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COMMENTO AL FILM DI ALESSANDRO ARONADIO “BASTA CREDERE (IO C’E’)”

Scrivo questo commento perché le recensioni  del film “Basta Credere (Io c’è)” non sembrano tali da evidenziare il pensiero che il medesimo sottende. Maurizio Porro (Corriere della sera 29 marzo 2018, pag. 49, titolo dell’articolo “Come risollevarsi dalla crisi grazie a una nuova religione” ) riassume così la “trovata” del protagonista, Massimo (l’attore Edoardo Leo), per sottarsi al fallimento economico: “Quella che Massimo in crisi col suo B&B s’inventa, prendendo esempio dalle suore che riscuotono e non pagano le tasse, è una sua religione ad personam,  in modo che il luogo diventi di culto.  Così il figlioccio di Giuda fonda lo “ionismo” dove ciascuno diventa Dio di se stesso, paradiso di egotismo che richiede il consenso borghese della sorella e la scrittura di un’apposita bibbia da parte di uno scrittore fallito, rispettivamente Margherita Buy e Giuseppe Battiston, nel loro perimetro espressivo…”. E’ vero, nel film Massimo fonda una sua religione per sottarsi ad una crisi personale, ma l’invenzione non è così ingenua e primitiva come Porro sembra definirla; al contrario affronta uno dei più pesanti problemi della cultura moderna, cioè come nascono le religioni, al netto di ogni trascendenza, come acquistano proseliti e creano imperi basati in realtà sul nulla. E’ questo un tema che il film tratta senza reticenze e a suo modo risolve. Ciò significa che esso va visto non come una qualsiasi commedia all’italiana, ma come un contributo socio-filosofico ad una questione di grande peso culturale.

Vediamo cosa dice il film sul piano delle idee, pur legando queste ultime ad una fattispecie banale.  Cercherò di riassumere le idee che a mio parere il registra Alessandro Aronadio  mette nel film cosciente del peso che hanno sul piano della sociologia delle religioni. Raggrupperò queste idee in quattro punti nella forma più breve possibile.

  • Nel film vi è una critica precisa al concetto di “rivelazione” che sta alla base di tutte le religioni storiche, compresa ovviamente quella cattolica. La rivelazione per Aronadio è solo la “trovata” d’un personaggio che ne inventa il contenuto, senza alcun collegamento con una realtà oggettiva e al di fuori di ogni trascendenza. La figura del profeta è perciò ridotta all’inventore di un messaggio del tutto soggettivo e privo di alcuna base reale.
  • Il messaggio può avere fortuna, cioè essere accolto da un gruppo indeterminato di individui se è in grado di sostenere psicologicamente un certo numero di vite individuali. L’adesione collettiva al messaggio si ha quando i potenziali adepti capiscono che esso può dare un senso alla vita di ciascuno di loro.
  • Le conseguenze comportamentali d’una rivelazione si trasformano in fenomeni sociali: come la preghiera, i rituali, le processioni, le regole etiche inventate dal rivelatore, ecc. Attraverso la gestione di questi effetti del messaggio alcuni seguaci creano le “chiese”. Queste assumono un carattere istituzionale e diventano collegamenti operativi con una sfera suprema in realtà inesistente.
  • L’istituzione vende un prodotto fittizio dal quale ricava benefici molto concreti, come lasciti, vendita di indulgenze, fondazioni umanitarie dotate di cospicue sostanze, sistemi di culto, ricchezze totalmente terrene e ovviamente condiziona la vita di intere comunità.

Stupisce che un tale complesso di idee non sia rilevato dalla critica. Nell’evidenziarlo dico al registra Alessandro Aronadio che ha saputo gettare un seme importante nella cinematografia italiana, salvandola da una diffusa banalità intellettiva, elevandola a un significato culturale che, speriamo, abbia presto seguiti coraggiosi. Dalle interviste effettuate nel sito Comingsoon.it ad Aronadio, emerge che  “Con Renato Sannio (co-sceneggiatore) volevamo scrivere un film sulla religione e la sfida è stata quella di provare a farci una commedia. In “Orecchie”  il tema del bisogno di credere era già in nuce nella scena in cui il prete (Rocco Papaleo) benedice  la macchia di muffa, pur sapendo che non è la Madonna.  Il problema è capire perché  mai come adesso, il tema della religione sia quasi tragico e legato a drammatici avvenimenti di cronaca e provare a ridere di questo argomento con i personaggi di “Io c’è”… Da ateo m’incuriosisce la figura del fedele. Credo che viva meglio di me e mi sembrava interessante raccontare di un ciarlatano che si trova a confrontarsi con qualcosa che per lui era inimmaginabile..” Questa dichiarazione dimostra,  a mio parere, che nel regista e nei suoi collaboratori vi è una consapevolezza completa dell’importanza della tematica trattata. Spero che ciò inauguri un filone filmico basato finalmente su problemi importanti del nostro tempo.

Gian Paolo Prandstraller

Aprile 2018.

DAL LAVORO OPERAIO AL LAVORO PROFESSIONALE, UNA MUTAZIONE EPOCALE. I CREATIVI E IL NUOVO LAVORO

Negli anni in cui veniva approvata la Costituzione Italiana, col termine “lavoro” s’intendeva l’attività operaia esperita in via principale nelle fabbriche e nelle coltivazioni agricole. Vi era un riferimento costante a quella forma di lavoro definita come “taylorismo” (dal nome dell’ing. F.W.Taylor che l’aveva inventata nel primo decennio del ‘900) o più semplicemente come “catena di montaggio”, fondata sulla parcellizzazione dell’attività  operaia nel processo produttivo. Si trattava della stessa forma-lavoro che nell’Unione Sovietica era esaltata come “stacanovismo” (la prestazione eccezionale da parte di un lavoratore nei confronti degli altri). Era strettamente legata al concetto di struttura, cioè di  stabilità di ruolo e di mansioni. Divenne materia di studio attraverso la “sociologia del lavoro”. Esperti di questa disciplina come Pierre Naville, Georges Friedmann e in Italia Federico Butera e  Domenico De Masi  acquisirono rilevanza nelle facoltà universitarie. La base sociale di questo tipo di lavoro era la “classe”,  ossia l’aggregazione economica fondata sul possesso dei mezzi di produzione. L’istituzione fondamentale del tempo corrispondeva alla fabbrica dove la maggior parte dei critici vedeva realizzarsi l’alienazione operaia causata da ciò che era chiamato “lavoro in frantumi” (Georges Friedmann). Questo tipo di lavoro teorizzato dai sociologi del periodo era per così dire corretto dalla scuola delle “relazioni umane” (Elton Mayo) che cercava di attenuarne gli effetti negativi sulla personalità degli operatori.

Al di là del lavoro inteso nel senso appena ricordato, vi era una categoria sociale anch’essa oggetto di interventi teorici: la intellighenzia, il gruppo di attori intellettuali esterni alla cosiddetta struttura e che si dividevano (per Antonio Gramsci) in intellettuali organici e non organici, a seconda che esprimessero o meno una sovrastruttura di classe o si considerassero indipendenti da questa.

In Italia, diversamente da quanto avveniva nei paesi anglosassoni, tutto il raggruppamento che derivava dall’applicazione pratica della conoscenza scientifica (cioè i professionisti) era sostanzialmente ignorato. Tale gruppo in America e in Inghilterra era stato però segnalato a partire dagli anni ’50-‘60 del XX secolo da alcuni sociologi  come Talcott Parsons, Robert K. Merton, H. L. Wilensky , W. E. Moore, Ernest Greenwood, Amitai  Etzioni e altri. Io realizzai negli anni ’60 la prima inchiesta sugli avvocati italiani, pubblicata nel 1967 dalle Edizioni di Comunità col titolo “Gli avvocati italiani. Inchiesta sociologica”. Fu un contributo alla sociologia delle professioni rimasto isolato nel contesto accademico. Tutto questo per dire che nella pubblicistica dell’epoca ogni lavoro  diverso da quello operaio era considerato secondario e marginale con le eccezioni appena indicate.

E’ stupefacente come negli ultimi 30 anni questa situazione sia completamente mutata. In quale senso? Che il lavoro operaio è, nelle società avanzate, quasi del tutto scomparso; perdute le sue caratteristiche classiche, si è trasformato  in attività professionale o paraprofessionale . Questo secondo tipo di lavoro è oggi molto articolato, non comprende solo le professioni classiche ma anche forme minori di professionalità che tuttavia rientrano nel modello professionale,  accumunate da un sapere specifico più o meno complesso su cui poggia tutta l’attività dell’operatore.

Accanto a quello che possiamo chiamare “mondo professionale” si sta estendendo un settore creativo, composto dai soggetti la cui opera è di tipo inventivo, artistico, illustrativo, letterario, musicale ecc. Dagli anni ‘90 del XX secolo la creatività è diventata un carattere nuovo della società postindustriale. Si tratta d’un fenomeno ancora non adeguatamente esplorato che assume di anno in anno una rilevanza maggiore attraverso istituzioni come i megaconcerti, i festival, le mostre di pittura e scultura e design, le nuove forme di spettacolo, il cinema, la pubblicità, la moda, la tutela del territorio, l’applicazione artistica necessaria perfino nella gastronomia e settori paralleli. Tale fenomeno sta diventando un’espressione non soltanto intellettuale ma anche economica  di grande rilievo. E’ sperabile che da esso possa venire un incremento rilevante dell’occupazione nel futuro: cioè che il lavoro professionale e quello creativo possano sostituire tutto il vecchio lavoro, inteso nell’accezione fino a qualche decennio fa dominante, ora desueta.

La creazione di nuove occupazioni nel settore “creativo” è fenomeno di grande rilievo perché tale settore è in crescita in tutto il mondo occidentale e convoglia su di sé enormi interessi economici. Il problema dell’occupazione può essere almeno in parte risolto se le forme  professionali che appaiono in questo settore vengano seguite con maggiore attenzione di quanto attualmente avvenga.

Concludendo si può dire che il vecchio significato  del termine “lavoro” sta scomparendo e al suo posto nasce un senso professionale e creativo dell’attività umana  che diviene via via base fondamentale delle società avanzate e speranza concreta di occupazione per molti giovani d’oggi.

Gian Paolo Prandstraller

Marzo 2018.

UN’IPOTESI ESTREMA: ANCHE LA CHIESA POTREBBE IMPLODERE? RIFLESSIONE SUL TEMA

Cosa intendo col termine “implodere”? L’autodistruzione parziale o totale di un’entità organizzata, dovuta non a fattori esterni  ma all’incapacità dei suoi membri di gestire tale entità o all’insostenibilità dei fondamenti su cui essa riposa. Con questo articolo vorrei suggerire che per quanto la Chiesa appaia esteriormente compatta e strutturata, vi sono indizi che attestano il pericolo che la Chiesa giunga in un tempo non definibile, ad una sorta di collasso, la cui gravità effettiva è oggi difficile da precisare.

Vediamo in breve la natura di questi indizi. Li raggrupperò in quattro categorie, ovviamente non esaustive, le seguenti:

  • È evidente l’inopponibilità della dogmatica cattolica al sapere scientifico affermatosi nella seconda metà del XX secolo, con discipline come l’astrofisica, la cosmologia, la meccanica quantistica, la termodinamica, le neuroscienze, la biologia evolutiva, ecc. di fronte alle quali il sistema teologico della Chiesa, basato su narrazioni risalenti a più di 2000 anni fa, non regge più. Nozioni come “paradiso” e “inferno” appaiono oggi più come casi di immaginazione mistica che come entità reali. E’ venuta meno di conseguenza la speranza nel paradiso e la paura dell’inferno. Tali prospettive ultraterrene hanno attualmente poca presa sulla gente.
  • La crisi della dottrina nel confronto col capere scientifico può determinare il vacillare della fede a livello di non pochi membri del corpo ecclesiale. Conseguenza di ciò è il possibile allontanamento di tali soggetti dalla morale cattolica, con deviazioni nel campo degli affari, della speculazione economica, della sessualità e in altri settori comportamentali. Appaiono fenomeni come la pedofilia, gli abusi su soggetti dipendenti, le speculazioni affaristiche, l’avidità di denaro, ecc. La frequenza degli scandali è così assidua che non è più considerata notizia degna di attenzione ma per così dire prassi quotidiana.
  • Si ha la caduta delle vocazioni dovuta all’indifferenza delle giovani generazioni rispetto alla missione sacerdotale, e la preferenza di queste generazioni per carriere laicali. Seminari, abbazie, conventi, parrocchie e altre sedi rimangono spesso prive di personale operativo con grave disagio per i fedeli e perdita di potere da parte della Chiesa.
  • Si nota nella Chiesa una notevole difficoltà di mantenere un’autorità di tipo gerarchico estesa alla piramide organizzativa dell’istituzione. Ciò provoca una perdita d’influenza anche a livello del vertice, ossia del Pontefice, che infatti viene contrastato e criticato in vario modo da una parte, soprattutto alta, del clero, rendendo così difficile l’attuazione delle strategie ideate per salvare l’istituzione. La crisi dell’autorità suprema traspare da molti episodi anche recenti e suscita nel pubblico perplessità evidenti.

Alcune considerazioni attorno a ciascuno di questi punti:

  • La discrasia tra le acquisizioni della scienza e i principi biblici sulla genesi dell’uomo e l’origine dell’universo, è diventata palese. Dopo la scoperta della radiazione cosmica di fondo da parte di Penzias e Wilson nel 1964 (che ha determinato l’accettazione dell’idea di big bang) la dottrina creazionista e le storie bibliche sull’origine del mondo sono ormai indifendibili. Tutto l’apparato teorico riguardante tali tematiche appare indebolito, e così pure la dottrina secondo cui un Ente supremo avrebbe mandato sulla Terra (piccolo pianeta di un sole secondario di un altrettanto secondaria galassia, in mezzo a miliardi di galassie) un suo messaggero allo scopo di “salvare” la specie umana.  Il  buon senso impone la domanda: perché tutto questo è capitato proprio alla Terra?
  • Come conseguenza  della crisi del sistema teologico può esservi come già detto perdita della fede da parte d’un  settore ampio della gerarchia, col risultato di trasformare la vocazione di coloro che ne fanno parte in una carriera laica. Lo spirito di questi membri della struttura non può più aderire alla tradizione canonica perché essi intendono la propria presenza nella struttura come un fatto mondano anziché come una missione.
  • E’ comprensibile alla luce di tale crisi, quella delle vocazioni. Essa è coerente con l’indifferenza delle giovani generazioni rispetto al richiamo sacerdotale che viene sostituito con mete diverse anche da persone attratte da una spiccata spiritualità.
  • La discrasia che si sta verificando per il rifiuto delle idee del Pontefice da parte di membri della struttura, determina un contrasto tra questi ultimi e le politiche del Pontefice le quali, diventano così parzialmente inattuabili. Ciò può produrre nel tempo un blocco delle strategie stabilizzanti della Chiesa.

Questo insieme di fenomeni è tale da far prevedere un allentamento della compattezza dell’istituzione. Quando il fenomeno si verificherà apertamente  è impossibile dire, ma tale stato di cose è indubbiamente pericoloso per la struttura ecclesiale. Sono possibili, nel prossimo futuro,  accadimenti che spingano la Chiesa in una direzione oggi non individuabile, ma comunque difficile. Altro  per ora  non si può dire, ma non si può ignorare uno stato di cose che può diventare  dissolutivo.

Gian Paolo Prandstraller

Marzo 2018

L’AVVENTO DEL CAPITALISMO ARTISTICO. CONSEGUENZE SULLE PROFESSIONI INTELLETTUALI

E’ certamente vero che fino a poco tempo fa il consumo e il mercato erano i volani strategici del capitalismo, mentre altri fattori rimanevano secondari rispetto a quei valori. Gilles Lipovetsky e Jean Serroy nel libro L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico (trad. it. Sellerio Ed. 2017)  si allontanano nettamente da tale interpretazione del capitalismo. Sostengono che tutti i “fenomeni artistici” (moda, design, mass media, pubblicità, cinema, produzione industriale avanzata, per esempio automobilistica, architettura, turismo, divertimenti, gastronomia) stanno creando un “capitalismo artistico” la cui caratteristica di fondo è di generare filiere produttive nelle quali è essenziale il fattore artistico. Ciò produce, secondo gli autori, una “estetizzazione del mondo” la cui conseguenza diretta è che le avanguardie artistiche sono ormai integrate nella produzione industriale, mentre si estingue la contrapposizione che ha segnato il XX secolo, arte contro industria, cultura contro merce, creazione artistica contro intrattenimento ecc. L’idea che oggi la creazione artistica è il fattore chiave della competitività economica è molto interessante. Il processo s’incorpora visibilmente  nel fatto che i marchi di moda, i negozi, i bar, i ristoranti, i centri commerciali, le attrezzature turistiche, le scenografie cinematografiche e teatrali, gli eventi musicali, i festival e così via rimandano continuamente al fattore artistico che viene considerato essenziale a ogni tipo di produzione e di servizio, anche se tale fenomeno non è sempre chiaramente riconoscibile. Scrivono gli autori : “Con l’epoca ipermoderna si costruisce una nuova era estetica, una società sovraestetizzata, un impero sul quale non tramontano mai i raggi dell’arte. Gli imperativi dello stile, della bellezza, dello spettacolo hanno acquisito una tale importanza sui mercati del consumo e trasformato a tal punto l’elaborazione degli oggetti e dei servizi, le forme di comunicazione, la distribuzione e il consumo, che è difficile non riconoscere l’avvento di un vero e proprio modo di produzione estetica divenuto ormai maturo. Denominiamo capitalismo artistico o capitalismo creativo transestetico questo stato dell’economia, del commercio liberista” (op.cit. pag. 41).

A mio parere il punto di vista dei nostri autori è difficilmente contestabile. Il capitalismo odierno si sta effettivamente avviando nella direzione che essi indicano. Si potrà parlare d’un fenomeno più o meno omogeneo, più o meno evidente, ma la tendenza  generale è appunto quella da loro mostrata. L’estetizzazione dell’economia produce una ricchezza di stili, di mode,  di spettacoli, di narrazioni, di festival di musei e mostre, di sollecitazioni ludiche, di divertimenti ecc., che fino a ieri non esisteva, caratterizzando il XXI secolo in una maniera imprevista, al di là della diffusa opinione che l’arte, la musica, lo spettacolo, il divertimento fossero del tutto estranei all’economia industriale. La definizione marxista e ogni interpretazione strettamente economica del capitalismo vengono  sconvolte da questa nuova visione che appare rivoluzionaria sotto parecchi punti di vista e che smentisce molte analisi precedenti.

Il primo aspetto che viene in evidenza è la forte presenza di “creativi” sulla scena sociale.  E’ chiaro che senza i creativi oggi non vi può essere né sviluppo né innovazione e sono pertanto superate le teorie economicistiche e operaiste apparse nel XX secolo. Un’immensa letteratura basata sull’interpretazione marxista del capitalismo viene implicitamente  cancellata dalla scena culturale. E’ cosa che possiamo constatare anche a livello di opinione comune.

Si afferma una nuova concezione del  “lavoro”,  nel senso che il termine lavoro ha ormai il significato di “attività intellettuale” volta ad uno scopo. La trasformazione del lavoro in attività intellettuale è già corrente nelle società avanzate ma apparirà con maggiore chiarezza in un futuro prossimo  perché tutte le esperienze necessarie ad una produzione moderna hanno carattere intellettuale e non manuale.

Il sistema professionale subisce un allargamento cospicuo verso le professioni artistiche, musicali, dello spettacolo, architettoniche e paesaggistiche, volte a migliorare la vita, a creare sviluppo,  piacere esistenziale e così via. Tale allargamento può essere una risorsa importante in termini di occupazione, intesa quest’ultima non nel vecchio senso ma della probabile apparizione d’un universo professionale esteso molto al di là della sua attuale accezione e idoneo ad assorbire lavoro mentale in quantità cospicua.

Conseguenze sull’ evoluzione del capitalismo. Se si osserva  l’ultimo mezzo secolo si può vedere che il capitalismo inteso come sistema economico ha subìto in tale periodo  due importanti mutazioni. La prima si verifica verso gli anni ’70 del XX secolo quando la conoscenza scientifica diventa fondamentale mezzo di produzione, dato che senza quella conoscenza non si può realizzare alcun prodotto che possa essere assorbito dal mercato. Tale fase coincide col cosiddetto assetto “post-industriale” le cui istituzione più importanti sono la grande università e il centro di ricerca, cioè i due massimi veicoli di conoscenza scientifica senza i quali non può esistere un’economia avanzata.

La seconda ha inizio verso la fine del XX  secolo (anni ’90) ed è basata sulla nozione di creatività, nella quale l’arte e le attività artistiche in genere appaiono sempre più chiaramente come espressioni fondamentali del lavoro e del sociale. Questa seconda variabile viene appunto definita nei suoi aspetti più tipici nel libro di Lipovetski e Serroy  L’esthétisation du monde. Vivre à l’àge du capitalisme artiste, la cui importanza per l’interpretazione del nostro tempo sembra evidente. Non sappiamo ancora come le due nozioni conviveranno, come si influenzeranno l’una con l’altra. E’ già molto però aver capito quali sono le fonti primarie dell’evoluzione del capitalismo, fenomeno economico-culturale che come tutti sanno continua a dominare il mondo e del quale è  impossibile ignorarne la natura.

Gian Paolo Prandstraller

Febbraio 2018.

No per sempre alla clausura. La triste fine del monachesimo occidentale

La parola “clausura” deriva da “chiudere”, in una prigione o altro luogo sorvegliato. Ricorda il carcere, un recinto blindato dal quale non si può scappare. Negli ultimi tempi l’istituto della clausura ha subito uno scacco innegabile, ma l’idea della sua legittimità permane ancora sostenuta com’è da istituzioni potenti e da fautori male informati sulla natura reale del fenomeno. Nei paesi evoluti diventa romanzo storico,  come la Monaca di Monza e la Badessa di Castro, amante del vescovo nella cui giurisdizione si trovava il convento, ricordata da Stendhal nel racconto omonimo. Manzoni chiama “sciagurata” la reclusa che s’ era abbandonata all’individuo entrato nel monastero per congiungersi con lei. Non dice gran che sull’istituzione claustrale, infondo la trova rispettabile. Non indaga abbastanza sul modo seguito dalle famiglie potenti per far accettare a una figlia la segregazione perenne, promettendole che presto sarebbe diventata “badessa” del convento in cui il seppellimento avveniva. Dietro a tutta l’operazione c’era il diritto di primogenitura dell’erede maschio, la conservazione del patrimonio, la lusinga d’un potere monacale che andava di pari passo con la politica della famiglia. Sembra fosse lecito alla badessa riservarsi un appartamento dentro al convento, dove poteva fare ciò che voleva fuori dalla curiosità delle consorelle. Giovanna da Piacenza, figlia degli aristocratici  Marco e Ignese Bergonzi,  fece dipingere se stessa nel convento di San Paolo a Parma in veste di Diana cacciatrice dal pittore Correggio, uno dei più grandi artisti del ‘500.  A Parma si può visitare l’appartamento in cui Giovanna riceveva l’artista seguendo un costume diffuso nel tempo. Da questo episodio ci si può fare un’idea  di come poteva essere la vita d’una badessa nel XVI secolo, donna sacrificata agli interessi della famiglia ma posta in un luogo in cui potevano darsi segrete libertà e oscuri sollazzi.

Trovo disumana la clausura, comunque sia praticata, anche nelle forme  più moderne. Rientra nella nozione sociologica di “istituzione totale”. E’ una forma organizzativa  dove tutte le attività quotidiane dei reclusi, anche le più intime, sono controllate da un’autorità alla cui vigilanza essi sono sottoposti. Oltre al convento sono istituzioni totali il carcere, il campo di concentramento, il manicomio e simili.

Quando penso a tali  reclusòri provo una pena che mi è difficile descrivere. Che una creatura umana possa essere trattata in questo modo mi sembra un’enormità quando ciò deriva da un indottrinamento che le toglie l’amore, i figli, la libertà di scegliersi un percorso esistenziale! Se la reclusione è conseguenza di una condanna, allora è ovviamente accettabile, ma se consegue a una “libera” decisione, mi sembra disumana e tristissima.

L’avversione verso la clausura mi porta a constatare che il terreno culturale da cui quest’ultima deriva è il monachesimo, un fenomeno centrale nella storia del medioevo. Il monachesimo ha avuto grandi meriti in quell’epoca ormai lontana, ma le sue benemerenze non sono state sufficienti a salvarlo dalla modernità. Questa rifiuta l’idea che una persona possa escludersi dal mondo per affrancarsi dai difetti e dalle sciagure del medesimo. Il “monastero” è stato per secoli il fulcro ideale di tale concezione anche se, ripeto,  ha dato molto alla cultura in un clima ideale in cui certi uomini di pensiero sentivano il bisogno di sottrarsi alle brutture del tempo. Oggi la fuga dai problemi della vita non è più concepibile e dunque il monachesimo è giunto alla fine, il suo tracollo è evidente.

Per documentare il periodo migliore del monachesimo basterà ricordare San Benedetto da Norcia (VI secolo d.C.) e dopo di lui  la fondazione del monastero di Cluny in Borgogna nel 909 d.C.  San Benedetto fu l’inventore d’ una regola che imponeva agli addetti di lavorare oltre che di pregare. Capì che si doveva obbligare il monaco ad essere operoso in modo che coloro che rifiutavano il  mondo si dedicassero ad attività costruttive, utili alla comunità oltre che a se stessi. In tal modo cambiò radicalmente il costume monastico di quei tempi e sorse un potere ecclesiastico molto influente. Fu possibile il formarsi d’una economia del monastero bonificando grandi terreni, elevando imponenti edifici. Alcuni secoli dopo Cluny completò per così dire  l’intuizione di Benedetto e diffuse a piene mani cultura ed elevazione spirituale nei secoli X, XI e XII. Soggiornò a Cluny anche Ildebrando di Soana,  poi Gregorio VII il papa che umiliò a Canossa l’imperatore Enrico IV.

Il rispetto che dobbiamo al monastero medioevale non ci vieta di constatare che lo spirito che lo animava non esiste più. Non è concepibile oggi la fuga dal mondo per dedicarsi a un isolamento metafisico e all’oblio della vita reale.  La società  industriale ha posto fuori dalla scena sociale tale costume. In parole semplici quasi nessuno ricorre più all’autoesilio, tutti accettano di rimanere nel mondo e nei meccanismi di questo per quanto tristi essi siano. Il monastero è rimasto senza adepti, dimenticato al punto che di esso si visitano le antiche strutture ma queste sono vuote, ridotte in certi casi a curiosità turistiche. E’ male o bene che tale implosione sia avvenuta? La fine del monastero come entità operativa significa il tramonto del monachesimo. E’ fenomeno che vediamo attorno a noi, uomini del XXI secolo, la cui etica consiste nell’affrontare la vita, non scappare da questa. Tutto un modo di pensare è crollato. La società odierna è migliore di quella medioevale, altre battaglie ci attendono, diverse da quelle in cui quei lontani eroi si cimentavano. Non provo dolore perché ciò è avvenuto, lo provo per i pochissimi che seguono ancora quella strada ormai desueta e, per noi, priva di senso.

Gian Paolo Prandstraller

Febbraio 2018

LA VECCHIAIA, IERI, OGGI E QUANDO LA DURATA MEDIA DELLA VITA SARA’ DI 100 ANNI

Com’ è noto la vecchiaia è stata oggetto di riflessioni da parte di molti autori. Se si da un’occhiata alla letteratura occidentale si trova che la vecchiaia è stata considerata nella quasi totalità dei casi come un periodo non desiderabile, triste e avvilente, nonché foriero d’inevitabili sofferenze. Pare che i lirici greci del VII e VI secolo a.C. abbiano inaugurato efficacemente siffatta opinione, giungendo a una conclusione che si può riassumere così: è meglio morire giovani e muore giovane chi è caro agli dei. Quei poeti  vissero in un periodo storico aspro e pericoloso; quello che vide numerosi tiranni prendere possesso in Grecia del potere politico e perseguitare coloro che si opponevano alla loro volontà.  Si può indurre che a spiriti liberi com’erano i poeti sembrava meglio uscire dal mondo piuttosto che subire le persecuzioni dei tiranni. La situazione politica implicava dunque un giudizio negativo sulla vita nel suo complesso. Tra quei lirici uno si distingue per la perentorietà del giudizio sulla vecchiaia. Il suo nome è Mimnermo di Colofone, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. Il pensiero di questo lirico si può cogliere nella poesia Come le foglie di cui riporto il testo nella traduzione di Salvatore Quasimodo

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.

Il duro giudizio di Mimnermo è solo parzialmente corretto dai maggiori autori latini che si sono occupati dell’argomento, Marco Tullio Cicerone e Lucio Anneo Seneca. Il primo, nel 44 a.C., poco prima della morte, scrive Cato major de senectute. L’opera a forma di dialogo tra uomini illustri del tempo riguarda Catone il Censore. L’etica sottesa è lo stoicismo. Sostiene che la vecchiaia va “sopportata” con tutti i suoi guai con coraggio e dignità. Seneca scrive De brevitate vitae verso il 49 a C., nel periodo successivo all’esilio in Corsica subìto dal filosofo. Il tema di fondo di Seneca è che data la brevità della vita non bisogna sprecare il tempo che ci è concesso ma utilizzarlo con impegno e cura. Secondo Seneca la vecchiaia va vissuta coraggiosamente e utilmente nonostante i guai che infligge all’uomo.

Le cose non vanno meglio per autori che consideriamo moderni. Basterà ricordare come la vede Shakespeare in As you like it, dove il drammaturgo descrive le sette età dell’uomo. Nell’ultima, la vecchiaia è descritta come un ritorno abnorme all’infanzia, segnato da insensibilità, oblio, perdita dei denti, degli occhi e del gusto, voce tremante, gambe rinsecchite, incapaci di camminare. Nell’età romantica abbiamo il crudo giudizio di William Butler Yeats, secondo il quale il vecchio non è che “un relitto umano, un abito a brandelli appeso ad un bastone, un individuo che non serve più a nulla a meno che non reagisca eroicamente a tale condizione”.

Un mutamento radicale delle idee sulla vecchiaia si ha verso la fine del XX secolo, un periodo storico che per le novità che introduce non cessa anche oggi di stupirci. Viene in piena evidenza in quel periodo l’allungamento della vita reso possibile dalla scienza e si prende coscienza che questo  importante evento modifica l’idea stessa di vecchiaia. E’ il caso di notare che in quest’epoca appare un cluster d’innovazioni sociologiche, economiche e culturali già evidenti alla fine del  secolo ma esplicitate più chiaramente nel nostro XXI sec. Oltre al prolungamento della vita, si nota la difficoltà di dare lavoro a tutte le persone disponibili a causa dell’intelligenza artificiale, della robotica, dell’automazione, ecc.; la parità uomo-donna promossa dai movimenti femministi e simili; l’apparizione d’un’etica che abbandona il pessimismo per aprirsi all’apprezzamento dei doni offerti dalla vita (ricordo sul tema le opere dello psicologo evoluzionista canadese Steven Arthur Pinker  il quale sostiene che la vita attuale è migliore di quella del passato e che la violenza nelle società umane è costantemente diminuita nel tempo e rivaluta il concetto di ottimismo, in aperta contrapposizione ai molti pessimisti del nostro tempo); il peso assunto dalle idee di creatività e di innovazione che trasformano la produzione in un senso del tutto non rituale; la concezione per cui ogni uomo deve realizzare la propria personalità anche al di fuori del lavoro che gli procura da vivere; eccetera. Sono tematiche interrelate, molto più di quanto sia possibile comprendere oggi. Tra tutte a me pare che il prolungamento della vita indotto dalla scienza sia di particolare importanza e possa condurre ad una rivoluzione esistenziale, sociale ed economica assai notevole.

Non è difficile immaginare fin d’ora che, tra qualche decennio, la media temporale  della vita umana tocchi il secolo, o più. Quali saranno le conseguenze di tale conquista? Quali le ripercussioni psicologiche ed etiche? Quali i mutamenti nei rapporti fondamentali che ogni individuo  stabilisce con i suoi simili, l’uomo con la donna, l’individuo con la società? Alcuni di questi mutamenti sono già ben visibili. Uno salta agli occhi: l’amore in tarda età, la frequenza con cui si danno grandi differenze di età tra i partner del rapporto amoroso. Sempre più spesso tale dislivello appare normale, mentre un tempo sembrava aberrante. Ho rivisto il film di Giuseppe Tornatore La corrispondenza (2016) nel quale si vede l’amore tra un anziano professore di astronomia o cosmologia e una giovane allieva, seguito dalla morte di lui e dai messaggi postumi che il professore fa pervenire mediante un metodo ingegnoso all’affranta e stupita amante. Il film presenta la differenza di età e di status come un fatto del tutto normale nella vita del nostro tempo. Il superamento di tutti i rapporti giuridico-formali nei legami affettivi è ormai invalso. Nessuno di tali legami, un tempo pesantissimi, può fermare l’attuazione concreta d’un rapporto d’amore quando questo sia veramente sentito dai protagonisti.

I problemi sociali e psicologici che l’allungamento della vita sta provocando sono di grande entità. Quando gli individui avranno la ragionevole speranza di vivere almeno cent’anni, quale sarà la loro idea della condizione umana? Non è impossibile che approdino al concetto che data la sua profondità temporale la vita è più godibile, le sue offerte più allettanti, le sue prospettive più rosee. Può darsi che in tale visione della vita rientri anche la morte la quale potrebbe diventare “accettabile” dopo un così lungo vivere, tanto sarà il tempo in cui l’itinerario esistenziale avrà modo di esplicarsi. Quale sarà la visione dell’amore e della felicità quando ogni individuo potrà pensare: ho davanti a me cent’anni da vivere, da riempire con  i doni che la natura e la società mi mettono davanti come fossero un invito al piacere di vivere, alla ricchezza dei sentimenti?

Gian Paolo Prandstraller

Febbraio 2018

PESSIMISMO E OTTIMISMO, IERI E OGGI. PERCHE’ LA SCIENZA MODERNA E’ OTTIMISTA

Pessimismo e ottimismo non sono dottrine filosofiche ma atteggiamenti che le persone assumono quando devono affrontare le dure esperienze  della vita. Il primo implica un giudizio negativo sulle possibilità che la vita offre. Il secondo l’idea: vale la pena di vivere e di cogliere i piaceri e i vantaggi che la vita può offrire. La conseguenza del pessimismo è, nella maggioranza dei casi, una rinuncia totale o parziale all’intervento umano sulla realtà per modificarne i contenuti e le aspettative. La conseguenza dell’ottimismo è di fare affidamento sull’azione umana per migliorare la realtà e la stessa condizione dell’uomo.

Nella storia si trovano fasi o momenti in cui è stato prevalente l’uno o l’altro atteggiamento. Per esempio nella cultura del XVIII il movimento intellettuale noto come “Illuminismo” ebbe caratteri ottimistici perché previde un futuro migliore per quella parte dell’umanità che avesse accettato i suoi suggerimenti. Fu seguito alla fine di quel secolo dal “Romanticismo”, segnato questo da un’esaltazione imponente dell’individuo, culminante troppo spesso nella delusione e nella fine dei protagonisti per suicidio, vera propria dichiarazione d’impotenza rispetto alle possibilità esistenziali dell’uomo. Giacomo Leopardi e Schopenhauer furono tipici rappresentanti nella prima parte del XIX secolo del pessimismo eretto a sistema filosofico.

Nella fase iniziale del XXI secolo si nota nella cultura occidentale una notevole fiducia che l’esistenza umana possa essere migliorata attraverso la ricerca scientifica. Perciò si sta diffondendo una vena di ottimismo che ispira la condotta di molti leaders, pensatori, artisti ecc. Un altro momento della storia in cui l’ottimismo sembra essersi affermato fu l’ “Umanesimo” nel XV secolo. Qual era il pensiero sotteso alla vita e all’azione degli Umanisti? Che la civiltà greca, ellenistica e romana avessero saputo creare un mondo migliore, più ricco di contenuti di quanto fosse l’assetto medioevale, e che dunque occorreva richiamare in vita quelle lontane esperienze, i costumi, i piaceri che esse avevano tramandato ai posteri, sottoposti ahimè  all’oscurantismo medioevale. Il successivo “Rinascimento” rafforzò questa visione, la rese più consapevole, dando luogo ad una fioritura artistica e filosofica dominata dal principio: la vita può essere vissuta in modo piacevole, è assurdo gettarla via con inutili rinunce,  sacrifici, autopunizioni, sensi di colpa, ecc. Tale concezione fu aspramente criticata dalla chiesa cattolica e oscurata dalle guerre di religione,  ma dalla triste realtà di queste ultime emerse un approccio culturale  che doveva consolidarsi nei secoli successivi fino a noi. Era la scienza, interpretazione della realtà basata sull’osservazione e la ricerca, che oggi vediamo trionfare nella società odierna.

Qual era la variabile nuova che la scienza introduceva nella cultura del XVI secolo?  Sostanzialmente questa: si deve studiare la natura attraverso un criterio semplice ma faticoso, l’osservazione dei fenomeni senza ricorrere alla sapienza antica che precedentemente formava l’autorevole base del sapere.

La scienza nasce dal più triste e oscuro campo di indagine, l’anatomia. Questa disciplina  si sviluppa specialmente a Padova e a Bologna nel XVI secolo, protetta a Padova dalla Repubblica di Venezia, attraverso l’opera di alcuni personaggi ben noti. Il primo è Andrea Vesalio, nato a Bruxelles, professore a Padova, che attraverso le osservazioni fatte sul cadavere compone i famosi libri di anatomia (De humani corporis fabrica libri septem, Basilea, 1543). Altri anatomisti molto importanti furono Realdo Colombo, successore di Andrea Vesalio a Padova, Gabriele Falloppio e Fabrici D’Aquapendente, amico di Galileo che lo frequentò nel lungo periodo passato a Padova. Questi scienziati misero da parte l’antica medicina galenica e introdussero lo studio autoptico del corpo umano mediante la dissezione dei cadaveri. Il metodo dell’osservazione diretta fu la loro caratteristica, imitata poi da Galileo con riguardo alle stelle attraverso l’uso del telescopio, usato dal pisano per studiare la luna e i satelliti di Giove. Con l’osservazione diretta Galileo fondò l’astronomia moderna e ne diffuse la pratica con la famosa opera Sidereus Nuncius (1610).

Alcuni secoli dopo, possiamo constatare che la scienza ha vinto la battaglia contro la speculazione astratta, ancora dominante tra gli uomini di cultura del XVII secolo. Lo dimostra offrendo dei “risultati” la cui utilità pratica è visibile a tutti.  Di questo elemento bisogna tener conto quando ci si domanda se la scienza (affiancata da numerose tecnologie) sia ottimista o pessimista. La risposta è che la scienza  incorpora un’alta dose di ottimismo perché lo scienziato crede inevitabilmente nella possibilità di successo delle sue ricerche, altrimenti non si avventurerebbe in esse. Ogni scienziato o ricercatore scientifico dev’essere ottimista per il solo fatto che si applica a programmi di ricerca che prima o poi possono avere successo.  La scienza accetta il concetto di “miglioramento della vita” che fu tipico delle correnti filosofiche positiviste ed evoluzioniste del XIX secolo. Anche queste ultime furono segnate da un implicito ottimismo e portarono a grossi risultati, tra cui la teoria darwiniana dell’evoluzione. Sorreggono anche oggi i tentativi dell’uomo di conquistare gradualmente una vita migliore.

Gian Paolo Prandstraller

Gennaio 2018

ZYGMUNT BAUMAN E IL PROBLEMA DELL’INCERTEZZA NELLE SOCIETA’ ATTUALI

L’umanità è vissuta in ogni tempo nell’incertezza ma questa non è stata percepita sempre come grave disagio esistenziale.  Prima dell’avvento della società “postindustriale” nessuno parlava di questa nozione,  tutti volevano vivere nella certezza cioè nello stato opposto all’incertezza. La stabilità interiore nasceva dal credere che la vita possa o debba basarsi su verità non discutibili alle quali gli uomini si aggrappano ricavandone un senso di tranquillità psichica e intellettuale. Le idee fondamentali rispetto alle quali questo procedimento si verificava, erano di tre tipi: quelle derivate dalla religione, quelle fondate sulle ideologie, quelle che fanno capo alla scienza.

La religione nel periodo indicato (che è in sostanza l’ultima fase del periodo “industriale”) è stata abbandonata da molti perché i suoi dogmi sono stati smentiti dalla scienza. Le conquiste scientifiche e tecnologiche hanno distrutto a poco a poco le grandi verità religiose. Galileo Galilei nel secolo XVII scriveva: “Io stimo più il trovar un vero, benchè di cosa leggiera, che ‘l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nessuna”. La fondatezza di questa proposizione è apparsa nei secoli successivi sempre più evidente, e la religione come fondamento dell’esistenza è gradualmente  tramontata. Perciò coloro che credevano in una verità trascendente  si sono  trovati senza tale sostegno cadendo in preda all’incertezza.  Stranamente la filosofia è andata incontro ad un destino analogo. Da circa 3000 anni i filosofi hanno cercato di conoscere la vera essenza della realtà ricorrendo a concetti come “Assoluto”,  “Spirito” , “Noumeno” ,  “Volontà”, “Idea”,  “Tutto”, “Tao”, ecc. . Con la caduta delle ideologie, che erano espressione diretta della filosofia, siffatta base epistemica è crollata, e con essa la rassicurazione psicologica che conferiva agli individui.

Consideriamo ora la scienza. Questo modo di conoscere ha fatto aggio sulle cosiddette “leggi naturali”, i paradigmi entro i quali i fenomeni devono inevitabilmente ricadere e riprodursi in ogni spazio e tempo. Il caso classico di legge naturale è, come è noto, la gravitazione universale, scoperta da Isaac Newton verso la fine del XVII secolo. La nozione di legge naturale ha fatto pensare che la scienza fosse in grado di affermare la possibilità della certezza rispetto a tutta la realtà anche perché garantiva la prevedibilità dei fenomeni ancora non accaduti. Ma nella seconda parte del XX secolo è stato dimostrato che non sempre è così, che le leggi naturali non sono assolute ma probabilistiche e in certi casi non applicabili. Scienze come la meccanica quantistica, la termodinamica e la cosmologia hanno evidenziato tale stato di cose ed eliminato quindi uno dei sostegni più importanti della certezza intellettiva e psicologica.

Il problema che si presenta all’uomo attuale è dunque: come vivere in un quadro esistenziale  sostanzialmente privo di certezze? Questo è uno dei  grandi interrogativi che si presentano nel XXI secolo, ovviamente mescolato a  cause d’incertezza puramente fortuite. Ed è il punto su cui si sofferma particolarmente Bauman.

Nel piccolo libro L’ultima lezione (Laterza 2017) ,  il compianto sociologo    sembra pervenire al concetto seguente: l’intero universo è sottoposto ad accidenti, congiunture, casualità imprevedibili, eventi fortuiti e simili.  Perciò affidarsi alla certezza non è possibile. Bisogna invece accettare l’incertezza come regola generale della condizione umana, e vivere di conseguenza in uno stato di perenne instabilità. Quest’ultima è ineliminabile e genera angoscia nell’uomo d’oggi.

Sono indotto a ricordare che io affrontai la problematica trattata da Bauman nel saggio L’uomo senza certezze e le sue qualità, pubblicato da Laterza nel lontano 1991. A differenza di Bauman davo alla nozione d’incertezza un fondamento epistemologico, cioè la crisi delle forme di conoscenza possibili; e consideravo da questo punto di vista lo stato di crisi proprio della nostra epoca come una delle caratteristiche sostanziali di questa. Concludevo però sostenendo che  tale stato di cose non  era del tutto negativo, perché determinava l’apparizione d’un uomo avente qualità intellettive, psicologiche ed etiche atte a fronteggiare la nuova situazione. Questa è ancora la mia opinione, trent’anni dopo la pubblicazione di quel saggio. Per capire a fondo la posizione di Bauman sul tema è necessario leggere con attenzione il saggio La fine del mondo contenuto nel libro sopra citato. L’autore sostiene che l’incertezza oggi dominante ha tre cause: le minacce provenienti dalla natura non ancora addomesticata; i pericoli provenienti dall’uomo che può usare armi disumane e colpire irreparabilmente i suoi simili; i calcoli errati, l’ignoranza, gli intralci che l’uomo stesso genera. Cause dunque non direttamente legate al fattore conoscenza ma alle accidentalità e stranezze del mondo. Perciò, conclude Bauman, “duecento anni dopo l’Illuminismo  molteplici menti brillanti concordano nel dire che il grande progetto dell’Illuminismo non ha funzionato”.

Non posso associarmi a questa conclusione. A mio parere essa non considera nel dovuto modo ciò che è accaduto nella seconda parte del XX secolo in un settore decisivo della cultura: la conoscenza scientifica unita alle tecnologie,  come elemento  chiave della produzione e della vita civile. Tale evento, che diversifica nettamente la prima metà di quel secolo dalla seconda, ha un’importanza tale da togliere valore a gran parte delle argomentazioni di Bauman sull’impossibilità di eliminare l’incertezza nell’uomo odierno. E’ infatti un fattore che allarga eccezionalmente le capacità di eliminare, almeno in parte, le cause di ansia o disperazione evocate da Bauman. Ed è elemento  che rafforza oltre ogni previsione la speranza  dell’Illuminismo di migliorare progressivamente il mondo. Lo si vede nei fatti: guarigione di molte malattie, prolungamento della vita, capacità di previsione di fenomeni naturali, scoperte come il DNA, le conquiste spaziali, la rapidità nei trasporti e nelle comunicazioni, il miglioramento dell’alimentazione, la possibilità di nutrire grandi masse di esseri umani prima non sufficientemente alimentati  ecc.. E’ vero che questo importante improvement della condizione umana non è esaustivo, nel senso che non riguarda tutta l’umanità ma solo una parte di essa, ma non si può ignorare che il salto rispetto alle condizioni anteriori è stato enorme e tutto fa presagire che potrà essere continuato nel XXI secolo. Perciò ritengo che la tesi di Bauman non sia accettabile. Al pessimismo di questo autore opporrei un moderato ottimismo, una speranza ragionevole,  un affidamento coraggioso al futuro. L’umanità è esposta ad un grado elevato d’incertezza, ma questa situazione può essere ridotta continuando lo sviluppo della conoscenza scientifica, già fiorita nella seconda parte del XX secolo oltre ogni previsione. E’ un elemento che migliora il destino dell’umanità anche se non ne garantisce certo il benessere stabile o addirittura la felicità. Ciò che abbiamo raggiunto non è poco, e dunque l’Illuminismo può essere ancora considerato, nonostante le inevitabili contraddizioni e difficoltà, come una via maestra percorribile dall’umanità.

Gian Paolo Prandstraller

Gennaio 2018.

LA GENESI DELLA VENERE BOTTICELLIANA PUO’ ESSERE EVOCATA COME ROMANZO?

Ecco la prima domanda. Gettai lo sguardo sulla Venere. Mi ricordai del tempo in cui sapere com’è fatto il corpo femminile era, per un ragazzo ignaro com’ero allora, di enorme importanza. Davanti alla Venere di Botticelli mi tornò alla mente quel remoto desiderio. Ora tale realtà l’avevo davanti agli occhi concretizzata in effige  dal pittore fiorentino. Mi domandai com’era arrivato a figurarla con una vivezza che la rendeva per così dire immortale.

Mi misi a pensare al modo in cui Botticelli era giunto a tanto risultato e iniziai un processo di reviviscenza di lui e delle persone che gli furono vicine. L’itinerario mentale percorso dal maestro diventò un rebus difficile ma che potevo risolvere. Dovevo cogliere con la mia sensibilità le pene che il pittore certamente sofferse per arrivare a simile approdo.

Ricordai che Botticelli aveva dipinto lo stendardo della giostra del 29 gennaio 1475 tenutasi a Firenze e vinta da Giuliano de Medici. Lo stendardo raffigurava Simonetta Vespucci, la senza pari, la bellissima che passeggiava per le vie di Firenze facendosi ammirare da uomini potenti, affascinati da lei. Era ragionevole pensare che per dipingere la Venere, Botticelli fosse riuscito successivamente a vederla senza veli  in qualche luogo precluso alla curiosità della gente. E che ne avesse cercato il modello nei tempi antichi in cui la nudità femminile era accettata come normale. Come aveva fatto il pittore a penetrare nella più segreta intimità di Simonetta?

Ancora una domanda. Non era nato per caso un amore tra il maestro e la modella? Gli storici di professione possono scoprire aspetti poco noti degli scenari che ricostruiscono, ma non gli amplessi, le lacrime, i sospiri, le promesse e quel fluido spirituale che chiamiamo dolcezza, scorrente talvolta tra due persone. Solo il romanzo può riuscire in questo, aiutato in alcuni casi dal ritratto. Di Simonetta il ritratto esisteva, anzi i ritratti, eseguiti dallo stesso Botticelli. Conclusi che proprio quell’ambito oscuro poteva essere scoperto con i modi espressivi del romanzo. Botticelli e Simonetta furono amanti? Lo furono, ed è per questo che la Venere assunse la lievità meravigliosa che ancora oggi rivela.  Nel dipinto appare indifesa, quasi stupita di essere al mondo. E nella tela non c’è solo il corpo di Simonetta, ma anche il cielo e il mare, il sole che fa luccicare le onde, il fremito d’una sessualità liberata.  Tutto questo  apparteneva all’icona  ideale di Simonetta, espressa dal pittore sotto la suggestione, forse, di Prassitele (La Venere di Cnido) simile nella posa e nel gesto all’effige scelta dal fiorentino. Capii che in una specie di estasi il maestro era riuscito a fare la cosa che nessun artista prima di lui aveva fatto, il nudo femminile integrale che chiedeva amore più che offrirne, che nulla aveva di lascivo e rivelava un’ingenuità divina.

Cosa aveva aiutato Botticelli nella straordinaria impresa?  La protezione dei Medici, due personalità diverse  come furono Giuliano e Lorenzo. I fratelli erano giunti al potere attorno agli anni ’70 del XV secolo. Non solo protettori di Firenze ma ideatori d’una politica che aiutava tutte le abilità artistiche, allo scopo di rendere gioiosa e unica la città. Basata sulla volontà di mostrare che Firenze  era la città migliore. I Medici offrivano ai creativi aiuto e protezione.  Il che significava che esperienze nuove potevano essere tentate al riparo da forze ostili e dalla chiesa. Immaginiamo cosa poteva essere  la corte medicea in quell’epoca: ricevimenti, recite, balli, tornei, cibi e vini offerti con generosità, sollazzi e giochi che riempivano la vita quotidiana della città. Botticelli fu un artista protetto che poteva usare l’ombrello del potere anche se si avventurava in opere per l’epoca inammissibili.

In secondo luogo: appariva chiara l’amicizia di lui con un grande umanista, Angelo Poliziano, attivo alla corte dei Medici come ispiratore della loro politica. Angelo Poliziano autore delle Stanze in onore di Giuliano, era incline ad una vita pienamente vissuta, al canto, alla danza, all’amore pagano, al godimento della natura. Botticelli ebbe molti contatti con lui e non è difficile  indovinare quali discorsi siano avvenuti tra i due, quale filosofia fosse sottesa ai colloqui. Era il neoplatonismo, dottrina che immaginava l’esistenza d’una realtà superiore, extraterrena, dove la bellezza, la spiritualità, il genio erano dominanti.

La Venere apriva la strada a un nuovo genere di rappresentazione visiva. Al pittore fiorentino dobbiamo non solo l’avvento dell’arte profana, ma  il formarsi d’un universo muliebre  che doveva essere rivissuto dai maggiori artisti del XVI secolo e successivi. Basti ricordare i nomi di Giorgione, Tiziano Vecellio, Michelangelo, Luca Signorelli, Velasquez, Rubens, Ingres, Goya, Courbet, Modigliani e altri grandi autori attivi anche nel XX secolo. La via del nudo fu  scoperta dal maestro Botticelli con un coraggio sostenuto da una donna  vera, Simonetta Vespucci, la cui effige senza veli fu l’antenata di una serie di icone femminili che oggi vediamo in piena libertà.

Chi fu in realtà Simonetta, quale la sua essenza?  Quest’indagine mi parve necessaria per capire la genesi dell’opera che la presentava al mondo. Constatai che mentre il dipinto si formava – accanto all’altro capolavoro di Botticelli La Primavera, dove le forme di lei erano ripetute quasi ossessivamente –  era accaduto un fatto storico. Nel 1478 la congiura dei Pazzi aveva mutato profondamente il clima culturale di Firenze. Simonetta era morta improvvisamente nel 1476. Aveva solo ventitre anni. Chi era stata in realtà? Riflettei a lungo sulla personalità di questa protagonista del Rinascimento, evocata da scrittori e poeti, trascurando però la sua vera natura. Cercai di coglierne lo spirito ricostruendone le origini sociali e culturali che facevano di lei una personalità molto più matura e consapevole di quanto appaia dalle opere letterarie a lei dedicate, unica per  la sua indipendenza, per la capacità di affrontare situazioni, per la sensibilità nel mondo dell’amore, per il senso del nuovo, nel tempo in cui visse.

Si muoveva tra i potenti come nessun’altra dama sapeva fare.

L’ideazione del romanzo era ormai completa. Lo centrai sulla genesi dell’opera botticelliana, dandogli il titolo

VENERE NELLA CONCHIAGLIA. L’INVISIBILE AMORE DEL MAESTRO BOTTICELLI

che uscirà tra breve per le ed. CLEUP di Padova. Chi vorrà leggerla si farà un’idea della rivoluzione che Botticelli ha impresso al pensiero artistico del ‘400 italiano e al costume del tempo. I riflessi della Venere botticelliana sulla concezione della vita di quel secolo furono enormi e si estesero a tutta la cultura europea.

Gian Paolo Prandstraller

Gennaio 2018.

AMORE E INTIMITA’ AL TEMPO DEI QUANTI

AMORE E INTIMITA’ AL TEMPO DEI QUANTI

di Gian Paolo Prandstraller

In questo articolo mi occuperò di un tema molto importante, l’amore nelle forme concrete assunte nelle culture occidentali. Affronterò il rischio dell’impresa sintetizzando alcuni momenti di tale espressione della vita, cercando di cogliere anche sotto le apparenze la sostanza del fenomeno.

Cominciamo dal VII secolo a.C.  E’ l’epoca che succede a  quella eroica celebrata da Omero nell’Iliade e nell’Odissea. In Grecia e nelle isole dell’Egeo appaiono i cosiddetti tiranni. Nel tormentato periodo ecco fiorire i lirici greci, personaggi che antepongono le esperienze intime all’epos o ai sogni di gloria. Alcuni nomi: Anacreonte, Alceo, Mimnermo, Senofane, Pindaro, Saffo. Tipica  interprete dell’amore nell’antichità è appunto Saffo, poetessa aristocratica, amica di Alceo, che in gioventù aveva fatto l’educatrice di fanciulle, insegnando loro cos’è l’amore in vista del matrimonio o del rapporto fisico con l’uno o l’altro sesso. Quale il pensiero di Saffo sull’essenza e la dinamica dell’amore? La “seduzione”, il fatto di approcciare una persona umanamente e sessualmente interessante, di conquistarla, di possederla, di godere con lei i piaceri dell’unione, vivendo tuttavia anche le incomprensioni e le amarezze conseguenti. Dopo Saffo la seduzione si presenta come una costante dell’amore antico. La ritroveremo in epoche successive, anche perché la cultura greca contagia con le sue idee quella romana,  ne pervade i costumi, offrendo largo spazio a questa forma d’investimento esistenziale. Ciò è evidente nell’età di Cesare e di Ottaviano Augusto (I secolo a.C.), quando appaiono alcuni poeti che valorizzano estesamente  la prassi intersoggettiva della seduzione. Anzitutto Catullo tipico poeta erotico. Dopo la battaglia di  Azio (31 a.C.), nella quale veniva sconfitto Antonio e iniziava un periodo di pace per cui era lecito dire nunc est bibendum, ecco una corrente poetica di carattere elegiaco, piena di riferimenti alla vita di campagna, alla pace, alla frequentazione degli amici, alla dedizione a questa o quella dama o cortigiana che ha conquistato  il cuore del poeta. Catullo muore giovane. Di lui si ricorda l’amore per la famosa Lesbia, ma anche la lascivia inguaribile dei suoi versi e il distacco dal potere. I poeti che seguono sono: Properzio, Tibullo, Ovidio, Virgilio,  tutte personalità più che notevoli. Sesto Properzio,  autore di quattro libri di elegie, ebbe successo come poeta, fu amico di Mecenate, coltivò un’esperienza sessuale con la schiava Licinna, e un’autentica passione per Cinzia, padrona di Licinna. Albio Tibullo  è noto per elegie i cui temi principali l’amore per Delia e Marato, e il rifiuto della guerra e della violenza. C’è poi Ovidio, autore dell’Ars amatoria, morto in esilio a Tomis, l’odierna Costanza sul mar Nero, implicato forse in uno scandalo amoroso con un membro della famiglia imperiale. L’opera di Ovidio è un vero manuale sulla seduzione, una specie di trattato su come si vive concretamente l’amore tra due o più individui. Tra i poeti del tempo s’impone per statura intellettuale Publio Virgilio Marone al quale Augusto chiede di comporre un poema, l’Eneide, destinato a magnificare le origini di Roma. Non a caso nel poema troviamo un episodio famoso di seduzione. Enea proveniente da Troia conquista Didone regina di Cartagine,  poi la abbandona perché Giove gli ordina di passare  in Italia a fondare Roma. Ciò provoca la disperazione di Didone. Il paradigma tipico della seduzione si ripete dunque più o meno uguale in varie occasioni  nel modo rivelato da Saffo che resta l’interprete primigenia di tale forma di legame.

Notiamo lo stesso fenomeno apparire nel racconto medioevale su re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. La saga di Artù contiene un clamoroso esempio  di seduzione, compiuto da Lancillotto sulla regina Ginevra, consorte di Artù. Lancillotto è un ragazzo  intraprendente che riesce ad introdursi nella cerchia dei fedelissimi di Artù e da tale sede privilegiata conquista sentimentalmente la regina. La seduzione di Lancillotto su Ginevra porta alla rovina del regno di Camelot ed è episodio che colpisce la fantasia perché investe una personalità di alto rango che soggiace con apparente facilità alle attenzioni amorose del giovane guerriero.

Vari secoli dopo appare nella società feudale il cosiddetto “amor cortese”. Siamo più o meno all’epoca della prima crociata (1096 d.C.). Ma l’amor cortese è solo un fatto letterario, consiste nel corteggiamento simbolico che un signore feudale rivolge a una dama che con lui non ha in realtà nessun rapporto intimo. Perciò l’amor cortese non è una forma tipica di amore, ma una finzione, irrilevante sul piano dei rapporti reali.

Mi soffermerò invece su un personaggio che nel secolo XIV dice parole davvero nuove sull’amore. E’ Francesco Petrarca, uno dei capostipiti della letteratura italiana. Petrarca, nato ad Arezzo nel 1304, passò la parte finale della sua vita ad Arquà,  ospite dei Carraresi, signori di Padova, che gli avevano dato ospitalità. Anticipatore dell’Umanesimo fu tutt’altro che un ingenuo, anzi esperto dei costumi del tempo e della vita di corte. Pensava di guadagnarsi la gloria attraverso l’Affrica, un poema in latino; invece la conquistò col Canzoniere, una raccolta di poesie d’amore. Petrarca trascende decisamente il paradigma dell’amore-seduzione fino ad allora imperante. Concepisce l’evento amoroso come una vicenda complessa non solo a causa della tensione sentimentale e psicologica che lo caratterizza ma anche delle pene che nell’amore sopravvengono; prodotte dall’indifferenza della dama, dallo spegnimento dell’ardore, dalla delusione, dalla lontananza  e da altre situazioni che si danno  in quel clima particolare.

La svolta che Petrarca imprime alla teoria e alla pratica dell’amore è molto importante. Il protoumanista supera l’idea di seduzione come la concepivano gli antichi,  proponendo una fenomenologia spirituale, problematica, fluida ed incerta in cui la donna certamente ha una parte centrale e non è affatto soggetto passivo e l’amante un essere pieno di dubbi, cedimenti e perplessità. Laura è la sua icona salvifica ma il poeta vede chiaramente  la realtà difficile e tormentosa dell’amore.  Non è un caso se oltre alla vita di questo personaggio (morì nel 1374) abbiamo il petrarchismo che perdura per molto tempo dopo di lui. Ne sono contagiate, nel secolo XVI, alcune personalità femminili come Vittoria Colonna, Veronica Franco, Veronica Gambara, Tullia d’Aragona, Gaspara Stampa, cortigiana e poetessa padovana innamorata del conte di Collalto, il quale ad un certo momento si stacca da lei, verosimilmente a causa dell’evidente differenza di status sociale. Il petrarchismo introduce nella tematica dell’amore oltre all’esaltazione della dolcezza, molti aspetti malinconici, un forte senso di perdita e di sconforto, una visione pessimistica dei legami intersoggettivi che persiste fino a Torquato Tasso, il poeta che nella elaborazione fantastica non esita a coniugare l’amore alla morte, come traspare dall’episodio di Tancredi e Clorinda narrato ne la Gerusalemme liberata. Clorinda amata da Tancredi viene uccisa dall’eroe in un duello nel quale la fanciulla soccombe. Tancredi ignora chi fosse la persona con cui stava duellando e così uccide, ahimè,  la donna amata.

Torniamo a Francesco Petrarca. Personalità complessa e avventurosa. Era andato in Provenza perché sperava di ottenere un canonicato o altro beneficio alla corte dei Papi esiliati ad Avignone dopo lo schiaffo di Anagni. Breve chiarimento: Filippo IV il Bello, re di Francia, aveva mandato un drappello di cavalieri capitanati da Sciarra Colonna a rapire papa Bonifacio VIII, ad Anagni appunto, dove il papa si trovava. Sciarra colpì col guanto di ferro Bonifacio il quale cadde a terra e alcuni  giorni dopo morì. Inizia così la cosiddetta servitù di Avignone, sostanziale sudditanza del papato al re di Francia. Petrarca già letterato famoso sperava che i  pontefici di Avignone gli conferissero un incarico  e soggiornò a lungo a Valchiusa in Provenza, in attesa di una occasione propizia.  A Valchiusa compone alcune delle liriche più belle, rivelatrici della sua nuova idea del sentimento amoroso. Si dice che trasferitosi ad Arquà  sia morto mentre leggeva Virgilio, poeta dell’amore antico che il protoumanista aveva da parte sua superato sostituendolo con il sentimento complesso che caratterizza le sue opere.

Torquato Tasso in qualche modo anticipa nel secolo XVII la fase romantica dell’amore,  quella assoluta che nascerà concretamente nel XIX secolo, fusione completa e incondizionata di due individui che si riconoscono l’uno nell’altro e mantengono questa condizione fino alla morte. Con l’amore romantico appare la fase più alta dell’amore in occidente, oggi non facilmente comprensibile. La letteratura sull’amore romantico è molto vasta, ma alcuni fondamenti classici di questa temperie sentimentale non possono essere dimenticati.  Anzitutto Wolfgang Goethe, particolarmente nei romanzi I dolori del giovane Werther e Le affinità elettive;  quest’ultimo è il racconto di due coppie che vanno incontro alla propria dissoluzione e finiscono tragicamente. Goethe è una delle personalità che hanno  fondato  il Romanticismo rivelando una particolare sensibilità per il tema amoroso e sulle sue forme talvolta sublimi. Accanto a lui non si può dimenticare la figura di  Novalis, pseudonimo di Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, letterato e poeta tedesco, che porta l’amore assoluto ad un livello addirittura mistico. E’ autore degli Inni alla Notte nei quali propone la metafora del fiore azzurro (non ti scordar di me) come simbolo di un amore totale e misticheggiante; e il romanzo Heinrich Ofterdingen  dove  viene descritta la passione fulminea che travolge due persone e le lega fino alla fine. In Italia abbiamo un interprete famoso dell’amore romantico, Ugo Foscolo col romanzo Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Questo testo risente dello sconforto provato dal Foscolo in seguito al trattato di Campoformido del 1797 con cui Napoleone cede all’Austria il Veneto e Venezia. Anche qui si ha la tragica fine del protagonista che riconosce il fallimento del proprio amore accanto alla rovina degli ideali politici. Il suicidio si rivela come tipica  conclusione dell’amore romantico giunto ad una fase estrema. E’ il poeta de I Sepolcri darne un esempio indimenticabile.

Arriviamo alla secondo parte del XIX secolo. Questa sorta  di amore viene messa da più parti in discussione e se ne contesta la concreta realizzabilità. Sentimento di altissimo livello è visto dalle generazioni successive con un certo scetticismo. Nel XX secolo due correnti ne negano addirittura la possibilità, almeno in termini astratti, l’Esistenzialismo (con filosofi-scrittori come Sartre, Heidegger e Camus) e il Relativismo.  Nel periodo tra le due guerre mondiali si diffonde il concetto di incomunicabilità tra individui e appare una vasta letteratura su questa tematica certo non favorevole all’amore romantico. Troviamo le idee fondamentali dell’Esistenzialismo nel regista Michelangelo Antonioni, i cui film dicono l’impossibilità dell’amore totale tra individui, anche se desiderato dai protagonisti.  Nella seconda metà del XX secolo, con la caduta delle ideologie, appare il Relativismo sostenuto da scienze come la meccanica quantistica, la termodinamica e la cosmologia che rendono evidente la non assolutezza della realtà universale derivata dal big-bang. E’ comprensibile che il Relativismo abbia tolto ogni carattere trascendente al sentimento amoroso e sottolineato la sua eccezionalità nella vita pratica . All’epoca scrissi un saggio, L’uomo senza certezze e le sue qualità (1991). Vi sostenevo che la certezza derivante dagli assoluti non poteva più esistere e che, di conseguenza, era inevitabile accettare e vivere nel relativo. Dalla fine del XX secolo non è stato più possibile prospettare una vita individuale e sociale fondata su certezze insostituibili. Le dottrine ricordate hanno causato indirettamente la fragilità di tutti i rapporti sentimentali e la facile crisi dei legami intersoggettivi esistenti. Due personalità del cinema testimoniano questo stato di cose, François Truffaut e Woody Allen. Truffaut racconta l’amore come una vicenda multiforme  ed incerta, con cadute, cedimenti, mescolanze con fattori materiali, tradimenti e perfino con il delitto. Woody Allen compie un’operazione più radicale perché comprende lucidamente il clima culturale sopravvenuto e le sue motivazioni profonde. Tra i molti film che ha prodotto, richiamo Match point dove vediamo l’amore contaminato dal delitto, mescolato ad astuzie ed inganni che nulla hanno a vedere col sentimento. E’ chiaro che in quel film di Woody Allen (e in vari altri) l’amore assoluto non c’è più,  o è limitato a rarissimi casi, e ciò rivela paradigmaticamente il sostanziale crollo del modello romantico.

In questa situazione appare e si consolida il secondo termine della diade accennata nel titolo di questo scritto, cioè l’intimità. L’intimità  è la situazione in cui le parti di un rapporto lasciano consapevolmente cadere le rispettive difese esistenziali,  accettano cioè di essere vulnerabili e non protette  a fronte della persona con cui hanno stabiliscono un legame affettivo. La caduta delle difese  è fenomeno importante nel rapporto intersoggettivo perché rivela che i protagonisti non sentono più il bisogno di ricorrere alla prudenza inevitabile normalmente nei rapporti esterni. Si tratta di  una visione riduttiva del rapporto amoroso? Forse sì, ma quando due individui raggiungono l’intimità, il conflitto, normale nella vita quotidiana cessa tra loro di esistere e s’instaura una comprensione disarmata, uno stato di tranquillità spirituale e di affetto consolidato  che sarebbe folle rifiutare  in un mondo incerto e difficile come quello in cui viviamo. L’affetto disarmato diventa per così dire più prezioso dell’amore romantico. Quest’ultimo nel nuovo clima diventa evento eccezionale e quando accade i protagonisti dovrebbero fare un salto di gioia per averlo trovato. E’ uno stato dell’animo di altissimo livello ma così difficilmente realizzabile che sarebbe temerario definirlo normale. L’intimità si presenta invece come una surroga importante della fusione totale tra due esseri, cioè all’amore romantico che non riusciamo più a vedere attorno a noi.

Vorrei concludere dicendo una cosa molto semplice: se nella nostra epoca, al tempo dei quanti, della cosmologia e dell’entropia universale, accade un incontro da cui può nascere un amore romantico, davanti a questo fatto eccezionale  sarebbe disumano non accettarne il rischio che gli è connaturato. Ci vuole però molto coraggio per accettarne lo sviluppo e il destino. Se invece approdiamo ad uno stato d’intimità con una persona pronta a condividerlo, è saggio non disprezzarlo perché ci può dare un modo di vivere fondato sulla coscienza del relativo in una società tumultuosa e difficile com’è la nostra.

Dicembre, 2017