Author Archives:admin

Commento al saggio di LUC BOLTANSKI e ARNAUD ESQUERRE, ARRICCHIMENTO Una critica della merce, Il Mulino, 2019

Qual è la tesi sostenuta in questo saggio? Nell’ultima parte del XX secolo e all’inizio del XXI nelle società occidentali la produzione di merce non è più considerabile come il mezzo principale per massimizzare i profitti. La ricchezza può essere realizzata mediante la commercializzazione di oggetti e altre forme di attività quali la compravendita di entità pregiate, il collezionismo di opere d’arte, la musica dei grandi concerti, il lusso, il turismo e  forme analoghe. Alcune di queste sono esaminate con cura dagli autori come la moda e il cinema, l’acquisto e la vendita di immobili siti in località privilegiate, ecc. L’analisi degli autori si rivolge a questi campi un tempo considerati marginali e ne fa un sistema di nuovo tipo specialmente giocando sul prezzo, sulla differenza di prezzo e su fattori consimili.

Tra i protagonisti del nuovo corso gli autori includono i cosiddetti “creativi” cioè le persone dotate di capacità di realizzare il nuovo, ma non li fanno coincidere con la classe creativa agli inizi di questo secolo descritta da Richard Florida nel saggio  The rise of the creative class. Le ragioni della non identità mi sono piuttosto oscure. Resta comunque il fatto che Boltanski e Esquerre considerano i creativi a tutti i livelli come protagonisti del fenomeno di arricchimento per cose diverse dalla manifattura.

Mi sembra innegabile tuttavia che vi è un altro settore che gli autori non includono chiaramente tra le operazioni creative. Si tratta della scienza e della tecnologia via via nascente e legata alla prima. Il problema si può porre nei termini seguenti: Quale potrà essere il rapporto della società dell’arricchimento individuata dagli autori con queste entità che potremmo definire convitati di pietra di un nuovo banchetto?  Vi è poi un altro settore di azione umana che gli autori forse non hanno potuto considerare quando scrissero il testo. E cioè i movimenti e le forze umane sostenitrici di innovazione ecologica che attualmente fioriscono in tutto il pianeta.

A me non sembra che il saggio includa questi campi d’azione come rientranti al fenomeno dell’arricchimento. Tuttavia la non facile lettura  del testo può avermi indotto in errore impedendomi di vedere argomenti e fatti che invece sono stati sfiorati dagli autori.

Ottobre 2019.

TRIONFO E CRISI DELL’AUTOBIOGRAFIA

L’autobiografia è la narrazione della propria vita fatta da un soggetto che vuole rivelare se stesso alla società e al mondo. E’ un genere letterario di cui si può seguire la fenomenologia fino ai giorni nostri.

Questo articolo si propone di tratteggiare quest’ultima a partire dall’età romantica. La mia tesi è che ai giorni nostri è divenuto difficile e rischioso proporsi al pubblico in forma autobiografica e che spesso ciò avviene per pura e semplice vanità.

Nell’età romantica molti scrittori si esprimono in forma autobiografica. Chateaubriand scrive Mémoires d’outre tombe, vasto progetto autobiografico, Ugo Foscolo parla della propria soggettività ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Romanzi importanti come  I dolori del giovane Werter e Wilhelm Meister scoprono la personalità di Goethe  e le sue vicende personali. Casanova nell’ultima parte della sua vita detta I mémoires. Massimo D’Azeglio pubblica I miei ricordi in cui espone se stesso senza paura. Thomas Carlyle vede nell’eroe il protagonista e l’ispiratore della storia pensando a se stesso. Coloro che dettano simili autobiografie sono in genere letterati, scrittori o artisti che trovano del tutto naturale raccontare la propria vita ad un pubblico che quasi certamente li capirà.

Il XX secolo pone l’autobiografia a disposizione del capo politico. I dittatori e gli “eroi” di quel secolo si autoraccontano per imporre se stessi alle folle. Adolf Hitler scrive Mein Kampf per spiegare al mondo la propria missione. L’autobiografia passa nelle mani di seduttori delle masse e ne incarna gli scopi. Gustave Le Bon alla metà del XIX secolo anticipa questo fenomeno nell’opera La folla, studio della mentalità popolare.

       A partire dalla seconda parte del XX secolo l’autobiografia viene incorporata dall’uomo senza certezze che non ha punti d’appoggio esistenziali perché né la filosofia né la religione gli danno ormai sicurezza. Come racconta se stesso questo personaggio? Non è facile individuare la fenomenologia ultima che l’autobiografia assume. Essa persiste come esperienza personale, ma nessuno può garantire che sarà accolta e capita dal pubblico. Chi vuole affidarsi all’autobiografia può farlo, ma è un’esperienza rischiosa che può andare bene o male. La risposta del pubblico può essere di comprensione e solidarietà, oppure di rifiuto.

I personaggi che usano questo mezzo provengono da tutti gli strati sociali: uomini importanti, politici, imprenditori, sportivi, persone di secondo piano, tutti tuttavia sottoposti al rischio del  fallimento.

Un enorme narcisismo connota l’uomo odierno e si travasa nelle autobiografie dei soggetti che affollano il magma sociale. Un gran numero di persone è convinta di avere qualcosa da dire  in forma autobiografica. Ma il genus letterario indossa troppo spesso la veste della vanità. Il sociologo e antropologo tedesco William Graham Sumner in un libro famoso, Folkwais, sostiene che le grandi spinte che guidano l’uomo sono: la fame, il sesso, la vanità, la paura degli spiriti. Dobbiamo riconoscere a Samner il merito di aver visto nella vanità una delle pulsioni  più importanti dell’uomo. La vanità spinge oggi uomini dalla più diversa formazione a rivelare se stessi, a dire chi sono. Ma la comprensione del pubblico nei loro riguardi è tutt’altro che sicura.

Ottobre 2019

Commento al saggio di YUVAL NOAH HARARI, HOMO DEUS Breve storia del futuro, Bompiani, 2019

Il poderoso saggio che vorrei commentare è dovuto a Yuval Noah Harari docente presso la Hebrew University di Gerusalemme, già autore del bestseller Sapiens. Da animali a dei. Nella seconda metà del XX secolo – dice Harari – l’umanità è riuscita a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Nel XXI secolo l’uomo è in grado di coltivare l’ambizione di essere dio, di trasformare l’homo sapiens in homo deus. Robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno poste al servizio dell’immortalità e della felicità eterna?  Sembra proprio di sì. L’autore infatti si domanda:  il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo? Saremo in grado di proteggere il pianeta e noi stessi dai poteri divini che abbiamo acquisito? Nella visione di Harari i mezzi con cui l’umanità cercherà di conseguire le mete supreme sono la robotica, l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica.  Tra questi mezzi l’intelligenza artificiale sembra essere il più importante, foriero di conseguenze estreme, tanto da rendere davvero possibile il transito della specie all’immortalità.

Dirò perché la predizione di Harari non mi convince.

Egli assume in Homo Deus il ruolo dell’ “intellettuale profeta” che lancia messaggi e predice il futuro in forma utopica. Tale figura è stata importante al tempo delle ideologie, ma con la caduta di queste ha esaurito la sua funzione. E’ una figura anacronistica. La reviviscenza di essa nel nostro autore in  un’epoca come la nostra in cui il successo di un’idea dipende largamente dalla sua realizzabilità, a me pare fuori luogo. In Homo deus il facile intellettualismo di Harari è evidente.

Non è vero che nel XXI secolo l’uomo si senta dio. Ha constatato un forte miglioramento della sua condizione, questo sì, ma è ben lontano dal sentirsi divino. Attribuirgli tale convinzione è del tutto arbitrario.

La migliorata condizione ottenuta da una parte dell’umanità potrebbe regredire perché legata a variabili tuttora pendenti come situazioni geopolitiche del tipo conflitto tra USA e Cina, già ben visibile ai nostri giorni o eventi catastrofici sopravvenuti. L’improvviso mutamento delle condizioni di fatto in cui viene a trovarsi la specie umana non è nuovo nella storia. Perciò piuttosto che predire il futuro attraverso ipotesi nate dalla propria immaginazione è meglio cercare di costruirne i presupposti in termini di miglioramento progressivo. E’ comunque bene mettere da parte certe esagerazioni che in Harari sembrano macroscopiche. Il saggio dell’autore mi sembra pericolosamente basato proprio su queste.

Settembre 2019

COMMENTO ALL’INTERVENTO DELLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA URSULA VON DER LEYDEN SULLO STILE DI VITA EUROPEO, Settembre 2019

Un commento alle dichiarazioni della Presidente della Commissione Europea (Difendo lo stile di vita europeo) è per me piuttosto facile in quanto ne condivido la sostanza. Mi sembra corretto dire che la locuzione stile di vita equivale al concetto di “cultura” nell’accezione datale da Bronislaw Malinowski nel saggio Una teoria scientifica della cultura. Cosa intendeva Malinowski col termine cultura? L’insieme  delle soluzioni date ai problemi dell’esistenza come risposta ai bisogni corrispondenti. La cultura europea ha caratteristiche inconfondibili perché postula la difesa della dignità umana, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani compresi quelli delle persone appartenenti alle minoranze, il diritto al piacere e al godimento della vita, cioè a vivere quanto meglio è possibile. Questo cluster di valori viene integrato da altri elementi come la parità dei diritti tra uomo e donna, la libertà sessuale, il rifiuto del pensiero ideologico, la libertà di non credere a qualche assoluto religioso o politico.

Può questo insieme dar luogo a contrapposizioni rispetto ad altre culture? Certamente sì, perché vi sono nel mondo culture che non accettano affatto questi valori. Da questa constatazione discende alla cultura europea il diritto di difendere la propria esistenza rispetto a quelle che tali valori vorrebbero sopprimere.

La cultura europea ha diritto di tutelare i propri principi e chi si propone di guidarla ha il dovere di agire in tal senso. Sostiene questa tesi Ursula Von der Leyden quando dice “Dovremmo essere fieri del nostro stile di vita europeo in tutta le sue forme e dimensioni e dovremmo costantemente preservarlo, proteggerlo e coltivarlo.”

Uno sguardo gettato sul mondo d’oggi rivela che la nostra cultura ha un’identità preziosa e deve mantenere viva tale identità  con le azioni politiche più opportune. Per gli europei è questo il problema principale nel presente momento storico.

L’affermazione dei principi della cultura europea rispetto alle altre culture diventa una missione da compiere. La difesa rispetto ad altre culture fa parte dell’affermazione consapevole della nostra identità.

Settembre 2019.

Commento al saggio di Marco Santagata BOCCACCIO INDISCRETO IL MITO DI FIAMMETTA, Il Mulino 2019

Il saggio di Marco Santagata si aggiunge alle interpretazioni di grandi autori della letteratura italiana già scritte da Santagata con l’intento di rivelare aspetti umani di essi, al di là dei miti che li circondano. Questa volta il personaggio considerato è Giovanni Boccaccio nella parte della sua vita trascorsa a Napoli durante l’apprendistato di mercante col padre, nel corso del quale Boccaccio fa le prime prove letterarie.

Il periodo è segnato dal contrasto tra il padre che lo voleva mercante e la vocazione letteraria di Giovanni che aspirava a diventare un letterato. Il trasferimento a Napoli nel 1327 (Boccaccio è nato nel 1313) è lo scenario iniziale della contrapposizione. A Napoli il giovane Boccaccio trascorrerà sei anni e in questa città comporrà le prime opere, la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida, e nella stessa città avrà il presunto rapporto amoroso con la figlia naturale del re di Napoli, Maria D’Aquino, soprannominata Fiammetta. Segue l’abbandono improvviso di Napoli da parte del Boccaccio il quale si trasferirà a Firenze. “Il distacco da Napoli dev’essere stato doloroso e con ogni probabilità imposto” (pag. 143) dall’ostilità della corte Angioina, a causa di quel rapporto.

Un nuovo contesto accoglie il Boccaccio dopo l’addio a Napoli e in quest’ultimo nasce il Decamerone , ambientato sulle colline presso Firenze, dove Giovanni torna a servire il padre come mercante.

Boccaccio è stato l’inventore del “racconto”, della narrazione fatta in prosa, dunque il primo scrittore nei termini in cui noi intendiamo questa figura. Egli fonda un genere letterario che prima non esisteva. In  questo senso è già lontano da Dante e dal Petrarca che sono poeti non prosatori. Ma nel  Decamerone egli mostra altre qualità rispetto a quelle evidenti nelle opere del periodo napoletano. Un’ironia dissacratoria, uno stacco sorridente  sul comportamento umano, una diffidenza verso la trascendenza che nelle opere del periodo napoletano non esistevano. Come si spiega simile cambiamento? Forse con una crisi filosofica che sopravvenne in lui, una visione  nuova del mondo?  Ben poco sappiamo di tale passaggio ma esso è probabilmente alla base di uno dei caposaldi della nostra letteratura. Un mutamento personale molto lontano nei contenuti da Dante e dallo stesso Petrarca. Oggi lo consideriamo il vero Boccaccio.

Il saggio di Santagata aiuta a intendere come sia avvenuto questo passaggio, come si sia formata in Boccaccio la necessità interiore di “narrare”. Attraverso il dolore? E’ possibile. Ma in una materia come questa nulla è sicuro. Bisogna procedere per intuizioni intelligenti. E’ così a mio parere che ha fatto l’autore attraverso un’intrusione nella giovinezza di Boccaccio sulla quale pochi interpreti si sono avventurati.

Settembre 2019

VERSO UN CAPITALISMO INVESTITO DALL’IDEA DI “VITA”

In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 20 agosto 2019, Marilisa Palumbo riferisce che la Business Roundtable – organizzazione di 181 membri presieduta da Jamie Dimon di IpMorgan Chase – ha stabilito che accanto alla massimizzazione dei profitti ogni compagnia deve avere come scopo l’arricchimento della vita dei propri dipendenti, dei consumatori, dei fornitori e della comunità servendo gli azionisti in modo etico e rispettando l’ambiente.

Tale presa di posizione viene interpretata dall’autrice dell’articolo come una “svolta etica del capitalismo” in deroga al tradizionale principio formulato da Milton Friedmann che lo scopo di ogni impresa dev’essere solo l’arricchimento degli azionisti.

L’argomento non è nuovo. Io stesso in un saggio pubblicato nel 2003 da Franco Angeli – Il lavoro professionale e la civilizzazione del capitalismo – ne avevo adombrato i termini, dicendo che il lavoro professionale, con la valorizzazione della conoscenza che comportava, aveva come conseguenza, appunto, una forma migliore di capitalismo.

Ma ora questa tematica si presenta in termini diversi. Il difficile è capire quali sono realmente le nuove tendenze. Escluderei che siano  l’approdo ad un nuovo socialismo. Nessuna delle vie proposte ha tale carattere, cioè di un ritorno ai principi collettivistico-socialisti. In un altro senso a me sembra stia inclinando il capitalismo. Oltre che essere investito dall’influsso benefico della scienza, il capitalismo mostra di adeguarsi sempre più all’idea di “vita”. Ciò si può constatare riflettendo sullo sviluppo delle gratificazioni che vengono dalla musica, dal concerto di massa, dai cantautori, dai creativi, dai numerosi festival, da tutte le attività espressive che diventano sempre più frequentemente impresa.

Un  tempo il capitalismo era un fenomeno esclusivamente economico, ora non più. Enormi guadagni derivano da esibizioni musicali, da performances di attori famosi, da personalità indipendenti che danno al pubblico semplicemente se stesse. Uno sguardo attento va rivolto alle forme culturali di capitalismo che sembrano emergere da ogni parte. Ci si può arricchire recitando canzoni, inventando una qualche forma artistica, dirigendo un’orchestra, praticamente con qualsiasi attività creativa. Questo passaggio è evidentemente basato sull’idea di  sviluppo della “vita” del resto indicato anche nella dichiarazione della Business Roundtable.

L’identità del capitalismo dei nostri tempi è dunque  definita oltre che nel senso raccomandato dalla Business Roundtable, anche dalla scienza che modifica continuamente la produzione con le sue acquisizioni e dal vitalismo dei soggetti e delle istituzioni che ne plasmano  dall’interno i contenuti in un senso sempre più umano e culturale.

Agosto 2019.

Una nuova Fenomenologia in Attilio Taverna

di Gian Paolo Prandstraller

Fenomeno è ciò che appare, l’aspetto che una certa realtà fa vedere di sé. Qualcosa che ha una stretta parentela col processo che chiamiamo “ visualizzazione”, consistente nel rendere visibile un’entità di per sé non visibile. Fenomenologia è il discorso sui fenomeni, l’individuazione e descrizione di questi nella loro singolarità e nei rapporti con altri fenomeni.
Una fenomenologia rispecchia sempre una realtà determinata. Da una realtà emergono certi fenomeni, da un’altra Read More

Nord Est, giovani, prospettive

Nord Est, giovani, prospettive. Il lavoro di conoscere – Articolo

apparso sul Corriere del Veneto il 22 gennaio 2005

Durante la protesta avvenuta a Roma giorni or sono, gli insegnanti si sono definiti come “lavoratori della conoscenza”. L’evento contribuisce ad introdurre nel lessico e nella prassi sindacale una classificazione importante, quella – appunto – di lavoratore della conoscenza.

Il fenomeno riguarda in pieno il Nord Est, dato che i knowledge workers costituiscono una componente essenziale d’ogni società che fondi la propria produzione su saperi specifici, cosa che presto anche per il Nord Est sarà inevitabile.

Negli anni ’90 si cominciò a chiamare knowledge workers il gruppo umano che svolgeva attività basate su tali saperi, traendone i mezzi di vita e le funzioni; esso era caratterizzato dal ricorso costante ai principi fissati dalle scienze, dal requisito dell’autonomia, e da un’etica incorporata in codici etici.

L’identità sociologica dei knowledge workers è stata definita (soprattutto nei paesi anglosassoni) in una progressione che può essere riassunta come segue:

In una prima fase si è pensato vi rientrassero i professionisti appartenenti a professioni riconosciute (architetti, ingegneri, giornalisti, avvocati, medici, biologi, economisti, matematici, farmacologi, geologi, veterinari, commercialisti, astronomi, ecc.); gli addetti a funzioni superiori nei grandi servizi come la difesa, l’istruzione, la ricerca, la formazione, la comunicazione, ecc.; i managers dell’industria e del sistema finanziario dotati di preparazione specifica; infine i docenti universitari e i livelli medi o alti dell’insegnamento e della formazione.

Dopo la pubblicazione del libro di Richard Florida “The rise of the creative class” (2002), la definizione è stata allargata ai “creativi” – come scrittori, pubblicisti, registi, sceneggiatori, editori, artisti, designers, stilisti, illustratori, ecc., – e in genere a coloro che attraverso la propria inventività migliorano la vita civile e produttiva.

Si profila ora un nuovo allargamento della categoria che può essere molto importante: riguarda gli “imprenditori illuminati”, quelli che hanno compreso che una produzione valida presuppone un’efficace ricerca e idee innovative. Tale species da noi non è ancora molto estesa, ma la necessità di far leva sulle scienze per fronteggiare la sfida cinese lascia pensare che presto vi sarà anche da noi una trasformazione dell’imprenditore in un senso cognitivo.

Il gruppo dei knowledge workers è in evidente ascesa: la società non può rinunciare al contributo che esso dà allo sviluppo. Non è eccessivo pensare che dal loro intervento nei meccanismi portanti della società derivi il notevole potere che essi stanno acquisendo, capace – forse – di modificare in meglio il capitalismo, conferendogli valori (fondati sulla cultura) più alti di quelli strettamente speculativi che ora lo connotano.

Per quanto riguarda l’Italia (e naturalmente il Nord Est), occorre mettere in chiaro una cosa: è pericoloso ostacolare l’ascesa dei knowledge workers e deprimere categorie come gli insegnanti, gli educatori, i sanitari, gli ingegneri, i chimici, ecc.: occorre invece aiutarli e, per la parte di essi che ha un lavoro subordinato, garantire a questi attori sociali uno stipendio adeguato alla vita d’oggi. Occorre inoltre far capire ai giovani che è importante diventare lavoratori della conoscenza, perché ciò significa essere legittimati a entrare nella parte più viva dell’economia e della vita civile.

Guardare oltre la crisi

Guardare oltre la crisi. Stati generali per il Nord Est – Articolo apparso sul Corriere del Veneto l’1 Dicembre 2004

Alla constatazione della crisi del Nord – Est manca un elemento che a mio parere è essenziale: una proposta rifondativa, che costituisca la base d’un nuovo corso; che tracci i solchi lungo i quali potrà scorrere la ripresa.

Simile incipit potrebbe identificarsi con un Forum da farsi in una città trainante del Nord – Est, nel quale venga messo a punto, attraverso l’esame della crisi, il passaggio dalla produzione empirica e volontaristica di oggi, a una produzione scientifico-tecnologica. Questo passaggio sembra inevitabile, e un Forum del genere potrebbe definirne le principali modalità, nel riflesso di avvenimenti di grande portata come l’apparizione dei giganti economici (la Cina, l’India, ecc.) e d’un capitalismo di nuovo tipo.

Un evento del genere sarebbe nei fatti una radunata di stati generali sommata a un buon numero di esperti, qualcosa insomma che abbia carattere “costitutivo” per tutti gli operatori economici e culturali del Nord – Est.

Questa assise dovrebbe presentare almeno due caratteri di fondo.

1 – Non essere formata soltanto da imprenditori locali – pur nella presenza d’un folto gruppo di diretti interessati. Vi prendano parte imprenditori illuminati (anche di altri contesti), economisti, sociologi, rettori di università, scienziati, creativi, ecc.. Perché la futura impresa del Nord – Est deve aprirsi alle forze culturali e scientifiche più avanzate; porre e possibilmente dare una prima risposta a problemi che oggi si pongono quasi da soli, tanto grande ne è l’urgenza. Eccone alcuni, senza ovviamente escludere che altri ne appaiano:

Che tipo di formazione deve avere l’imprenditore nel prossimo futuro? Quali conoscenze, quali lingue, quali nozioni economiche e culturali deve possedere per affrontare adeguatamente i sistemi produttivi odierni?

Come si crea un Centro di ricerca? Quali mezzi sono necessari e con quali uomini occorre interagire perché il Centro raggiunga lo scopo cui è destinato, creare prodotti o servizi nuovi, originali, invasivi?

Come e da chi può essere aiutata la ricerca?

Con quali enti esterni occorre cooperare per poter gareggiare con le aree più avanzate, e in particolare con gli imprenditori del mondo orientale?

Quali campi vengono aperti dalle nuove scoperte scientifiche, quali bisogni collettivi aspettano una risposta? Come si ottengono le informazioni di prima mano sulle recenti avventure della scienza?

Quali istituzioni (scuole, centri di formazione, università, ecc.) occorre creare o, se già esistenti, potenziare, per adeguare il personale, i manager, e gli stessi imprenditori, alle istanze produttive più avanzate?

E’ ovvio che simili questioni non possono essere risolte da una singola assise. Ma è importante cominciare la progettazione d’un nuovo corso, che richiede, prima di tutto, una scossa a livello dei principi, delle strategie fondamentali del produrre. Benché l’empirismo abbia una sua validità, avere idee strategiche adatte ai nuovi tempi è inevitabile, se si vuole entrare nel clima economico che si prospetta, molto più difficile e pieno d’insidie di quello precedente.

Nord Est e prospettive

Nord Est e prospettive. Il punto di svolta – Articolo apparso sul Corriere del Veneto il 16 novembre 2004

Ho assistito al meeting sul Nord-est (<<Gli industriali alla prova del fare squadra>>) coordinato da Alessandra Carini il 12 novembre 2004 a Padova (Hotel Plaza), e vorrei esporre alcune impressioni che ne ho ricevuto – secondo la progressione seguente: 1) Tra le variabili che ineriscono alla crisi del Nord-est, una è rimasta lontana dal dibattito, la “conoscenza scientifica”. Dei nove partecipanti uno solo – Riccardo Illy – l’ha richiamata esplicitamente, sottolineando l’esigenza che l’impresa si adegui alla “società della conoscenza”. Su questo tema – la cui centralità è evidente – nessun altro relatore ha speso parola, se non indirettamente, mediante accenni alla necessità di salvaguardare le risorse umane (interventi di Andrea Tomat e Carlo Fratta Pasini); 2) Di conseguenza, la tematica della “Ricerca”, del come farla, del come finanziarla, è rimasta fuori dal dibattito, se si fa eccezione per l’esortazione di Massimo Calearo agli imprenditori perchè investano i loro soldi nel miglioramento dell’azienda anziché “comprarsi la casa a Cortina”. Uguale oblio sulla creazione di “Centri di ricerca” finanziati dalle imprese, senza aspettarsi soldi da enti pubblici. Eppure era proprio questo uno dei campi in cui era più necessario insistere e fare squadra; 3) Altro settore rimasto extra moenia: le difficoltà che devono essere fronteggiate da settori industriali specifici, e i rimedi conseguenti. Per esempio l’oreficeria, l’industria delle pelli, le scarpe, gli occhiali, il turismo ecc.. L’insufficienza delle autostrade e dei servizi (intervento di Cinzia Palazzetti) è risultato a chi ascoltava più importante di quanto fosse l’individuazione dei settori industriali in difficoltà; 4) Esili indicazioni sulle caratteristiche che dovrà assumere la figura imprenditoriale nel prossimo futuro. Le nuove idee su questo tema sono state, per così dire, circoscritte al “diritto dell’imprenditore di guadagnare più che può” (intervento dell’on. Maurizio Sacconi). Ma l’ovvio non fa novità. Occorreva dire se l’imprenditore del Nord-est ha o no – oggi – chances concrete di costruire qualcosa d’innovativo, di dare cioè un contributo allo scottante tema della competitività – specie di fronte ai sistemi economici emergenti, come la Cina e l’India; 5) L’impressione ricavabile dall’incontro è che vi siano pochi imprenditori illuminati che si rendono conto della delicatezza del momento (specie dinanzi alla sfida cinese); la maggioranza discute di fattori già recepiti dal tessuto economico, come la delocalizzazione, l’economia assistita, l’aiuto da parte delle banche, la critica alle burocrazie, l’incombente influenza dei media: in altre parole non arriva al clou dell’empasse odierna.

E’ conseguenziale che si punti sull’imprenditore illuminato per scuotere un insieme di attori economici di statura qualitativamente inferiore al loro peso sociale. Se – per ora – il sistema non coglie i problemi di fondo, siano benedetti i pochi che hanno compreso essere la commerciabilità dei prodotti legata, ormai, all’eccellenza e novità di questi, e dunque alla ricerca scientifica e alle idee che nei fatti rendono possibile l’aumento del livello.

Con questo non deve venir meno l’ottimismo – ma i successi verranno solo se l’arretratezza che dorme sugli allori sarà messa da parte.