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Commento al saggio di LUC BOLTANSKI e ARNAUD ESQUERRE, ARRICCHIMENTO Una critica della merce, Il Mulino, 2019

Qual è la tesi sostenuta in questo saggio? Nell’ultima parte del XX secolo e all’inizio del XXI nelle società occidentali la produzione di merce non è più considerabile come il mezzo principale per massimizzare i profitti. La ricchezza può essere realizzata mediante la commercializzazione di oggetti e altre forme di attività quali la compravendita di entità pregiate, il collezionismo di opere d’arte, la musica dei grandi concerti, il lusso, il turismo e  forme analoghe. Alcune di queste sono esaminate con cura dagli autori come la moda e il cinema, l’acquisto e la vendita di immobili siti in località privilegiate, ecc. L’analisi degli autori si rivolge a questi campi un tempo considerati marginali e ne fa un sistema di nuovo tipo specialmente giocando sul prezzo, sulla differenza di prezzo e su fattori consimili.

Tra i protagonisti del nuovo corso gli autori includono i cosiddetti “creativi” cioè le persone dotate di capacità di realizzare il nuovo, ma non li fanno coincidere con la classe creativa agli inizi di questo secolo descritta da Richard Florida nel saggio  The rise of the creative class. Le ragioni della non identità mi sono piuttosto oscure. Resta comunque il fatto che Boltanski e Esquerre considerano i creativi a tutti i livelli come protagonisti del fenomeno di arricchimento per cose diverse dalla manifattura.

Mi sembra innegabile tuttavia che vi è un altro settore che gli autori non includono chiaramente tra le operazioni creative. Si tratta della scienza e della tecnologia via via nascente e legata alla prima. Il problema si può porre nei termini seguenti: Quale potrà essere il rapporto della società dell’arricchimento individuata dagli autori con queste entità che potremmo definire convitati di pietra di un nuovo banchetto?  Vi è poi un altro settore di azione umana che gli autori forse non hanno potuto considerare quando scrissero il testo. E cioè i movimenti e le forze umane sostenitrici di innovazione ecologica che attualmente fioriscono in tutto il pianeta.

A me non sembra che il saggio includa questi campi d’azione come rientranti al fenomeno dell’arricchimento. Tuttavia la non facile lettura  del testo può avermi indotto in errore impedendomi di vedere argomenti e fatti che invece sono stati sfiorati dagli autori.

Ottobre 2019.

TRIONFO E CRISI DELL’AUTOBIOGRAFIA

L’autobiografia è la narrazione della propria vita fatta da un soggetto che vuole rivelare se stesso alla società e al mondo. E’ un genere letterario di cui si può seguire la fenomenologia fino ai giorni nostri.

Questo articolo si propone di tratteggiare quest’ultima a partire dall’età romantica. La mia tesi è che ai giorni nostri è divenuto difficile e rischioso proporsi al pubblico in forma autobiografica e che spesso ciò avviene per pura e semplice vanità.

Nell’età romantica molti scrittori si esprimono in forma autobiografica. Chateaubriand scrive Mémoires d’outre tombe, vasto progetto autobiografico, Ugo Foscolo parla della propria soggettività ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Romanzi importanti come  I dolori del giovane Werter e Wilhelm Meister scoprono la personalità di Goethe  e le sue vicende personali. Casanova nell’ultima parte della sua vita detta I mémoires. Massimo D’Azeglio pubblica I miei ricordi in cui espone se stesso senza paura. Thomas Carlyle vede nell’eroe il protagonista e l’ispiratore della storia pensando a se stesso. Coloro che dettano simili autobiografie sono in genere letterati, scrittori o artisti che trovano del tutto naturale raccontare la propria vita ad un pubblico che quasi certamente li capirà.

Il XX secolo pone l’autobiografia a disposizione del capo politico. I dittatori e gli “eroi” di quel secolo si autoraccontano per imporre se stessi alle folle. Adolf Hitler scrive Mein Kampf per spiegare al mondo la propria missione. L’autobiografia passa nelle mani di seduttori delle masse e ne incarna gli scopi. Gustave Le Bon alla metà del XIX secolo anticipa questo fenomeno nell’opera La folla, studio della mentalità popolare.

       A partire dalla seconda parte del XX secolo l’autobiografia viene incorporata dall’uomo senza certezze che non ha punti d’appoggio esistenziali perché né la filosofia né la religione gli danno ormai sicurezza. Come racconta se stesso questo personaggio? Non è facile individuare la fenomenologia ultima che l’autobiografia assume. Essa persiste come esperienza personale, ma nessuno può garantire che sarà accolta e capita dal pubblico. Chi vuole affidarsi all’autobiografia può farlo, ma è un’esperienza rischiosa che può andare bene o male. La risposta del pubblico può essere di comprensione e solidarietà, oppure di rifiuto.

I personaggi che usano questo mezzo provengono da tutti gli strati sociali: uomini importanti, politici, imprenditori, sportivi, persone di secondo piano, tutti tuttavia sottoposti al rischio del  fallimento.

Un enorme narcisismo connota l’uomo odierno e si travasa nelle autobiografie dei soggetti che affollano il magma sociale. Un gran numero di persone è convinta di avere qualcosa da dire  in forma autobiografica. Ma il genus letterario indossa troppo spesso la veste della vanità. Il sociologo e antropologo tedesco William Graham Sumner in un libro famoso, Folkwais, sostiene che le grandi spinte che guidano l’uomo sono: la fame, il sesso, la vanità, la paura degli spiriti. Dobbiamo riconoscere a Samner il merito di aver visto nella vanità una delle pulsioni  più importanti dell’uomo. La vanità spinge oggi uomini dalla più diversa formazione a rivelare se stessi, a dire chi sono. Ma la comprensione del pubblico nei loro riguardi è tutt’altro che sicura.

Ottobre 2019

Commento al saggio di YUVAL NOAH HARARI, HOMO DEUS Breve storia del futuro, Bompiani, 2019

Il poderoso saggio che vorrei commentare è dovuto a Yuval Noah Harari docente presso la Hebrew University di Gerusalemme, già autore del bestseller Sapiens. Da animali a dei. Nella seconda metà del XX secolo – dice Harari – l’umanità è riuscita a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Nel XXI secolo l’uomo è in grado di coltivare l’ambizione di essere dio, di trasformare l’homo sapiens in homo deus. Robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno poste al servizio dell’immortalità e della felicità eterna?  Sembra proprio di sì. L’autore infatti si domanda:  il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo? Saremo in grado di proteggere il pianeta e noi stessi dai poteri divini che abbiamo acquisito? Nella visione di Harari i mezzi con cui l’umanità cercherà di conseguire le mete supreme sono la robotica, l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica.  Tra questi mezzi l’intelligenza artificiale sembra essere il più importante, foriero di conseguenze estreme, tanto da rendere davvero possibile il transito della specie all’immortalità.

Dirò perché la predizione di Harari non mi convince.

Egli assume in Homo Deus il ruolo dell’ “intellettuale profeta” che lancia messaggi e predice il futuro in forma utopica. Tale figura è stata importante al tempo delle ideologie, ma con la caduta di queste ha esaurito la sua funzione. E’ una figura anacronistica. La reviviscenza di essa nel nostro autore in  un’epoca come la nostra in cui il successo di un’idea dipende largamente dalla sua realizzabilità, a me pare fuori luogo. In Homo deus il facile intellettualismo di Harari è evidente.

Non è vero che nel XXI secolo l’uomo si senta dio. Ha constatato un forte miglioramento della sua condizione, questo sì, ma è ben lontano dal sentirsi divino. Attribuirgli tale convinzione è del tutto arbitrario.

La migliorata condizione ottenuta da una parte dell’umanità potrebbe regredire perché legata a variabili tuttora pendenti come situazioni geopolitiche del tipo conflitto tra USA e Cina, già ben visibile ai nostri giorni o eventi catastrofici sopravvenuti. L’improvviso mutamento delle condizioni di fatto in cui viene a trovarsi la specie umana non è nuovo nella storia. Perciò piuttosto che predire il futuro attraverso ipotesi nate dalla propria immaginazione è meglio cercare di costruirne i presupposti in termini di miglioramento progressivo. E’ comunque bene mettere da parte certe esagerazioni che in Harari sembrano macroscopiche. Il saggio dell’autore mi sembra pericolosamente basato proprio su queste.

Settembre 2019

COMMENTO ALL’INTERVENTO DELLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA URSULA VON DER LEYDEN SULLO STILE DI VITA EUROPEO, Settembre 2019

Un commento alle dichiarazioni della Presidente della Commissione Europea (Difendo lo stile di vita europeo) è per me piuttosto facile in quanto ne condivido la sostanza. Mi sembra corretto dire che la locuzione stile di vita equivale al concetto di “cultura” nell’accezione datale da Bronislaw Malinowski nel saggio Una teoria scientifica della cultura. Cosa intendeva Malinowski col termine cultura? L’insieme  delle soluzioni date ai problemi dell’esistenza come risposta ai bisogni corrispondenti. La cultura europea ha caratteristiche inconfondibili perché postula la difesa della dignità umana, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani compresi quelli delle persone appartenenti alle minoranze, il diritto al piacere e al godimento della vita, cioè a vivere quanto meglio è possibile. Questo cluster di valori viene integrato da altri elementi come la parità dei diritti tra uomo e donna, la libertà sessuale, il rifiuto del pensiero ideologico, la libertà di non credere a qualche assoluto religioso o politico.

Può questo insieme dar luogo a contrapposizioni rispetto ad altre culture? Certamente sì, perché vi sono nel mondo culture che non accettano affatto questi valori. Da questa constatazione discende alla cultura europea il diritto di difendere la propria esistenza rispetto a quelle che tali valori vorrebbero sopprimere.

La cultura europea ha diritto di tutelare i propri principi e chi si propone di guidarla ha il dovere di agire in tal senso. Sostiene questa tesi Ursula Von der Leyden quando dice “Dovremmo essere fieri del nostro stile di vita europeo in tutta le sue forme e dimensioni e dovremmo costantemente preservarlo, proteggerlo e coltivarlo.”

Uno sguardo gettato sul mondo d’oggi rivela che la nostra cultura ha un’identità preziosa e deve mantenere viva tale identità  con le azioni politiche più opportune. Per gli europei è questo il problema principale nel presente momento storico.

L’affermazione dei principi della cultura europea rispetto alle altre culture diventa una missione da compiere. La difesa rispetto ad altre culture fa parte dell’affermazione consapevole della nostra identità.

Settembre 2019.

Commento al saggio di Marco Santagata BOCCACCIO INDISCRETO IL MITO DI FIAMMETTA, Il Mulino 2019

Il saggio di Marco Santagata si aggiunge alle interpretazioni di grandi autori della letteratura italiana già scritte da Santagata con l’intento di rivelare aspetti umani di essi, al di là dei miti che li circondano. Questa volta il personaggio considerato è Giovanni Boccaccio nella parte della sua vita trascorsa a Napoli durante l’apprendistato di mercante col padre, nel corso del quale Boccaccio fa le prime prove letterarie.

Il periodo è segnato dal contrasto tra il padre che lo voleva mercante e la vocazione letteraria di Giovanni che aspirava a diventare un letterato. Il trasferimento a Napoli nel 1327 (Boccaccio è nato nel 1313) è lo scenario iniziale della contrapposizione. A Napoli il giovane Boccaccio trascorrerà sei anni e in questa città comporrà le prime opere, la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida, e nella stessa città avrà il presunto rapporto amoroso con la figlia naturale del re di Napoli, Maria D’Aquino, soprannominata Fiammetta. Segue l’abbandono improvviso di Napoli da parte del Boccaccio il quale si trasferirà a Firenze. “Il distacco da Napoli dev’essere stato doloroso e con ogni probabilità imposto” (pag. 143) dall’ostilità della corte Angioina, a causa di quel rapporto.

Un nuovo contesto accoglie il Boccaccio dopo l’addio a Napoli e in quest’ultimo nasce il Decamerone , ambientato sulle colline presso Firenze, dove Giovanni torna a servire il padre come mercante.

Boccaccio è stato l’inventore del “racconto”, della narrazione fatta in prosa, dunque il primo scrittore nei termini in cui noi intendiamo questa figura. Egli fonda un genere letterario che prima non esisteva. In  questo senso è già lontano da Dante e dal Petrarca che sono poeti non prosatori. Ma nel  Decamerone egli mostra altre qualità rispetto a quelle evidenti nelle opere del periodo napoletano. Un’ironia dissacratoria, uno stacco sorridente  sul comportamento umano, una diffidenza verso la trascendenza che nelle opere del periodo napoletano non esistevano. Come si spiega simile cambiamento? Forse con una crisi filosofica che sopravvenne in lui, una visione  nuova del mondo?  Ben poco sappiamo di tale passaggio ma esso è probabilmente alla base di uno dei caposaldi della nostra letteratura. Un mutamento personale molto lontano nei contenuti da Dante e dallo stesso Petrarca. Oggi lo consideriamo il vero Boccaccio.

Il saggio di Santagata aiuta a intendere come sia avvenuto questo passaggio, come si sia formata in Boccaccio la necessità interiore di “narrare”. Attraverso il dolore? E’ possibile. Ma in una materia come questa nulla è sicuro. Bisogna procedere per intuizioni intelligenti. E’ così a mio parere che ha fatto l’autore attraverso un’intrusione nella giovinezza di Boccaccio sulla quale pochi interpreti si sono avventurati.

Settembre 2019

VERSO UN CAPITALISMO INVESTITO DALL’IDEA DI “VITA”

In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 20 agosto 2019, Marilisa Palumbo riferisce che la Business Roundtable – organizzazione di 181 membri presieduta da Jamie Dimon di IpMorgan Chase – ha stabilito che accanto alla massimizzazione dei profitti ogni compagnia deve avere come scopo l’arricchimento della vita dei propri dipendenti, dei consumatori, dei fornitori e della comunità servendo gli azionisti in modo etico e rispettando l’ambiente.

Tale presa di posizione viene interpretata dall’autrice dell’articolo come una “svolta etica del capitalismo” in deroga al tradizionale principio formulato da Milton Friedmann che lo scopo di ogni impresa dev’essere solo l’arricchimento degli azionisti.

L’argomento non è nuovo. Io stesso in un saggio pubblicato nel 2003 da Franco Angeli – Il lavoro professionale e la civilizzazione del capitalismo – ne avevo adombrato i termini, dicendo che il lavoro professionale, con la valorizzazione della conoscenza che comportava, aveva come conseguenza, appunto, una forma migliore di capitalismo.

Ma ora questa tematica si presenta in termini diversi. Il difficile è capire quali sono realmente le nuove tendenze. Escluderei che siano  l’approdo ad un nuovo socialismo. Nessuna delle vie proposte ha tale carattere, cioè di un ritorno ai principi collettivistico-socialisti. In un altro senso a me sembra stia inclinando il capitalismo. Oltre che essere investito dall’influsso benefico della scienza, il capitalismo mostra di adeguarsi sempre più all’idea di “vita”. Ciò si può constatare riflettendo sullo sviluppo delle gratificazioni che vengono dalla musica, dal concerto di massa, dai cantautori, dai creativi, dai numerosi festival, da tutte le attività espressive che diventano sempre più frequentemente impresa.

Un  tempo il capitalismo era un fenomeno esclusivamente economico, ora non più. Enormi guadagni derivano da esibizioni musicali, da performances di attori famosi, da personalità indipendenti che danno al pubblico semplicemente se stesse. Uno sguardo attento va rivolto alle forme culturali di capitalismo che sembrano emergere da ogni parte. Ci si può arricchire recitando canzoni, inventando una qualche forma artistica, dirigendo un’orchestra, praticamente con qualsiasi attività creativa. Questo passaggio è evidentemente basato sull’idea di  sviluppo della “vita” del resto indicato anche nella dichiarazione della Business Roundtable.

L’identità del capitalismo dei nostri tempi è dunque  definita oltre che nel senso raccomandato dalla Business Roundtable, anche dalla scienza che modifica continuamente la produzione con le sue acquisizioni e dal vitalismo dei soggetti e delle istituzioni che ne plasmano  dall’interno i contenuti in un senso sempre più umano e culturale.

Agosto 2019.

COMMENTO ALL’ARTICOLO DI SERGIO ROMANO “UTILITA’ DELLA SCONFITTA. ILLUSIONI DELLA VITTORIA” in LA LETTURA Corriere della Sera, Domenica 18 Agosto 2019

La conclusione teorica di questo articolo di Sergio Romano sembra essere la seguente: “Le vittorie militari nuocciono spesso ai vincitori ma possono giovare qualche volta ai Pesi sconfitti” (pag.5). L’ambiguità della massima ne svuota in parte la rilevanza, ne resta però la pretesa di stabilire un principio, cioè che possono venire premiati i vinti e puniti i vincitori.

A me sembra tuttavia che questa tesi non sia stata affatto convalidata dalla seconda guerra mondiale che ha premiato vistosamente uno dei vincitori, cioè gli Stati Uniti d’America. L’emersione di questa potenza come protagonista principale nella geopolitica è del tutto evidente. Anteriormente al primo conflitto mondiale gli USA non esistevano come potenza dominante, anche se Wilson li ha fatti scendere in campo nel medesimo,  dopo la seconda sono diventati i “padroni del mondo” ed è molto dubbio che oggi stiano perdendo questa qualifica.

Si configura invece un’altra situazione: accanto agli USA si pone una potenza, la Cina, che non esisteva come tale all’inizio della seconda guerra mondiale. Essa contende agli Stati Uniti il primato nel mondo. Ma è troppo presto per dire che ci riuscirà, perché gli USA non hanno alcuna intenzione di farsi portare via l’ambito trofeo.

Frettolosi appaiono i giudizi sull’attuale Presidente USA Donald Trump, considerato da molti commentatori inattendibile, ma che è sempre al centro delle politiche mondiali e tutt’altro che disposto a ritirarsi dalla scena. Se Donal Trump verrà rieletto presidente, chi potrà dire che gli USA stanno perdendo il primato conquistato nella seconda guerra mondiale?

La massima coniata da Sergio Romano è dunque tutt’altro che dimostrata sulla base della storia reale. Essa ipotizza solo uno degli sbocchi possibili nel gioco degli eventi che si possono verificare.

Personalmente penso che le potenzialità USA siano tutt’ora enormi e che il preannuncio di una loro prossima decadenza sia un azzardo pericoloso. Le sconfitte subite dopo la seconda guerra mondiale non sono sufficienti a decretarne l’involuzione. Vi sono esempi storici di potenze sconfitte che hanno vinto la partita finale. Esempio classico: quello dell’antica Roma umiliata da Annibale nella seconda guerra punica ma vincitrice della terza. Molto dipenderà dalla capacità di creare o scoprire nuove tecnologie e su questo terreno la battaglia tra i due contendenti  è tutt’altro che finita.

Un confronto dall’esito incerto, ma gli USA potrebbero ripetere ciò che è avvenuto negli anni ’80 del XX secolo nel duello USA – URSS. Allora il Presidente americano era Reagan, oggi è Trump. La partita è aperta, ma è imprudente dare fin d’ora  la vittoria all’una o all’altra entità sfidante, sulla base di un aforisma, come sembra fare Sergio Romano nel suo articolo.

Agosto 2019.

AUTOCOMMENTO AL SAGGIO L’UNIVERSO E NOI. COSMOLOGIA ED ESISTENZA ALLA FINE DEL XX SECOLO, Franco Angeli Editore, 25 anni dopo la pubblicazione avvenuta nel 1994

Nel 1991 pubblicai con Laterza L’uomo senza certezze e le sue qualità, nel quale sostenevo che l’idea di certezza stava abbandonando la cultura occidentale e che l’uomo senza certezze era migliore del suo predecessore ideologico-dogmatico. Nel 1994 uscì L’universo e noi per l’editore Franco Angeli. Nel Prologo sostenevo che “il decennio ’80 (del XX secolo) segnava il passaggio verso un tipo d’uomo diverso da quello che aveva dominato la società occidentale dall’inizio del secolo in avanti”. Si trattava d’un soggetto che proponeva idee quali impermanenza, complessità, irreversibilità, impredicibilità, mutamento continuo. Ciò aveva uno stretto legame con la cosmologia, teoria del cosmo emersa nella seconda parte del XX secolo. Questa scienza rendeva inevitabile il transito dell’uomo occidentale ad una concezione relativistica della vita e del mondo.

Venticinque anni dopo si può capire se questa analisi fosse corretta ed è questo lo scopo dell’articolo qui presentato. La risposta è sì, lo era. La cosmologia sta arrivando alla comprensione della gente comune. Il fatto che siamo solo un piccolissimo evento in un enorme universo evolutivo sta determinando l’avvento d’un uomo di nuovo genere. Idee come assoluto, certezza, valore indiscutibile sono in piena crisi, le ideologie sono cadute, le religioni di salvazione vengono abbandonate, le proposte cognitive sostenute solo sa deboli prove ripiegano su sè stesse, s’impone una nuova visione della condizione umana. E’ evidente che quest’ultima è irrimediabilmente problematica, segnata dalla necessità di risolvere problemi sempre nuovi. Si può constatare l’avvento d’ una mentalità relativistica che considera il mondo, la vita umana e il pensiero come condizionati, incerti e problematici, non più comunque ancorabili a qualche certezza.

Ecco infine la domanda: quali sono i veri bisogni dell’uomo nella situazione che si è creata?

Nel saggio del 1994 la risposta: Attività, Conoscenza, Comunicazione, Intimità.

Attività: una cultura attenta ai termini reali della condizione umana deve vedere nell’attività il mezzo basilare attraverso il quale la specie tutela la propria sussistenza. Via la contemplazione, via la mistica, niente di trascendente ci aiuta. Azione, invece, strettamente legata al coraggio di vivere.

Conoscenza: la conoscenza che serve soprattutto è quella scientifica, basata su metodi sperimentali. Nel momento in cui l’universo ci presenta la sua nuova identità il bisogno di conoscenza diventa per la specie umana più impellente che mai.

Comunicazione: l’unica comunicazione che conta è quella che ci fa capire i problemi degli altri e crea una collaborazione ideale tra colui che trasmette e colui che riceve, per risolvere insieme i problemi della vita. Andare verso una società capace di sostituire l’attuale desiderio di dominio con un desiderio forte di scambio intersoggettivo.

Intimità: Appena affacciato sulla visione cosmica l’uomo capisce quanto sia importante quella parte del sé che per essere segreta e separata dal segreto degli altri è definita l’intimo. Necessità dell’intimo significa che diventano obiettivi primari della nostra azione le persone che amiamo.

Da tutto questo deduco l’attualità del saggio pubblicato 25 anni fa. Chi ha compreso il significato profondo del rapporto uomo-universo arriva oggi come allora alla conclusione indicata.

In questo lungo periodo, l’interpretazione del mondo e di noi stessi ha avuto una sola contraddizione rilevante: il terrorismo di matrice religiosa. E’ stato un’estrema invocazione dell’assoluto che ha prodotto. come tutti sanno, effetti terribili. Tale fenomeno ha intersecato i 25 anni, ma non ha interrotto il percorso relativistico della cultura occidentale, oggi più che mai evidenti.

Agosto 2019.

COMMENTO AL SAGGIO DI KYLE HARPER IL DESTINO DI ROMA Clima, epidemie e la fine di un impero, Einaudi 2019

La tesi proposta da Kyle Harper (docente di lettere classiche nella University of Oklahoma) nel saggio indicato, è la seguente: la durata complessiva dell’impero romano, da Romolo alla fine, va dall’VIII secolo a. C. al V secolo d.C. Causa fondamentale della caduta fu il cambiamento climatico unito alle malattie infettive. William Mc Neill, scrive Harper, nel suo studio Plagues and Peoples (La peste nella storia) ha anticipato questa tesi : una serie di fattori naturali e geopolitici hanno reso possibile la circolazione dei germi infettivi provocando alla fine la caduta del gigante.

La tesi di Harper passa attraverso un’analisi minuziosa dei periodi nei quali i fenomeni distruttivi si produssero, con periodi di resilienza – cioè di reazione e di riorganizzazione – fino al crollo definitivo dell’impero. Il primo di tali momenti fu all’epoca di Marco Aurelio quando una pandemia interruppe l’espansione economica e demografica del sistema. Il secondo nel III secolo quando siccità, pestilenza e disordine politico portarono alla prima frana dell’insieme. Il terzo tra la fine del IV  secolo e l’inizio del V quando la forza di coesione dell’impero fu definitivamente spezzata. Nell’età di Giustiniano, con origine a Costantinopoli, si ebbe infine la pestilenza forse più grave e irrimediabile, e dunque conclusiva.

E’ di grande livello intellettuale il capitolo intitolato “L’età più felice”, l’epoca degli Antonini, nella quale si realizzò l’optimum climatico romano, al quale corrisponde la capacità di governo dell’impero affidata ad un’élite senatoriale in grado di dirigere le trenta legioni che vigilavano sulla sicurezza interna ed esterna, l’aumento della popolazione, la capacità di approvvigionamenti delle città e di Roma, lo sviluppo dell’agricoltura, ecc.

“Nel corso del I secolo, un impero costruito con conquiste militari si presentava come un ambito territoriale unificato attraverso un sistema di entrate fiscali razionali seppure eterogenee. Di tanto in tanto l’esercito romano riprendeva a organizzare qualche campagna di conquista su larga scala, ma la maggior parte della sua attività era di natura difensiva e potrebbe descriversi come un misto di ingegneria civile e di  sorveglianza locale.” (pag. 76) Ma, scrive Harper, una pestilenza si abbatte su questo sistema. Secondo l’autore si trattava di vaiolo. Il fatto che esistevano grandi città, la mancanza d’igiene, il caldo dei periodi estivi e altre causali di contagio, provocarono l’infezione. Anche la malaria si diffuse ad ampio raggio.

L’autore elenca tutte le epidemie conosciute nel periodo. Dal 65 a.C.  al 148 d.C.  si registrarono nell’impero gravissime pestilenze. Tra la metà e la fine del 168 d.C.  la pandemia detta peste antonina colpì con violenza le truppe stanziate ad Aquileia, diffondendosi poi in tutto il mondo. L’esercito stesso fu devastato. Si trattava di peste e di vaiolo.

Dopo gli Antonini si afferma la dinastia dei Severi, durante la quale si nota una nuova fioritura culturale ed economica. Sotto la dinastia dei Severi l’impero recupera il proprio equilibrio. Ma verso la fine di quel periodo dinastico ecco una nuova pestilenza. Il bilancio delle vittime è pesante. “Verso la metà del III secolo si disintegrò il sistema difensivo del Reno, attorno al 256 d.C. Franchi e Alemanni razziarono le ricche province della Gallia; di fatto nell’arco di una generazione, quel territorio fu preda di grandi saccheggi” (pag.187).

Ancora una ripresa sotto l’imperatore Aureliano (270-275 d.C.) e verso la fine del IV secolo l’impero era ancora in piedi. Diocleziano nei suoi venti anni di governo (284-305 d.C.) fece molte riforme e introdusse la tetrarchia. Nel frattempo si manifestava una mutazione climatica e apparivano nuove epidemie.

Durante il regno di Giustiniano nell’impero di Oriente (dal 527 al 565 d.C.) scoppiò quella che fu chiamata Yersinia pestis trasmessa dai ratti. Si manifestava con febbre e con un bubbone rigonfio. Quando le vittime non morivano subito, apparivano in tutto il corpo delle pustole nerastre, a tale fase seguiva la morte. La peste si estese al nord Africa, alla Spagna, all’Italia, alla Gallia, alla Germania, alla Britannia e si portò via metà della popolazione. “La prima pandemia durò dall’arrivo della Y.  pestis, nel 541, al suo ultimo ruggito nel 749.” (pag. 298)

La tesi di Harper è sostenuta da una narrazione brillante, ricca di riferimenti storici, di biografie di grandi personaggi come Galeno, letterariamente sontuosa. La prosa è di prim’ordine. La tesi proposta scatenerà un dibattito perché attribuisce a cause naturali patogene ciò che altri teorici della caduta dell’impero romano hanno attribuito a ragioni politiche. Il punto di vista dell’autore è riccamente motivato. Il saggio Il destino di Roma introduce nell’interpretazione della caduta dell’impero romano un elemento nuovo che non è possibile ignorare.

Luglio 2019

Commento al saggio di ALAINE TOURAINE IN DIFESA DELLA MODERNITA’ Raffaello Cortina Editore, 2019

Quest’opera di Alaine Touraine, ben noto sociologo francese, presenta alcune caratteristiche inconfondibili. E’ un consuntivo dell’iter professionale dell’autore, che dichiara essere questa la sua ultima opera, si profonde in ringraziamenti rivolti a studiosi e collaboratori di ogni parte del mondo (“che hanno condiviso i miei interrogativi e sono rimasti convinti delle mie risposte” pag. 29), e nell’introduzione generale annuncia subito il locus di fondo identificato col termine “creatività”.

Questo tema conduce l’autore a individuare il tipo di società ch’egli vede dinnanzi a noi, da lui definita ipermoderna, in quanto categoria scalarmente superiore alla precedente definita postmoderna. “La società ipermoderna a differenza di quelle che l’hanno preceduta, produce prima di tutto creatività” (pag. 19). La creatività è dunque l’argomento principale dell’opera e – scrive l’autore – “possiamo affermare che il XXI secolo sarà quello dello scontro tra la soggettivizzazione e la desoggettivizzazione” (pag. 20). Segue una prima conclusione: “L’idea di modernità non è affidata al mondo delle macchine, è affidata a noi come creatori e liberatori di noi stressi” (pag.20). Poi prosegue “In questo libro sosterrò che è la coscienza <<piena, intera e soprattutto diretta>> della creatività umana a costituire il perno centrale dell’azione nelle società ipermoderne. In esse gli attori non solo non sono governati dalla ricerca dell’utilità individuale o collettiva, ma sono pienamente coscienti della propria creatività. Se per tanto tempo abbiamo imparato a difendere l’educazione come socializzazione, cioè come preparazione a ricoprire ruoli indispensabili alla vita sociale, ora è la creatività, rafforzata da un crescente individualismo, a indurre gli attori a decidere le finalità dei loro comportamenti,” (pag. 26) .

La conclusione di tutto il discorso è la seguente: “La modernità è il passaggio dalla legge di Dio o della natura alla legge umana cosciente della propria capacità e volontà di autocreazione, di autotrasformazione e di autodistruzione” (pag.41). In capo a tale itinerario concettuale  l’autore si dichiara avversario di ogni concezione deterministica, di tipo economico o politico e di ogni soggezione alle tecnologie e alla stessa scienza se fattore deterministico e cogente.

Un rilievo critico particolare assegna Touraine agli attori della società ipermoderna, coloro cioè che a suo parere la rendono possibile. Alla base di questa ricerca sta la costruzione d’un nuovo soggetto umano. E’ un soggetto che non dipende dall’economia, come accadeva nella società industriale, ma prende atto dell’interdipendenza tra problemi economici, sociali e problemi internazionali, nonché della vita individuale. L’autore dà atto tuttavia che questo passaggio è difficile e ancora concretamente non attuato. Esso starebbe avvenendo passando attraverso alcuni canali di  azione sociale: la fine dell’imperialismo occidentale in particolare del colonialismo, la fine dell’omofobia sessuale, l’affermazione della parità uomo donna, l’apparizione di movimenti che sostengono le nuove finalità. L’autore alla fine si dichiara cosciente delle difficoltà che presenta il passaggio da una società postindustriale ad una società ipermoderna, ma esprime ottimismo sull’argomento. Tende però a far scivolare il discorso su ciò che accade nella società francese dove appare una figura nuova, quella di Emmanuel Macron e la sua azione politica. Questo strano ripiegamento sulla situazione politica francese, ad avviso di chi scrive, banalizza l’analisi di Touraine, e comunque lascia insoluto il problema: come avverrà il passaggio tra la vecchia società e la nuova? Scrive l’autore “sono l’accettazione della nuova modernità e la rottura effettiva rispetto ai vecchi attori della società industriale a dover aprire la strada alla creazione di nuovi “attori””. (pag. 285).

Mi sembra innegabile che le conclusioni a cui giunge Touraine siano incerte e problematiche. Come spesso accade un eccesso di teoria ostacola lo sforzo mentale dell’autore che alla fine si rivela utopistico.

Osservo in particolare che Touraine non include, nel processo di trasformazione, l’esito che potrà avere il duro confronto tra USA e Cina. La lacuna in cui egli cade è indubbiamente pericolosa. Solo l’occidente infatti sembra inclinato, attraverso la tutela dei diritti soggettivi e la libertà di critica,  verso una società ipermoderna, quale l’autore descrive. La Cina per ora non mostra segni d’un passaggio a questo tipo di società. E tale fatto rischia di vanificare tutte le progressioni del mondo verso la società ipermoderna. E’ difficile, infatti, che quest’ultima possa aver luogo se una parte cospicua dell’assetto mondiale mantiene la vecchia forma, cioè in concreto quella della società industriale o postindustriale.

Luglio 2019