OSSERVAZIONI SUL PENSIERO STRATEGICO DI DONALD TRUMP, PRESIDENTE USA di Gian Paolo Prandstraller

Donald Trump è un leader di difficile comprensione, i suoi atteggiamenti ne nascondono  il pensiero, sembra faccia di tutto per apparire antipatico all’opinione internazionale. La critica politologica e giornalistica non lo tratta bene, esprime anzi a getto continuo su di lui giudizi negativi. Molti hanno ipotizzato la sua destituzione, ho sentito un critico usare nei suoi confronti addirittura la parola “abbattimento”. Le speranze di alcuni di sottoporlo a un procedimento che porti alla sua caduta non sono ancora spente. Solo in occasione della riconciliazione tra le due Coree, con l’incontro tra Kim e Moon,  sembra essersi sospeso questo andazzo di cose e aprire la strada a una valutazione più realistica dell’uomo e delle sue idee. Mi ha impressionato il revirement del politologo americano (avverso al Presidente) Jan Bremmer. Di lui leggo un’intervista su La Repubblica (sabato 28.4.2018). L’intervista in pratica distrugge ciò che di male Bremmer aveva in precedenza detto su Trump e gli riconosce dei meriti e delle capacità insospettate.

La riconciliazione tra le due Coree è forse un’occasione preziosa per capire questo Presidente. Il successo della politica  da lui seguita per ridurre alla ragione il leader della Corea del Nord, allontanando lo spettro d’una guerra rovinosa, offre l’opportunità di giudicare più meditatamente un politico che si muove facendo riferimento solo a se stesso.

Pongo una questione che a mio parere è a monte di tutte le altre: qual è il problema che assilla in primis Trump e che condiziona tutta la sua politica? Per me il pericolo che la Cina superi economicamente e tecnologicamente l’Occidente e diventi padrona del mondo nel XXI secolo. Il conflitto tra Cina e USA è già molto evidente e si estende a zone apparentemente estranee alla competizione economica e tecnologica come per esempio l’Africa. La sfida tecnologica della Cina diventa ogni giorno più scoperta. A me sembra sia questo lo sfondo che muove tutta l’azione di Trump. Egli ha capito molto bene il problema Cina  e i suoi atti sono orientati a vincere un confronto pericoloso  per gli Stati Uniti, l’unica potenza in grado di contrapporsi efficacemente alla Cina. Tale a mio giudizio la ragione per cui Trump non cessa di ripetere la parola first  applicandola appunto agli USA e legandola all’idea che l’intero Occidente possa riuscire nella difficile impresa di fermare la Cina essenzialmente attraverso l’azione degli USA. Soltanto se l’economia USA, unita alla capacità del grande Paese di essere globalmente più avanzato di tutti gli altri, può sostenere l’impresa con l’aiuto d’un sistema militare preminente.

Ciò spiega a mio giudizio la politica protezionista che Trump ha ideato per difendersi da tutti coloro che cercano più o meno subdolamente di indebolire lo sforzo economico USA, cercando di sottrargli  molte potenzialità di sviluppo con prodotti di poco pregio e di basso costo che invadono i mercati,  oppure pongono a carico degli USA spese che potrebbero sostenere da soli. La parola “produzione” diventa essenziale per gli USA perché è nella produzione la chiave di volta di tutti i processi competitivi.

Altra conseguenza: il primato nel Pacifico come zona d’influenza USA. La Cina non potrebbe essere contenuta se gli USA abbandonassero il Pacifico.  Se ciò accadesse,  la Cina estenderebbe il suo controllo a quella  parte del mondo in cui gli USA affermano la propria statura di potenza mondiale. Ed essere potenza mondiale è essenziale oggi come ieri per gli USA proprio per vincere la sfida lanciata dalla Cina.

Non è difficile capire che per attuare  tale strategia gli USA hanno bisogno di alleati sicuri. Per questo Trump  cerca alleanze di ferro con Israele e l’Arabia Saudita ed è ostile a potenze come l’Iran in cerca d’una propria autonomia e agiscono in modo non coerente con gli interessi USA, per esempio nel campo del terrorismo. La Comunità Europea rientra nel disegno di Trump come ovvio alleato che però non può modificare la strategia generale del gigante americano. La Russia è vista come un competitore non preoccupante perché non dotato, almeno per ora, di potenzialità economiche e tecnologiche tali da prendere parte in un modo o nell’altro alla sfida fondamentale.

Trump  ha rovesciato la politica rinunciataria del predecessore Obama e interviene militarmente o in altri modi ovunque lo ritenga necessario o utile agli USA. Lo si è visto per esempio nella repressione dell’Isis in cui l’America di Trump ha assunto un ruolo decisivo. La parola first è sinonimo, anche in ciò, d’ un primato che il Presidente ritiene inevitabile, se vuole vincere la grande  competizione appunto tra USA e Cina. Come questa andrà a finire non lo sa nessuno, ma Trump sta facendo di tutto perché vinca l’Occidente, dominato dagli USA. Questo è a mio parere il compito che il Presidente si è assunto, ed è di tale importanza che di fronte ad esso  le intemperanze e gli errori del protagonista passano in seconda linea.

Maggio 2018.