COMMENTO AL ROYAL WEDDING DEL 18 MAGGIO 2018

Per capire ciò che è avvenuto nella cerimonia appena evocata occorre partire dal concetto di costume nel senso che gli davano i Romani (mores), regole comportamentali accettate da un consorzio civile, indipendenti rispetto al diritto, ma dotate di obbligatorietà e la cui violazione comporta conseguenze più o meno gravi per qualsiasi deviante.

Esempi di mores: il modo con cui ci si veste, la moda, le cosiddette buone maniere per es. nel mangiare  (cucchiaio, forchetta e coltello invece delle mani), gli orari del lavoro e del riposo, i rituali della chiesa, le cerimonie militari nelle loro varie forme, gli inni cantati nei momenti solenni, i contenuti e le modalità della gastronomia, i profili del corteggiamento amoroso come via d’ingresso all’unione fisica completa e così via. Per es. in Occidente il bacio sulla bocca è un tramite verso all’unione sessuale, per i Cinesi sembra fosse il toccamento del piede femminile da parte del corteggiatore.

I costumi hanno trovato il maggiore teorico nel sociologo americano William Graham Sumner, evoluzionista, che  nei primi anni del ‘900 pubblica Folkways (Vie del popolo), tradotto in italiano nel 1962 delle Edizioni Di Comunità col titolo Costumi di Gruppo. Sumner ha insistito sulla  coercitività dei costumi, sulle sanzioni anche gravi inflitte a chi li vìola, sulla difficoltà di far evolvere i medesimi nelle situazioni di conflitto sociale.

Questa premessa è un’introduzione all’episodio, apparentemente solo mondano, al quale questo articolo è dedicato,  il matrimonio d’un membro della famiglia reale inglese con una signora non appartenente a una stirpe principesca. Si tratta appunto d’un episodio di costume legato alle consuetudini storiche della famiglia reale, adattate però al mondo d’oggi. Sta a monte di esso la monarchia britannica che permane, per così dire, dalla battaglia di Hastings (1066 d.C.) quando Guglielmo il Conquistatore diventa re d’Inghilterra (con variazioni graduali) , fino alla nostra epoca, con il breve iato imposto da Cromwell verso la metà del XVII secolo quanto il re Carlo I viene giustiziato dai cosiddetti Puritani (1649).

I caratteri tradizionalisti della monarchia che regge le isole britanniche sono ben noti  ed hanno delle particolarità che è inevitabile ricordare. La più importante è di essere un fattore unificante del tessuto sociale del Regno Unito, che si riconosce via via come entità politica e sociale e dell’impero britannico.

Viene dunque in evidenza il fattore “tradizione” importante ancora oggi perché segno che il comportamento consuetudinario è ancora apprezzato nel mondo anglosassone, nonostante le convulsioni sociali avvenute nel XX secolo. La permanenza della tradizione in un contesto mondiale tutt’altro che pacifico può apparire abnorme, ma in realtà il costume nazionale mantiene ancora un forte rilievo nelle società anglosassoni. Il royal wedding ne è la dimostrazione, perché il matrimonio d’un principe reale suscita tuttora molta simpatia a livello popolare. Ci si può domandare se l’ossequienza a un costume antico sia un fatto positivo. Chi scrive ritiene di dare alla domanda una risposta affermativa. La persistenza d’un costume non è segno d’un conservatorismo ottuso e paralizzante. L’Inghilterra ha compiuto una specie di miracolo, non abolire certi mores fondamentali anche in tempi burrascosi. Il royal wedding del maggio 2018 (celebrato nella cappella di San Giorgio del castello di Windsor) è stato a mio avviso un episodio importante perché  attraverso esso si sono mantenuti certi valori e legami aventi carattere coesivo, in particolare la pace sociale nonostante il clima ideologico del XX secolo. La tempesta ideologica avvenuta in Europa nel secolo scorso non ha potuto scalfire un cluster di costumi che ancora oggi sono riconosciuti come validi. Il royal wedding è una dimostrazione di questa realtà socio-culturale che potrebbe essere imitata, con gli opportuni adeguamenti, in tutto l’Occidente.

Gian Paolo Prandstraller

Maggio 2018.