RELATIVISMO E RELIGIONE. HA ANCORA UN SENSO LA PREGHIERA NELLA SOCIETA’ INDUSTRIALE? di Gian Paolo Prandstraller

La domanda va affrontata partendo da un duplice punto di vista. L’uno filosofico e l’altro inerente alla tradizione e al costume.

Il primo sottende il rapporto tra relativismo e religione, oggi il più attuale perché connaturato alla cultura del nostro tempo priva di certezze dopo la caduta delle ideologie.

Il secondo la consuetudine alla preghiera come mezzo di coesione del gruppo umano, di autoconsolazione o di qualche altra finalità contingente.

Vediamo i due aspetti della questione, cominciando dal nesso tra  relativismo e religione.

Il  relativismo è fondato sulla convinzione che nella realtà universale non esistano assoluti, ossia entità incondizionabili, non limitabili, totalmente autoreferenziali, esenti da ogni legge. Tutto infatti nella realtà è condizionabile, limitabile, contrapponibile, sottoposto a regole. La fisica ci insegna tutto su questo punto e mai è stata data la prova dell’esistenza di una simile realtà assoluta.

La religione invece si fonda sull’affermata presenza d’un assoluto, chiamato comunemente Dio, posto al di sopra della realtà constatabile, che con la sua stessa presenza  subordina a sé quest’ultima.

Cercherò di chiarire le ragioni per cui l’ antinomia tra relativismo e religione è insuperabile. Per farlo partirò da un dato appartenente alla storia e quindi difficilmente contestabile. E’ il modo con cui il presunto legame tra la Terra e il Cielo, è stato storicamente attuato. Ciò è avvenuto mediante una “mediazione” immaginaria tra il credente e il divino,  nella convinzione che siano necessari dei mediatori specializzati in grado di aprire canali tra i due livelli. Questo aspetto  della fenomenologia  religiosa si fonda appunto sul postulato che debbano esistere  degli intermediari specializzati in grado di assicurare l’iter dal credente all’assoluto. La storia delle religioni attesta l’esistenza della mediazione, particolarmente evidente nelle religioni di salvazione le quali sostengono che l’uomo può salire a certe condizioni fino a livello dell’assoluto (paradiso o ipotesi analoghe) e alla fine entrare a farne parte.

Nella realtà storica i soggetti che si sono detti in grado di “comunicare” con Dio sono i “sacerdoti”. Essi infatti stabiliscono i riti attraverso i quali il percorso tra l’ambito terreno e il regno dell’assoluto sarebbe possibile. Costituiscono la struttura chiamata “chiesa” che organizza per quella finalità apparati e gerarchie  secondo metodi  del tutto  mondani. Questa struttura ascrive a sé l’esclusività nella propria funzione. Perciò il conflitto tra tale struttura e il potere politico non è eccezionale,  anzi è scoppiato clamorosamente in molte occasioni. In varie epoche la chiesa ha condizionato il potere politico fino al punto di pretendere che quest’ultimo fosse subordinato ad essa. Esempio classico:  la lotta tra papato e impero nei secoli XI, XII e XIII, da Gregorio VII a Bonifacio VIII, cominciata con l’umiliazione inflitta da Gregorio VII a Enrico IV a Canossa (1077 d.C.), continuata con Federico Barbarossa e  Federico II e i Papi del loro tempo, penosamente finita con la sottomissione della chiesa a Filippo IV il Bello re di Francia e col trasferimento del papato da Roma ad Avignone all’inizio del XIV secolo.

Il potere derivante dalla mediazione è stato sempre enorme  e i privilegi che essa ha conferito notevolissimi, tanto da permettere ai sacerdoti licenze ed abusi di ogni tipo. Per questo Lutero nel 1517 ha cercato di abbattere il loro potere,  da lui constatato visivamente a Roma,  sostenendo che può esistere una  relazione diretta tra il credente e la divinità, senza alcuna intermediazione. Quest’idea è infatti alla base della riforma luterana dalla quale derivano  il movimento anticattolico nei secoli XVI e XVII e le guerre di religione.

Tre istituzioni hanno avuto un’importanza rilevante nel processo mediatorio: la vendita delle indulgenze, la donazione fatta alla chiesa da individui o da potenze politiche allo scopo di ottenere un trattamento privilegiato nell’al di là; il lascito testamentario volto a raggiungere lo stesso scopo con una modalità giuridica difficilmente contestabile. La vendita delle indulgenze è la più scandalosa tra queste istituzioni: significa il perdono dei peccati concesso dietro versamento di denaro. Ma anche le altre sono piene di conseguenze ben visibili. Gli istituti appena indicati spiegano infatti l’enorme patrimonio accumulato dalla chiesa cattolica lungo i secoli, fino a renderla in certe epoche titolare di gran parte delle terre e di grandi disponibilità finanziarie. Ai tempi di Lutero tale stato di cose parve al riformatore assolutamente insopportabile e per questo egli avviò la riforma che fu presto condivisa da grandi masse.

Il meccanismo concreto dell’operazione mediatoria è il seguente: la chiesa si fa dare beni terreni promettendo interventi e favori ultraterreni. Nessun’altra transazione economica ha tali caratteristiche: ottenere il trasferimento di beni senza dare nulla in cambio, solo l’assicurazione che il ricevente solleciterà dalla divinità dei vantaggi nell’altra vita. Da un punto di vista economico è una delle deviazioni più clamorose rispetto all’economia classica basata sullo scambio di beni tra due o più  soggetti attraverso istituti come la compravendita, il baratto o qualche altra modalità. Qui nessuno scambio esiste, solo la promessa d’ un intervento in una  sede ultraterrena da parte d’ un ente che si dice titolare esclusivo del potere intercessorio.

I rituali usati per stabilire il contatto tra l’assetto terreno e l’assoluto (Dio) sono costituiti da preghiere, invocazioni, voti, processioni, autodafé, esercizi spirituali accompagnati spesso da manifestazioni spettacolari, sacrifici, raduni tenuti su  tematiche religiose ecc. Tale fenomenologia  ha alla base appunto la preghiera intesa come mezzo di contatto tra la realtà terrena e quella trascendente.

Ora è evidente che invocare ciò che non esiste è  insensato. Perché abbia un senso occorre che il referente esista davvero. Consegue che tutte le procedure volte a impetrare qualcosa da un’entità che non esiste sono anch’esse insensate. In particolare il sacrificio, ossia l’uccisione d’una creatura vivente, per ottenere la compiacenza d’un  destinatario che non c’è; tanto più se, come nel recente caso dell’ ISIS, porta anche all’uccisione di soggetti estranei rispetto al rito. Quest’ultima esasperazione rende addirittura pazzesca l’operazione indicata.

Ecco ora chiarirsi il rapporto tra relativismo e religione, nel senso che   con la progressiva diffusione del pensiero relativistico  tutte le  forme di mediazione tra un soggetto terreno e un assoluto sembrano destinate a sparire via via che ne viene smascherata l’assurdità, con conseguente perdita di potere da parte dei soggetti che si dichiarano titolari della mediazione. Un procedimento durato secoli e secoli si rivela privo di fondamento logico. E’ prevedibile perciò la progressiva caduta di tali forme con conseguente eliminazione dei privilegi che ne derivano. Con particolare riferimento alla chiesa cattolica sembra inevitabile che prima o poi questa istituzione si avvii a una perdita di potere dovuta appunto in primo luogo alla non credibilità della sua funzione mediatoria, sulla quale essa ha costruito il potere economico e politico che tutt’ora le appartiene.

Veniamo ora al secondo punto di vista, che ritiene la mediazione verso il divino una risorsa utile alla società. Molte culture infatti hanno avuto tale carattere, vari sistemi sociali hanno creduto nella sua importanza. Lo troviamo nelle città sumeriche, in quelle minoiche, nell’Egitto antico, nella cultura ebraica,  nelle società greche e romane, nel Sacro Romano Impero, nella società medioevale, ecc. Si tratta di capire se esso persista anche nella società industriale o se invece in quest’ultima si stia dissolvendo. L’avanzata d’una concezione relativistica della vita è destinata infatti ad estinguerlo, anche se in qualche contesto appare ancora influente per la consolazione individuale nei momenti dolorosi della vita.

E’ parere di chi scrive che nel mondo industriale avanzato tale forma di sostegno stia tramontando per varie ragioni, tra cui quella che il sacro è in crisi in tutti gli ambiti industriali, e che la scienza disattende le spiegazioni fondate sul miracolo o su qualche causa soprannaturale e  toglie credibilità a simili interventi  immaginari.

Perciò anche da un punto di vista consuetudinario, la preghiera, che, ripeto, è l’affermato veicolo della relazione tra il mondo reale e quello trascendente, tende a perdere l’antica importanza anche se, in certi contesti,  mantiene rilievo come mezzo di omologazione tra gli oranti o come affermazione d’ una qualche identità collettiva o come costume  utile alla stabilità individuale o sociale. E’ uno dei fattori che la cultura industriale esclude dal novero delle azioni aventi valore per il funzionamento della società, la quale si basa oggi su ben altre opzioni per integrare i propri scopi.

Dunque, comunque la si veda, la preghiera come istituzione nella società industriale appare in declino. Ciò che ne è rimasto appartiene al folclore oppure si è adattato a speculazioni politiche, ma come mezzo funzionale esce dal novero delle cose che contano.

La preghiera nella nostra attuale società sta sparendo? La risposta è sì. Se compariamo il rilievo che essa aveva nel medioevo (in un’epoca in cui essa fu oggetto di enorme affidamento ideale), con la situazione attuale ci rendiamo conto della tremenda perdita di valore che  ha subito. La società industriale l’ha per così dire svuotata, come ha fatto per altre forme comportamentali che furono rilevanti nel passato e oggi non lo sono più. Poche persone credono attualmente che interventi sovrannaturali valgano a risolvere i problemi della vita reale e a  migliorare la condizione umana. Il soprannaturale è stato concretamente sostituito con l’azione sociale. Non è più rilevante come solutore di problemi sociali o personali.

E’ prevedibile che la preghiera cessi di essere in un tempo più o meno vicino un  elemento importante della cultura e sia relegata tra i ricordi del tempo in cui esisteva un’ affidamento ingenuo a  poteri immaginari  privi di qualsiasi consistenza e si credeva che essa potesse migliorare la condizione umana. La società industriale è stata decisiva in questo processo che ovviamente non si verifica dove essa non è  stata ancora introdotta.

Agosto 2018