sistemi di culto, ricchezze totalmente terrene e ovviamente condiziona la vita di intere comunità.

Stupisce che un tale complesso di idee non sia rilevato dalla critica. Nell’evidenziarlo dico al registra Alessandro Aronadio che ha saputo gettare un seme importante nella cinematografia italiana, salvandola da una diffusa banalità intellettiva, elevandola a un significato culturale che, speriamo, abbia presto seguiti coraggiosi. Dalle interviste effettuate nel sito Comingsoon.it ad Aronadio, emerge che  “Con Renato Sannio (co-sceneggiatore) volevamo scrivere un film sulla religione e la sfida è stata quella di provare a farci una commedia. In “Orecchie”  il tema del bisogno di credere era già in nuce nella scena in cui il prete (Rocco Papaleo) benedice  la macchia di muffa, pur sapendo che non è la Madonna.  Il problema è capire perché  mai come adesso, il tema della religione sia quasi tragico e legato a drammatici avvenimenti di cronaca e provare a ridere di questo argomento con i personaggi di “Io c’è”… Da ateo m’incuriosisce la figura del fedele. Credo che viva meglio di me e mi sembrava interessante raccontare di un ciarlatano che si trova a confrontarsi con qualcosa che per lui era inimmaginabile..” Questa dichiarazione dimostra,  a mio parere, che nel regista e nei suoi collaboratori vi è una consapevolezza completa dell’importanza della tematica trattata. Spero che ciò inauguri un filone filmico basato finalmente su problemi importanti del nostro tempo.

Gian Paolo Prandstraller

Aprile 2018.