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Sull’articolo di Alessandro Baricco dedicato alle élite. Com’è lontano dalla realtà!

La teoria delle élite ha avuto una fase classica con autori come Mosca, Pareto, Michels, Ferrero e altri. Qual era l’assunto fondamentale di questi interpreti? Che in tutte le società nasce una élite, cioè un gruppo di persone che interpretando i bisogni e i valori collettivi trae da ciò una posizione sociale privilegiata.

Alcuni contributi attuali trasformano la tradizionale teoria delle élite in una critica radicale di queste, nel senso che le classi dirigenti di oggi non avrebbero interpretato i bisogni delle masse  e di conseguenza queste ultime  pensano di poter operare senza di esse.

Un articolo di Alessandro Baricco apparso su La Repubblica di venerdì 11 gennaio 2019 col titolo “E ora le élite si mettano in gioco” propone tale contestazione nel modo seguente: l’uomo nuovo abbatte il sapere delle élite che perciò rimangono escluse dai processi di cambiamento del nostro tempo. Mi riferirò a questo articolo per analizzare le idee che vi sono contenute. Baricco le espone fin dalle prime righe: “Dunque, riassumendo, è andato in pezzi un certo patto tra le élite e la gente di adesso, la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un’ insurrezione, non ancora. E’ una sequenza implacabile di impuntature, di mosse impreviste, di apparenti deviazioni dal buon senso se non dalla razionalità. Ossessivamente la gente continua a mandare, votando e scendendo in strada, un messaggio molto chiaro e vuole che si scriva nella Storia che le élite hanno fallito e se ne devono andare.” Secondo Baricco esse sono formate da medici, insegnanti universitari,  sindaci delle città, dirigenti d’azienda, broker, giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che “stanno nei consigli di amministrazione” e una buona parte di quelli che agli stadi vanno in tribuna, tutti coloro che hanno più di 500 libri in casa, ecc.

Queste affermazioni di Baricco mi trovano d’accordo per quanto riguarda i politici, ma non gli altri soggetti sociali indicati dall’autore. Se si esamina il quadro complessivo della situazione bisogna ammettere che gli argomenti addotti da Baricco sono sbagliati e tendenziosi. Vedremo perché. Al di fuori del rapporto con i politici, che è effettivamente molto critico, quello della “gente” con i soggetti elencati da Baricco, attualmente, non è affatto di contrasto, ma anzi di rispetto e talvolta di ammirazione.

I medici: dove vede Baricco l’antinomia di questa categoria rispetto alla “gente”? Sono gli applicatori dell’evidente avanzamento della medicina nella lotta contro le malattie, perché la gente dovrebbe disprezzarli? Quando qualcuno si ammala va dal medico, non dallo stregone e questo mi sembra un atteggiamento opposto rispetto a quello narrato da Baricco.

I docenti universitari: dove constata l’autore la contrapposizione rispetto alla gente? Le università col postindustriale sono diventate centri di ricerca scientifica, necessaria per una produzione competitiva. Come possono essere invisi al pubblico coloro che, bene o male,  le fanno funzionare?  E quali sono i casi in cui tale ostilità si sarebbe manifestata?

Gli ingegneri: sono oggi molto importanti. Si tratta delle persone che, insieme con gli astrofisici, hanno portato l’uomo sulla luna e lanciato la sonda Insight su Marte; che costruiscono edifici e manufatti che distinguono il XX secolo da tutti i precedenti. Come li possiamo considerare invisi alla gente? Lo stesso si dica per gli architetti, i migliori dei quali sono addirittura chiamati “archistar” per sottolineare la loro eccellenza.

I giornalisti: il pubblico pensa davvero che siano un elemento negativo nella società odierna o invece un tramite provvidenziale verso le notizie che contano?

I manager e dirigenti d’azienda: come potrebbero le grandi e  medie imprese funzionare senza la guida di tali soggetti che ne curano l’amministrazione e le strategie?

Non voglio parlare dei sindaci delle città e di coloro che possiedono più di 500 libri perché l’arbitrarietà di queste indicazioni è troppo evidente.

Ma l’errore in cui è caduto Baricco è plateale quando si consideri il rapporto del pubblico con gli autori di canzoni popolari, i cantautori, i cantanti, i direttori d’orchestra, i calciatori, i migliori sportivi e simili. Come si spiegherebbero i concerti di massa e le partite alla quale assistono migliaia di persone se non ci fosse un rapporto di simpatia tra il pubblico e questi personaggi?

Quanto sostiene Baricco è dunque contraddetto dalla realtà. E’ pericoloso affidarsi a un’ ipotesi ideale quando si parla d’ un fenomeno sociale, occorre stare ai fatti. Questi ultimi danno torto a Baricco, all’infuori, come già detto, del rapporto tra la “gente” e la politica. Perché i politici non sono stati sempre in grado di affrontare i problemi, né corretti e onesti, e perché non è ancora stato trovato un nuovo modo far funzionare la democrazia. Tale istituzione sta cercando altre forme, altri equilibri, una maggiore partecipazione dei cittadini. Certo è ancora tra tutte le modalità di gestione della società la migliore. Ma ogni proposta di miglioramento presenta grosse difficoltà. Perciò i politici sono più esposti ad errori, sbandamenti e deviazioni degli altri membri della cosiddetta élite.

Baricco adduce come argomento delle sue tesi anche l’Unione Europea. Ma chi può affermare che ciò che i popoli del vecchio continente hanno realizzato sia tutto da disprezzare? In fin dei conti oggi in Europa si vive meglio che altrove. E ciò prova che  l’Unione Europea ha già ottenuto qualcosa di buono.

Costruita su tali presupposti la teoria antielitaria di Baricco non sta in piedi, e il suo appello a un miglioramento radicale del comportamento delle attuali élite appare retorica. I fatti dicono che i passi in avanti della condizione umana sono sempre faticosi, ma in ogni caso appaiono in gran parte dovuti proprio alle élite. L’enorme avanzamento della conoscenza che si è realizzato dopo il secondo conflitto mondiale è dovuto appunto a quei gruppi umani che Baricco chiama élite, i quali restano tuttora una promessa di ulteriori sviluppi culturali e sociali.

Gennaio 2019.

COMMENTO AL SAGGIO DI JONATHAN HASKEL E STIAN WESTLAKE “CAPITALISMO SENZA CAPITALE. L’ASCESA DELL’ECONOMIA INTANGIBILE”, Franco Angeli 2018

E’ un saggio molto importante perché descrive un mutamento fondamentale del capitalismo occidentale che sta avvenendo nel XXI secolo. Si può capirne la natura utilizzando il seguente concetto: i paesi più avanzati hanno cominciato a investire di più in settori intangibili, come design, ricerca e sviluppo, arti visive, iniziative culturali, musica, spettacolo, ecc. che in macchinari, edifici e simili; stanno passando dal puro e semplice investimento di denaro in oggetti materiali, a quello centrato su fattori immateriali. Non è difficile collegare questa variazione all’idea base della società postindustriale, che già alcuni decenni or sono faceva derivare la produzione avanzata dalla conoscenza scientifica anziché dal solo impiego di denaro. Ma quel concetto viene ora portato all’estremo, lo si intende come  dipendenza del valore aggiunto da fattori culturali più che economici in senso stretto.

Il saggio di Haskel e Westlake (il primo professore di economia presso lo Imperial College di Londra, il secondo service follow di NESTA, la fondazione inglese che si occupa di innovazione) indaga il cambiamento avvenuto soprattutto a livello del tipo di investimenti che “è stato possibile osservare negli ultimi quarant’anni”. Bisognava capire, dicono gli autori,  come e quanto le imprese investissero per costruire la capacità proattiva futura. Oggigiorno, dicono ancora, la maggior parte degli investimenti è intangibile, ossia in ricerca e sviluppo, progettazione, formazione, produzione aziendale originale, eventi culturali, nuovi processi aziendali. Nel saggio tale processo viene narrato attraverso esempi paradigmatici tratti da aziende, ma anche a livello delle sue conseguenze. Queste ultime sono molteplici. Per esempio la transizione verso strutture informatiche migliori,  informazioni più ricche di quelle indicate nei bilanci aziendali,  cambiamenti nel programma nelle politiche pubbliche,  sviluppo delle telecomunicazioni, entità della spesa per la ricerca scientifica, ecc.

Tutto ciò è molto importante, ma a me sembra che gli snodi principali del cambiamento stiano nella ricerca scientifica, nelle aziende creative, nelle conseguenze che il nuovo corso sta avendo sulla competizione tra USA e Cina, le maggiori potenze economiche presenti sulla scena in questo secolo.

Nel nuovo capitalismo la ricerca scientifica diventa essenziale, chi non la pratica rimane escluso dalla competizione economica che è incessante e spietata. Le istituzioni dove essa viene effettuata sono indispensabili per l’economia di ogni potenza che voglia aspirare al primato. E’ direttamente collegabile a questo fattore un forte sviluppo delle professioni e in particolare delle attività volte ad applicare i risultati della ricerca ai problemi dell’esistenza e dell’economia. L’ascesa sociale del mondo professionale e la nascita di nuove forme professionali sono legate alla ricerca intesa come fattore di innovazione competitiva.

Quanto alle aziende creative, esse sono identificabili in gran parte nelle start up , ma anche con quelle imprese che partendo da un’idea iniziale che altri non hanno diventano in breve tempo le prime in un settore economico, il che è ormai assodato avvenire anche in Italia benché spesso ostacolato dalla burocrazia e della politica. Ed è su questo elemento che si fonda sostanzialmente lo sforzo di superare le crisi dei sistemi e di ovviare alle deficienze presenti in questi ultimi.  In altre parole essere i primi nelle classifiche dei migliori diventa importantissimo.

L’ultimo aspetto  si sta già rivelando come il tratto storico distintivo del XXI secolo. La gara tra USA  e Cina nella presente fase è infatti in pieno svolgimento. E’ un conflitto senza esclusione di colpi, dal cui esito dipenderà la piega economica che assumeranno i decenni prossimi. Esso si attua non solo nell’affannosa ricerca di metodologie, processi e prodotti nuovi,  ma anche nel continuo tentativo di “copiare” le acquisizioni altrui attraverso lo spionaggio industriale. E con investimenti in ambiti conoscitivi originali, dalle cellule staminali alle esplorazioni spaziali, dalla lotta contro le malattie alla cura dell’ambiente, dalla produzione di alimenti di nuovo genere al risparmio delle acque per assicurare la vita sul pianeta Terra. L’insegnamento che quest’ultimo fattore rilascia forse più degli altri è che non è più possibile dormire sugli allori, vivere di rendita e rimanere inerti. Tutti sono costretti ad uno sforzo competitivo inesorabile, e ciò rende la vita più faticosa anche se l’esperienza collettiva ne uscirà migliorata. Cina e USA si confronteranno accanitamente? Sono gli esempi di un costume generale che tutti, consapevolmente o meno, stanno imitando. Con la speranza che questa forma di conflitto rimanga circoscritta al campo economico e non si estenda alla guerra che sarebbe una tremenda catastrofe per tutti.

Gennaio 2019

I BENETTON. UN SUCCESSO MONDIALE DALL’ECONOMIA INDUSTRIALE A QUELLA POSTINDUSTRIALE

La famiglia Benetton comincia la sua attività nel mondo economico italiano negli anni ’50 e ’60 del XX secolo, durante l’ultimo tratto della società “industriale” E’ un esordio manifatturiero fondato sulla produzione e la vendita di maglioni colorati a livello familiare.

La fine del periodo industriale si situa in Italia tra lo scorcio del decennio ’70 e l’inizio degli ’80. Erano apparsi negli anni conclusivi del decennio ’60 e l’inizio dei ’70 opere importanti sulla società postindustriale come The coming  of the postindustrial society di Daniel Bell e La société postindustrielle  di Alain Touraine. Quando ebbe luogo l’ingresso dei Benetton  nell’assetto economico italiano il postindustriale non era ancora apparso ma all’orizzonte dell’economia e della cultura vi erano alcuni indizi del suo prossimo avvento.

Le indicazioni che seguono dimostrano, credo sufficientemente, anche se carenti di molti passaggi, il transito dei Benetton da un’attività manifatturiera ad un forte impegno nei servizi, prima attraverso la società di ristorazione Autogrill e successivamente nelle Autostrade.

  1. I fratelli Luciano e Gilberto Benetton acquistano una macchina per maglieria con la quale la sorella Giuliana confeziona in casa i maglioni che Luciano vende porta a porta. Nel 1961, parecchi anni dopo l’inizio, si apre ai Benetton il mercato romano, con vendite inaspettate che portano l ‘azienda ad un livello transfamiliare.
  2. Avviano una fabbrica di maglieria a Ponzano Veneto, località che diventa la sede ufficiale del gruppo. Segue l’apertura dei negozi che vendono i prodotti Benetton in molte città italiane e altrove.
  3. I Benetton acquisiscono la Compagnia de Tierres Sud Argentina, circa 10.000 chilometri quadrati dedicati all’allevamento di pecore.
  4. Acquistano la società Autogrill attiva nel settore della ristorazione autostradale. E’ un’azienda di servizi che possiede un vasto patrimonio immobiliare (i ristoranti sulle autostrade ecc.). Essa apre ai Benetton un nuovo campo d’azione. Viene quotata alla borsa di Milano ed è controllata da Edizione s.r.l. finanziaria della famiglia che ne detiene il 50,1% del capitale sociale.
  5. Autogrill acquisisce il 100% di HMS (Host Marriot Service), leader in America nella ristorazione negli aeroporti, nelle autostrade, nelle grandi stazioni e nei centri commerciali, diventando il primo operatore mondiale nel settore della ristorazione per chi viaggia.
  6. Autogrill acquista il 70% di Receco, società spagnola di ristorazione presente nelle stazioni ferroviarie di Madrid, Siviglia e Cordova. Nello stesso anno la HMS acquisisce la SMSI Travel Centres INC, gestrice dei servizi di ristorazione nelle principali autostrade dell’Ontario.
  7. I Benetton diventano i maggiori azionisti di Atlantia S.p.A., già Autostrade S.p.A, presente nel settore delle infrastrutture autostradali, con 5000 Km. di autostrade in Italia, Brasile, Cile, India ecc.
  8. Con l’acquisto della quota di maggioranza di Anton Airfood, terza società di ristorazione aeroportuale nordamericana, Autogrill acquisisce una quota sostanziale della ristorazione aeroportuale in Europa e fonda la HMS HOST Europe.
  9. Rileva il 44,9% di Steigenbergher Gastronomie presente nell’aeroporto di Francoforte .
  10. Autogrill entra nel mercato russo costituendo Autogrill Russia che gestisce la ristorazione nell’ aeroporto di San Pietroburgo.

E’ evidentemente uno sviluppo che va dal campo manifatturiero a quello dei servizi.

Con Autogrill i Benetton devono fronteggiare servizi complessi (ragion per cui questi posso essere definiti super servizi) implicanti un’ampia discrezionalità funzionale e l’uso di mezzi (edifici, personale, cultura gastronomica, ecc.) adeguati alle funzioni.

Con l’ingresso dei Benetton nel settore autostradale si passa da super servizi a iper servizi, dato che le attività diventano molto complesse, rischiose e costose perché implicano la manutenzione delle autostrade. Esse sono regolate da accordi con gli enti proprietari delle autostrade, che stabiliscono i pedaggi, gli obblighi gravanti sui gestori e i diritti di controllo sulla gestione riservati all’ente concedente.

Alla fine di questo itinerario il gruppo Benetton realizza un vero e proprio impero sostenuto dai capitali d’una società finanziaria  la Holding Edizione.

Osserviamo:

E’ quasi impossibile un caso analogo a quello dei Benetton che partendo da basi così modeste giungono a traguardi tanto elevati.

Nel saggio Famiglia, management e diversificazione, storia della Holding Benetton, 1986-2016 Andrea Colli scrive: “Se si scorre un qualsiasi elenco delle principali società italiane, non è per nulla facile trovarne un’altra simile, capace di una così rapida ascesa ai vertici della classifica”.

Muore nell’ottobre 2018 Gilberto Benetton, probabilmente l’ispiratore dell’ingresso dei Benetton nei grandi servizi. E in seguito al crollo del ponte Morandi di Genova si profila la possibilità d’un conflitto tra i Benetton e lo Stato Italiano. Sono in condizione i Benetton di fronteggiare questa evenienza? La statura economica e organizzativa raggiunta dal gruppo fa propendere per una risposta affermativa. Nel 2019 si vedrà se tale previsione è attendibile o meno.

L’intera vicenda dei Benetton è paradigmatica del passaggio da una fase “industriale” ad una “postindustriale” condotta con un’abilità non comune in settori diversi, manifatturiero e servizi, questi ultimi tipici del postindustriale. La fortuna dei Benetton non è casuale ma frutto dell’interpretazione intelligente d’un mutamento epocale che i Benetton  hanno affrontato con tempestività e adeguatezza di mezzi.

Com’è noto l’assetto postindustriale è fondato sui servizi oltre che su un nuovo rapporto tra conoscenza scientifica e produzione. Le strategie dei Benetton hanno interpretato, appunto, il mondo dei servizi attraverso Autogrill e Autostrade. E’ difficile non vedere in questo passaggio la chiave di volta della fortuna della famiglia Benetton fino alla situazione attuale che è quella d’un  grande complesso economico costruito partendo da un’industria familiare di maglioni fino alla complessità e al potere attuale. Nell’ascesa dei Benetton vi è ben poco di casuale, molto invece è legato all’interpretazione dei mutamenti economici e culturali  accaduti nella seconda metà del XX secolo. Ciò fa del gruppo un esempio da imitare anche se la riproduzione di tale successo è molto difficile.

Gennaio 2019

DANTE ALIGHIERI RIVISITATO. L’UMANIZZAZIONE DEL GRANDE POETA

Di Dante giovane conoscevo il ritratto che ne ha fatto Marco Santagata nel romanzo Come donna innamorata, pubblicato da Guanda Editore nel 2015. Santagata porta l’attenzione del pubblico su un aspetto altro rispetto alla venerazione agiografica data da critici e letterati al personaggio. Per esempio sul rapporto tra il giovane Dante e Guido Cavalcanti, più anziano di lui, ricco e poeta-filosofo riconosciuto, che trattava Dante con sufficienza e gli rivelava che l’amore non è quello che il poeta esordiente pensava ma vera “sofferenza” dello spirito. Dante era solo il figlio d’un modesto usuraio, Guido il rampollo d’una famiglia aristocratica e personaggio già famoso. Altro esempio: l’incontro di Dante giovane con Bice Portinari, la donna per la quale l’Alighieri scrisse Vita Nova, sposata poi con Simone Dei Bardi e morta nel 1290. Ancora: il padre di Dante vorrebbe fare di lui un commerciante, ma Dante incontra Brunetto  Latini che gli rivela la cultura classica e la filosofia del tempo.

Domanda: quella di narrare Dante giovane in un romanzo è stata un’operazione meritoria o un affronto fatto al grand’uomo da tutti riconosciuto come tale? A mio parere la risposta è che si è trattato di un’alternativa geniale,  perché fa conoscere Dante giovane come persona, con le sue debolezze, impacci, epilessia, senso d’inferiorità e così via. Il che ci fa capire chi egli fosse veramente al di là delle celebrazioni convenzionali posteriori.

Ecco ora il saggio di Chiara Mercuri  Dante. Una vita in esilio (Laterza, 2018). In quest’opera viene descritto con dovizia di particolari l’esilio di Dante dopo la presa di potere su Firenze di Corso Donati, capo dei Neri, alleato con papa Bonifacio VIII. Siamo nel 1301. Dante appartiene alla fazione opposta ed è stato priore. Dopo vari tentativi falliti di rientrare in Firenze, Dante è costretto all’esilio. Una decina di anni dopo il poeta descriverà così nella Commedia – Paradiso XVII 55-69  – la crudele natura dell’esilio:

Tu lascerai ogni cosa diletta

più caramente e questo è quello strale

che l’arco dello esilio pria saetta.

Tu proverai  di come sa di sale

lo pane altrui e come è duro calle

lo scendere e salir per l’altrui scale.

Conosciamo ora quella fase della vita di Dante che Mercuri tratta con molta efficacia, e che considera il poeta come uomo nel suo disagio interiore di fronte alla sventura che lo ha colpito. Da questo travaglio nasce la Divina Commedia. In ciò sta l’originalità del saggio, aver desunto dal dolore di Dante esiliato la grande opera poetica.

Chi fu dunque Dante visto in questa luce? Un uomo che scelse “un tipo d’impiego che lo mantenesse all’interno del suo ambiente, nelle corti, dov’era in grado di fornire conoscenze erudite, di redigere lettere in latino e di imbastire relazioni diplomatiche” (pag. 83). Da ciò deriva secondo Mercuri la situazione in cui Dante viene a trovarsi, d’ essere cioè a servizio di potenti famiglie che lo ospitano per quel tipo di prestazioni, appunto, mantenendo però una propria dignità intellettuale. La prima famiglia fu quella dei Malaspina di cui era a capo Moroello Malaspina. In questa fase Dante concepisce un disegno di tale importanza, la Commedia,  che a suo giudizio una volta conosciuta, costringerà Firenze a richiamarlo dall’esilio. Si getta nell’impresa titanica con l’intenzione di dimostrare che è veramente un sapiente il quale rivendica a se stesso una stima che  risolve l’infelice stato in cui si trova. Presso Moroello Malaspina, Cangrande della Scala (Dante starà presso questo potente dal 1316 al 1318) e i da Polenta a Ravenna, dove il poeta risiederà fino alla morte avvenuta nel 1321.

Non possiamo che essere grati a Marco Santagata e Chiara Mercuri di avere descritto la personalità giovanile e matura dell’uomo Dante Alighieri perché da questa  è derivata l’opera più importante della nostra letteratura, e possiamo leggerla senza l’ipoteca posta su essa dalla critica ufficiale.

Dicembre 2018

SUL SIGNIFICATO CULTURALE DELLA SONDA INSIGHT INVIATA SU MARTE DALLA NASA

La sonda Insight è arrivata su Marte e ha cominciato a trasmettere informazioni scientifiche, la cui importanza è evidente. Questo articolo sostiene che oltre a dare tali informazioni la sonda ha provocato anche una svolta “culturale” non ignorabile che è necessario analizzare. Mi occuperò di questo secondo aspetto cercando di sintetizzare i contenuti che esso a mio avviso assume, nel nostro tempo in cui essi non sono ancora evidenziati.

Anzitutto il pianeta rosso è una conferma che nella realtà non esiste alcuna entità assoluta, che tutto è condizionato, che non c’è nell’universo qualcosa di totalmente autoreferenziale. La sonda infatti ha permesso di vedere l’ aspetto “attuale” di Marte ma anche di capire le trasformazioni che il pianeta ha subito nel tempo in seguito ai fenomeni cosmici che lo hanno investito. Ha visto come questi fenomeni abbiano condizionato la sua natura, come accade nella vita umana e in ogni oggetto dell’universo. La visione relativistica della cultura e dell’etica esce rafforzata dal successo di Insight.

La sonda ha fatto capire che ogni interpretazione animistica e mistica della realtà è priva di fondamento. Cos’è un’interpretazione animistica? Credere che il monte, il vulcano, il fiume, la foresta e così via abbiano un’anima, uno spirito che ne agita l’esistenza e fa di essi dei protagonisti capaci di influire sugli esseri viventi. Niente di ciò su Marte, solo rocce e deserti, forse bacini d’acqua sotterranei nei quali si spera di trovare qualche forma elementare di vita. La concezione animistica della realtà è stata dunque sfidata dalla sonda Insight e ancor più tutte le fantasie costruite sul pianeta rosso nel ventesimo secolo, l’esistenza di “marziani” aventi cultura più avanzata della nostra, possibili aggressori della Terra. Tali fantasie non hanno ormai ragione di impaurire gli esseri umani e vengono dunque archiviate.

Il successo di Insight rafforza la cultura scientifica rispetto a quella filosofico-letteraria. Non nel senso che quest’ultima esca umiliata dalla felice conclusione dell’impresa spaziale (essa rimane a mio giudizio importante per la formazione intellettuale dei giovani e per la critica dei comportamenti), ma che la scienza ha dimostrato ancora una volta di ottenere (a differenza di altri mezzo di conoscenza) risultati concreti con conquiste che possono migliore la condizione umana. Insight è stata una conferma di quanto realizzato in occasioni precedenti, ma di tale importanza da eliminare ogni perplessità sull’argomento. L’avvenimento ha ribadito la capacità della scienza di raggiungere mete un tempo ritenute impossibili, un passo storico nell’itinerario che va dalla scoperta del DNA, allo sbarco dell’uomo sulla Luna, al prolungamento della vita umana, all’avvento dell’intelligenza artificiale, ecc. Questi successi attestano che la  scienza prevale su altri mezzi di conoscenza.  L’applauso con cui i tecnici e gli scienziati della NASA hanno accolto il successo di Insight ha significato, da un punto di vista storico, il riconoscimento della superiorità della via indicata quattro secoli fa da Galileo Galilei su quella intuitiva ed olistica preferita da una parte rilevante della cultura dei secoli successivi, in particolare dalla svolta  idealistica del diciannovesimo secolo che ha dato origine alle ideologie che hanno travagliato il ventesimo.

Il successo di Insight indica infine che sta avvenendo un rafforzamento della classe media “professionale” la cui attività è basata appunto sull’applicazione pratica delle scienze, rispetto ad altri raggruppamenti che tale fondamento non hanno. Scienziati e tecnici dopo l’arrivo della sonda su Marte acquistano, a mio parere, un peso culturale rilevante, anche se non immediatamente visibile, nel capitalismo avanzato e aprono la strada a ulteriori trasformazioni del ceto medio come forza sociale di avanguardia. La scienza dimostra di poter essere un elemento decisivo nei processi produttivi del capitalismo, un fattore propulsivo tuttavia già presente nel postindustriale.

Si vedrà nel prossimo futuro se questi eventi culturali saranno confermati o meno. Certo il loro accadimento è già un’indicazione  di ciò che potrà essere il futuro dell’umanità. Si può dire che l’arrivo di Insight su Marte fa guardare al futuro con un certo ottimismo e rafforza negli individui la volontà di vivere nelle condizioni migliori possibili.

Dicembre 2018

ECCO EMERGERE IL CETO MEDIO PROFESSIONALE – CONSEGUENZE PREVEDIBILI

La manifestazione di Torino del 10 novembre 2018 per la realizzazione del progetto TAV ha avuto significati ulteriori rispetto a quello politico. Il primo di questi significati è di avere messo in evidenza che il ceto medio ha oggi un carattere professionale molto accentuato, segno che il valore più importante è la competenza basata su una professionalizzazione che fa riferimento al modello storico delle professioni, di essere cioè attività specifiche basate su corpi di teoria formati dalle scienze che si apprendono nelle università o in altre scuole superiori.

Chiarisco il concetto: il ceto medio è sempre più composto da professionisti formati secondo il paradigma delle professioni,  graduato però nell’apprendimento e nella difficoltà di accesso secondo una scala che ha un livello alto, un livello intermedio e uno basso. La manifestazione di Torino ha offerto un esempio di tale composizione del  ceto medio che nel suo complesso, come già detto, è di essere largamente professionalizzato.

In articolo pubblicato da la rivista Il Mulino del 19 novembre 2018 (Viva le classi sociali!), immagine laterale SAVE THE MIDDLE CLASS, Marianna Melandri e Giovanni Semi sembrano condividere queste idee, con alcune specificazioni. La più importante è la seguente: “quelle che noi ostinatamente chiamiamo ancora le classi medie sono … una moltitudine di gruppi sociali diversi che i colleghi inglesi distinguono in “classe media di successo”, che raggrupperebbe il 25% degli inglesi ed è principalmente composta da manager e professionisti; “classe media tecnica”, un piccolo gruppo (6%) di persone del mondo della ricerca, della scienza, delle occupazioni tecniche; e infine i nuovi “lavoratori benestanti” un 15% di nuove professioni molto simili ai nostri artigiani più solidi (ingegneri, agenti immobiliari, lavoratori autonomi benestanti).”

Questa classificazione può essere accettata purché si tenga presente che tutti e tre questi gruppi si ispirano in sostanza al modello classico delle professioni, nel senso che hanno come base un sapere specifico fondato su corpi scientifici di teoria, più o meno difficile, complesso, implicante un tempo lungo o breve di apprendimento, acquisibile nelle università o in altre scuole superiori. Io previdi tale trasformazione nei saggi:  Forze sociali emergenti:, quali perché, 1988 e La rinascita del ceto medio, 2011.  Nel primo di questi saggi introducevo il concetto di “forze” sociali derivato dalla fisica, applicato alle categorie professionali; nel secondo il passaggio del raggruppamento da una forma precedente avente carattere economico a una forma attuale conoscitivo-professionale.

Conseguenze di questa mutata struttura dei raggruppamenti sociali o classi, comprendente anche i “ceti”  nei quali prevale l’elemento prestigio su quello economico. L’individuazione delle conseguenze può essere tentata nei termini seguenti:

Le prossime elezioni dovranno tenere ben presente il ceto medio considerato nella forma attuale. Ciò è particolarmente importante per quanto riguarda le elezioni europee del maggio 2019. La forza politica che riuscirà a convincere il ceto medio professionalizzato avrà sicuri vantaggi nella competizione elettorale.

La competenza assumerà nel futuro un valore crescente. Chi non è competente in qualche ramo del mondo produttivo non avrà accesso alla rete occupazionale, alias coloro che non hanno competenze specifiche non otterranno un buon posto nella società veniente.

Diventano sempre più essenziali istituzioni come le università, i centri di ricerca, i corsi di professionalizzazione, gli stages con cui si può diventare esperti in un determinato settore dello scibile, tutte le forme di utilizzazione del sapere scientifico, dai più difficili e complessi a quelli più semplici. Perciò queste istituzioni dovranno essere aiutate e potenziate fino al limite del possibile, perché costituiranno il tramite più sicuro per l’affermazione individuale nella società.

Il ceto medio professionale sarà il vero protagonista della cosiddetta Gigabit Society (5 G) consistente in una iperconnessione destinata a sconvolgere le abitudini quotidiane, ma anche la produzione e i servizi, di cui quel ceto già ora è il principale animatore. Questo forma di società godrà di un tempo di latenza tra domanda e risposta infinitamente inferiore all’attuale. La nuova rivoluzione, si sostiene,  vedrà le prime applicazioni nel 2019, ma sarà il 2020 l’anno di svolta per la diffusione della rete 5G.  Si prevede che le realizzazioni del 5G saranno per esempio automobili in grado di dialogare con altre automobili o con la strada, operazioni chirurgiche eseguite a distanza e così via, creando di fatto una vita sociale iperveloce, molto diversa e migliore rispetto a quella attuale. Il ceto medio professionale sarà prevedibilmente un protagonista della trasformazione.

Novembre 2018

NOTE SULL’ESERCITO EUROPEO. MACRON E MERKEL INSIEME PER UN’EUROPA INDIPENDENTE.

Da molto tempo il Presidente francese Emmanuel Macron porta  avanti il progetto d’una forza armata europea. Macron pensa che l’esercito europeo dovrebbe essere a guida francese e ribadisce il concetto: gli europei non possono proteggere i propri interessi se non si dotano d’un esercito europeo che li protegga dalla Russia, dalla Cina e anche dagli Stati Uniti che con Donald Trump diventa  un potenziale avversario dell’Europa stessa. La Francia, pensa ancora Macron, possiede anche i presupposti industriali per dirigere l’esercito europeo, oltre che essere l’unico paese europeo che possiede la bomba atomica.

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 18 novembre 2018 (intitolato Parigi vuole l’esercito europeo, la chance di correggere De Gaulle) Sergio Romano ricorda che la Comunità Europea di Difesa fu il sogno di Alcide De Gasperi. Col trattato firmato il 27 maggio 1952 da Belgio, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, questi paesi cercarono di attuarlo ma il documento non fu ratificato dall’Assemblea Nazionale Francese per ragioni di politica interna riconducibili a  De Gaulle. Da allora, scrive Romano, la CED riappare ora sulla scena politica ma viene patrocinata dal Presidente francese Emmanuel Macron. Romano capisce l’importanza dell’idea, ma nulla dice sulla possibilità di successo della medesima. Questo articolo sostiene invece che al giorno d’oggi tale possibilità esiste, anche se è soggetta a condizioni e ostacoli difficilmente prevedibili, in parte dovute ai movimenti sovranisti.

Le ragioni per cui il progetto di Macron sembra attuabile attualmente sono in sostanza le seguenti:

la Francia possiede i requisiti per portare a compimento il progetto sia perché è una potenza nucleare, sia perché ha le strutture produttive atte a sostenerlo.

L’unica potenza che avrebbe potuto realizzarlo in questi anni, la Germania, non lo ha fatto, ma ora Angela Merkel ha dichiarato che vuole attuarlo, come emerge dall’ultimo incontro di Macron con la Merkel, avvenuto in Germania il 18 novembre 2018.

Oggi il progetto si lega alla volontà di Francia e Germania di vincere la sfida delle potenze sovraniste, il che potrebbe avvenire con le elezioni europee del maggio 2019, in una data cioè a portata di mano.

Le difficoltà tecniche sono superabili anche se ciò richiede molto impegno e buona volontà.

Il progetto ha dunque delle chances di essere attuato, benché permangano numerose variabili che potrebbero farlo fallire. In un articolo apparso su La Repubblica lunedì 19 novembre (I principi feriti che difendono l’Europa) Ezio Mauro sostiene che “Tutto sembra congiurare contro l’Unione Europea. Ma dai leaders di Francia e Germania arriva un segno di battaglia: l’annuncio di un piano di riforme per rilanciare il progetto europeo”. “Da oggi sappiamo, e anche i populisti lo sanno, che sul Bundestag e sull’Eliseo non sventola bandiera bianca.” Se l’accordo Macron – Merkel sarà mantenuto, pare a di chi scrive, anche l’esercito europeo ha possibilità di essere realizzato e con esso l’affermazione della volontà europea di essere un’entità indipendente, tra i giganti che vorrebbero subordinarla ai loro interessi.

Non può essere ignorato che la creazione d’un esercito europeo potrebbe essere la premessa per una soluzione presidenziale del problema Europa, per la ragione che un esercito europeo richiederebbe un’autorità che lo diriga politicamente, e tale autorità potrebbe essere, appunto, un Presidente eleggibile dalla stessa Assemblea della Comunità Europea.

DONALD, THEODORE E IL GRANDE GRIZZLY AMERICANO

Molti osservatori ritengono che Donald Trump sia una personalità diversa e peggiore rispetto agli altri presidenti degli USA. Con questo articolo penso di poter configurare invece una somiglianza significativa tra Donald Trump e Theodore Roosevelt, il XXV presidente degli Stati Uniti. Non mi riferirò alla carriera politica di Theodore Roosevelt né alle sue attività presidenziali. Mi occuperò invece dei suoi aspetti comportamentali che a mio avviso furono altri rispetto a quelli dei presidenti che lo hanno preceduto o almeno dalla gran parte di essi e segnarono un’epoca, l’inizio del XX secolo.

Un primo aspetto di questa differenza riguarda il carattere aggressivo  e conflittuale dell’uomo Theodore Roosevelt. Amava la boxe e riteneva corretto fare a pugni con chi lo sfidava, anche fuori gli ambiti in cui si svolgeva la sua funzione di presidente. Theodore ebbe un occhio ammaccato da un pugno ricevuto, cosa evidentemente inconsueta per un presidente. A proposito del pugilato Theodore si espresse così nella sua autobiografia: “Ho dovuto lasciare sia la boxe che il wrestly perché durante un allenamento un giovane capitano di artiglieria mi ha colpito gravemente un occhio rompendomi tutti i capillari e da allora ho avuto la vista offuscata. Fortunatamente era il mio occhio sinistro se fosse stato il destro non sarei più stato in grado di sparare. In quel  momento ho capito che era meglio accettare la mia età e smettere con la boxe” .

Un altro aspetto della personalità di Theodore Roosevelt è quello che riguarda il modo di relazionarsi con gli avversari. E’ famosa la massima con la quale il presidente consigliava di usare il bastone con gli antagonisti per ridurli alla sua volontà. Il bastone non è una carezza.

Caratteristiche simili possiamo trovare in Trump anche se molto attenuate. Quest’ultimo preferisce i rimbrotti, le umiliazioni inflitte agli interlocutori, le intimazioni a tacere fatte ai giornalisti con lui non benevoli, il rifiuto di rispondere alle loro domande, le accuse di falsità. Sono note le forme assunte dal confronto elettorale tra Trump e Hillary Clinton, segnate da un’asprezza inconsueta e da un linguaggio pesante, anteriormente non usato dagli aspiranti al posto di presidente.

Una convergenza esemplare tra i due personaggi troviamo sul punto: primato degli USA nel mondo, egemonia USA nella politica e nell’economia del pianeta. E’ paradigmatica a questo proposito l’idea che Theodore aveva del grizzly americano, l’orso delle foreste, l’animale selvaggio che a suo parere doveva rappresentare l’America, con la sua ferocia e capacità di dominio.

Theodore descrive così l’uccisione di un grande orso nel libro  Hunting Trips of a Ranchman e la narrazione dice molto sul personaggio e la sua mentalità egemonica. “Non dimenticherò presto il primo che ho ucciso. Avevamo scoperto dove si era nutrito della carcassa di un alce; seguii le sue tracce in una  pineta … mentre silenziosamente e lentamente ci infilavamo nella parte più fitta, vidi che Merrifield, che era direttamente davanti a me, sprofondò improvvisamente in ginocchio e fece un mezzo giro con la faccia in fiamme per l’eccitazione. Armando il mio fucile e avanzando rapidamente, mi trovai faccia a faccia con il grande orso, che era a meno di 25 metri di distanza. Era stato svegliato dal suo sonno dal nostro arrivo: si mise a sedere nella sua tana e girò lentamente la sua enorme testa verso di noi. A quella distanza e in un posto del genere era necessario ucciderlo o disabilitarlo al primo colpo; la mia faccia era bianca, ma la canna blu era stabile come una roccia mentre lo guardavo, fino a che non vidi la sommità dell’orso in  modo chiaro tra i due occhi dall’aspetto sinistro; mentre premevo il grilletto mi spostai dal fumo emesso per essere pronto se mi avesse caricato; ma era inutile perché il grande animale stava lottando nell’agonia della morte e come si vedrà quando porterò a casa la sua pelle, il foro del proiettile nel suo cranio era esattamente tra i suoi occhi come se avessi misurato la distanza con uno strumento da carpentiere. Questo orso era lungo quasi nove piedi … ognuno dei miei altri orsi che erano più piccoli aveva bisogno di due proiettili a testa; Merrifield ha ucciso ognuno dei suoi con un solo colpo”.

A Theodore Roosevelt fu affibbiato dalla stampa il nome di Teddy Bear quando nel 1902 durante una battuta lungo il fiume Mississipi si rifiutò di sparare ad un esemplare adulto di orso bruno della Lousiana. L’orso era già stato braccato dai cani e legato ad un albero dagli assistenti del presidente, pronto per essere abbattuto. Roosevelt s’indignò dicendo che da parte sua sparare a un orso in quelle condizioni non sarebbe stato sportivo e tuttavia ordinò che l’orso fosse ucciso per non farlo ulteriormente soffrire.

Per Theodore il grizzly in posizione eretta e minacciosa poteva essere l’immagine simbolica degli Stati Uniti e degli Americani. Quest’immagine riflette l’idea che Theodore aveva degli USA, vedeva cioè in questa potenza un alto grado di aggressività e di volontà egemonica che era inutile nascondere.

Queste caratteristiche del presidente che ha dominato la scena all’inizio del XX secolo, si trovano ora attenuate in Donald Trump, che le esprime in una diversa forma e in un modo direi più moderato. Rivelano che in entrambi i personaggi è presente l’idea che gli USA siano una potenza destinata a dominare le altre. Theodore ha espresso questa convinzione nella forma esplicita sopra accennata, Donald attraverso la dichiarazione più volte ripetuta American First, American First.

Quelle di Donald non sono dunque originalità esclusive dell’attuale presidente, ma orientamenti che già Theodore Roosevelt aveva espresso, ora riemerse in Donald con una spontaneità inconfondibile, come un modo di essere di ogni presidente vigoroso ed efficiente. Dirà la storia se ciò sia un bene o un male, un fenomeno che durerà o che cesserà con Donald  Trump.

Novembre 2018

Commento al saggio di Edward O. Wilson LE ORIGINI DELLA CREATIVITA’ – Raffaello Cortina Editore, 2018

Edward O. Wilson, professore emerito di biologia alla Harward University, pubblica il saggio The Origin of Creativity (2017) di cui mi occuperò in questo articolo perché riguarda uno dei concetti chiave del nostro tempo. La traduzione viene proposta nella collana Scienze e idee diretta da Guido Giorello per l’editore Raffaello Cortina.

La prosa di E.O. Wilson non è di facile comprensione e forse neppure le idee sono così chiare da impedire errori di interpretazione. Wilson definisce la creatività come “il carattere distintivo della nostra specie ed ha come fine ultimo la comprensione di noi stessi, che cosa siamo, come siamo diventati così, e quale destino, se esiste, determinerà le tappe future della nostra traiettoria storica”. Conclude sostenendo che si sono succeduti alcuni periodi che l’autore chiama illuministici. Il primo risalirebbe all’età di Socrate e di Platone, il secondo dal 1630 fino alla rivoluzione francese con uomini come Cartesio, Hobbes, Spinoza, Locke, Leibnz, Hume, Rousseau e Voltaire. Un terzo illuminismo sarebbe alle porte, nella nostra epoca quando scienziati e umanisti lavoreranno insieme per un salto di qualità rispetto al periodo che sta tra la rivoluzione francese e noi.  Par di capire che questo illuminismo porterebbe ad una interpretazione piuttosto ottimistica del futuro largamente basata sulla collaborazione fra scienze umanistiche e sperimentali.

A mio parere sintesi ideali come questa sono di poca utilità per interpretare le fasi della cultura umana e non giovano granché per capire dov’è giunto il ventunesimo secolo quando in realtà la scienza è più avanti della cultura umanistica e filosofica, la quale non riesce a dire com’è fatta la realtà, il che invece riesce alla scienza contemporanea.

La concezione delle creatività di Wilson ha un carattere nettamente antropologico, riguarda cioè tutti i progressi ideativi e comportamentali che la specie umana ha prodotto lungo la sua evoluzione. Questa concezione è rispettabile ma non è adatta a spiegare la creatività che è emersa come componente importante dell’economia e della produzione negli anni novanta del ventesimo secolo. Quest’ultima riguarda non l’antropologia generale ma le esigenze produttive d’ un’ economia competitiva che negli anni novanta, appunto, è emersa prepotentemente nel mondo. Questa, credo, è la creatività che per noi conta, perché riguarda una parte essenziale della competizione economica oggi vigente.

Pongo una domanda: sono più rilevanti per la trasformazione del mondo eventi come la scoperta delle cellule staminali, quella che c’è acqua su Marte, le tecniche dei gasdotti e degli acquedotti, l’avvento d’una tecnologia che viene definita 5 G (connessione  dati di nuova generazione che sarà disponibile dal 2020), la diffusione dell’auto elettrica a livello mondiale, le nuove tecniche chirurgiche, ecc. o la presunta comparsa d’ un nuovo illuminismo? Tutto questo a mio parere travalica di molto l’enunciazione di un terzo illuminismo che Wilson sostiene veniente.

E’ tempo forse quando si parla di avanzamento delle cultura attenersi ai fatti, cioè ai “risultati” che derivano da certi eventi che appaiono nella cultura stessa. La creatività è uno dei fattori che fanno fare dei passi avanti alla condizione umana perché accresce la possibilità di vivere meglio risolvendo dei problemi che in tempi passati erano irrisolti.

Vi sono attualmente molte aree del mondo sulle quali è possibile un  intervento migliorativo. Alcune sono dovute anche ai mutamenti del clima, per esempio la coltivazione di vaste aree della Siberia o dell’Africa desertificata. Nel caso di quest’ultima è forse possibile tentare la fertilizzazione di certe zone con la creazione di acquedotti partenti dai grandi bacini esistenti. Opere gigantesche ma che possono essere tentate con le nuove tecnologie. E’ forse anche possibile fare interventi sulla meteorologia, sulla dispersione delle nubi foriere di grandine, ecc. Tutto questo per dire che non mancano i settori d’intervento che possono essere migliorati attraverso tecnologie appropriate e progetti intelligenti. Lo sviluppo tecnologico si rivela essenziale per ottenere risultati fino ad oggi ritenuti impossibili. Tale prospettiva trascende di molto il problema del rapporto tra cultura umanistica e cultura tecnologica su cui si sofferma E. O. Wilson e sottolinea l’importanza della tecnologia per il miglioramento della condizione umana.

Mi sovviene l’ormai lontana opera del filosofo pragmatista americano John Dewey nella nota opera Logic. The Theory of Inquiry, 1938.  Dewey dice che i problemi nascono dalla presenza di bisogni insoddisfatti. Di fronte a un bisogno che provoca insoddisfazione e dolore l’uomo cerca di trovare delle soluzioni e in questo modo fa sviluppare la cultura.  Legando il concetto di creatività a questo semplice paradigma si ha un’idea  della creatività stessa molto più concreta di quella proposta da Wilson. Alla fine, infatti, si può pensare che la nozione di creatività  sia connessa ai bisogni umani, qualcosa che fa cessare una sofferenza, un disagio che colpisce l’uomo in un dato momento della sua storia. La ormai lontana interpretazione di Dewey soddisfa a mio parere l’esigenza di definire la creatività  meglio di quanto faccia l’interpretazione di Edward O. Wilson.

Novembre 2018

AVVOCATI E CLIENTI – UN RAPPORTO IMPORTANTE NELLE DEMOCRAZIE LIBERALI

Questo articolo si propone di rispondere alla domanda: qual è il rapporto più importante che gli avvocati tengono col mondo esterno? La mia risposta è la seguente: il rapporto con il CLIENTE, che nell’esercizio professionale viene prima di tutti gli altri, cioè dei rapporti con il giudice, con la pubblica amministrazione, con i colleghi, con l’opinione pubblica e così via. Pubblicai nel lontano 1967 la prima inchiesta sociologica sulla professione di avvocato (Gli avvocati italiani. Inchiesta sociologica, Ed. Comunità 1967) e già da quella ricerca emergeva l’importanza primaria che per ogni avvocato ha la relazione col cliente,  complessa e spesso conflittuale, ma di radicale rilievo  per chi voglia fare la professione forense. L’acquisizione dei clienti ha per ogni avvocato un rilievo essenziale, perché senza clienti la professione non ha alcuna possibilità di attuarsi e di accompagnare il professionista per una vita. Per tale motivo la conquista d’ una clientela è per l’avvocato un leitmotiv impegnativo, spesso fonte di angoscia, di preoccupazioni o perfino di perplessità se continuare o meno la professione o sceglierne un’altra. La ricerca dei clienti è per molti legali qualcosa di problematico e di avventuroso quando si svolga a livello d’un esercizio individuale o associato. Assume un carattere diverso nell’esercizio svolto nei grandi studi formati talvolta da decine o centinai di avvocati. Ricordo l’importante studio di E.O Smigel, The Wall Street Lawyer,  pubblicato a New York nel 1964. L’autore poneva la domanda se gli avvocati esercenti nel grande studio attuassero davvero la “libera” professione legale o se la loro autonomia andasse sostanzialmente perduta. Nel grande studio legale, apparso in Italia molto tardi rispetto all’America, il rapporto principale non è infatti con il cliente ma con l’organizzazione dello studio che  ne definisce le strategie idonee  a rendere lo studio stesso apprezzato e importante. In Italia, ripeto, la forma “grande studio” si è sviluppata tardi, ma anche da noi ha suscitato il problema sopra indicato, attenuato, credo, dalla modesta numerosità dei componenti.

Come pure quando l’avvocato abbia un unico cliente al quale dedica tutta la sua attività. In questo caso ritengo che la caratteristica storica della professione di essere “libera” subisca dei limiti dovuti alle esigenze del cliente che tende a subordinare a sé il professionista.

La figura del cliente assume nelle democrazie liberali un rilievo costituzionale perché implica la difesa da parte dell’avvocato degli interessi dei cittadini intesi come membri d’una comunità nella quale ogni cittadino ha diritto di essere difeso con i mezzi tecnici più appropriati. In questa logica si pone anche la difesa d’ufficio, cioè un avvocato nominato dal sistema giurisdizionale e per tale motivo non sempre impegnato sufficientemente nella difesa.

So bene che le affermazioni appena formulate possono determinare la diffidenza di coloro che guardano la professione dall’esterno ma il dovere  dell’avvocato è questo: tutelare nei limiti del lecito e del diritto vigente la posizione dei clienti. Se trascura o perde tale funzione l’avvocato rinnega la propria vocazione, si sottrae a un dovere primario. Gli interessi dei patrocinati si confrontano continuamente e spesso confliggono tra loro. La dialettica processuale riguarda tale conflitto, ma anche quella contrattuale e consulenziale. Proprio perché mediati da un apparato giurisdizionale, gli interessi possono comporsi in una maniera non gravemente conflittuale e cioè sfociante nella violenza. Le procedure – civile, penale e amministrativa – sembrano create per attuare questo scopo, perché garantiscono al cittadino una tutela attuata attraverso regole precise controllate dal giudice.

Sorge qui il tema della “bravura” degli avvocati, cioè del saper svolgere ad alto livello questa tutela, cosa che esige non solo una preparazione teorica ma anche una pratica acquisita sul campo. La pratica legale investe largamente tale aspetto, e non s’impara in sede astratta, ma vivendo con intelligenza soprattutto il rapporto con il cliente. Spesso si dicono malignità sulla bravura degli avvocati, sulle loro capacità di convincere, sull’abilità delle loro impostazioni difensive, sul saper profittare degli errori degli avversari, ecc., ma bisogna convenire che queste qualità costituiscono elementi essenziali del funzionamento della giustizia e rendono possibile la protezione degli interessi individuali anche quando questi sono gravemente contrapposti. E tale confronto rende possibile la definizione pacifica delle controversie che senza il sistema della tutela legale sarebbero per il sistema stesso distruttive.

Novembre 2018