Category Archives: Sezione Articoli

Commento al saggio di Edoardo e Vieri Boncinelli L’ETA’ CONQUISTATA, Perchè abbiamo guadagnato più di vent’anni di vita. E come viverli meglio, Solferino, 2019

Già nel titolo di quest’opera Edoardo e Vieri Boncinelli, l’uno genetista, l’altro medico e presidente del Comitato scientifico di sessuologia scientifica, mettono in evidenza la sostanza del fenomeno: negli ultimi decenni abbiamo guadagnato più di vent’anni di vita, bisogna ora viverli al meglio.

Sono vent’anni guadagnati rispetto a un passato  molto recente. Vent’anni rispetto ai quali, secondo gli autori, oltre alla prevenzione, ad una dieta appropriata e ad una vita attiva e socialmente ricca, diventa fondamentale la sessualità che va quindi riscoperta e vissuta fino alla fine.

Gli autori analizzano le basi biologiche della longevità e i progressi della medicina e della chirurgia  che hanno portato in così poco tempo a questo importante risultato.

Aggiungono gli autori: “ Una recentissima indagine dell’ISTAT del gennaio del 2019 ha stabilito che sono 14.456 le persone residenti nel nostro Paese che hanno compiuto i 100 anni di età. Tra i 1112 che hanno raggiunto e superato i 105 anni, l’87% è di sesso femminile”, ma aggiungono che i progressi della medicina aprono la strada alla prospettiva di vivere in salute fino a 130 anni.

Gli scienziati non commentano le conseguenze di questa prospettiva. Da parte mia ritengo che sia impossibile parlarne motivatamente se non in senso del tutto generico. Tra i fattori che potrebbero essere tenuti presenti per vivere  al meglio tutti i giorni che ci rimangono al termine dell’attività lavorativa è forse importante l’aumento del senso del futuro, cioè d’ immaginare come quest’ultimo potrà essere vissuto, e l’esigenza interiore di “narrare”, ossia di raccontare le vicende della vita. Come sarà questo lungo periodo gli  autori non lo ipotizzano e d’altronde è impossibile predire quello che potrà sentire un individuo umano che raggiunga la meta di 130 anni perciò la rimane ipotetica e priva di indicazioni su come sarà l’uomo che potrà raggiungere tale meta oggi solo ipotizzabile.

 

Novembre 2019

Commento ai saggi: ASSEDIO ALL’OCCIDENTE di Maurizio Molinari, La Nave di Teseo, 2019 e LA SECONDA GUERRA FREDDA di Federico Rampini, Mondadori, 2019

Qual è la tesi di fondo del saggio di Molinari? Che è in atto una nuova guerra fredda, promossa dalla Russia di Putin e dalla Cina di Xi Jinping contro l’occidente, basata sulla convinzione che i rispettivi regimi siano superiori alle democrazie occidentali e con l’intento di disgregare la NATO e più in generale il sistema politico dell’occidente.

Di fronte a questa sfida, dice Molinari, l’occidente appare pavido e inerte. Il campo di battaglia dove la sfida si attua è sostanzialmente l’Europa.

Spetta perciò all’Unione Europea guidare gli stati che la compongono nel rispondere alla sfida la quale mira a farla implodere, delegittimando la democrazia parlamentare, spingendo le popolazioni a cercare soluzioni ai loro problemi in modelli politici alternativi animati da stimoli autocratici e  autoritari.

La tesi del saggio di Molinari è certamente fondata, ma presenta alcune incongruenze. Mettere sullo stesso piano la politica della Russia di Putin e della Cina attuale a mio parere non è corretto perché non vi è alcuna convergenza tra le due posizioni. La minaccia reale viene dalla Cina, l’unica potenza che può mettere in pericolo il sistema occidentale. Molinari descrive il disegno di Xi e  proprio dai principi di questo deriva la dimostrazione che il vero antagonista dell’occidente è la Cina stessa.

In cosa consiste tale disegno? In estrema sintesi,  nel penetrare all’interno dell’occidente conquistando spazi ai danni degli USA per poterli sostituire come potenza dominante. Il Presidente Tramp si è contrapposto a tale disegno con la politica dei dazi la cui efficacia è tuttavia posta da molti in discussione.

L’Unione Europea, scrive Molinari, è stretta nella morsa della sfida convergente dei populisti, sul fronte interno, delle grandi potenze rivali su quello esterno.

Rampini giunge nel suo saggio a conclusioni analoghe a quelle di Molinari sulla seconda guerra fredda anche se non concorda sulle conclusioni. Molinari, infatti, sembra convinto che il conflitto tra la Russia e l’occidente possa essere composto attraverso accordi territoriali e d’influenza circa la posizione dell’Ucraina rispetto alla Russia e della rispettiva influenza di Stati Uniti e Russia sulla Siria. Non altrettanto Rampini.

Per entrambi gli autori il secondo conflitto, cioè della Cina contro gli USA e l’Europa, non permette allo stato delle cose alcuna risposta.  L’esito della competizione dipende infatti in larga misura dalla capacità di sviluppo scientifico e tecnologico dei due contesti nel giro di un periodo di almeno vent’anni. Così sembra pensarla in particolare Rampini. Questo sviluppo reciproco non è attualmente prevedibile se non per intuizioni anche se Rampini dice di aver constatato come giornalista i rapidissimi progressi, soprattutto tecnologici,  della potenza asiatica.

La seconda guerra fredda per quanto riguarda il rapporto tra Stati Uniti e Cina dipende da una serie di fattori attualmente non prevedibili con sicurezza anche se in qualche modo immaginabili.

La risposta sul trema quando finirà la competizione tra Stati Uniti e Cina e come finirà è dunque prematura. Essa dipenderà da molti fattori fra cui la rielezione o meno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Rampini prevede uno scontro frontale tra due concezioni politiche ed economiche. I termini reali di questo scontro sono, dice Rampini, intuibili ma non prevedibili concretamente.

La soluzione della guerra fredda tra i due contesti è quindi rimessa a ciò che accadrà in concreto. Quello che possiamo dire è che lo scontro è destinato a durare e ad approfondirsi e la sua conclusione è lontana dalla  prevedibilità attuale.

Novembre 2019

Commento al saggio di LUC BOLTANSKI e ARNAUD ESQUERRE, ARRICCHIMENTO Una critica della merce, Il Mulino, 2019

Qual è la tesi sostenuta in questo saggio? Nell’ultima parte del XX secolo e all’inizio del XXI nelle società occidentali la produzione di merce non è più considerabile come il mezzo principale per massimizzare i profitti. La ricchezza può essere realizzata mediante la commercializzazione di oggetti e altre forme di attività quali la compravendita di entità pregiate, il collezionismo di opere d’arte, la musica dei grandi concerti, il lusso, il turismo e  forme analoghe. Alcune di queste sono esaminate con cura dagli autori come la moda e il cinema, l’acquisto e la vendita di immobili siti in località privilegiate, ecc. L’analisi degli autori si rivolge a questi campi un tempo considerati marginali e ne fa un sistema di nuovo tipo specialmente giocando sul prezzo, sulla differenza di prezzo e su fattori consimili.

Tra i protagonisti del nuovo corso gli autori includono i cosiddetti “creativi” cioè le persone dotate di capacità di realizzare il nuovo, ma non li fanno coincidere con la classe creativa agli inizi di questo secolo descritta da Richard Florida nel saggio  The rise of the creative class. Le ragioni della non identità mi sono piuttosto oscure. Resta comunque il fatto che Boltanski e Esquerre considerano i creativi a tutti i livelli come protagonisti del fenomeno di arricchimento per cose diverse dalla manifattura.

Mi sembra innegabile tuttavia che vi è un altro settore che gli autori non includono chiaramente tra le operazioni creative. Si tratta della scienza e della tecnologia via via nascente e legata alla prima. Il problema si può porre nei termini seguenti: Quale potrà essere il rapporto della società dell’arricchimento individuata dagli autori con queste entità che potremmo definire convitati di pietra di un nuovo banchetto?  Vi è poi un altro settore di azione umana che gli autori forse non hanno potuto considerare quando scrissero il testo. E cioè i movimenti e le forze umane sostenitrici di innovazione ecologica che attualmente fioriscono in tutto il pianeta.

A me non sembra che il saggio includa questi campi d’azione come rientranti al fenomeno dell’arricchimento. Tuttavia la non facile lettura  del testo può avermi indotto in errore impedendomi di vedere argomenti e fatti che invece sono stati sfiorati dagli autori.

Ottobre 2019.

TRIONFO E CRISI DELL’AUTOBIOGRAFIA

L’autobiografia è la narrazione della propria vita fatta da un soggetto che vuole rivelare se stesso alla società e al mondo. E’ un genere letterario di cui si può seguire la fenomenologia fino ai giorni nostri.

Questo articolo si propone di tratteggiare quest’ultima a partire dall’età romantica. La mia tesi è che ai giorni nostri è divenuto difficile e rischioso proporsi al pubblico in forma autobiografica e che spesso ciò avviene per pura e semplice vanità.

Nell’età romantica molti scrittori si esprimono in forma autobiografica. Chateaubriand scrive Mémoires d’outre tombe, vasto progetto autobiografico, Ugo Foscolo parla della propria soggettività ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Romanzi importanti come  I dolori del giovane Werter e Wilhelm Meister scoprono la personalità di Goethe  e le sue vicende personali. Casanova nell’ultima parte della sua vita detta I mémoires. Massimo D’Azeglio pubblica I miei ricordi in cui espone se stesso senza paura. Thomas Carlyle vede nell’eroe il protagonista e l’ispiratore della storia pensando a se stesso. Coloro che dettano simili autobiografie sono in genere letterati, scrittori o artisti che trovano del tutto naturale raccontare la propria vita ad un pubblico che quasi certamente li capirà.

Il XX secolo pone l’autobiografia a disposizione del capo politico. I dittatori e gli “eroi” di quel secolo si autoraccontano per imporre se stessi alle folle. Adolf Hitler scrive Mein Kampf per spiegare al mondo la propria missione. L’autobiografia passa nelle mani di seduttori delle masse e ne incarna gli scopi. Gustave Le Bon alla metà del XIX secolo anticipa questo fenomeno nell’opera La folla, studio della mentalità popolare.

       A partire dalla seconda parte del XX secolo l’autobiografia viene incorporata dall’uomo senza certezze che non ha punti d’appoggio esistenziali perché né la filosofia né la religione gli danno ormai sicurezza. Come racconta se stesso questo personaggio? Non è facile individuare la fenomenologia ultima che l’autobiografia assume. Essa persiste come esperienza personale, ma nessuno può garantire che sarà accolta e capita dal pubblico. Chi vuole affidarsi all’autobiografia può farlo, ma è un’esperienza rischiosa che può andare bene o male. La risposta del pubblico può essere di comprensione e solidarietà, oppure di rifiuto.

I personaggi che usano questo mezzo provengono da tutti gli strati sociali: uomini importanti, politici, imprenditori, sportivi, persone di secondo piano, tutti tuttavia sottoposti al rischio del  fallimento.

Un enorme narcisismo connota l’uomo odierno e si travasa nelle autobiografie dei soggetti che affollano il magma sociale. Un gran numero di persone è convinta di avere qualcosa da dire  in forma autobiografica. Ma il genus letterario indossa troppo spesso la veste della vanità. Il sociologo e antropologo tedesco William Graham Sumner in un libro famoso, Folkwais, sostiene che le grandi spinte che guidano l’uomo sono: la fame, il sesso, la vanità, la paura degli spiriti. Dobbiamo riconoscere a Samner il merito di aver visto nella vanità una delle pulsioni  più importanti dell’uomo. La vanità spinge oggi uomini dalla più diversa formazione a rivelare se stessi, a dire chi sono. Ma la comprensione del pubblico nei loro riguardi è tutt’altro che sicura.

Ottobre 2019

Commento al saggio di YUVAL NOAH HARARI, HOMO DEUS Breve storia del futuro, Bompiani, 2019

Il poderoso saggio che vorrei commentare è dovuto a Yuval Noah Harari docente presso la Hebrew University di Gerusalemme, già autore del bestseller Sapiens. Da animali a dei. Nella seconda metà del XX secolo – dice Harari – l’umanità è riuscita a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Nel XXI secolo l’uomo è in grado di coltivare l’ambizione di essere dio, di trasformare l’homo sapiens in homo deus. Robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno poste al servizio dell’immortalità e della felicità eterna?  Sembra proprio di sì. L’autore infatti si domanda:  il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo? Saremo in grado di proteggere il pianeta e noi stessi dai poteri divini che abbiamo acquisito? Nella visione di Harari i mezzi con cui l’umanità cercherà di conseguire le mete supreme sono la robotica, l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica.  Tra questi mezzi l’intelligenza artificiale sembra essere il più importante, foriero di conseguenze estreme, tanto da rendere davvero possibile il transito della specie all’immortalità.

Dirò perché la predizione di Harari non mi convince.

Egli assume in Homo Deus il ruolo dell’ “intellettuale profeta” che lancia messaggi e predice il futuro in forma utopica. Tale figura è stata importante al tempo delle ideologie, ma con la caduta di queste ha esaurito la sua funzione. E’ una figura anacronistica. La reviviscenza di essa nel nostro autore in  un’epoca come la nostra in cui il successo di un’idea dipende largamente dalla sua realizzabilità, a me pare fuori luogo. In Homo deus il facile intellettualismo di Harari è evidente.

Non è vero che nel XXI secolo l’uomo si senta dio. Ha constatato un forte miglioramento della sua condizione, questo sì, ma è ben lontano dal sentirsi divino. Attribuirgli tale convinzione è del tutto arbitrario.

La migliorata condizione ottenuta da una parte dell’umanità potrebbe regredire perché legata a variabili tuttora pendenti come situazioni geopolitiche del tipo conflitto tra USA e Cina, già ben visibile ai nostri giorni o eventi catastrofici sopravvenuti. L’improvviso mutamento delle condizioni di fatto in cui viene a trovarsi la specie umana non è nuovo nella storia. Perciò piuttosto che predire il futuro attraverso ipotesi nate dalla propria immaginazione è meglio cercare di costruirne i presupposti in termini di miglioramento progressivo. E’ comunque bene mettere da parte certe esagerazioni che in Harari sembrano macroscopiche. Il saggio dell’autore mi sembra pericolosamente basato proprio su queste.

Settembre 2019

COMMENTO ALL’INTERVENTO DELLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA URSULA VON DER LEYDEN SULLO STILE DI VITA EUROPEO, Settembre 2019

Un commento alle dichiarazioni della Presidente della Commissione Europea (Difendo lo stile di vita europeo) è per me piuttosto facile in quanto ne condivido la sostanza. Mi sembra corretto dire che la locuzione stile di vita equivale al concetto di “cultura” nell’accezione datale da Bronislaw Malinowski nel saggio Una teoria scientifica della cultura. Cosa intendeva Malinowski col termine cultura? L’insieme  delle soluzioni date ai problemi dell’esistenza come risposta ai bisogni corrispondenti. La cultura europea ha caratteristiche inconfondibili perché postula la difesa della dignità umana, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani compresi quelli delle persone appartenenti alle minoranze, il diritto al piacere e al godimento della vita, cioè a vivere quanto meglio è possibile. Questo cluster di valori viene integrato da altri elementi come la parità dei diritti tra uomo e donna, la libertà sessuale, il rifiuto del pensiero ideologico, la libertà di non credere a qualche assoluto religioso o politico.

Può questo insieme dar luogo a contrapposizioni rispetto ad altre culture? Certamente sì, perché vi sono nel mondo culture che non accettano affatto questi valori. Da questa constatazione discende alla cultura europea il diritto di difendere la propria esistenza rispetto a quelle che tali valori vorrebbero sopprimere.

La cultura europea ha diritto di tutelare i propri principi e chi si propone di guidarla ha il dovere di agire in tal senso. Sostiene questa tesi Ursula Von der Leyden quando dice “Dovremmo essere fieri del nostro stile di vita europeo in tutta le sue forme e dimensioni e dovremmo costantemente preservarlo, proteggerlo e coltivarlo.”

Uno sguardo gettato sul mondo d’oggi rivela che la nostra cultura ha un’identità preziosa e deve mantenere viva tale identità  con le azioni politiche più opportune. Per gli europei è questo il problema principale nel presente momento storico.

L’affermazione dei principi della cultura europea rispetto alle altre culture diventa una missione da compiere. La difesa rispetto ad altre culture fa parte dell’affermazione consapevole della nostra identità.

Settembre 2019.

Commento al saggio di Marco Santagata BOCCACCIO INDISCRETO IL MITO DI FIAMMETTA, Il Mulino 2019

Il saggio di Marco Santagata si aggiunge alle interpretazioni di grandi autori della letteratura italiana già scritte da Santagata con l’intento di rivelare aspetti umani di essi, al di là dei miti che li circondano. Questa volta il personaggio considerato è Giovanni Boccaccio nella parte della sua vita trascorsa a Napoli durante l’apprendistato di mercante col padre, nel corso del quale Boccaccio fa le prime prove letterarie.

Il periodo è segnato dal contrasto tra il padre che lo voleva mercante e la vocazione letteraria di Giovanni che aspirava a diventare un letterato. Il trasferimento a Napoli nel 1327 (Boccaccio è nato nel 1313) è lo scenario iniziale della contrapposizione. A Napoli il giovane Boccaccio trascorrerà sei anni e in questa città comporrà le prime opere, la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida, e nella stessa città avrà il presunto rapporto amoroso con la figlia naturale del re di Napoli, Maria D’Aquino, soprannominata Fiammetta. Segue l’abbandono improvviso di Napoli da parte del Boccaccio il quale si trasferirà a Firenze. “Il distacco da Napoli dev’essere stato doloroso e con ogni probabilità imposto” (pag. 143) dall’ostilità della corte Angioina, a causa di quel rapporto.

Un nuovo contesto accoglie il Boccaccio dopo l’addio a Napoli e in quest’ultimo nasce il Decamerone , ambientato sulle colline presso Firenze, dove Giovanni torna a servire il padre come mercante.

Boccaccio è stato l’inventore del “racconto”, della narrazione fatta in prosa, dunque il primo scrittore nei termini in cui noi intendiamo questa figura. Egli fonda un genere letterario che prima non esisteva. In  questo senso è già lontano da Dante e dal Petrarca che sono poeti non prosatori. Ma nel  Decamerone egli mostra altre qualità rispetto a quelle evidenti nelle opere del periodo napoletano. Un’ironia dissacratoria, uno stacco sorridente  sul comportamento umano, una diffidenza verso la trascendenza che nelle opere del periodo napoletano non esistevano. Come si spiega simile cambiamento? Forse con una crisi filosofica che sopravvenne in lui, una visione  nuova del mondo?  Ben poco sappiamo di tale passaggio ma esso è probabilmente alla base di uno dei caposaldi della nostra letteratura. Un mutamento personale molto lontano nei contenuti da Dante e dallo stesso Petrarca. Oggi lo consideriamo il vero Boccaccio.

Il saggio di Santagata aiuta a intendere come sia avvenuto questo passaggio, come si sia formata in Boccaccio la necessità interiore di “narrare”. Attraverso il dolore? E’ possibile. Ma in una materia come questa nulla è sicuro. Bisogna procedere per intuizioni intelligenti. E’ così a mio parere che ha fatto l’autore attraverso un’intrusione nella giovinezza di Boccaccio sulla quale pochi interpreti si sono avventurati.

Settembre 2019

VERSO UN CAPITALISMO INVESTITO DALL’IDEA DI “VITA”

In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 20 agosto 2019, Marilisa Palumbo riferisce che la Business Roundtable – organizzazione di 181 membri presieduta da Jamie Dimon di IpMorgan Chase – ha stabilito che accanto alla massimizzazione dei profitti ogni compagnia deve avere come scopo l’arricchimento della vita dei propri dipendenti, dei consumatori, dei fornitori e della comunità servendo gli azionisti in modo etico e rispettando l’ambiente.

Tale presa di posizione viene interpretata dall’autrice dell’articolo come una “svolta etica del capitalismo” in deroga al tradizionale principio formulato da Milton Friedmann che lo scopo di ogni impresa dev’essere solo l’arricchimento degli azionisti.

L’argomento non è nuovo. Io stesso in un saggio pubblicato nel 2003 da Franco Angeli – Il lavoro professionale e la civilizzazione del capitalismo – ne avevo adombrato i termini, dicendo che il lavoro professionale, con la valorizzazione della conoscenza che comportava, aveva come conseguenza, appunto, una forma migliore di capitalismo.

Ma ora questa tematica si presenta in termini diversi. Il difficile è capire quali sono realmente le nuove tendenze. Escluderei che siano  l’approdo ad un nuovo socialismo. Nessuna delle vie proposte ha tale carattere, cioè di un ritorno ai principi collettivistico-socialisti. In un altro senso a me sembra stia inclinando il capitalismo. Oltre che essere investito dall’influsso benefico della scienza, il capitalismo mostra di adeguarsi sempre più all’idea di “vita”. Ciò si può constatare riflettendo sullo sviluppo delle gratificazioni che vengono dalla musica, dal concerto di massa, dai cantautori, dai creativi, dai numerosi festival, da tutte le attività espressive che diventano sempre più frequentemente impresa.

Un  tempo il capitalismo era un fenomeno esclusivamente economico, ora non più. Enormi guadagni derivano da esibizioni musicali, da performances di attori famosi, da personalità indipendenti che danno al pubblico semplicemente se stesse. Uno sguardo attento va rivolto alle forme culturali di capitalismo che sembrano emergere da ogni parte. Ci si può arricchire recitando canzoni, inventando una qualche forma artistica, dirigendo un’orchestra, praticamente con qualsiasi attività creativa. Questo passaggio è evidentemente basato sull’idea di  sviluppo della “vita” del resto indicato anche nella dichiarazione della Business Roundtable.

L’identità del capitalismo dei nostri tempi è dunque  definita oltre che nel senso raccomandato dalla Business Roundtable, anche dalla scienza che modifica continuamente la produzione con le sue acquisizioni e dal vitalismo dei soggetti e delle istituzioni che ne plasmano  dall’interno i contenuti in un senso sempre più umano e culturale.

Agosto 2019.

COMMENTO ALL’ARTICOLO DI SERGIO ROMANO “UTILITA’ DELLA SCONFITTA. ILLUSIONI DELLA VITTORIA” in LA LETTURA Corriere della Sera, Domenica 18 Agosto 2019

La conclusione teorica di questo articolo di Sergio Romano sembra essere la seguente: “Le vittorie militari nuocciono spesso ai vincitori ma possono giovare qualche volta ai Pesi sconfitti” (pag.5). L’ambiguità della massima ne svuota in parte la rilevanza, ne resta però la pretesa di stabilire un principio, cioè che possono venire premiati i vinti e puniti i vincitori.

A me sembra tuttavia che questa tesi non sia stata affatto convalidata dalla seconda guerra mondiale che ha premiato vistosamente uno dei vincitori, cioè gli Stati Uniti d’America. L’emersione di questa potenza come protagonista principale nella geopolitica è del tutto evidente. Anteriormente al primo conflitto mondiale gli USA non esistevano come potenza dominante, anche se Wilson li ha fatti scendere in campo nel medesimo,  dopo la seconda sono diventati i “padroni del mondo” ed è molto dubbio che oggi stiano perdendo questa qualifica.

Si configura invece un’altra situazione: accanto agli USA si pone una potenza, la Cina, che non esisteva come tale all’inizio della seconda guerra mondiale. Essa contende agli Stati Uniti il primato nel mondo. Ma è troppo presto per dire che ci riuscirà, perché gli USA non hanno alcuna intenzione di farsi portare via l’ambito trofeo.

Frettolosi appaiono i giudizi sull’attuale Presidente USA Donald Trump, considerato da molti commentatori inattendibile, ma che è sempre al centro delle politiche mondiali e tutt’altro che disposto a ritirarsi dalla scena. Se Donal Trump verrà rieletto presidente, chi potrà dire che gli USA stanno perdendo il primato conquistato nella seconda guerra mondiale?

La massima coniata da Sergio Romano è dunque tutt’altro che dimostrata sulla base della storia reale. Essa ipotizza solo uno degli sbocchi possibili nel gioco degli eventi che si possono verificare.

Personalmente penso che le potenzialità USA siano tutt’ora enormi e che il preannuncio di una loro prossima decadenza sia un azzardo pericoloso. Le sconfitte subite dopo la seconda guerra mondiale non sono sufficienti a decretarne l’involuzione. Vi sono esempi storici di potenze sconfitte che hanno vinto la partita finale. Esempio classico: quello dell’antica Roma umiliata da Annibale nella seconda guerra punica ma vincitrice della terza. Molto dipenderà dalla capacità di creare o scoprire nuove tecnologie e su questo terreno la battaglia tra i due contendenti  è tutt’altro che finita.

Un confronto dall’esito incerto, ma gli USA potrebbero ripetere ciò che è avvenuto negli anni ’80 del XX secolo nel duello USA – URSS. Allora il Presidente americano era Reagan, oggi è Trump. La partita è aperta, ma è imprudente dare fin d’ora  la vittoria all’una o all’altra entità sfidante, sulla base di un aforisma, come sembra fare Sergio Romano nel suo articolo.

Agosto 2019.

AUTOCOMMENTO AL SAGGIO L’UNIVERSO E NOI. COSMOLOGIA ED ESISTENZA ALLA FINE DEL XX SECOLO, Franco Angeli Editore, 25 anni dopo la pubblicazione avvenuta nel 1994

Nel 1991 pubblicai con Laterza L’uomo senza certezze e le sue qualità, nel quale sostenevo che l’idea di certezza stava abbandonando la cultura occidentale e che l’uomo senza certezze era migliore del suo predecessore ideologico-dogmatico. Nel 1994 uscì L’universo e noi per l’editore Franco Angeli. Nel Prologo sostenevo che “il decennio ’80 (del XX secolo) segnava il passaggio verso un tipo d’uomo diverso da quello che aveva dominato la società occidentale dall’inizio del secolo in avanti”. Si trattava d’un soggetto che proponeva idee quali impermanenza, complessità, irreversibilità, impredicibilità, mutamento continuo. Ciò aveva uno stretto legame con la cosmologia, teoria del cosmo emersa nella seconda parte del XX secolo. Questa scienza rendeva inevitabile il transito dell’uomo occidentale ad una concezione relativistica della vita e del mondo.

Venticinque anni dopo si può capire se questa analisi fosse corretta ed è questo lo scopo dell’articolo qui presentato. La risposta è sì, lo era. La cosmologia sta arrivando alla comprensione della gente comune. Il fatto che siamo solo un piccolissimo evento in un enorme universo evolutivo sta determinando l’avvento d’un uomo di nuovo genere. Idee come assoluto, certezza, valore indiscutibile sono in piena crisi, le ideologie sono cadute, le religioni di salvazione vengono abbandonate, le proposte cognitive sostenute solo sa deboli prove ripiegano su sè stesse, s’impone una nuova visione della condizione umana. E’ evidente che quest’ultima è irrimediabilmente problematica, segnata dalla necessità di risolvere problemi sempre nuovi. Si può constatare l’avvento d’ una mentalità relativistica che considera il mondo, la vita umana e il pensiero come condizionati, incerti e problematici, non più comunque ancorabili a qualche certezza.

Ecco infine la domanda: quali sono i veri bisogni dell’uomo nella situazione che si è creata?

Nel saggio del 1994 la risposta: Attività, Conoscenza, Comunicazione, Intimità.

Attività: una cultura attenta ai termini reali della condizione umana deve vedere nell’attività il mezzo basilare attraverso il quale la specie tutela la propria sussistenza. Via la contemplazione, via la mistica, niente di trascendente ci aiuta. Azione, invece, strettamente legata al coraggio di vivere.

Conoscenza: la conoscenza che serve soprattutto è quella scientifica, basata su metodi sperimentali. Nel momento in cui l’universo ci presenta la sua nuova identità il bisogno di conoscenza diventa per la specie umana più impellente che mai.

Comunicazione: l’unica comunicazione che conta è quella che ci fa capire i problemi degli altri e crea una collaborazione ideale tra colui che trasmette e colui che riceve, per risolvere insieme i problemi della vita. Andare verso una società capace di sostituire l’attuale desiderio di dominio con un desiderio forte di scambio intersoggettivo.

Intimità: Appena affacciato sulla visione cosmica l’uomo capisce quanto sia importante quella parte del sé che per essere segreta e separata dal segreto degli altri è definita l’intimo. Necessità dell’intimo significa che diventano obiettivi primari della nostra azione le persone che amiamo.

Da tutto questo deduco l’attualità del saggio pubblicato 25 anni fa. Chi ha compreso il significato profondo del rapporto uomo-universo arriva oggi come allora alla conclusione indicata.

In questo lungo periodo, l’interpretazione del mondo e di noi stessi ha avuto una sola contraddizione rilevante: il terrorismo di matrice religiosa. E’ stato un’estrema invocazione dell’assoluto che ha prodotto. come tutti sanno, effetti terribili. Tale fenomeno ha intersecato i 25 anni, ma non ha interrotto il percorso relativistico della cultura occidentale, oggi più che mai evidenti.

Agosto 2019.