Opere letterarie

OPERE LETTERARIE

Foto

Giunto al culmine della sua esperienza scientifica, Prandstraller ha sentito l’esigenza di narrare, recuperando così una vocazione giovanile da cui aveva dovuto separarsi per esigenze esistenziali e familiari. L’occasione per il ricupero della narrazione è venuta da un amore verificatosi proprio in un’epoca in cui nella società occidentale l’amore diventava difficile e poco creduto. Il testo con cui l’A. ha sentito il bisogno di raccontare un amore comparso nella sua vita con perentoria effettività, è “Storia di M. & P.” testo scritto di getto come rappresentazione d’un sentimento non rinunciabile e sconvolgente. L’opera è stata pubblicata insieme con la ricerca intitolata: “Discorso sull’amor difficile”, dalle Edizioni Sapere di Padova nel 1998. (immettere la copertina del libro) La parte saggistica del libro riposa sull’esame di numerosi film di registi contemporanei come E. Rohmer, P. Leconte, R. Linklater, N. Mikhalkov, L. Malle, F. Truffaut, Woody Allen, ecc., dai quali poteva trarsi la conclusione che l’amore era profondamente contestato come fattore portante della vita esistenziale, addirittura come possibilità umana realizzabile.

Storia di M. e P. è leggibile in questa sede insieme al saggio “Il bisogno di amore e lo spirito della meccanica quantistica”, tentativo di descrivere ciò che permane del sentimento amoroso nell’epoca in cui la fisica quantistica con la sua indeterminatezza diventa parte fondamentale della fisica del XX secolo.

* * *

L’A. recupera a questo punto l’antica passione per la Storia e sente il bisogno di fonderla con l’inclinazione letteraria. Le opere narrative scritte da Prandstraller nel nuovo secolo derivano da processi di “reviviscenza” di personaggi storici nella cui vita l’A. s’immedesima per ricavarne storie articolate e attraenti, nelle quali dominano le vicende intime dei personaggi accanto a quelle ufficiali per cui il personaggio è passato alla storia.

Nel 2004 viene così pubblicato il racconto-fiaba “Eric il Rosso scopre la Groenlandia” (inserire copertina del libro) con illustrazioni della brillante artista Anna Maria Zanella, Editore Biblos, Cittadella, 2004, nel quale viene interpretata e descritta la vicenda umana di Eric il Rosso, il vichingo che attorno al 1000 d.C. scopre la mitica Groenlandia (Terra Verde) partendo dalla Norvegia e facendo scalo in Islanda. È l’esperienza introduttiva a un genere letterario al quale l’A. si dedicherà in seguito con passione.

Altra opera narrativa di Prandstraller è, infatti, “Le galline pavàne di Galileo”, Editrice Cleup, Padova, 2006, II edizione 2009. (immettere copertina del libro) Nel quadro della rivisitazione compiuta da un professore di scienze sociali in pensione (che percorre la città di Padova evocandone le vicende storiche) viene raccontato ne Le galline… l’arrivo nel 1592 di Galileo Galilei, ventottenne, nell’Università di Padova, come professore di matematica, con particolare riferimento ai contatti stabiliti dallo scienziato con eminenti personaggi dell’epoca come Gianvincenzo Pinelli (che possedeva a Padova una delle più importanti biblioteche d’Europa), il nobile veneziano Gianfrancesco Sagredo, il medico e anatomista Fabrici D’Acquapendente (lo scienziato al quale è dovuto il teatro anatomico di Padova, il più antico del mondo). Il racconto investe anche gli amori di Galileo con due giovani donne, Marina ed Elisabetta, di differente rango sociale. Vengono qui riportati due capitoli del libro, e cioè “Le galline pavàne di Galileo” ed “Galileo ed Elisabetta, attrazione e intimità”. La seconda edizione del libro (2009) incorpora anche il saggio “Storia come piacere”, trattazione teorica del metodo della reviviscenza dei personaggi storici. Anche tale saggio è qui riportato.

Nel 2009 l’Autore pubblica (sempre per l’Editore Cleup di Padova) un altro romanzo dedicato al viaggio in Italia del grande paesaggista francese Jean Baptiste Camille Corot, avvenuto tra il 1825 e il 1828: il titolo del romanzo è “I laghi italiani di Corot” (immettere copertina del libro) È una conferma brillante della validità del metodo sopra indicato, applicato al padre del paesaggio lirico moderno. Il romanzo richiama le fasi dell’esperienza di Corot anteriori al viaggio, e soprattutto la sua dedizione all’arte, nonché le rinunce che Corot sopportò per realizzare la propria identità artistica. La fase preliminare ha come scenario la Francia post-napoleonica e le esperienze del giovane Corot presso i pittori Achille Etna Michallon e Jean Victor Bertin; La fase attuativa del viaggio vede Camille Corot visitare le città italiane (Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Tivoli, Civita Castellana, e molte località del Lazio come Castel Sant’Elia, Narni, Nemi, ecc; e i laghi di Nemi, Albano, Piediluco, Bolsena, Bracciano, e infine il Lago di Garda. È qui riportata per intero la presentazione che introduce al romanzo, dalla quale il lettore potrà ricavare anche un quadro realistico della solitudine e della frantumazione storica dell’Italia nel primo ‘800. L’immedesimazione dell’A. con il giovane Corot è nel romanzo particolarmente riuscita. La prosa semplice, lineare e priva di compiacimenti attesta, forse, che l’A. è riuscito a “rivivere” le esperienze di un grande artista.

 

Pubblica nel 2014 il romanzo L’ultimo viaggio di Antonio. Nel prologo  rievoca la genesi del romanzo  e spiega come e perché, occupandosi di Federico II di Svevia, il pensiero gli sia volato al frate portoghese contemporaneo di Federico vissuto nella stessa temperie storica che avvolse l’imperatore. Il libro descrive l’ultimo viaggio del predicatore da Camposampiero a Padova durante il quale immagina sia avvenuto un  incontro tra Antonio ed Ezzelino, il famoso alleato di Federico II. Viene appunto descritto un  colloquio tra Antonio ed Ezzelino, il quale chiede ad Antonio, se debba o no allearsi con l’imperatore che gli ha promesso in caso di alleanza di renderlo signore dell’alta Italia. Il contenuto rievoca  il fatto politico fondamentale della prima metà del XIII secolo cioè l’alleanza tra Federico II ed Ezzelino che permette all’imperatore di sconfiggere i comuni del nord Italia  nella battaglia di Cortenova presso Bergamo (1237) e condiziona le vicende politiche più importanti della prima metà del 1200 in Italia.

 

Pubblica nel 2018 il romanzo Venere nella conchiglia. L’invisibile amore del maestro Botticelli. Il romanzo porta l’attenzione del lettore sulla genesi storica del capolavoro di Botticelli La nascita di Venere e sull’amore del pittore per Simonetta Vespucci, la più bella donna del Rinascimento fiorentino, che l’autore ritiene sia divenuta l’amante di Botticelli mentre il pittore impostava il capolavoro suindicato dove  Simonetta è rappresentata come Venere uscente dal mare su una conchiglia. Botticelli riprodusse successivamente in quasi tutte le sue opere l’immagine di Simonetta,  fino alla morte avvenuta nel 1510. Volle inoltre essere sepolto nella chiesa di Ognissanti a Firenze dove la giovane dama, morta a ventitre anni,  era stata inumata. Appare dal romanzo che Botticelli fu un grande innovatore dell’arte italiana perché per primo aprì la strada all’arte profana contrapposta a quella sacra e concretizzò apertamente  sulla tela il nudo femminile integrale prima sostanzialmente inesistente nella pittura italiana. Questa innovazione determinò un’eccezionale apertura dell’arte verso una libertà prima sconosciuta, della quale si giovarono molti pittori posteriori, come Giorgione, Tiziano Vecellio, Velasquez, Rubens e molti altri fino al XX secolo. Il romanzo è stato pubblicato dalle edizioni CLEUP di Padova.  Ne viene qui presentato un capitolo e cioè “Tre giorni per rivoluzionare la pittura” nel quale è descritto appunto l’incontro tra Botticelli e Simonetta che permette al pittore di vedere il nudo integrale della dama per poi riprodurlo nella Nascita di Venere e nell’altro capolavoro la Primavera.

TRE GIORNI PER RIVOLUZIONARE LA PITTURA

In tre giorni Botti tracciò le immagini essenziali che gli servivano per attuare La Nascita di Venere e La primavera, due dipinti che innovarono in modo radicale l’arte del ‘400, facendone un’espressione formale e visiva diversa dalla pittura precedente. Vediamo come ciò avvenne.

Ricevette un messaggio da Simonetta:

Maestro, sono pronta. L’eremo ci aspetta!

Il pittore recuperò una vecchia cartella nella quale sistemò le pergamene che dovevano servirgli per tracciare le immagini preparatorie.

Ecco la mia grande risorsa, pensò, il disegno. Io so disegnare come pochi e quindi posso impostare con pochi tratti la struttura dei miei quadri. Farò così anche per le opere che ora devo comporre.

Sistemò la cartella sulla sella del cavallo e galoppò verso l’eremo abbandonato.

L’uscio era semi aperto, gettò un’occhiata sul refettorio, appariva ripulito e sistemato, nel mezzo si notava una pedana rialzata con sopra una poltrona. Di fronte, un grande leggio sul quale poteva essere adagiato un foglio grande da disegno. I Vespucci avevano messo a punto quel sito abbandonato come Simonetta voleva.

Entrò, apparve subito Simonetta, giunta prima di lui. Indossava una veste leggera, aveva i capelli sciolti sulle spalle, sorrideva. Il pittore sentì nascergli dentro una felicità che non aveva mai provato.

Maestro, sono a vostra disposizione, potete fare tutti i disegni che volete.

Madonna, vi chiedo, come d’accordo, tre giorni del Vostro tempo. Nel primo farò dei ritratti di Voi, del Vostro viso, delle Vostre espressioni. Nel secondo, tratteggerò il vostro corpo nudo, perché i posteri lo ricordino per sempre come quello di una dea. Nel terzo voi poserete nel modo che vi dirò, in una forma sciolta, danzante,  totalmente diversa dalle immagini di danza tentate finora dai pittori.

Simonetta lo ascoltò.

Maestro, vi ho invitato quassù proprio per questo. Avrete i tre giorni che mi chiedete per realizzare il vostro lavoro, ve lo prometto. Io assumerò le pose che voi vorrete, anche completamente nuda, come mai è stato fatto da una donna nobile, in alcun altro luogo, perché possiate fissare per sempre le sembianze di una dea, traendole dalle mie!

Il pittore annuì.

Questo è il nostro patto, Madonna, entrambi lo osserveremo senza ripensamenti. D’accordo?.

D’accordo, Maestro, cominciamo subito.

Simonetta sedette sulla poltrona posta nella pedana. Botti cominciò a ritrarla sulla pergamena che aveva portato con sé. Lavorava in totale concentrazione, tracciando rapidi segni, con una continuità impressionante.

Madonna, alzate un po’ il mento, giratevi verso di me, scoprite il vostro collo, raccogliete i capelli, rivolgete lo sguardo verso destra, verso sinistra, verso un punto ideale posto dinnanzi a voi. Voglio cogliere tutte le espressioni del Vostro viso.

Simonetta eseguiva senza parlare.

Il pittore fece così ben cinque ritratti di Simonetta, senza nulla inventare, fissando puntualmente, volta a volta, le sembianze di lei, i particolari di quella inconfondibile bellezza, la fronte pura, gli occhi, il collo, la bocca gentile, i lunghi capelli fermati da perle, anche i gioielli che ne accentuavano il fascino.

Le ore correvano ma lui non sembrava accusare alcuna stanchezza. La nobildonna invece, dopo qualche tempo passato col busto eretto e il viso nelle posizioni che le venivano indicate, cominciò a dare segni di sofferenza.

Maestro, possiamo interrompere? Vorrei offrirvi un po’ di frutta e un bicchiere di vino.

Lui, intento com’era, non rispose.

Maestro, ripeté lei, …un po’ di frutta e un bicchiere di vino, volete?.

Il pittore si scosse.

Ancora un momento, Madonna, ho quasi finito.

Passò una buona mezzora, il pittore perfezionò l’ultimo ritratto.

Perdonate, Madonna, ma quando lavoro mi concentro completamente nell’opera. E’ per questo che non vi ho risposto. Volete vedere i ritratti che vi ho fatto?

Simonetta, affaticata, emise un debole si! E si accostò al leggio dove il pittore lavorava.

Vide il primo ritratto, emise un grido di stupore, poi gettò lo sguardo sugli altri.

Maestro, voi siete un genio, nessuno tranne voi poteva fare una cosa simile, sono io, sono io, così mi vedranno coloro che vivranno dopo di noi!

Si avvicinò al pittore che intimidito si era fatto da parte e gli sfiorò una guancia con la mano.

Accettate da me una carezza?  disse. Non esistono ritratti come questi, Voi avete portato a livelli sublimi l’arte del ritratto!

Il volto di Botti era pallido, scomposto. Ma il gesto affettuoso di Simonetta lo rianimò.

Davvero, Madonna, vi riconoscete nei disegni che ho fatto?

Sono io, sono io! , ripeté l’eccezionale modella , Com’è possibile, Maestro, che in poche ora abbiate fatto tutti questi capolavori?

Botti aveva ricevuto con timida meraviglia la carezza di Simonetta. La dea era là, accanto a lui, provò un desiderio intenso di abbracciarla, ma non si mosse.

Simonetta s’allontanò dal leggio, entrò nella stanza vicina dov’era stato portato da qualcuno un canestro di frutta, una brocca di vino e alcuni dolci. Comparve sulla porta col canestro, lui sobbalzò, il canestro fu posto su una panca in mezzo al refettorio, cominciarono ad assaggiare le leccornie che vi erano contenute, bevendo piccoli sorsi di vino.

Siete molto stanco, Maestro, non vorrete tornare subito a Firenze, vero?. C’è un letto per voi se volete fermarvi.

La guardò trasecolato. Poi mormorò:

Madonna, se voi me lo consentite, dormirei volentieri in questo luogo.

Simonetta si rivolse a lui con molta dolcezza, e chiese:

L’avete una donna, Maestro?

Nessuna risposta, ma uno sguardo triste che diceva più di ogni confessione.

Capisco, disse lei, siete solo anche Voi!

Quand’ebbero consumato i dolcetti lei insistette:

Maestro, penso siate davvero molto stanco.

Vi accompagno , mormorò.

Botti si reggeva a fatica sulle gambe. Era esausto.

Per favore, Madonna, sorreggetemi Voi.

Fecero assieme i pochi passi che li separavano dalla stanza in cui il pittore avrebbe dovuto riposare. Una spossatezza strana s’impadronì di lui, un abbandono simile a un’estasi.

Fu accompagnato da Simonetta fino al piccolo letto sistemato nel vano adiacente al refettorio. La dama lo aiutò a sdraiarsi.

Riposate, Maestro, avete faticato molto oggi, ciò che avete fatto è quasi sovrumano.

Botti assecondò la tenera spinta di lei. Disse solo:

Grazie, Madonna,  a domani!

Si svegliò che il sole era già alto. Nell’eremo un grande silenzio. Una brocca rustica era accanto al letto. Si versò l’acqua sulle mani, si bagnò il viso e rientrò nello spazio ampio del refettorio. Mentre si avviava al leggio un lieve rumore, era Simonetta che, vestita apparentemente come il primo giorno, si preparava al secondo, nel quale avrebbe posato come una semplice modella. Aveva passato la notte nell’eremo, evidentemente, e si era alzata prima di lui.

La dama salì sul soppalco dove aveva posato il giorno prima, con rapido gesto slacciò un fermaglio che le reggeva la veste, questa cadde ai suoi piedi, apparve nella sua nudità:

Maestro, faccio questo perché siete il più bravo!

Botti guardò la scena, vide la perfetta bellezza di Simonetta, le forme di lei armoniose e pure. Pose lo sguardo sui fianchi lineari, sul seno, sulle gambe slanciate, sui piedi affusolati e gentili.

Madonna, siete un sogno per me, vi chiedo alcune ore, farò il nudo di Venere il più velocemente possibile!

La dama sorrise.

Maestro, avete il privilegio di vedere ciò che a nessun altro è stato concesso, tocca a voi fissare le mie sembianze per l’eternità.

Botti comprese che doveva ritrarre subito le linee di quel corpo, perciò si mise all’opera senza indugiare.

Madonna, vi ritrarrò come Venere in due modi diversi, con i capelli raccolti sul capo o ondeggianti nell’aria. Rimanete immobile, io lavorerò senza  sosta e potrete ammirare la vostra immagine nelle mie carte, ne trarrò il quadro che ho in mente, Venere che esce dal mare e feconda la Terra.

Poi disse:

Madonna, vi prego, portate una mano sul pube, e l’altra sul seno, con estrema naturalezza, vi prego!

Simonetta eseguì.

Splendido, commentò l’artista, ora scioglietevi tutti i capelli, saranno una parte meravigliosa del dipinto.

Lei eseguì senza parlare. Le membra bianche splendevano nella luce del refettorio, il pittore tracciava linee veloci gettando lo sguardo di tanto in tanto sulla modella. Passarono più di quattro ore, mentre lui lavorava il viso di Simonetta assumeva un’innocenza luminosa che soverchiava la stanchezza della posa.

Fatto, Madonna, ho eseguito due versioni di quello che sarà il dipinto più bello del mondo.

Maestro, posso indossare ora la mia veste?

Il sacrificio è compiuto , sorrise Botti , potete farlo, Signora!

Simonetta scese dal soppalco, si ricoprì.

Aspettate, Maestro, c’è qualcosa per noi nella stanza qui accanto, l’ha portato un benefattore misterioso! E sorrise.

Si avviò verso la stanza dalla quale la sera prima aveva preso la frutta e i dolcetti, ritornò recando un vassoio.

Qualcuno ci ha portato il pranzo! Venite, Maestro, possiamo gustare in pace il nostro cibo, ora che il rito è compiuto.

Pose il vassoio  sopra una panca, sedette.

Maestro, venite vicino a me!

Botti obbedì, dal vassoio veniva un profumo leggero, le vivande ancora intatte erano davanti a loro.

Mangiarono in silenzio. Il pittore era stremato dalla fatica. Simonetta provava un misto di pietà e di ammirazione per quell’uomo che per lei aveva affrontato una prova terribile. Botti guardava in terra e aspettava che Simonetta gli dicesse una parola gentile. S’insinuava in lui una sorta di amarezza perché la dama aveva voluto quell’evento con troppa facilità. Ma era un sentimento ambiguo, contradittorio. Simonetta appariva tutt’altro che abituata a situazioni simili. Si trovava accanto a un pittore che aveva affrontato con tanta veemenza il proprio impegno! C’era un uomo vero, sensibile, dietro a quell’abilità? Era sentimento o semplice vanità l’atteggiamento del pittore? Turbata lei stessa lo guardò a lungo, non sapeva se l’idea che le passava per la mente fosse o no una follia.

Non era bello né vigoroso. Era rapido scattante fattivo. Davanti all’opera sembrava eccitarsi. Il viso diceva una bonarietà costante come se compatisse dolcemente i suoi interlocutori.

Improvvisamente Simonetta prese una decisione fino a quel momento non matura. Un nodo si era sciolto nel suo cuore, qualcosa che esigeva tutto il suo coraggio.

Maestro, mi avete desiderata mentre mi ritraevate?

Desiderata, Signora? Come potete pensare una cosa simile?

Sono una donna non insignificante, Maestro, la domanda mi sembra ragionevole.

Botti, nel modo più imbarazzato:

E’ così, Signora… vi ho desiderata.

Allora, Maestro, sarebbe bello approfondire la nostra conoscenza, l’uno dell’altra, intendo.

Vi rendete conto, Signora, di quanto sarebbe pericoloso?

In questi rapporti, Maestro, un rischio c’è sempre.

Madonna, cosa direbbe Giuliano, cosa farebbe a voi e a me?

Io sono una Vespucci, vi rendete conto? Una persona libera, che ha la facoltà di scegliere e fare le proprie esperienze!

Signora, capisco il vostro desiderio di conoscerci meglio, ma non vedo come potremmo realizzarlo, qui, in questo luogo.

Lo sguardo dolce di lei investì il pittore.

Maestro, questa notte io dormirò in quel letto che vedete laggiù. Vi offro di dividerlo con me, e vi prometto che nessuno ne verrà a conoscenza. Rimetto a voi la decisione. Io sarò là questa notte e vi aspetterò. Potete venire o non venire, stare con me, nel segreto di quest’eremo, o rinunciare a me. Accetterò la vostra decisione qualunque essa sia.

Apparve sul suo viso una malinconia lieve come se lui avesse messo in forse un’opportunità che chiunque avrebbe accettato.

Botti era sbalordito. Un lungo silenzio, poi a bassissima voce, come se aderisse ad una follia:

Verrò Signora, verrò da voi!

Era notte piena quando decise di andare da lei. Il refettorio era immerso nel buio, accese una lanterna, faticò a trovare il letto in cui Simonetta giaceva. La toccò appena, lei lo vide e capì che aveva superato la paura.

Vieni , disse.

Gli accarezzò il sesso e lo introdusse nel suo. Botti sentì un piacere immenso, il coraggio gli cresceva, il vigore prendeva il sopravvento sullo smarrimento delle ore precedenti.

La penetrò a fondo, ripetutamente, lei allargò le braccia, gettò la testa all’indietro. Diceva con tutto il suo essere il bisogno di dolcezza che si portava nel cuore. L’ansia d’essere amata.  In quel momento la lasciò apparire liberamente. Il pittore assecondò l’attesa nel modo più tenero tenendola stretta a sè e baciandola a lungo.

Il grido della giovane donna fu così forte che tutto il refettorio ne risuonò. Il luogo in cui i frati recitavano salmi echeggiò della voce d’una creatura che ignorava ogni costume e ogni pericolo per avere l’amore.

Stettero immobili senza parlare. Uno stupore profondo li possedeva. Com’era stato possibile? Né l’abissale differenza sociale, né l’umore del momento avevano potuto impedire ciò che era avvenuto. Tutto sembrava ostacolare l’evento fatale, nulla lo aveva allontanato. E’ così, pensarono , che avvengono le cose più importanti della vita. Esiste  una scheggia minima del tempo in cui è possibile l’impossibile. Se cogli quel momento la vita tua e dell’altro subiscono una svolta, dopo quel momento nulla è più come prima. Se quel momento lo rifiuti tutto resta sospeso nel vuoto e ti ritrovi infelice per tutti i tuoi giorni.

Anche a loro, Botti e Simonetta,  il dilemma era apparso fulmineamente, ma l’avevano risolto nel più semplice dei modi, nonostante la paura di lui, accettando la vita come fossero in un sogno, senza badare alle conseguenze.

Ora tutto era compiuto, una svolta impervia era stata superata con una naturalezza totale. L’intimità con lei parve a Botti la cosa più ovvia del mondo, mentre prima era un miraggio impossibile.

Dormiamo, sussurrò il pittore dopo un lungo amore, dormiamo ora, ripeté, domani sarà un bel giorno!

Il sole era già alto quando Botti tornò alla coscienza. Simonetta giaceva accanto a lui. Si vestì rapidamente e gli venne uno strano pensiero, dov’era finito il suo cavallo? Corse alla porta esterna dell’eremo, si guardò attorno. Il cavallo s’era sciolto dal laccio e brucava l’erba del prato. Si lasciò avvicinare dal padrone e ricondurre all’eremo. Botti lo sistemò in una piccola stalla che stava nella parte estrema dell’edificio. Poi tornò nell’eremo.

Simonetta, intanto, s’era svegliata. Lui disse:

È il terzo giorno, voglio che tu faccia ancora qualcosa per me.

Gli erano venute in mente le tre Grazie danzanti nel giardino dell’Olimpo. Sentì che quella danza poteva essere un particolare importante del secondo dipinto, La Primavera.

Vorrei tu danzassi per me, indossando una veste leggera e trasparente. Ritrarrò la tua persona in quest’atto e modellerò su te, sul tuo viso e sulla tua nudità anche la seconda e la terza Grazia.

Simonetta capì, indossò una veste trasparente e fece alcuni passi di danza, fingendo d’intrecciare le sue mani con quelle delle altre Grazie, raffigurate anch’esse nell’atto di danzare. L’immagine di lei appariva tre volte, in realtà, perché le altre Grazie erano sempre Simonetta, così le fissò Botti sulle pergamene.

Simonetta il mio lavoro per ora è finito, ho accumulato un vero tesoro, vorrei tornare a Firenze.

Maestro, per me tutto questo è stato bellissimo!

E il volto che il pittore aveva ritratto più volte il primo giorno assunse un’espressione malinconica.

Botti mormorò:

Mi manca il viso che hai in questo momento, mi permetti di ritrarlo? E’ un ricordo al quale non posso rinunciare. Farò prestissimo!

La dama sorrise e parve lusingata.

Sono pronta, voglio che tu veda tutto di me.

Il pittore tornò al leggio e tracciò con rapidità incredibile il sesto ritratto, dopo i cinque che aveva fatto due giorni prima.

Quando l’ultima fatica fu compiuta, Simonetta, con estrema dolcezza

Maestro, ci rivediamo? E si avvicinò al pittore per abbracciarlo. Lui ricambiò l’abbraccio e la baciò sulla bocca.

Ne sarei felice, amore! Più che felice. I giorni che abbiamo passato insieme sono stati i più belli della mia vita!

Mi farò viva appena possibile. Non dubitare, mi sentirai presto.

Un languore profondo s’impadronì dei due protagonisti d’un’avventura che a chiunque sarebbe sembrata pazzesca. Era avvenuto tra loro qualcosa di epico. Ciascuno pensava che quella meraviglia doveva continuare, ma non aveva idea di come un nuovo incontro sarebbe avvenuto. Botti la strinse a sé con dolcezza, a lungo, e faticò molto a staccarsi da quella donna che gli pareva divina.

Raccolse i fogli e partì col suo cavallo verso Firenze. Quei giorni passati con la più bella donna di Firenze lo avevano profondamente segnato. Non era più lo stesso uomo di prima. Ora vedeva Simonetta come in sogno, nei modi più diversi, lei che gli parlava, che gli porgeva un fiore, che lo attirava a sé. Una specie di estasi che lo rendeva felice e nello stesso tempo ansioso. Mai aveva provato una cosa simile, voleva che l’estasi si ripetesse all’infinito perché solo in quei momenti trovava pace e felicità. Il resto del mondo si allontanava da lui. L’episodio dell’eremo aveva sconvolto la sua vita e dato alla sua arte un significato universale.

Aveva donato all’arte la vita intera e l’arte era diventata la sua amante esclusiva. Tutti gli incontri fino ad allora accaduti apparivano offuscati dal demone dell’arte. Scherzava, rideva, si burlava degli altri. Ma sentiva il sacrificio della sua interiorità.

Ora improvvisamente una donna sorridente gli chiedeva di aprirsi a un sentimento vero. Gli domandava: te la senti di respingere il paradiso che ti offro? Lo sfidava su un terreno dov’era goffo e inesperto. Gli faceva capire che al di là dell’arte e dei confronti tra artisti c’era un mondo per lui inesplorato, dolcissimo. Aveva capito tutto questo nei tre giorni passati nell’eremo. Incredibilmente ora sapeva che quel mondo sublime esisteva davvero. Si sentiva ad un bivio da cui dipendeva la sua completezza umana. Qualcosa di inesorabile si muoveva in lui, e lo rendeva felice e triste insieme.

Voglio assaggiare, pensò, il nettare che questa creatura incredibile mi sta offrendo!

 

Leave a Comment

Name *

Email

Website