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NOTE SULL’ESERCITO EUROPEO. MACRON E MERKEL INSIEME PER UN’EUROPA INDIPENDENTE.

Da molto tempo il Presidente francese Emmanuel Macron porta  avanti il progetto d’una forza armata europea. Macron pensa che l’esercito europeo dovrebbe essere a guida francese e ribadisce il concetto: gli europei non possono proteggere i propri interessi se non si dotano d’un esercito europeo che li protegga dalla Russia, dalla Cina e anche dagli Stati Uniti che con Donald Trump diventa  un potenziale avversario dell’Europa stessa. La Francia, pensa ancora Macron, possiede anche i presupposti industriali per dirigere l’esercito europeo, oltre che essere l’unico paese europeo che possiede la bomba atomica.

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 18 novembre 2018 (intitolato Parigi vuole l’esercito europeo, la chance di correggere De Gaulle) Sergio Romano ricorda che la Comunità Europea di Difesa fu il sogno di Alcide De Gasperi. Col trattato firmato il 27 maggio 1952 da Belgio, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, questi paesi cercarono di attuarlo ma il documento non fu ratificato dall’Assemblea Nazionale Francese per ragioni di politica interna riconducibili a  De Gaulle. Da allora, scrive Romano, la CED riappare ora sulla scena politica ma viene patrocinata dal Presidente francese Emmanuel Macron. Romano capisce l’importanza dell’idea, ma nulla dice sulla possibilità di successo della medesima. Questo articolo sostiene invece che al giorno d’oggi tale possibilità esiste, anche se è soggetta a condizioni e ostacoli difficilmente prevedibili, in parte dovute ai movimenti sovranisti.

Le ragioni per cui il progetto di Macron sembra attuabile attualmente sono in sostanza le seguenti:

la Francia possiede i requisiti per portare a compimento il progetto sia perché è una potenza nucleare, sia perché ha le strutture produttive atte a sostenerlo.

L’unica potenza che avrebbe potuto realizzarlo in questi anni, la Germania, non lo ha fatto, ma ora Angela Merkel ha dichiarato che vuole attuarlo, come emerge dall’ultimo incontro di Macron con la Merkel, avvenuto in Germania il 18 novembre 2018.

Oggi il progetto si lega alla volontà di Francia e Germania di vincere la sfida delle potenze sovraniste, il che potrebbe avvenire con le elezioni europee del maggio 2019, in una data cioè a portata di mano.

Le difficoltà tecniche sono superabili anche se ciò richiede molto impegno e buona volontà.

Il progetto ha dunque delle chances di essere attuato, benché permangano numerose variabili che potrebbero farlo fallire. In un articolo apparso su La Repubblica lunedì 19 novembre (I principi feriti che difendono l’Europa) Ezio Mauro sostiene che “Tutto sembra congiurare contro l’Unione Europea. Ma dai leaders di Francia e Germania arriva un segno di battaglia: l’annuncio di un piano di riforme per rilanciare il progetto europeo”. “Da oggi sappiamo, e anche i populisti lo sanno, che sul Bundestag e sull’Eliseo non sventola bandiera bianca.” Se l’accordo Macron – Merkel sarà mantenuto, pare a di chi scrive, anche l’esercito europeo ha possibilità di essere realizzato e con esso l’affermazione della volontà europea di essere un’entità indipendente, tra i giganti che vorrebbero subordinarla ai loro interessi.

Non può essere ignorato che la creazione d’un esercito europeo potrebbe essere la premessa per una soluzione presidenziale del problema Europa, per la ragione che un esercito europeo richiederebbe un’autorità che lo diriga politicamente, e tale autorità potrebbe essere, appunto, un Presidente eleggibile dalla stessa Assemblea della Comunità Europea.

DONALD, THEODORE E IL GRANDE GRIZZLY AMERICANO

Molti osservatori ritengono che Donald Trump sia una personalità diversa e peggiore rispetto agli altri presidenti degli USA. Con questo articolo penso di poter configurare invece una somiglianza significativa tra Donald Trump e Theodore Roosevelt, il XXV presidente degli Stati Uniti. Non mi riferirò alla carriera politica di Theodore Roosevelt né alle sue attività presidenziali. Mi occuperò invece dei suoi aspetti comportamentali che a mio avviso furono altri rispetto a quelli dei presidenti che lo hanno preceduto o almeno dalla gran parte di essi e segnarono un’epoca, l’inizio del XX secolo.

Un primo aspetto di questa differenza riguarda il carattere aggressivo  e conflittuale dell’uomo Theodore Roosevelt. Amava la boxe e riteneva corretto fare a pugni con chi lo sfidava, anche fuori gli ambiti in cui si svolgeva la sua funzione di presidente. Theodore ebbe un occhio ammaccato da un pugno ricevuto, cosa evidentemente inconsueta per un presidente. A proposito del pugilato Theodore si espresse così nella sua autobiografia: “Ho dovuto lasciare sia la boxe che il wrestly perché durante un allenamento un giovane capitano di artiglieria mi ha colpito gravemente un occhio rompendomi tutti i capillari e da allora ho avuto la vista offuscata. Fortunatamente era il mio occhio sinistro se fosse stato il destro non sarei più stato in grado di sparare. In quel  momento ho capito che era meglio accettare la mia età e smettere con la boxe” .

Un altro aspetto della personalità di Theodore Roosevelt è quello che riguarda il modo di relazionarsi con gli avversari. E’ famosa la massima con la quale il presidente consigliava di usare il bastone con gli antagonisti per ridurli alla sua volontà. Il bastone non è una carezza.

Caratteristiche simili possiamo trovare in Trump anche se molto attenuate. Quest’ultimo preferisce i rimbrotti, le umiliazioni inflitte agli interlocutori, le intimazioni a tacere fatte ai giornalisti con lui non benevoli, il rifiuto di rispondere alle loro domande, le accuse di falsità. Sono note le forme assunte dal confronto elettorale tra Trump e Hillary Clinton, segnate da un’asprezza inconsueta e da un linguaggio pesante, anteriormente non usato dagli aspiranti al posto di presidente.

Una convergenza esemplare tra i due personaggi troviamo sul punto: primato degli USA nel mondo, egemonia USA nella politica e nell’economia del pianeta. E’ paradigmatica a questo proposito l’idea che Theodore aveva del grizzly americano, l’orso delle foreste, l’animale selvaggio che a suo parere doveva rappresentare l’America, con la sua ferocia e capacità di dominio.

Theodore descrive così l’uccisione di un grande orso nel libro  Hunting Trips of a Ranchman e la narrazione dice molto sul personaggio e la sua mentalità egemonica. “Non dimenticherò presto il primo che ho ucciso. Avevamo scoperto dove si era nutrito della carcassa di un alce; seguii le sue tracce in una  pineta … mentre silenziosamente e lentamente ci infilavamo nella parte più fitta, vidi che Merrifield, che era direttamente davanti a me, sprofondò improvvisamente in ginocchio e fece un mezzo giro con la faccia in fiamme per l’eccitazione. Armando il mio fucile e avanzando rapidamente, mi trovai faccia a faccia con il grande orso, che era a meno di 25 metri di distanza. Era stato svegliato dal suo sonno dal nostro arrivo: si mise a sedere nella sua tana e girò lentamente la sua enorme testa verso di noi. A quella distanza e in un posto del genere era necessario ucciderlo o disabilitarlo al primo colpo; la mia faccia era bianca, ma la canna blu era stabile come una roccia mentre lo guardavo, fino a che non vidi la sommità dell’orso in  modo chiaro tra i due occhi dall’aspetto sinistro; mentre premevo il grilletto mi spostai dal fumo emesso per essere pronto se mi avesse caricato; ma era inutile perché il grande animale stava lottando nell’agonia della morte e come si vedrà quando porterò a casa la sua pelle, il foro del proiettile nel suo cranio era esattamente tra i suoi occhi come se avessi misurato la distanza con uno strumento da carpentiere. Questo orso era lungo quasi nove piedi … ognuno dei miei altri orsi che erano più piccoli aveva bisogno di due proiettili a testa; Merrifield ha ucciso ognuno dei suoi con un solo colpo”.

A Theodore Roosevelt fu affibbiato dalla stampa il nome di Teddy Bear quando nel 1902 durante una battuta lungo il fiume Mississipi si rifiutò di sparare ad un esemplare adulto di orso bruno della Lousiana. L’orso era già stato braccato dai cani e legato ad un albero dagli assistenti del presidente, pronto per essere abbattuto. Roosevelt s’indignò dicendo che da parte sua sparare a un orso in quelle condizioni non sarebbe stato sportivo e tuttavia ordinò che l’orso fosse ucciso per non farlo ulteriormente soffrire.

Per Theodore il grizzly in posizione eretta e minacciosa poteva essere l’immagine simbolica degli Stati Uniti e degli Americani. Quest’immagine riflette l’idea che Theodore aveva degli USA, vedeva cioè in questa potenza un alto grado di aggressività e di volontà egemonica che era inutile nascondere.

Queste caratteristiche del presidente che ha dominato la scena all’inizio del XX secolo, si trovano ora attenuate in Donald Trump, che le esprime in una diversa forma e in un modo direi più moderato. Rivelano che in entrambi i personaggi è presente l’idea che gli USA siano una potenza destinata a dominare le altre. Theodore ha espresso questa convinzione nella forma esplicita sopra accennata, Donald attraverso la dichiarazione più volte ripetuta American First, American First.

Quelle di Donald non sono dunque originalità esclusive dell’attuale presidente, ma orientamenti che già Theodore Roosevelt aveva espresso, ora riemerse in Donald con una spontaneità inconfondibile, come un modo di essere di ogni presidente vigoroso ed efficiente. Dirà la storia se ciò sia un bene o un male, un fenomeno che durerà o che cesserà con Donald  Trump.

Novembre 2018

Commento al saggio di Edward O. Wilson LE ORIGINI DELLA CREATIVITA’ – Raffaello Cortina Editore, 2018

Edward O. Wilson, professore emerito di biologia alla Harward University, pubblica il saggio The Origin of Creativity (2017) di cui mi occuperò in questo articolo perché riguarda uno dei concetti chiave del nostro tempo. La traduzione viene proposta nella collana Scienze e idee diretta da Guido Giorello per l’editore Raffaello Cortina.

La prosa di E.O. Wilson non è di facile comprensione e forse neppure le idee sono così chiare da impedire errori di interpretazione. Wilson definisce la creatività come “il carattere distintivo della nostra specie ed ha come fine ultimo la comprensione di noi stessi, che cosa siamo, come siamo diventati così, e quale destino, se esiste, determinerà le tappe future della nostra traiettoria storica”. Conclude sostenendo che si sono succeduti alcuni periodi che l’autore chiama illuministici. Il primo risalirebbe all’età di Socrate e di Platone, il secondo dal 1630 fino alla rivoluzione francese con uomini come Cartesio, Hobbes, Spinoza, Locke, Leibnz, Hume, Rousseau e Voltaire. Un terzo illuminismo sarebbe alle porte, nella nostra epoca quando scienziati e umanisti lavoreranno insieme per un salto di qualità rispetto al periodo che sta tra la rivoluzione francese e noi.  Par di capire che questo illuminismo porterebbe ad una interpretazione piuttosto ottimistica del futuro largamente basata sulla collaborazione fra scienze umanistiche e sperimentali.

A mio parere sintesi ideali come questa sono di poca utilità per interpretare le fasi della cultura umana e non giovano granché per capire dov’è giunto il ventunesimo secolo quando in realtà la scienza è più avanti della cultura umanistica e filosofica, la quale non riesce a dire com’è fatta la realtà, il che invece riesce alla scienza contemporanea.

La concezione delle creatività di Wilson ha un carattere nettamente antropologico, riguarda cioè tutti i progressi ideativi e comportamentali che la specie umana ha prodotto lungo la sua evoluzione. Questa concezione è rispettabile ma non è adatta a spiegare la creatività che è emersa come componente importante dell’economia e della produzione negli anni novanta del ventesimo secolo. Quest’ultima riguarda non l’antropologia generale ma le esigenze produttive d’ un’ economia competitiva che negli anni novanta, appunto, è emersa prepotentemente nel mondo. Questa, credo, è la creatività che per noi conta, perché riguarda una parte essenziale della competizione economica oggi vigente.

Pongo una domanda: sono più rilevanti per la trasformazione del mondo eventi come la scoperta delle cellule staminali, quella che c’è acqua su Marte, le tecniche dei gasdotti e degli acquedotti, l’avvento d’una tecnologia che viene definita 5 G (connessione  dati di nuova generazione che sarà disponibile dal 2020), la diffusione dell’auto elettrica a livello mondiale, le nuove tecniche chirurgiche, ecc. o la presunta comparsa d’ un nuovo illuminismo? Tutto questo a mio parere travalica di molto l’enunciazione di un terzo illuminismo che Wilson sostiene veniente.

E’ tempo forse quando si parla di avanzamento delle cultura attenersi ai fatti, cioè ai “risultati” che derivano da certi eventi che appaiono nella cultura stessa. La creatività è uno dei fattori che fanno fare dei passi avanti alla condizione umana perché accresce la possibilità di vivere meglio risolvendo dei problemi che in tempi passati erano irrisolti.

Vi sono attualmente molte aree del mondo sulle quali è possibile un  intervento migliorativo. Alcune sono dovute anche ai mutamenti del clima, per esempio la coltivazione di vaste aree della Siberia o dell’Africa desertificata. Nel caso di quest’ultima è forse possibile tentare la fertilizzazione di certe zone con la creazione di acquedotti partenti dai grandi bacini esistenti. Opere gigantesche ma che possono essere tentate con le nuove tecnologie. E’ forse anche possibile fare interventi sulla meteorologia, sulla dispersione delle nubi foriere di grandine, ecc. Tutto questo per dire che non mancano i settori d’intervento che possono essere migliorati attraverso tecnologie appropriate e progetti intelligenti. Lo sviluppo tecnologico si rivela essenziale per ottenere risultati fino ad oggi ritenuti impossibili. Tale prospettiva trascende di molto il problema del rapporto tra cultura umanistica e cultura tecnologica su cui si sofferma E. O. Wilson e sottolinea l’importanza della tecnologia per il miglioramento della condizione umana.

Mi sovviene l’ormai lontana opera del filosofo pragmatista americano John Dewey nella nota opera Logic. The Theory of Inquiry, 1938.  Dewey dice che i problemi nascono dalla presenza di bisogni insoddisfatti. Di fronte a un bisogno che provoca insoddisfazione e dolore l’uomo cerca di trovare delle soluzioni e in questo modo fa sviluppare la cultura.  Legando il concetto di creatività a questo semplice paradigma si ha un’idea  della creatività stessa molto più concreta di quella proposta da Wilson. Alla fine, infatti, si può pensare che la nozione di creatività  sia connessa ai bisogni umani, qualcosa che fa cessare una sofferenza, un disagio che colpisce l’uomo in un dato momento della sua storia. La ormai lontana interpretazione di Dewey soddisfa a mio parere l’esigenza di definire la creatività  meglio di quanto faccia l’interpretazione di Edward O. Wilson.

Novembre 2018

AVVOCATI E CLIENTI – UN RAPPORTO IMPORTANTE NELLE DEMOCRAZIE LIBERALI

Questo articolo si propone di rispondere alla domanda: qual è il rapporto più importante che gli avvocati tengono col mondo esterno? La mia risposta è la seguente: il rapporto con il CLIENTE, che nell’esercizio professionale viene prima di tutti gli altri, cioè dei rapporti con il giudice, con la pubblica amministrazione, con i colleghi, con l’opinione pubblica e così via. Pubblicai nel lontano 1967 la prima inchiesta sociologica sulla professione di avvocato (Gli avvocati italiani. Inchiesta sociologica, Ed. Comunità 1967) e già da quella ricerca emergeva l’importanza primaria che per ogni avvocato ha la relazione col cliente,  complessa e spesso conflittuale, ma di radicale rilievo  per chi voglia fare la professione forense. L’acquisizione dei clienti ha per ogni avvocato un rilievo essenziale, perché senza clienti la professione non ha alcuna possibilità di attuarsi e di accompagnare il professionista per una vita. Per tale motivo la conquista d’ una clientela è per l’avvocato un leitmotiv impegnativo, spesso fonte di angoscia, di preoccupazioni o perfino di perplessità se continuare o meno la professione o sceglierne un’altra. La ricerca dei clienti è per molti legali qualcosa di problematico e di avventuroso quando si svolga a livello d’un esercizio individuale o associato. Assume un carattere diverso nell’esercizio svolto nei grandi studi formati talvolta da decine o centinai di avvocati. Ricordo l’importante studio di E.O Smigel, The Wall Street Lawyer,  pubblicato a New York nel 1964. L’autore poneva la domanda se gli avvocati esercenti nel grande studio attuassero davvero la “libera” professione legale o se la loro autonomia andasse sostanzialmente perduta. Nel grande studio legale, apparso in Italia molto tardi rispetto all’America, il rapporto principale non è infatti con il cliente ma con l’organizzazione dello studio che  ne definisce le strategie idonee  a rendere lo studio stesso apprezzato e importante. In Italia, ripeto, la forma “grande studio” si è sviluppata tardi, ma anche da noi ha suscitato il problema sopra indicato, attenuato, credo, dalla modesta numerosità dei componenti.

Come pure quando l’avvocato abbia un unico cliente al quale dedica tutta la sua attività. In questo caso ritengo che la caratteristica storica della professione di essere “libera” subisca dei limiti dovuti alle esigenze del cliente che tende a subordinare a sé il professionista.

La figura del cliente assume nelle democrazie liberali un rilievo costituzionale perché implica la difesa da parte dell’avvocato degli interessi dei cittadini intesi come membri d’una comunità nella quale ogni cittadino ha diritto di essere difeso con i mezzi tecnici più appropriati. In questa logica si pone anche la difesa d’ufficio, cioè un avvocato nominato dal sistema giurisdizionale e per tale motivo non sempre impegnato sufficientemente nella difesa.

So bene che le affermazioni appena formulate possono determinare la diffidenza di coloro che guardano la professione dall’esterno ma il dovere  dell’avvocato è questo: tutelare nei limiti del lecito e del diritto vigente la posizione dei clienti. Se trascura o perde tale funzione l’avvocato rinnega la propria vocazione, si sottrae a un dovere primario. Gli interessi dei patrocinati si confrontano continuamente e spesso confliggono tra loro. La dialettica processuale riguarda tale conflitto, ma anche quella contrattuale e consulenziale. Proprio perché mediati da un apparato giurisdizionale, gli interessi possono comporsi in una maniera non gravemente conflittuale e cioè sfociante nella violenza. Le procedure – civile, penale e amministrativa – sembrano create per attuare questo scopo, perché garantiscono al cittadino una tutela attuata attraverso regole precise controllate dal giudice.

Sorge qui il tema della “bravura” degli avvocati, cioè del saper svolgere ad alto livello questa tutela, cosa che esige non solo una preparazione teorica ma anche una pratica acquisita sul campo. La pratica legale investe largamente tale aspetto, e non s’impara in sede astratta, ma vivendo con intelligenza soprattutto il rapporto con il cliente. Spesso si dicono malignità sulla bravura degli avvocati, sulle loro capacità di convincere, sull’abilità delle loro impostazioni difensive, sul saper profittare degli errori degli avversari, ecc., ma bisogna convenire che queste qualità costituiscono elementi essenziali del funzionamento della giustizia e rendono possibile la protezione degli interessi individuali anche quando questi sono gravemente contrapposti. E tale confronto rende possibile la definizione pacifica delle controversie che senza il sistema della tutela legale sarebbero per il sistema stesso distruttive.

Novembre 2018

Commento al saggio LA FARFALLA E LA CRISALIDE La nascita della scienza sperimentale di Edoardo Boncinelli di Gian Paolo Prandstraller

Il saggio che mi accingo a commentare  individua ed esamina due fasi del tentativo umano di conoscere la realtà. La prima è rappresentata dalla filosofia, la seconda dalla scienza sperimentale.

La domanda alla quale le due discipline hanno cercato di rispondere è la seguente: com’è fatta la realtà? La filosofia ha tentato di offrire una risposta attraverso intuizioni soggettive prive di prova, la seconda ha introdotto l’obbligo di provare con argomenti validi ciò che si afferma, ed ha rifiutato il metodo olistico della filosofia, cioè di spiegare il mondo in modo unitario e totalizzante con una proposizione inventata da un filosofo. Secondo l’autore l’inizio della scienza va posto nel 1600 ed è riconducibile a due protagonisti ben conosciuti, Galileo Galilei e Francesco Bacone.

Condivido l’assunto centrale del saggio, che vi è stato, quando è emersa la scienza sperimentale, un salto di qualità nel tentativo di conoscere la realtà. Questo salto ha fatto sì che la filosofia abbia perso il privilegio d’essere il mezzo cognitivo essenziale, perché la scienza ha dimostrato la sua superiorità appunto come metodo  più valido ed efficace, soprattutto per migliorare la condizione umana.

Nel riassumere l’ itinerario ricordato l’autore parte dalla filosofia dei primi pensatori, Talete, Anassimene, Anassimandro sottolinea il peso che ha avuto Aristotele nel portare a maturità le acquisizioni della filosofia, in particolare con i binomi causa/effetto e potenza/atto che saranno importanti anche per la scienza. Passa poi ai grandi filosofi del medioevo come Agostino di Ippona e Tommaso d’Acquino, per arrivare agli interpreti del pensiero rinascimentale come Nicola Cusano, Marsilio Ficino, Lorenzo Valla, Bernardino Telesio, Pico della Mirandola che “hanno contribuito ad agitare le acque della conoscenza filosofica del loro tempo”. In tutte queste esperienze fu centrale il ruolo della filosofia.

“Nella sua poderosa opera The invention of science, Donald Wootton è più esplicito sui limiti temporali di tale evento” . “La scienza moderna sarebbe stata inventata tra il 1572, quando Tycho Brahe  vide una nova, cioè una nuova stella nel firmamento, e il  1704 quando Newton pubblicò la sua ottica che dimostrava come la luce bianca sia composta da tutti i colori dell’arcobaleno”. A mio parere la datazione dell’avvio del nuovo metodo è in fondo un dato secondario. L’importante è capire in cosa consisteva.

La base del metodo  era costituita dall’osservazione, aiutata dalla matematica,  considerata da allora come un sostegno fondamentale per la scienza. L’ approccio innovativo è stato sostenuto dall’esperimento, cioè dalla riproduzione in laboratorio dei fenomeni naturali. Si constata di seguito un’evoluzione storica della scienza. Uno degli snodi fondamentali del pensiero scientifico è la meccanica quantistica derivata dalla scoperta di Planck all’inizio del secolo XX. Questa disciplina rivela che l’energia viene emessa in pacchetti e non a caso. I problemi suscitati dalla meccanica quantistica sono molti, tutti orientati contro la concezione olistica della realtà, che la meccanica quantistica vede come scorrente, mutevole, mai definitiva. Siffatta concezione sostituisce il concetto di “probabilità” a quello di certezza,  fondamentale nella  fisica classica. Nel XX secolo, sostiene Boncinelli, si nota questa rivoluzione. A mio avviso, soprattutto nella seconda parte di quel secolo, quando si fanno largo nella cultura tre discipline fondamentali, la meccanica quantistica appunto, la termodinamica e la cosmologia. In conclusione il pensiero filosofico viene superato nel secolo XX dai continui successi del pensiero scientifico fino ai nostri tempi.

Nella visione di Boncinelli all’inizio del ventunesimo secolo la scienza si presenta come l’elemento principale dello sviluppo umano ed è difficile, a mio parere, negare questa tesi che costituisce la base profonda della proposta occidentale e oggi sostiene il confronto tra Stati Uniti e Cina sul quale si articolerà probabilmente la prevalenza dell’uno sull’altro o sperabilmente la possibile intesa tra i due di unire gli sforzi per migliorare il mondo anziché competere per un primato distruttivo. Questa  collaborazione poterebbe portare a ulteriori sviluppi la scienza succeduta alla filosofia nella conoscenza della realtà. Sarebbe un bene per tutti.  Questo approdo mi sembra auspicabile per il benessere del pianeta che ha un estremo bisogno della scienza per migliorare la propria condizione e per dare nuovi spazi alla vita umana.

Ottobre 2018

UN PRESIDENTE PER L’ UNIONE EUROPEA NEL 2019?

Nei primi decenni del XXI secolo due situazioni problematiche di grande spessore emergono nel mondo occidentale. La prima riguarda il conflitto tra USA e Cina. Tale conflitto è diventato sempre più evidente negli ultimi anni. Esso domina ormai la politica estera e commerciale del Presidente Tramp che vede nella Cina il principale avversario degli USA e negli USA l’unica potenza economico politica che può contrapporsi validamente alla Cina.

La seconda consiste nell’avanzata del cosiddetto populismo nel mondo e particolarmente in Europa dove grandi movimenti si contrappongono ormai apertamente all’attuale struttura della UE e ne minacciano gli equilibri  per affermare un’idea d’Europa diversa rispetto alla forma attuale.  A quanto pare nelle elezioni europee del maggio 2019 vi sarà un tentativo dei populisti di rovesciare gli equilibri nella nuova Commissione e nel nuovo Parlamento e qui sta il problema: quale assemblea emergerà da questa prova di forza dei populisti?

E’ opinione di chi scrive che la situazione conflittuale emersa nella UE potrebbe essere sbloccata introducendo un elemento nuovo, cioè un Presidente simile a quello americano, un capo dell’esecutivo al quale siano attribuite le funzioni appartenenti a quest’ultimo in primo luogo la direzione delle forze armate di cui la UE aspira a dotarsi. Con l’avvento di un Presidente  l’UE potrà acquistare una ben diversa configurazione rispetto a quella attuale e gli attuali conflitti potranno essere mediati dalla figura presidenziale.

Come eleggere un Presidente? La parola a questo punto passa ai costituzionalisti che possono suggerire una modifica in senso presidenzialistico dell’attuale Unione Europea. Come ciò può avvenire non mi è chiaro, forse attraverso un referendum da indirsi partendo da un Comitato che ne proponga l’attuazione? O in altra maniera?

Non è impossibile che rendendo la UE un insieme  funzionale perché basato su un potere presidenziale possa essere risolto l’attuale conflitto. L’esistenza di un Presidente potrà determinare le politiche dell’Unione e dare a quest’ultima quella omogeneità che  attualmente non ha.

Per ora tutto questo non è che un’idea  ma perché non provare ad attuarla? Certamente esistono gli uomini (o l’uomo) che può aspirare alla funzione di Presidente e che già stanno pensando di  incarnare questo nuovo ruolo in maniera tale da trasformare l’Unione Europea in un’entità dotata di poteri adeguati all’ordine internazionale che è alle porte. Mi sovviene il nome del Presidente francese Macron. Forse ciò rientra nel disegno politico del personaggio?

Ottobre 2018

SUL PIACERE NELLA SOCIETA’ INDUSTRIALE AVANZATA. IL PRIMATO DEL PIACERE SESSUALE

Il  concetto che cercherò di sviluppare in questo articolo è il seguente: il godimento sensoriale e intellettivo chiamato comunemente “piacere” nelle società industriali e postindustriali non è visto con sospetto e perfino con ostilità come in precedenza accadeva, ma come elemento necessario allo sviluppo e alla completezza della condizione umana.

Sulla storia del piacere come parte dell’etica ricorderò solo i nomi di Aristippo di Cirene e di Epicuro. Questi pensatori vissuti  attorno al IV secolo a.C. capirono che il piacere non è solo compiacenza verso il desiderio, ma anche e soprattutto elemento necessario per poter esistere.  Ecco la grande rivelazione fatta dai due filosofi che viene riscoperta e valorizzata dalla moderna società industriale  divenendone uno dei fondamenti.

Vediamo perché:

  1. Perché questa società ha dato il massimo valore al “lavoro” che è di per sè faticoso e quindi richiede una compensazione adeguata sul piano edonistico. Per tale motivo il piacere diventa fattore essenziale per il lavoratore, non più elemento etico, ma contenuto inevitabile della vita stessa.
  2. L’uomo attuale capisce razionalmente che di regola noi viviamo ogni giorno aspettando la nostra dose di piacere come fosse qualcosa di dovuto per sopportare le fatiche e le tensioni inevitabili nella vita. Questa acquisizione mentale è di tale importanza che modifica la legittimità del piacere rispetto alla fase precedente. Ogni concezione punitiva di se stessi appare nel nuovo contesto incomprensibile, il termine sacrificio finalizzato alla trascendenza diventa incompatibile con la funzione esistenziale del piacere. Le culture basate sull’autopunizione diventano incomprensibili, appartenenti a un’altra epoca.

L’uomo odierno si domanda quali siano i piaceri per lui più importanti. Difficile ovviamente dare su ciò un giudizio uniforme, ma si può dire che in generale nella scala dei piaceri prevale nella società attuale il piacere sessuale. Le espressioni più tipiche della  cultura odierna hanno dato a questo piacere un posto preminente nel novero delle gratificazioni. Vediamo in esso una vera e propria risorsa esistenziale. Ciò traspare dalla letteratura, dal cinema, dalla pubblicità, dalla satira, dal gossip e perfino dalla conversazione quotidiana. Tali forme sono ormai permeate da questa species  di piacere che il pubblico richiede senza esitazioni e  viene offerto come una sorta di toccasana in ogni occasione. Il concetto di censura un tempo importantissimo ha perduto di fronte a questa tendenza  ogni virtualità ostativa.

Il piacere sessuale è  coronato da una fase che nessun altro piacere possiede, cioè l’orgasmo, la fase apicale del congiungimento sessuale. Dell’orgasmo tutto si sa da un punto di vista fisiologico, ma la sua essenza profonda rimane ineffabile,  estranea ad ogni descrizione. Perciò l’orgasmo può essere considerato il momento supremo del piacere, direttamente legato al fattore riproduttivo ma includente in sé una gamma infinita di gratificazioni sensoriali ed affettive. E’ una meta sognata da tutti, una finalità desiderata e auspicabile.

Il piacere sessuale non esclude alcun altro piacere né alcun’altra esperienza esistenziale;  apre anzi la strada a ulteriori vissuti perché completa la personalità umana, la salva dall’isolamento e la spinge ad avere fiducia in se stessa.

Il fatto che il piacere sia diventato un elemento portante dell’esistenza fa della cultura occidentale  quella più attraente tra le forme culturali esistenti. Le culture che si oppongono o combattono la cultura occidentale devono prendere atto che se non saranno capaci di assimilare a loro volta il fattore edonistico di cui l’occidente si è dotato, difficilmente potranno competere con successo con le stesse sul piano produttivo. Ciò significa che l’elemento edonistico diventa oggi una parte costitutiva dello sviluppo economico oltre che culturale, com’è dimostrato dall’utilizzazione della cultura nei processi economici.

Settembre 2018

CAPITALISMO E LAVORO INTELLETTUALE. SULLA TUTELA DEL COPYRIGHT VOTATA A STRASBURGO

Scopo di questo articolo è di  evidenziare qual è il vero significato del voto di Strasburgo sulla tutela del copyright. Cos’è il copyright? E’ la protezione data dalla legge al diritto d’autore, il quale tutela le opere dell’ingegno riguardanti la letteratura, la musica, le arti visive, gli articoli dei giornalisti, l’architettura, il design, il cinema, la radio diffusione, le banche dati, ecc.

In parole povere: tutte queste produzioni intellettuali dovranno essere retribuite, anziché essere utilizzate gratis dai giganti del web. Semprechè il testo approvato a Strasburgo riesca a superare gli ostacoli successivi entro le elezioni europee del maggio 2019.

Il voto di Strasburgo nasconde in realtà uno dei momenti in cui si sta attuando il rapporto tra il capitalismo e il lavoro intellettuale, un rapporto che non è mai stato facile, ma che è essenziale per capire come si attua questa delicatissima relazione, a mio avviso la più importante dell’economia contemporanea.

Vediamo prima di tutto come si è svolto il rapporto tra capitalismo e lavoro intellettuale. Nel seguente modo: solo le professioni intellettuali (medici, avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti, veterinari, ecc.) hanno saputo/potuto ottenere una tutela del loro lavoro entro il contesto capitalistico, cioè la garanzia che le prestazioni professionali avevano diritto ad un riconoscimento economico adeguato, attraverso la tutela stabilita dalla legge in favore del professionista di avere onorari adeguati alla prestazione. Ciò è stato possibile perché i professionisti organizzati in associazioni o ordini hanno ottenuto di essere pagati obbligatoriamente, mentre tutto il lavoro intellettuale non professionalizzato è rimasto privo di tutela. Il lavoro intellettuale insomma ha ottenuto d’essere riconosciuto anche economicamente nella misura in cui si è professionalizzato. Senza questo requisito non aveva diritto ad una ricompensa, salvo i rapporti contrattuali privati con il committente, editore, ecc. L’importanza dell’odierno allargamento è evidente perché tutela invece la maggior parte del lavoro intellettuale non avente finora diritto ad alcun compenso, al di fuori, come detto, dei rapporti contrattuali tra committente e autore.

L’allargamento ha un’importanza enorme perché:

  1. a) significa che il lavoro intellettuale è ormai la sola forma di lavoro che conta nell’economia attuale;
  2. b) senza quel lavoro l’economia capitalistica non può funzionare;
  3. il capitalismo sta affrontando una delle fasi più delicate della sua storia, il rapporto con la scienza, sede tipica di lavoro intellettuale, senza la quale il capitalismo stesso non può sussistere.

Il riconoscimento che il capitalismo per sussistere ha bisogno del lavoro intellettuale risale come minimo agli anni 90 del ventesimo secolo, prima non aveva campo anche se molte forme di collaborazione già esistevamo specialmente in sede militare durante il secondo conflitto mondiale e ancora prima.

Ora il capitalismo subisce una modificazione fondamentale; è per così dire costretto a valersi di scoperte, invenzioni, contributi letterari, ecc. derivati dalla musica, dalle arti visive e così via per attuare i propri fini.

La decisione di Strasburgo è importante appunto come fase del processo appena indicato. La contrastata accettazione, da parte del capitalismo di questa verità, che senza il lavoro intellettuale il capitalismo non può proseguire nei propri itinerari.

Alcune prove macroscopiche di questo fatto. Per esempio: i concerti pubblici dei cantautori; il rilievo assunto dai festival culturali nell’economia del nostro tempo. La figura sociologia del cantautore moderno attesta questa evidenza. Vediamo perché: il cantautore da figura marginale e per così dire eccentrica diventa personaggio economico oltre che culturale che richiama un largo pubblico pagante.

E il festival? E’ oggi una manifestazione spettacolare a carattere tematico che una città, un luogo, organizza per valorizzarsi e attirare un vasto pubblico. Un esempio: il festival letterario di Mantova. La motivazione del festival è la “cultura letteraria” attorno alla quale viene organizzata tutta la manifestazione. E’ un elemento in sé non economico, la letteratura, appunto, ma dal quale derivano conseguenze economiche rilevanti. Gli autori partecipano, fanno conoscere le loro opere, discutono, diffondono messaggi, attraggono l’attenzione del pubblico. Nel festival l’elemento centrale non è quello economico ma quello culturale. Il capitalismo odierno non è solo produzione di oggetti o di servizi intesi nel senso classico del termine,  è economia mossa da un fattore essenzialmente culturale, nel caso, appunto,  la letteratura.

Settembre 2018.

COMMENTO AL VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO IN IRLANDA (Agosto 2018) di Gian Paolo Prandstraller

Sul significato del viaggio in Irlanda di Papa Francesco sono possibili alcune riflessioni che investono la condizione attuale della chiesa cattolica, e la sua incidenza sul mondo attuale.  Le espongo di seguito brevemente.

1 – Né prima del viaggio, né durante il medesimo il Papa ha proposto l’apertura di un Concilio per risolvere i problemi che affliggono la chiesa. Nella storia il Concilio è stato sempre il mezzo con cui la chiesa ha cercato di superare i suoi problemi teologici o di costume, riguardanti cioè il comportamento “deviante” dei membri della gerarchia. Ebbene, in presenza del grave e diffuso comportamento anche delittuoso di prelati e sacerdoti in termini di pedofilia, violenza carnale, eccessi sessuali, abuso d’autorità, appropriazione, corruzione, protezione di colpevoli, affarismo, ecc. nessuna proposta di aprire un Concilio è stata avanzata. Si è abbandonato così un costume secolare che è sempre servito come rimedio alle lacerazioni interne, cioè di rimettere a un organismo rappresentativo e collegiale le decisioni da prendere anziché al solo magistero del Papa. Questi è rimasto isolato nella gestione delle devianze e delle opposizioni in un contesto già difficile dopo le dimissioni di Papa Ratzinger. Mai c’era stato un pontefice così solo come Papa Francesco in uno stato di cose fortemente problematico riconosciuto dal predecessore Papa dimissionario e da lui trasmesso nella speranza che fosse affrontato da una personalità capace di superarlo.

2 – Le cause profonde dei fenomeni accaduti sono state oscurate, la chiesa non ha neppure tentato di individuarle e tanto meno di rivelarle. Non è andata al di là della parziale estromissione di alcuni colpevoli,  anch’essa lungamente contrastata e  procrastinata.  Ipotesi come il matrimonio dei preti, l’abbandono del celibato e della castità obbligatoria,  forme organiche di rieducazione, l’elevazione della donna al sacerdozio o qualche altra soluzione non sono state neppure adombrate. Si è preferito il nascondimento dei fatti accaduti anche da parte di cardinali o prelati di altissimo livello. Ciò ha già determinato forme di distacco o di rigetto della chiesa stessa da parte di popolazioni tradizionalmente ad essa legate. Ne sono esempi, probabilmente non i soli, il Cile e la stessa Irlanda, dove il Papa si è recato per rimediare ai guasti prodotti dalle devianze. Altre potrebbero verificarsi entro tempi brevi. La perdita di fedeli è stata rilevante ed è probabile che essa si allarghi  fino a livelli distruttivi in vari contesti. Questa perdita si è rivelata irrecuperabile perché gli allontanamenti non hanno ritorno, sono vere e proprie forme di separazione dalla chiesa, di abbandono della comunità religiosa.

3 – La rottura interna ha generato un’ aspra discussione sugli orientamenti e il comportamento del Papa da parte di un membro autorevole della gerarchia, monsignor Carlo Maria Viganò. L’attacco del prelato ha evocato, forse senza che l’autore se ne rendesse conto, i tempi in cui dalla lacerazione nasceva la figura dell’ “antipapa”, cioè d’ un pontefice alternativo a quello ufficiale. Si sono già formate correnti di pensiero organizzate ostili al Papa che non esitano ad esprimere accuse precise e orientamenti contrari a quelli del pontefice,  in particolare al pauperismo francescano scelto da quest’ultimo come mezzo ideale di riforma della chiesa. L’avversione al pauperismo o a qualche ipotesi ideologica a questo vicina sta diventando l’idea portante della corrente conservatrice rispetto alle intenzioni del Papa. Alla base del contrasto c’è la volontà degli aderenti di mantenere alla chiesa i privilegi, l’enorme patrimonio di cui essa è dotata e le situazioni elitarie ottenute con mezzi puramente politici in pieno contrasto con le idee del Papa.

4 – E’ diffuso nella gerarchia un orientamento volto alla conservazione del patrimonio ecclesiale derivante da acquisizioni ottenute nella storia secolare della chiesa. Il patrimonio inutilizzato diventa uno dei problemi irrisolti di questa. Che cosa farne? A chi andrà nel caso di dissoluzione o di perdita di unità della chiesa?

5 –  Sembra diffondersi nella gerarchia un’attenzione accanita per i vantaggi derivanti dall’appartenenza all’istituzione, come se questa implicasse delle vere e proprie “carriere” simili a quelle esistenti nella società non ecclesiale, segnate da una forte competizione interna e da ambiti “feudali” facenti capo a questo o quel prelato. Questo atteggiamento prevale su quello universalistico proprio della chiesa storica e  provoca scandali ormai quotidiani e caduta di credibilità del magistero.

6 –  La crisi delle vocazioni è ormai fenomeno imponente. Essa svuota seminari, conventi, istituti, parrocchie che rimangono senza sacerdoti con perdita della gestibilità o trasformazione dei compiti in un senso turistico-economico, estraneo comunque alle finalità apostoliche. E’ recente l’annuncio della chiusura del convento di San Marco a Firenze, istituzione che è stata importante nella storia della chiesa perché legata al Savonarola ecc. Si notano adattamenti derivati dall’impossibilità di mantenere le funzioni originarie e di evitare la scomparsa degli enti attraverso mezzi estranei alle finalità che ne hanno determinato la costituzione. E’ possibile una estinzione degli “Ordini” per mancanza di adepti ciò provocherebbe una profonda modificazione della struttura attuale della chiesa.

7 – Nulla indica  che vi siano all’interno della chiesa movimenti o forze decise a cambiare l’attuale stato di cose, com’è avvenuto più volte in passato ad opera di personalità in posizione critica rispetto all’esistente (si pensi a innovatori come San Benedetto, San Francesco, San Domenico,  Sant’Antonio,  Ignazio di Loyola, Don Bosco ecc,). Tale assenza giustifica una previsione pessimistica sulla possibilità che la chiesa possa  tornare a un modello apostolico, attraverso forze endogene operanti cioè all’interno dell’ istituzione.

Questi spunti di riflessione m’ inducono a pensare che la crisi che colpisce la chiesa sia grave e che potrà avere nei prossimi anni conseguenze pesanti sulla stabilità, efficienza e attrattività ideale della medesima. E’ ipotizzabile un’implosione dell’istituzione, cioè la sua dissoluzione per il crescente dissesto interno. Il concetto di “implosione” acquista una verosimiglianza anteriormente non ipotizzabile.

E’ impossibile sapere per ora come simile processo si svolgerà e quali ne saranno i tempi, i modi e i protagonisti. Si può ritenere però che sia ormai difficile  bloccare  l’avanzata dei fatti involutivi.  Su quelli già accaduti si può dare un giudizio omogeneo perché nell’insieme le circostanze indicate sono coerenti,  nel senso che è già in corso il transito della chiesa verso  la conservazione della struttura gerarchica e il mantenimento dei privilegi più che all’attività apostolica. Essa è contrastata dal Papa, ma l’azione di questo non è seguita da qualche importante settore della gerarchia o da qualche movimento di base.

La chiesa si presenta oggi come una delle istituzioni che corrono il rischio di diventare apparentemente forti ma socialmente insignificanti e di essere escluse dal novero delle forze che portano idee accettate dalle masse. La recente intervista concessa dal Papa al Sole 24 Ore centrata sul valore del lavoro nelle società attuali  dimostra la sostanziale lontananza delle posizioni antiliberiste del Papa rispetto all’economia del nostro tempo, creando un’antinomia pericolosa per la chiesa stessa perché non accettabile dalle forze produttive.

L’evidente inferiorità della chiesa di fronte alla scienza che via via smentisce le narrazioni bibliche appartenute alla stessa dimostrandone la falsità a proposito di creazione, origine dell’uomo e dell’universo, realtà di Adamo ed Eva, rivelazione, resurrezione e così via accresce il disagio in cui la chiesa si trova nelle società attuali rendendo impossibile un adeguamento accettabile di storie che per secoli furono essenziali per la chiesa fino a portare alla persecuzione dei dissenzienti come Giordano Bruno e Galileo.

Il viaggio del Papa in Irlanda ha rivelato tale stato di cose, perché il pontefice ne ha ammesso l’esistenza chiedendo addirittura scusa per  siffatti accadimenti senza offrire alcun rimedio specifico agli stessi.

La sua confessione pubblica sembra aver  aperto una fase riconosciuta del processo involutivo. Che è di abbandono delle finalità trascendenti a favore di quelle che mirano a mantenere in piedi la struttura,  i vantaggi economici che questa ancora  assicura, la presenza politica della chiesa nei vari contesti, dimenticando i significati ultraterreni che anteriormente la distinguevano.

Sembra improbabile, data la situazione, che il tentativo di Papa Francesco di bloccare questa deriva riesca a raggiungere tale risultato perché, come già detto, non è sostenuta da alcuna forza interna  avente come fine  un ritorno alle mete originarie. Ed è comunque gestita in modo inadeguato da parte del pontefice stesso che non ha la forza appartenuta  a Giovanni Paolo II o ad altra analoga personalità.

Settembre 2018

RELATIVISMO E RELIGIONE. HA ANCORA UN SENSO LA PREGHIERA NELLA SOCIETA’ INDUSTRIALE? di Gian Paolo Prandstraller

La domanda va affrontata partendo da un duplice punto di vista. L’uno filosofico e l’altro inerente alla tradizione e al costume.

Il primo sottende il rapporto tra relativismo e religione, oggi il più attuale perché connaturato alla cultura del nostro tempo priva di certezze dopo la caduta delle ideologie.

Il secondo la consuetudine alla preghiera come mezzo di coesione del gruppo umano, di autoconsolazione o di qualche altra finalità contingente.

Vediamo i due aspetti della questione, cominciando dal nesso tra  relativismo e religione.

Il  relativismo è fondato sulla convinzione che nella realtà universale non esistano assoluti, ossia entità incondizionabili, non limitabili, totalmente autoreferenziali, esenti da ogni legge. Tutto infatti nella realtà è condizionabile, limitabile, contrapponibile, sottoposto a regole. La fisica ci insegna tutto su questo punto e mai è stata data la prova dell’esistenza di una simile realtà assoluta.

La religione invece si fonda sull’affermata presenza d’un assoluto, chiamato comunemente Dio, posto al di sopra della realtà constatabile, che con la sua stessa presenza  subordina a sé quest’ultima.

Cercherò di chiarire le ragioni per cui l’ antinomia tra relativismo e religione è insuperabile. Per farlo partirò da un dato appartenente alla storia e quindi difficilmente contestabile. E’ il modo con cui il presunto legame tra la Terra e il Cielo, è stato storicamente attuato. Ciò è avvenuto mediante una “mediazione” immaginaria tra il credente e il divino,  nella convinzione che siano necessari dei mediatori specializzati in grado di aprire canali tra i due livelli. Questo aspetto  della fenomenologia  religiosa si fonda appunto sul postulato che debbano esistere  degli intermediari specializzati in grado di assicurare l’iter dal credente all’assoluto. La storia delle religioni attesta l’esistenza della mediazione, particolarmente evidente nelle religioni di salvazione le quali sostengono che l’uomo può salire a certe condizioni fino a livello dell’assoluto (paradiso o ipotesi analoghe) e alla fine entrare a farne parte.

Nella realtà storica i soggetti che si sono detti in grado di “comunicare” con Dio sono i “sacerdoti”. Essi infatti stabiliscono i riti attraverso i quali il percorso tra l’ambito terreno e il regno dell’assoluto sarebbe possibile. Costituiscono la struttura chiamata “chiesa” che organizza per quella finalità apparati e gerarchie  secondo metodi  del tutto  mondani. Questa struttura ascrive a sé l’esclusività nella propria funzione. Perciò il conflitto tra tale struttura e il potere politico non è eccezionale,  anzi è scoppiato clamorosamente in molte occasioni. In varie epoche la chiesa ha condizionato il potere politico fino al punto di pretendere che quest’ultimo fosse subordinato ad essa. Esempio classico:  la lotta tra papato e impero nei secoli XI, XII e XIII, da Gregorio VII a Bonifacio VIII, cominciata con l’umiliazione inflitta da Gregorio VII a Enrico IV a Canossa (1077 d.C.), continuata con Federico Barbarossa e  Federico II e i Papi del loro tempo, penosamente finita con la sottomissione della chiesa a Filippo IV il Bello re di Francia e col trasferimento del papato da Roma ad Avignone all’inizio del XIV secolo.

Il potere derivante dalla mediazione è stato sempre enorme  e i privilegi che essa ha conferito notevolissimi, tanto da permettere ai sacerdoti licenze ed abusi di ogni tipo. Per questo Lutero nel 1517 ha cercato di abbattere il loro potere,  da lui constatato visivamente a Roma,  sostenendo che può esistere una  relazione diretta tra il credente e la divinità, senza alcuna intermediazione. Quest’idea è infatti alla base della riforma luterana dalla quale derivano  il movimento anticattolico nei secoli XVI e XVII e le guerre di religione.

Tre istituzioni hanno avuto un’importanza rilevante nel processo mediatorio: la vendita delle indulgenze, la donazione fatta alla chiesa da individui o da potenze politiche allo scopo di ottenere un trattamento privilegiato nell’al di là; il lascito testamentario volto a raggiungere lo stesso scopo con una modalità giuridica difficilmente contestabile. La vendita delle indulgenze è la più scandalosa tra queste istituzioni: significa il perdono dei peccati concesso dietro versamento di denaro. Ma anche le altre sono piene di conseguenze ben visibili. Gli istituti appena indicati spiegano infatti l’enorme patrimonio accumulato dalla chiesa cattolica lungo i secoli, fino a renderla in certe epoche titolare di gran parte delle terre e di grandi disponibilità finanziarie. Ai tempi di Lutero tale stato di cose parve al riformatore assolutamente insopportabile e per questo egli avviò la riforma che fu presto condivisa da grandi masse.

Il meccanismo concreto dell’operazione mediatoria è il seguente: la chiesa si fa dare beni terreni promettendo interventi e favori ultraterreni. Nessun’altra transazione economica ha tali caratteristiche: ottenere il trasferimento di beni senza dare nulla in cambio, solo l’assicurazione che il ricevente solleciterà dalla divinità dei vantaggi nell’altra vita. Da un punto di vista economico è una delle deviazioni più clamorose rispetto all’economia classica basata sullo scambio di beni tra due o più  soggetti attraverso istituti come la compravendita, il baratto o qualche altra modalità. Qui nessuno scambio esiste, solo la promessa d’ un intervento in una  sede ultraterrena da parte d’ un ente che si dice titolare esclusivo del potere intercessorio.

I rituali usati per stabilire il contatto tra l’assetto terreno e l’assoluto (Dio) sono costituiti da preghiere, invocazioni, voti, processioni, autodafé, esercizi spirituali accompagnati spesso da manifestazioni spettacolari, sacrifici, raduni tenuti su  tematiche religiose ecc. Tale fenomenologia  ha alla base appunto la preghiera intesa come mezzo di contatto tra la realtà terrena e quella trascendente.

Ora è evidente che invocare ciò che non esiste è  insensato. Perché abbia un senso occorre che il referente esista davvero. Consegue che tutte le procedure volte a impetrare qualcosa da un’entità che non esiste sono anch’esse insensate. In particolare il sacrificio, ossia l’uccisione d’una creatura vivente, per ottenere la compiacenza d’un  destinatario che non c’è; tanto più se, come nel recente caso dell’ ISIS, porta anche all’uccisione di soggetti estranei rispetto al rito. Quest’ultima esasperazione rende addirittura pazzesca l’operazione indicata.

Ecco ora chiarirsi il rapporto tra relativismo e religione, nel senso che   con la progressiva diffusione del pensiero relativistico  tutte le  forme di mediazione tra un soggetto terreno e un assoluto sembrano destinate a sparire via via che ne viene smascherata l’assurdità, con conseguente perdita di potere da parte dei soggetti che si dichiarano titolari della mediazione. Un procedimento durato secoli e secoli si rivela privo di fondamento logico. E’ prevedibile perciò la progressiva caduta di tali forme con conseguente eliminazione dei privilegi che ne derivano. Con particolare riferimento alla chiesa cattolica sembra inevitabile che prima o poi questa istituzione si avvii a una perdita di potere dovuta appunto in primo luogo alla non credibilità della sua funzione mediatoria, sulla quale essa ha costruito il potere economico e politico che tutt’ora le appartiene.

Veniamo ora al secondo punto di vista, che ritiene la mediazione verso il divino una risorsa utile alla società. Molte culture infatti hanno avuto tale carattere, vari sistemi sociali hanno creduto nella sua importanza. Lo troviamo nelle città sumeriche, in quelle minoiche, nell’Egitto antico, nella cultura ebraica,  nelle società greche e romane, nel Sacro Romano Impero, nella società medioevale, ecc. Si tratta di capire se esso persista anche nella società industriale o se invece in quest’ultima si stia dissolvendo. L’avanzata d’una concezione relativistica della vita è destinata infatti ad estinguerlo, anche se in qualche contesto appare ancora influente per la consolazione individuale nei momenti dolorosi della vita.

E’ parere di chi scrive che nel mondo industriale avanzato tale forma di sostegno stia tramontando per varie ragioni, tra cui quella che il sacro è in crisi in tutti gli ambiti industriali, e che la scienza disattende le spiegazioni fondate sul miracolo o su qualche causa soprannaturale e  toglie credibilità a simili interventi  immaginari.

Perciò anche da un punto di vista consuetudinario, la preghiera, che, ripeto, è l’affermato veicolo della relazione tra il mondo reale e quello trascendente, tende a perdere l’antica importanza anche se, in certi contesti,  mantiene rilievo come mezzo di omologazione tra gli oranti o come affermazione d’ una qualche identità collettiva o come costume  utile alla stabilità individuale o sociale. E’ uno dei fattori che la cultura industriale esclude dal novero delle azioni aventi valore per il funzionamento della società, la quale si basa oggi su ben altre opzioni per integrare i propri scopi.

Dunque, comunque la si veda, la preghiera come istituzione nella società industriale appare in declino. Ciò che ne è rimasto appartiene al folclore oppure si è adattato a speculazioni politiche, ma come mezzo funzionale esce dal novero delle cose che contano.

La preghiera nella nostra attuale società sta sparendo? La risposta è sì. Se compariamo il rilievo che essa aveva nel medioevo (in un’epoca in cui essa fu oggetto di enorme affidamento ideale), con la situazione attuale ci rendiamo conto della tremenda perdita di valore che  ha subito. La società industriale l’ha per così dire svuotata, come ha fatto per altre forme comportamentali che furono rilevanti nel passato e oggi non lo sono più. Poche persone credono attualmente che interventi sovrannaturali valgano a risolvere i problemi della vita reale e a  migliorare la condizione umana. Il soprannaturale è stato concretamente sostituito con l’azione sociale. Non è più rilevante come solutore di problemi sociali o personali.

E’ prevedibile che la preghiera cessi di essere in un tempo più o meno vicino un  elemento importante della cultura e sia relegata tra i ricordi del tempo in cui esisteva un’ affidamento ingenuo a  poteri immaginari  privi di qualsiasi consistenza e si credeva che essa potesse migliorare la condizione umana. La società industriale è stata decisiva in questo processo che ovviamente non si verifica dove essa non è  stata ancora introdotta.

Agosto 2018