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DANTE ALIGHIERI RIVISITATO. L’UMANIZZAZIONE DEL GRANDE POETA

Di Dante giovane conoscevo il ritratto che ne ha fatto Marco Santagata nel romanzo Come donna innamorata, pubblicato da Guanda Editore nel 2015. Santagata porta l’attenzione del pubblico su un aspetto altro rispetto alla venerazione agiografica data da critici e letterati al personaggio. Per esempio sul rapporto tra il giovane Dante e Guido Cavalcanti, più anziano di lui, ricco e poeta-filosofo riconosciuto, che trattava Dante con sufficienza e gli rivelava che l’amore non è quello che il poeta esordiente pensava ma vera “sofferenza” dello spirito. Dante era solo il figlio d’un modesto usuraio, Guido il rampollo d’una famiglia aristocratica e personaggio già famoso. Altro esempio: l’incontro di Dante giovane con Bice Portinari, la donna per la quale l’Alighieri scrisse Vita Nova, sposata poi con Simone Dei Bardi e morta nel 1290. Ancora: il padre di Dante vorrebbe fare di lui un commerciante, ma Dante incontra Brunetto  Latini che gli rivela la cultura classica e la filosofia del tempo.

Domanda: quella di narrare Dante giovane in un romanzo è stata un’operazione meritoria o un affronto fatto al grand’uomo da tutti riconosciuto come tale? A mio parere la risposta è che si è trattato di un’alternativa geniale,  perché fa conoscere Dante giovane come persona, con le sue debolezze, impacci, epilessia, senso d’inferiorità e così via. Il che ci fa capire chi egli fosse veramente al di là delle celebrazioni convenzionali posteriori.

Ecco ora il saggio di Chiara Mercuri  Dante. Una vita in esilio (Laterza, 2018). In quest’opera viene descritto con dovizia di particolari l’esilio di Dante dopo la presa di potere su Firenze di Corso Donati, capo dei Neri, alleato con papa Bonifacio VIII. Siamo nel 1301. Dante appartiene alla fazione opposta ed è stato priore. Dopo vari tentativi falliti di rientrare in Firenze, Dante è costretto all’esilio. Una decina di anni dopo il poeta descriverà così nella Commedia – Paradiso XVII 55-69  – la crudele natura dell’esilio:

Tu lascerai ogni cosa diletta

più caramente e questo è quello strale

che l’arco dello esilio pria saetta.

Tu proverai  di come sa di sale

lo pane altrui e come è duro calle

lo scendere e salir per l’altrui scale.

Conosciamo ora quella fase della vita di Dante che Mercuri tratta con molta efficacia, e che considera il poeta come uomo nel suo disagio interiore di fronte alla sventura che lo ha colpito. Da questo travaglio nasce la Divina Commedia. In ciò sta l’originalità del saggio, aver desunto dal dolore di Dante esiliato la grande opera poetica.

Chi fu dunque Dante visto in questa luce? Un uomo che scelse “un tipo d’impiego che lo mantenesse all’interno del suo ambiente, nelle corti, dov’era in grado di fornire conoscenze erudite, di redigere lettere in latino e di imbastire relazioni diplomatiche” (pag. 83). Da ciò deriva secondo Mercuri la situazione in cui Dante viene a trovarsi, d’ essere cioè a servizio di potenti famiglie che lo ospitano per quel tipo di prestazioni, appunto, mantenendo però una propria dignità intellettuale. La prima famiglia fu quella dei Malaspina di cui era a capo Moroello Malaspina. In questa fase Dante concepisce un disegno di tale importanza, la Commedia,  che a suo giudizio una volta conosciuta, costringerà Firenze a richiamarlo dall’esilio. Si getta nell’impresa titanica con l’intenzione di dimostrare che è veramente un sapiente il quale rivendica a se stesso una stima che  risolve l’infelice stato in cui si trova. Presso Moroello Malaspina, Cangrande della Scala (Dante starà presso questo potente dal 1316 al 1318) e i da Polenta a Ravenna, dove il poeta risiederà fino alla morte avvenuta nel 1321.

Non possiamo che essere grati a Marco Santagata e Chiara Mercuri di avere descritto la personalità giovanile e matura dell’uomo Dante Alighieri perché da questa  è derivata l’opera più importante della nostra letteratura, e possiamo leggerla senza l’ipoteca posta su essa dalla critica ufficiale.

Dicembre 2018

SUL SIGNIFICATO CULTURALE DELLA SONDA INSIGHT INVIATA SU MARTE DALLA NASA

La sonda Insight è arrivata su Marte e ha cominciato a trasmettere informazioni scientifiche, la cui importanza è evidente. Questo articolo sostiene che oltre a dare tali informazioni la sonda ha provocato anche una svolta “culturale” non ignorabile che è necessario analizzare. Mi occuperò di questo secondo aspetto cercando di sintetizzare i contenuti che esso a mio avviso assume, nel nostro tempo in cui essi non sono ancora evidenziati.

Anzitutto il pianeta rosso è una conferma che nella realtà non esiste alcuna entità assoluta, che tutto è condizionato, che non c’è nell’universo qualcosa di totalmente autoreferenziale. La sonda infatti ha permesso di vedere l’ aspetto “attuale” di Marte ma anche di capire le trasformazioni che il pianeta ha subito nel tempo in seguito ai fenomeni cosmici che lo hanno investito. Ha visto come questi fenomeni abbiano condizionato la sua natura, come accade nella vita umana e in ogni oggetto dell’universo. La visione relativistica della cultura e dell’etica esce rafforzata dal successo di Insight.

La sonda ha fatto capire che ogni interpretazione animistica e mistica della realtà è priva di fondamento. Cos’è un’interpretazione animistica? Credere che il monte, il vulcano, il fiume, la foresta e così via abbiano un’anima, uno spirito che ne agita l’esistenza e fa di essi dei protagonisti capaci di influire sugli esseri viventi. Niente di ciò su Marte, solo rocce e deserti, forse bacini d’acqua sotterranei nei quali si spera di trovare qualche forma elementare di vita. La concezione animistica della realtà è stata dunque sfidata dalla sonda Insight e ancor più tutte le fantasie costruite sul pianeta rosso nel ventesimo secolo, l’esistenza di “marziani” aventi cultura più avanzata della nostra, possibili aggressori della Terra. Tali fantasie non hanno ormai ragione di impaurire gli esseri umani e vengono dunque archiviate.

Il successo di Insight rafforza la cultura scientifica rispetto a quella filosofico-letteraria. Non nel senso che quest’ultima esca umiliata dalla felice conclusione dell’impresa spaziale (essa rimane a mio giudizio importante per la formazione intellettuale dei giovani e per la critica dei comportamenti), ma che la scienza ha dimostrato ancora una volta di ottenere (a differenza di altri mezzo di conoscenza) risultati concreti con conquiste che possono migliore la condizione umana. Insight è stata una conferma di quanto realizzato in occasioni precedenti, ma di tale importanza da eliminare ogni perplessità sull’argomento. L’avvenimento ha ribadito la capacità della scienza di raggiungere mete un tempo ritenute impossibili, un passo storico nell’itinerario che va dalla scoperta del DNA, allo sbarco dell’uomo sulla Luna, al prolungamento della vita umana, all’avvento dell’intelligenza artificiale, ecc. Questi successi attestano che la  scienza prevale su altri mezzi di conoscenza.  L’applauso con cui i tecnici e gli scienziati della NASA hanno accolto il successo di Insight ha significato, da un punto di vista storico, il riconoscimento della superiorità della via indicata quattro secoli fa da Galileo Galilei su quella intuitiva ed olistica preferita da una parte rilevante della cultura dei secoli successivi, in particolare dalla svolta  idealistica del diciannovesimo secolo che ha dato origine alle ideologie che hanno travagliato il ventesimo.

Il successo di Insight indica infine che sta avvenendo un rafforzamento della classe media “professionale” la cui attività è basata appunto sull’applicazione pratica delle scienze, rispetto ad altri raggruppamenti che tale fondamento non hanno. Scienziati e tecnici dopo l’arrivo della sonda su Marte acquistano, a mio parere, un peso culturale rilevante, anche se non immediatamente visibile, nel capitalismo avanzato e aprono la strada a ulteriori trasformazioni del ceto medio come forza sociale di avanguardia. La scienza dimostra di poter essere un elemento decisivo nei processi produttivi del capitalismo, un fattore propulsivo tuttavia già presente nel postindustriale.

Si vedrà nel prossimo futuro se questi eventi culturali saranno confermati o meno. Certo il loro accadimento è già un’indicazione  di ciò che potrà essere il futuro dell’umanità. Si può dire che l’arrivo di Insight su Marte fa guardare al futuro con un certo ottimismo e rafforza negli individui la volontà di vivere nelle condizioni migliori possibili.

Dicembre 2018

ECCO EMERGERE IL CETO MEDIO PROFESSIONALE – CONSEGUENZE PREVEDIBILI

La manifestazione di Torino del 10 novembre 2018 per la realizzazione del progetto TAV ha avuto significati ulteriori rispetto a quello politico. Il primo di questi significati è di avere messo in evidenza che il ceto medio ha oggi un carattere professionale molto accentuato, segno che il valore più importante è la competenza basata su una professionalizzazione che fa riferimento al modello storico delle professioni, di essere cioè attività specifiche basate su corpi di teoria formati dalle scienze che si apprendono nelle università o in altre scuole superiori.

Chiarisco il concetto: il ceto medio è sempre più composto da professionisti formati secondo il paradigma delle professioni,  graduato però nell’apprendimento e nella difficoltà di accesso secondo una scala che ha un livello alto, un livello intermedio e uno basso. La manifestazione di Torino ha offerto un esempio di tale composizione del  ceto medio che nel suo complesso, come già detto, è di essere largamente professionalizzato.

In articolo pubblicato da la rivista Il Mulino del 19 novembre 2018 (Viva le classi sociali!), immagine laterale SAVE THE MIDDLE CLASS, Marianna Melandri e Giovanni Semi sembrano condividere queste idee, con alcune specificazioni. La più importante è la seguente: “quelle che noi ostinatamente chiamiamo ancora le classi medie sono … una moltitudine di gruppi sociali diversi che i colleghi inglesi distinguono in “classe media di successo”, che raggrupperebbe il 25% degli inglesi ed è principalmente composta da manager e professionisti; “classe media tecnica”, un piccolo gruppo (6%) di persone del mondo della ricerca, della scienza, delle occupazioni tecniche; e infine i nuovi “lavoratori benestanti” un 15% di nuove professioni molto simili ai nostri artigiani più solidi (ingegneri, agenti immobiliari, lavoratori autonomi benestanti).”

Questa classificazione può essere accettata purché si tenga presente che tutti e tre questi gruppi si ispirano in sostanza al modello classico delle professioni, nel senso che hanno come base un sapere specifico fondato su corpi scientifici di teoria, più o meno difficile, complesso, implicante un tempo lungo o breve di apprendimento, acquisibile nelle università o in altre scuole superiori. Io previdi tale trasformazione nei saggi:  Forze sociali emergenti:, quali perché, 1988 e La rinascita del ceto medio, 2011.  Nel primo di questi saggi introducevo il concetto di “forze” sociali derivato dalla fisica, applicato alle categorie professionali; nel secondo il passaggio del raggruppamento da una forma precedente avente carattere economico a una forma attuale conoscitivo-professionale.

Conseguenze di questa mutata struttura dei raggruppamenti sociali o classi, comprendente anche i “ceti”  nei quali prevale l’elemento prestigio su quello economico. L’individuazione delle conseguenze può essere tentata nei termini seguenti:

Le prossime elezioni dovranno tenere ben presente il ceto medio considerato nella forma attuale. Ciò è particolarmente importante per quanto riguarda le elezioni europee del maggio 2019. La forza politica che riuscirà a convincere il ceto medio professionalizzato avrà sicuri vantaggi nella competizione elettorale.

La competenza assumerà nel futuro un valore crescente. Chi non è competente in qualche ramo del mondo produttivo non avrà accesso alla rete occupazionale, alias coloro che non hanno competenze specifiche non otterranno un buon posto nella società veniente.

Diventano sempre più essenziali istituzioni come le università, i centri di ricerca, i corsi di professionalizzazione, gli stages con cui si può diventare esperti in un determinato settore dello scibile, tutte le forme di utilizzazione del sapere scientifico, dai più difficili e complessi a quelli più semplici. Perciò queste istituzioni dovranno essere aiutate e potenziate fino al limite del possibile, perché costituiranno il tramite più sicuro per l’affermazione individuale nella società.

Il ceto medio professionale sarà il vero protagonista della cosiddetta Gigabit Society (5 G) consistente in una iperconnessione destinata a sconvolgere le abitudini quotidiane, ma anche la produzione e i servizi, di cui quel ceto già ora è il principale animatore. Questo forma di società godrà di un tempo di latenza tra domanda e risposta infinitamente inferiore all’attuale. La nuova rivoluzione, si sostiene,  vedrà le prime applicazioni nel 2019, ma sarà il 2020 l’anno di svolta per la diffusione della rete 5G.  Si prevede che le realizzazioni del 5G saranno per esempio automobili in grado di dialogare con altre automobili o con la strada, operazioni chirurgiche eseguite a distanza e così via, creando di fatto una vita sociale iperveloce, molto diversa e migliore rispetto a quella attuale. Il ceto medio professionale sarà prevedibilmente un protagonista della trasformazione.

Novembre 2018

NOTE SULL’ESERCITO EUROPEO. MACRON E MERKEL INSIEME PER UN’EUROPA INDIPENDENTE.

Da molto tempo il Presidente francese Emmanuel Macron porta  avanti il progetto d’una forza armata europea. Macron pensa che l’esercito europeo dovrebbe essere a guida francese e ribadisce il concetto: gli europei non possono proteggere i propri interessi se non si dotano d’un esercito europeo che li protegga dalla Russia, dalla Cina e anche dagli Stati Uniti che con Donald Trump diventa  un potenziale avversario dell’Europa stessa. La Francia, pensa ancora Macron, possiede anche i presupposti industriali per dirigere l’esercito europeo, oltre che essere l’unico paese europeo che possiede la bomba atomica.

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 18 novembre 2018 (intitolato Parigi vuole l’esercito europeo, la chance di correggere De Gaulle) Sergio Romano ricorda che la Comunità Europea di Difesa fu il sogno di Alcide De Gasperi. Col trattato firmato il 27 maggio 1952 da Belgio, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, questi paesi cercarono di attuarlo ma il documento non fu ratificato dall’Assemblea Nazionale Francese per ragioni di politica interna riconducibili a  De Gaulle. Da allora, scrive Romano, la CED riappare ora sulla scena politica ma viene patrocinata dal Presidente francese Emmanuel Macron. Romano capisce l’importanza dell’idea, ma nulla dice sulla possibilità di successo della medesima. Questo articolo sostiene invece che al giorno d’oggi tale possibilità esiste, anche se è soggetta a condizioni e ostacoli difficilmente prevedibili, in parte dovute ai movimenti sovranisti.

Le ragioni per cui il progetto di Macron sembra attuabile attualmente sono in sostanza le seguenti:

la Francia possiede i requisiti per portare a compimento il progetto sia perché è una potenza nucleare, sia perché ha le strutture produttive atte a sostenerlo.

L’unica potenza che avrebbe potuto realizzarlo in questi anni, la Germania, non lo ha fatto, ma ora Angela Merkel ha dichiarato che vuole attuarlo, come emerge dall’ultimo incontro di Macron con la Merkel, avvenuto in Germania il 18 novembre 2018.

Oggi il progetto si lega alla volontà di Francia e Germania di vincere la sfida delle potenze sovraniste, il che potrebbe avvenire con le elezioni europee del maggio 2019, in una data cioè a portata di mano.

Le difficoltà tecniche sono superabili anche se ciò richiede molto impegno e buona volontà.

Il progetto ha dunque delle chances di essere attuato, benché permangano numerose variabili che potrebbero farlo fallire. In un articolo apparso su La Repubblica lunedì 19 novembre (I principi feriti che difendono l’Europa) Ezio Mauro sostiene che “Tutto sembra congiurare contro l’Unione Europea. Ma dai leaders di Francia e Germania arriva un segno di battaglia: l’annuncio di un piano di riforme per rilanciare il progetto europeo”. “Da oggi sappiamo, e anche i populisti lo sanno, che sul Bundestag e sull’Eliseo non sventola bandiera bianca.” Se l’accordo Macron – Merkel sarà mantenuto, pare a di chi scrive, anche l’esercito europeo ha possibilità di essere realizzato e con esso l’affermazione della volontà europea di essere un’entità indipendente, tra i giganti che vorrebbero subordinarla ai loro interessi.

Non può essere ignorato che la creazione d’un esercito europeo potrebbe essere la premessa per una soluzione presidenziale del problema Europa, per la ragione che un esercito europeo richiederebbe un’autorità che lo diriga politicamente, e tale autorità potrebbe essere, appunto, un Presidente eleggibile dalla stessa Assemblea della Comunità Europea.

DONALD, THEODORE E IL GRANDE GRIZZLY AMERICANO

Molti osservatori ritengono che Donald Trump sia una personalità diversa e peggiore rispetto agli altri presidenti degli USA. Con questo articolo penso di poter configurare invece una somiglianza significativa tra Donald Trump e Theodore Roosevelt, il XXV presidente degli Stati Uniti. Non mi riferirò alla carriera politica di Theodore Roosevelt né alle sue attività presidenziali. Mi occuperò invece dei suoi aspetti comportamentali che a mio avviso furono altri rispetto a quelli dei presidenti che lo hanno preceduto o almeno dalla gran parte di essi e segnarono un’epoca, l’inizio del XX secolo.

Un primo aspetto di questa differenza riguarda il carattere aggressivo  e conflittuale dell’uomo Theodore Roosevelt. Amava la boxe e riteneva corretto fare a pugni con chi lo sfidava, anche fuori gli ambiti in cui si svolgeva la sua funzione di presidente. Theodore ebbe un occhio ammaccato da un pugno ricevuto, cosa evidentemente inconsueta per un presidente. A proposito del pugilato Theodore si espresse così nella sua autobiografia: “Ho dovuto lasciare sia la boxe che il wrestly perché durante un allenamento un giovane capitano di artiglieria mi ha colpito gravemente un occhio rompendomi tutti i capillari e da allora ho avuto la vista offuscata. Fortunatamente era il mio occhio sinistro se fosse stato il destro non sarei più stato in grado di sparare. In quel  momento ho capito che era meglio accettare la mia età e smettere con la boxe” .

Un altro aspetto della personalità di Theodore Roosevelt è quello che riguarda il modo di relazionarsi con gli avversari. E’ famosa la massima con la quale il presidente consigliava di usare il bastone con gli antagonisti per ridurli alla sua volontà. Il bastone non è una carezza.

Caratteristiche simili possiamo trovare in Trump anche se molto attenuate. Quest’ultimo preferisce i rimbrotti, le umiliazioni inflitte agli interlocutori, le intimazioni a tacere fatte ai giornalisti con lui non benevoli, il rifiuto di rispondere alle loro domande, le accuse di falsità. Sono note le forme assunte dal confronto elettorale tra Trump e Hillary Clinton, segnate da un’asprezza inconsueta e da un linguaggio pesante, anteriormente non usato dagli aspiranti al posto di presidente.

Una convergenza esemplare tra i due personaggi troviamo sul punto: primato degli USA nel mondo, egemonia USA nella politica e nell’economia del pianeta. E’ paradigmatica a questo proposito l’idea che Theodore aveva del grizzly americano, l’orso delle foreste, l’animale selvaggio che a suo parere doveva rappresentare l’America, con la sua ferocia e capacità di dominio.

Theodore descrive così l’uccisione di un grande orso nel libro  Hunting Trips of a Ranchman e la narrazione dice molto sul personaggio e la sua mentalità egemonica. “Non dimenticherò presto il primo che ho ucciso. Avevamo scoperto dove si era nutrito della carcassa di un alce; seguii le sue tracce in una  pineta … mentre silenziosamente e lentamente ci infilavamo nella parte più fitta, vidi che Merrifield, che era direttamente davanti a me, sprofondò improvvisamente in ginocchio e fece un mezzo giro con la faccia in fiamme per l’eccitazione. Armando il mio fucile e avanzando rapidamente, mi trovai faccia a faccia con il grande orso, che era a meno di 25 metri di distanza. Era stato svegliato dal suo sonno dal nostro arrivo: si mise a sedere nella sua tana e girò lentamente la sua enorme testa verso di noi. A quella distanza e in un posto del genere era necessario ucciderlo o disabilitarlo al primo colpo; la mia faccia era bianca, ma la canna blu era stabile come una roccia mentre lo guardavo, fino a che non vidi la sommità dell’orso in  modo chiaro tra i due occhi dall’aspetto sinistro; mentre premevo il grilletto mi spostai dal fumo emesso per essere pronto se mi avesse caricato; ma era inutile perché il grande animale stava lottando nell’agonia della morte e come si vedrà quando porterò a casa la sua pelle, il foro del proiettile nel suo cranio era esattamente tra i suoi occhi come se avessi misurato la distanza con uno strumento da carpentiere. Questo orso era lungo quasi nove piedi … ognuno dei miei altri orsi che erano più piccoli aveva bisogno di due proiettili a testa; Merrifield ha ucciso ognuno dei suoi con un solo colpo”.

A Theodore Roosevelt fu affibbiato dalla stampa il nome di Teddy Bear quando nel 1902 durante una battuta lungo il fiume Mississipi si rifiutò di sparare ad un esemplare adulto di orso bruno della Lousiana. L’orso era già stato braccato dai cani e legato ad un albero dagli assistenti del presidente, pronto per essere abbattuto. Roosevelt s’indignò dicendo che da parte sua sparare a un orso in quelle condizioni non sarebbe stato sportivo e tuttavia ordinò che l’orso fosse ucciso per non farlo ulteriormente soffrire.

Per Theodore il grizzly in posizione eretta e minacciosa poteva essere l’immagine simbolica degli Stati Uniti e degli Americani. Quest’immagine riflette l’idea che Theodore aveva degli USA, vedeva cioè in questa potenza un alto grado di aggressività e di volontà egemonica che era inutile nascondere.

Queste caratteristiche del presidente che ha dominato la scena all’inizio del XX secolo, si trovano ora attenuate in Donald Trump, che le esprime in una diversa forma e in un modo direi più moderato. Rivelano che in entrambi i personaggi è presente l’idea che gli USA siano una potenza destinata a dominare le altre. Theodore ha espresso questa convinzione nella forma esplicita sopra accennata, Donald attraverso la dichiarazione più volte ripetuta American First, American First.

Quelle di Donald non sono dunque originalità esclusive dell’attuale presidente, ma orientamenti che già Theodore Roosevelt aveva espresso, ora riemerse in Donald con una spontaneità inconfondibile, come un modo di essere di ogni presidente vigoroso ed efficiente. Dirà la storia se ciò sia un bene o un male, un fenomeno che durerà o che cesserà con Donald  Trump.

Novembre 2018

Commento al saggio di Edward O. Wilson LE ORIGINI DELLA CREATIVITA’ – Raffaello Cortina Editore, 2018

Edward O. Wilson, professore emerito di biologia alla Harward University, pubblica il saggio The Origin of Creativity (2017) di cui mi occuperò in questo articolo perché riguarda uno dei concetti chiave del nostro tempo. La traduzione viene proposta nella collana Scienze e idee diretta da Guido Giorello per l’editore Raffaello Cortina.

La prosa di E.O. Wilson non è di facile comprensione e forse neppure le idee sono così chiare da impedire errori di interpretazione. Wilson definisce la creatività come “il carattere distintivo della nostra specie ed ha come fine ultimo la comprensione di noi stessi, che cosa siamo, come siamo diventati così, e quale destino, se esiste, determinerà le tappe future della nostra traiettoria storica”. Conclude sostenendo che si sono succeduti alcuni periodi che l’autore chiama illuministici. Il primo risalirebbe all’età di Socrate e di Platone, il secondo dal 1630 fino alla rivoluzione francese con uomini come Cartesio, Hobbes, Spinoza, Locke, Leibnz, Hume, Rousseau e Voltaire. Un terzo illuminismo sarebbe alle porte, nella nostra epoca quando scienziati e umanisti lavoreranno insieme per un salto di qualità rispetto al periodo che sta tra la rivoluzione francese e noi.  Par di capire che questo illuminismo porterebbe ad una interpretazione piuttosto ottimistica del futuro largamente basata sulla collaborazione fra scienze umanistiche e sperimentali.

A mio parere sintesi ideali come questa sono di poca utilità per interpretare le fasi della cultura umana e non giovano granché per capire dov’è giunto il ventunesimo secolo quando in realtà la scienza è più avanti della cultura umanistica e filosofica, la quale non riesce a dire com’è fatta la realtà, il che invece riesce alla scienza contemporanea.

La concezione delle creatività di Wilson ha un carattere nettamente antropologico, riguarda cioè tutti i progressi ideativi e comportamentali che la specie umana ha prodotto lungo la sua evoluzione. Questa concezione è rispettabile ma non è adatta a spiegare la creatività che è emersa come componente importante dell’economia e della produzione negli anni novanta del ventesimo secolo. Quest’ultima riguarda non l’antropologia generale ma le esigenze produttive d’ un’ economia competitiva che negli anni novanta, appunto, è emersa prepotentemente nel mondo. Questa, credo, è la creatività che per noi conta, perché riguarda una parte essenziale della competizione economica oggi vigente.

Pongo una domanda: sono più rilevanti per la trasformazione del mondo eventi come la scoperta delle cellule staminali, quella che c’è acqua su Marte, le tecniche dei gasdotti e degli acquedotti, l’avvento d’una tecnologia che viene definita 5 G (connessione  dati di nuova generazione che sarà disponibile dal 2020), la diffusione dell’auto elettrica a livello mondiale, le nuove tecniche chirurgiche, ecc. o la presunta comparsa d’ un nuovo illuminismo? Tutto questo a mio parere travalica di molto l’enunciazione di un terzo illuminismo che Wilson sostiene veniente.

E’ tempo forse quando si parla di avanzamento delle cultura attenersi ai fatti, cioè ai “risultati” che derivano da certi eventi che appaiono nella cultura stessa. La creatività è uno dei fattori che fanno fare dei passi avanti alla condizione umana perché accresce la possibilità di vivere meglio risolvendo dei problemi che in tempi passati erano irrisolti.

Vi sono attualmente molte aree del mondo sulle quali è possibile un  intervento migliorativo. Alcune sono dovute anche ai mutamenti del clima, per esempio la coltivazione di vaste aree della Siberia o dell’Africa desertificata. Nel caso di quest’ultima è forse possibile tentare la fertilizzazione di certe zone con la creazione di acquedotti partenti dai grandi bacini esistenti. Opere gigantesche ma che possono essere tentate con le nuove tecnologie. E’ forse anche possibile fare interventi sulla meteorologia, sulla dispersione delle nubi foriere di grandine, ecc. Tutto questo per dire che non mancano i settori d’intervento che possono essere migliorati attraverso tecnologie appropriate e progetti intelligenti. Lo sviluppo tecnologico si rivela essenziale per ottenere risultati fino ad oggi ritenuti impossibili. Tale prospettiva trascende di molto il problema del rapporto tra cultura umanistica e cultura tecnologica su cui si sofferma E. O. Wilson e sottolinea l’importanza della tecnologia per il miglioramento della condizione umana.

Mi sovviene l’ormai lontana opera del filosofo pragmatista americano John Dewey nella nota opera Logic. The Theory of Inquiry, 1938.  Dewey dice che i problemi nascono dalla presenza di bisogni insoddisfatti. Di fronte a un bisogno che provoca insoddisfazione e dolore l’uomo cerca di trovare delle soluzioni e in questo modo fa sviluppare la cultura.  Legando il concetto di creatività a questo semplice paradigma si ha un’idea  della creatività stessa molto più concreta di quella proposta da Wilson. Alla fine, infatti, si può pensare che la nozione di creatività  sia connessa ai bisogni umani, qualcosa che fa cessare una sofferenza, un disagio che colpisce l’uomo in un dato momento della sua storia. La ormai lontana interpretazione di Dewey soddisfa a mio parere l’esigenza di definire la creatività  meglio di quanto faccia l’interpretazione di Edward O. Wilson.

Novembre 2018

AVVOCATI E CLIENTI – UN RAPPORTO IMPORTANTE NELLE DEMOCRAZIE LIBERALI

Questo articolo si propone di rispondere alla domanda: qual è il rapporto più importante che gli avvocati tengono col mondo esterno? La mia risposta è la seguente: il rapporto con il CLIENTE, che nell’esercizio professionale viene prima di tutti gli altri, cioè dei rapporti con il giudice, con la pubblica amministrazione, con i colleghi, con l’opinione pubblica e così via. Pubblicai nel lontano 1967 la prima inchiesta sociologica sulla professione di avvocato (Gli avvocati italiani. Inchiesta sociologica, Ed. Comunità 1967) e già da quella ricerca emergeva l’importanza primaria che per ogni avvocato ha la relazione col cliente,  complessa e spesso conflittuale, ma di radicale rilievo  per chi voglia fare la professione forense. L’acquisizione dei clienti ha per ogni avvocato un rilievo essenziale, perché senza clienti la professione non ha alcuna possibilità di attuarsi e di accompagnare il professionista per una vita. Per tale motivo la conquista d’ una clientela è per l’avvocato un leitmotiv impegnativo, spesso fonte di angoscia, di preoccupazioni o perfino di perplessità se continuare o meno la professione o sceglierne un’altra. La ricerca dei clienti è per molti legali qualcosa di problematico e di avventuroso quando si svolga a livello d’un esercizio individuale o associato. Assume un carattere diverso nell’esercizio svolto nei grandi studi formati talvolta da decine o centinai di avvocati. Ricordo l’importante studio di E.O Smigel, The Wall Street Lawyer,  pubblicato a New York nel 1964. L’autore poneva la domanda se gli avvocati esercenti nel grande studio attuassero davvero la “libera” professione legale o se la loro autonomia andasse sostanzialmente perduta. Nel grande studio legale, apparso in Italia molto tardi rispetto all’America, il rapporto principale non è infatti con il cliente ma con l’organizzazione dello studio che  ne definisce le strategie idonee  a rendere lo studio stesso apprezzato e importante. In Italia, ripeto, la forma “grande studio” si è sviluppata tardi, ma anche da noi ha suscitato il problema sopra indicato, attenuato, credo, dalla modesta numerosità dei componenti.

Come pure quando l’avvocato abbia un unico cliente al quale dedica tutta la sua attività. In questo caso ritengo che la caratteristica storica della professione di essere “libera” subisca dei limiti dovuti alle esigenze del cliente che tende a subordinare a sé il professionista.

La figura del cliente assume nelle democrazie liberali un rilievo costituzionale perché implica la difesa da parte dell’avvocato degli interessi dei cittadini intesi come membri d’una comunità nella quale ogni cittadino ha diritto di essere difeso con i mezzi tecnici più appropriati. In questa logica si pone anche la difesa d’ufficio, cioè un avvocato nominato dal sistema giurisdizionale e per tale motivo non sempre impegnato sufficientemente nella difesa.

So bene che le affermazioni appena formulate possono determinare la diffidenza di coloro che guardano la professione dall’esterno ma il dovere  dell’avvocato è questo: tutelare nei limiti del lecito e del diritto vigente la posizione dei clienti. Se trascura o perde tale funzione l’avvocato rinnega la propria vocazione, si sottrae a un dovere primario. Gli interessi dei patrocinati si confrontano continuamente e spesso confliggono tra loro. La dialettica processuale riguarda tale conflitto, ma anche quella contrattuale e consulenziale. Proprio perché mediati da un apparato giurisdizionale, gli interessi possono comporsi in una maniera non gravemente conflittuale e cioè sfociante nella violenza. Le procedure – civile, penale e amministrativa – sembrano create per attuare questo scopo, perché garantiscono al cittadino una tutela attuata attraverso regole precise controllate dal giudice.

Sorge qui il tema della “bravura” degli avvocati, cioè del saper svolgere ad alto livello questa tutela, cosa che esige non solo una preparazione teorica ma anche una pratica acquisita sul campo. La pratica legale investe largamente tale aspetto, e non s’impara in sede astratta, ma vivendo con intelligenza soprattutto il rapporto con il cliente. Spesso si dicono malignità sulla bravura degli avvocati, sulle loro capacità di convincere, sull’abilità delle loro impostazioni difensive, sul saper profittare degli errori degli avversari, ecc., ma bisogna convenire che queste qualità costituiscono elementi essenziali del funzionamento della giustizia e rendono possibile la protezione degli interessi individuali anche quando questi sono gravemente contrapposti. E tale confronto rende possibile la definizione pacifica delle controversie che senza il sistema della tutela legale sarebbero per il sistema stesso distruttive.

Novembre 2018

Commento al saggio LA FARFALLA E LA CRISALIDE La nascita della scienza sperimentale di Edoardo Boncinelli di Gian Paolo Prandstraller

Il saggio che mi accingo a commentare  individua ed esamina due fasi del tentativo umano di conoscere la realtà. La prima è rappresentata dalla filosofia, la seconda dalla scienza sperimentale.

La domanda alla quale le due discipline hanno cercato di rispondere è la seguente: com’è fatta la realtà? La filosofia ha tentato di offrire una risposta attraverso intuizioni soggettive prive di prova, la seconda ha introdotto l’obbligo di provare con argomenti validi ciò che si afferma, ed ha rifiutato il metodo olistico della filosofia, cioè di spiegare il mondo in modo unitario e totalizzante con una proposizione inventata da un filosofo. Secondo l’autore l’inizio della scienza va posto nel 1600 ed è riconducibile a due protagonisti ben conosciuti, Galileo Galilei e Francesco Bacone.

Condivido l’assunto centrale del saggio, che vi è stato, quando è emersa la scienza sperimentale, un salto di qualità nel tentativo di conoscere la realtà. Questo salto ha fatto sì che la filosofia abbia perso il privilegio d’essere il mezzo cognitivo essenziale, perché la scienza ha dimostrato la sua superiorità appunto come metodo  più valido ed efficace, soprattutto per migliorare la condizione umana.

Nel riassumere l’ itinerario ricordato l’autore parte dalla filosofia dei primi pensatori, Talete, Anassimene, Anassimandro sottolinea il peso che ha avuto Aristotele nel portare a maturità le acquisizioni della filosofia, in particolare con i binomi causa/effetto e potenza/atto che saranno importanti anche per la scienza. Passa poi ai grandi filosofi del medioevo come Agostino di Ippona e Tommaso d’Acquino, per arrivare agli interpreti del pensiero rinascimentale come Nicola Cusano, Marsilio Ficino, Lorenzo Valla, Bernardino Telesio, Pico della Mirandola che “hanno contribuito ad agitare le acque della conoscenza filosofica del loro tempo”. In tutte queste esperienze fu centrale il ruolo della filosofia.

“Nella sua poderosa opera The invention of science, Donald Wootton è più esplicito sui limiti temporali di tale evento” . “La scienza moderna sarebbe stata inventata tra il 1572, quando Tycho Brahe  vide una nova, cioè una nuova stella nel firmamento, e il  1704 quando Newton pubblicò la sua ottica che dimostrava come la luce bianca sia composta da tutti i colori dell’arcobaleno”. A mio parere la datazione dell’avvio del nuovo metodo è in fondo un dato secondario. L’importante è capire in cosa consisteva.

La base del metodo  era costituita dall’osservazione, aiutata dalla matematica,  considerata da allora come un sostegno fondamentale per la scienza. L’ approccio innovativo è stato sostenuto dall’esperimento, cioè dalla riproduzione in laboratorio dei fenomeni naturali. Si constata di seguito un’evoluzione storica della scienza. Uno degli snodi fondamentali del pensiero scientifico è la meccanica quantistica derivata dalla scoperta di Planck all’inizio del secolo XX. Questa disciplina rivela che l’energia viene emessa in pacchetti e non a caso. I problemi suscitati dalla meccanica quantistica sono molti, tutti orientati contro la concezione olistica della realtà, che la meccanica quantistica vede come scorrente, mutevole, mai definitiva. Siffatta concezione sostituisce il concetto di “probabilità” a quello di certezza,  fondamentale nella  fisica classica. Nel XX secolo, sostiene Boncinelli, si nota questa rivoluzione. A mio avviso, soprattutto nella seconda parte di quel secolo, quando si fanno largo nella cultura tre discipline fondamentali, la meccanica quantistica appunto, la termodinamica e la cosmologia. In conclusione il pensiero filosofico viene superato nel secolo XX dai continui successi del pensiero scientifico fino ai nostri tempi.

Nella visione di Boncinelli all’inizio del ventunesimo secolo la scienza si presenta come l’elemento principale dello sviluppo umano ed è difficile, a mio parere, negare questa tesi che costituisce la base profonda della proposta occidentale e oggi sostiene il confronto tra Stati Uniti e Cina sul quale si articolerà probabilmente la prevalenza dell’uno sull’altro o sperabilmente la possibile intesa tra i due di unire gli sforzi per migliorare il mondo anziché competere per un primato distruttivo. Questa  collaborazione poterebbe portare a ulteriori sviluppi la scienza succeduta alla filosofia nella conoscenza della realtà. Sarebbe un bene per tutti.  Questo approdo mi sembra auspicabile per il benessere del pianeta che ha un estremo bisogno della scienza per migliorare la propria condizione e per dare nuovi spazi alla vita umana.

Ottobre 2018

UN PRESIDENTE PER L’ UNIONE EUROPEA NEL 2019?

Nei primi decenni del XXI secolo due situazioni problematiche di grande spessore emergono nel mondo occidentale. La prima riguarda il conflitto tra USA e Cina. Tale conflitto è diventato sempre più evidente negli ultimi anni. Esso domina ormai la politica estera e commerciale del Presidente Tramp che vede nella Cina il principale avversario degli USA e negli USA l’unica potenza economico politica che può contrapporsi validamente alla Cina.

La seconda consiste nell’avanzata del cosiddetto populismo nel mondo e particolarmente in Europa dove grandi movimenti si contrappongono ormai apertamente all’attuale struttura della UE e ne minacciano gli equilibri  per affermare un’idea d’Europa diversa rispetto alla forma attuale.  A quanto pare nelle elezioni europee del maggio 2019 vi sarà un tentativo dei populisti di rovesciare gli equilibri nella nuova Commissione e nel nuovo Parlamento e qui sta il problema: quale assemblea emergerà da questa prova di forza dei populisti?

E’ opinione di chi scrive che la situazione conflittuale emersa nella UE potrebbe essere sbloccata introducendo un elemento nuovo, cioè un Presidente simile a quello americano, un capo dell’esecutivo al quale siano attribuite le funzioni appartenenti a quest’ultimo in primo luogo la direzione delle forze armate di cui la UE aspira a dotarsi. Con l’avvento di un Presidente  l’UE potrà acquistare una ben diversa configurazione rispetto a quella attuale e gli attuali conflitti potranno essere mediati dalla figura presidenziale.

Come eleggere un Presidente? La parola a questo punto passa ai costituzionalisti che possono suggerire una modifica in senso presidenzialistico dell’attuale Unione Europea. Come ciò può avvenire non mi è chiaro, forse attraverso un referendum da indirsi partendo da un Comitato che ne proponga l’attuazione? O in altra maniera?

Non è impossibile che rendendo la UE un insieme  funzionale perché basato su un potere presidenziale possa essere risolto l’attuale conflitto. L’esistenza di un Presidente potrà determinare le politiche dell’Unione e dare a quest’ultima quella omogeneità che  attualmente non ha.

Per ora tutto questo non è che un’idea  ma perché non provare ad attuarla? Certamente esistono gli uomini (o l’uomo) che può aspirare alla funzione di Presidente e che già stanno pensando di  incarnare questo nuovo ruolo in maniera tale da trasformare l’Unione Europea in un’entità dotata di poteri adeguati all’ordine internazionale che è alle porte. Mi sovviene il nome del Presidente francese Macron. Forse ciò rientra nel disegno politico del personaggio?

Ottobre 2018

SUL PIACERE NELLA SOCIETA’ INDUSTRIALE AVANZATA. IL PRIMATO DEL PIACERE SESSUALE

Il  concetto che cercherò di sviluppare in questo articolo è il seguente: il godimento sensoriale e intellettivo chiamato comunemente “piacere” nelle società industriali e postindustriali non è visto con sospetto e perfino con ostilità come in precedenza accadeva, ma come elemento necessario allo sviluppo e alla completezza della condizione umana.

Sulla storia del piacere come parte dell’etica ricorderò solo i nomi di Aristippo di Cirene e di Epicuro. Questi pensatori vissuti  attorno al IV secolo a.C. capirono che il piacere non è solo compiacenza verso il desiderio, ma anche e soprattutto elemento necessario per poter esistere.  Ecco la grande rivelazione fatta dai due filosofi che viene riscoperta e valorizzata dalla moderna società industriale  divenendone uno dei fondamenti.

Vediamo perché:

  1. Perché questa società ha dato il massimo valore al “lavoro” che è di per sè faticoso e quindi richiede una compensazione adeguata sul piano edonistico. Per tale motivo il piacere diventa fattore essenziale per il lavoratore, non più elemento etico, ma contenuto inevitabile della vita stessa.
  2. L’uomo attuale capisce razionalmente che di regola noi viviamo ogni giorno aspettando la nostra dose di piacere come fosse qualcosa di dovuto per sopportare le fatiche e le tensioni inevitabili nella vita. Questa acquisizione mentale è di tale importanza che modifica la legittimità del piacere rispetto alla fase precedente. Ogni concezione punitiva di se stessi appare nel nuovo contesto incomprensibile, il termine sacrificio finalizzato alla trascendenza diventa incompatibile con la funzione esistenziale del piacere. Le culture basate sull’autopunizione diventano incomprensibili, appartenenti a un’altra epoca.

L’uomo odierno si domanda quali siano i piaceri per lui più importanti. Difficile ovviamente dare su ciò un giudizio uniforme, ma si può dire che in generale nella scala dei piaceri prevale nella società attuale il piacere sessuale. Le espressioni più tipiche della  cultura odierna hanno dato a questo piacere un posto preminente nel novero delle gratificazioni. Vediamo in esso una vera e propria risorsa esistenziale. Ciò traspare dalla letteratura, dal cinema, dalla pubblicità, dalla satira, dal gossip e perfino dalla conversazione quotidiana. Tali forme sono ormai permeate da questa species  di piacere che il pubblico richiede senza esitazioni e  viene offerto come una sorta di toccasana in ogni occasione. Il concetto di censura un tempo importantissimo ha perduto di fronte a questa tendenza  ogni virtualità ostativa.

Il piacere sessuale è  coronato da una fase che nessun altro piacere possiede, cioè l’orgasmo, la fase apicale del congiungimento sessuale. Dell’orgasmo tutto si sa da un punto di vista fisiologico, ma la sua essenza profonda rimane ineffabile,  estranea ad ogni descrizione. Perciò l’orgasmo può essere considerato il momento supremo del piacere, direttamente legato al fattore riproduttivo ma includente in sé una gamma infinita di gratificazioni sensoriali ed affettive. E’ una meta sognata da tutti, una finalità desiderata e auspicabile.

Il piacere sessuale non esclude alcun altro piacere né alcun’altra esperienza esistenziale;  apre anzi la strada a ulteriori vissuti perché completa la personalità umana, la salva dall’isolamento e la spinge ad avere fiducia in se stessa.

Il fatto che il piacere sia diventato un elemento portante dell’esistenza fa della cultura occidentale  quella più attraente tra le forme culturali esistenti. Le culture che si oppongono o combattono la cultura occidentale devono prendere atto che se non saranno capaci di assimilare a loro volta il fattore edonistico di cui l’occidente si è dotato, difficilmente potranno competere con successo con le stesse sul piano produttivo. Ciò significa che l’elemento edonistico diventa oggi una parte costitutiva dello sviluppo economico oltre che culturale, com’è dimostrato dall’utilizzazione della cultura nei processi economici.

Settembre 2018