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CAPITALISMO E LAVORO INTELLETTUALE. SULLA TUTELA DEL COPYRIGHT VOTATA A STRASBURGO

Scopo di questo articolo è di  evidenziare qual è il vero significato del voto di Strasburgo sulla tutela del copyright. Cos’è il copyright? E’ la protezione data dalla legge al diritto d’autore, il quale tutela le opere dell’ingegno riguardanti la letteratura, la musica, le arti visive, gli articoli dei giornalisti, l’architettura, il design, il cinema, la radio diffusione, le banche dati, ecc.

In parole povere: tutte queste produzioni intellettuali dovranno essere retribuite, anziché essere utilizzate gratis dai giganti del web. Semprechè il testo approvato a Strasburgo riesca a superare gli ostacoli successivi entro le elezioni europee del maggio 2019.

Il voto di Strasburgo nasconde in realtà uno dei momenti in cui si sta attuando il rapporto tra il capitalismo e il lavoro intellettuale, un rapporto che non è mai stato facile, ma che è essenziale per capire come si attua questa delicatissima relazione, a mio avviso la più importante dell’economia contemporanea.

Vediamo prima di tutto come si è svolto il rapporto tra capitalismo e lavoro intellettuale. Nel seguente modo: solo le professioni intellettuali (medici, avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti, veterinari, ecc.) hanno saputo/potuto ottenere una tutela del loro lavoro entro il contesto capitalistico, cioè la garanzia che le prestazioni professionali avevano diritto ad un riconoscimento economico adeguato, attraverso la tutela stabilita dalla legge in favore del professionista di avere onorari adeguati alla prestazione. Ciò è stato possibile perché i professionisti organizzati in associazioni o ordini hanno ottenuto di essere pagati obbligatoriamente, mentre tutto il lavoro intellettuale non professionalizzato è rimasto privo di tutela. Il lavoro intellettuale insomma ha ottenuto d’essere riconosciuto anche economicamente nella misura in cui si è professionalizzato. Senza questo requisito non aveva diritto ad una ricompensa, salvo i rapporti contrattuali privati con il committente, editore, ecc. L’importanza dell’odierno allargamento è evidente perché tutela invece la maggior parte del lavoro intellettuale non avente finora diritto ad alcun compenso, al di fuori, come detto, dei rapporti contrattuali tra committente e autore.

L’allargamento ha un’importanza enorme perché:

  1. a) significa che il lavoro intellettuale è ormai la sola forma di lavoro che conta nell’economia attuale;
  2. b) senza quel lavoro l’economia capitalistica non può funzionare;
  3. il capitalismo sta affrontando una delle fasi più delicate della sua storia, il rapporto con la scienza, sede tipica di lavoro intellettuale, senza la quale il capitalismo stesso non può sussistere.

Il riconoscimento che il capitalismo per sussistere ha bisogno del lavoro intellettuale risale come minimo agli anni 90 del ventesimo secolo, prima non aveva campo anche se molte forme di collaborazione già esistevamo specialmente in sede militare durante il secondo conflitto mondiale e ancora prima.

Ora il capitalismo subisce una modificazione fondamentale; è per così dire costretto a valersi di scoperte, invenzioni, contributi letterari, ecc. derivati dalla musica, dalle arti visive e così via per attuare i propri fini.

La decisione di Strasburgo è importante appunto come fase del processo appena indicato. La contrastata accettazione, da parte del capitalismo di questa verità, che senza il lavoro intellettuale il capitalismo non può proseguire nei propri itinerari.

Alcune prove macroscopiche di questo fatto. Per esempio: i concerti pubblici dei cantautori; il rilievo assunto dai festival culturali nell’economia del nostro tempo. La figura sociologia del cantautore moderno attesta questa evidenza. Vediamo perché: il cantautore da figura marginale e per così dire eccentrica diventa personaggio economico oltre che culturale che richiama un largo pubblico pagante.

E il festival? E’ oggi una manifestazione spettacolare a carattere tematico che una città, un luogo, organizza per valorizzarsi e attirare un vasto pubblico. Un esempio: il festival letterario di Mantova. La motivazione del festival è la “cultura letteraria” attorno alla quale viene organizzata tutta la manifestazione. E’ un elemento in sé non economico, la letteratura, appunto, ma dal quale derivano conseguenze economiche rilevanti. Gli autori partecipano, fanno conoscere le loro opere, discutono, diffondono messaggi, attraggono l’attenzione del pubblico. Nel festival l’elemento centrale non è quello economico ma quello culturale. Il capitalismo odierno non è solo produzione di oggetti o di servizi intesi nel senso classico del termine,  è economia mossa da un fattore essenzialmente culturale, nel caso, appunto,  la letteratura.

Settembre 2018.

COMMENTO AL VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO IN IRLANDA (Agosto 2018) di Gian Paolo Prandstraller

Sul significato del viaggio in Irlanda di Papa Francesco sono possibili alcune riflessioni che investono la condizione attuale della chiesa cattolica, e la sua incidenza sul mondo attuale.  Le espongo di seguito brevemente.

1 – Né prima del viaggio, né durante il medesimo il Papa ha proposto l’apertura di un Concilio per risolvere i problemi che affliggono la chiesa. Nella storia il Concilio è stato sempre il mezzo con cui la chiesa ha cercato di superare i suoi problemi teologici o di costume, riguardanti cioè il comportamento “deviante” dei membri della gerarchia. Ebbene, in presenza del grave e diffuso comportamento anche delittuoso di prelati e sacerdoti in termini di pedofilia, violenza carnale, eccessi sessuali, abuso d’autorità, appropriazione, corruzione, protezione di colpevoli, affarismo, ecc. nessuna proposta di aprire un Concilio è stata avanzata. Si è abbandonato così un costume secolare che è sempre servito come rimedio alle lacerazioni interne, cioè di rimettere a un organismo rappresentativo e collegiale le decisioni da prendere anziché al solo magistero del Papa. Questi è rimasto isolato nella gestione delle devianze e delle opposizioni in un contesto già difficile dopo le dimissioni di Papa Ratzinger. Mai c’era stato un pontefice così solo come Papa Francesco in uno stato di cose fortemente problematico riconosciuto dal predecessore Papa dimissionario e da lui trasmesso nella speranza che fosse affrontato da una personalità capace di superarlo.

2 – Le cause profonde dei fenomeni accaduti sono state oscurate, la chiesa non ha neppure tentato di individuarle e tanto meno di rivelarle. Non è andata al di là della parziale estromissione di alcuni colpevoli,  anch’essa lungamente contrastata e  procrastinata.  Ipotesi come il matrimonio dei preti, l’abbandono del celibato e della castità obbligatoria,  forme organiche di rieducazione, l’elevazione della donna al sacerdozio o qualche altra soluzione non sono state neppure adombrate. Si è preferito il nascondimento dei fatti accaduti anche da parte di cardinali o prelati di altissimo livello. Ciò ha già determinato forme di distacco o di rigetto della chiesa stessa da parte di popolazioni tradizionalmente ad essa legate. Ne sono esempi, probabilmente non i soli, il Cile e la stessa Irlanda, dove il Papa si è recato per rimediare ai guasti prodotti dalle devianze. Altre potrebbero verificarsi entro tempi brevi. La perdita di fedeli è stata rilevante ed è probabile che essa si allarghi  fino a livelli distruttivi in vari contesti. Questa perdita si è rivelata irrecuperabile perché gli allontanamenti non hanno ritorno, sono vere e proprie forme di separazione dalla chiesa, di abbandono della comunità religiosa.

3 – La rottura interna ha generato un’ aspra discussione sugli orientamenti e il comportamento del Papa da parte di un membro autorevole della gerarchia, monsignor Carlo Maria Viganò. L’attacco del prelato ha evocato, forse senza che l’autore se ne rendesse conto, i tempi in cui dalla lacerazione nasceva la figura dell’ “antipapa”, cioè d’ un pontefice alternativo a quello ufficiale. Si sono già formate correnti di pensiero organizzate ostili al Papa che non esitano ad esprimere accuse precise e orientamenti contrari a quelli del pontefice,  in particolare al pauperismo francescano scelto da quest’ultimo come mezzo ideale di riforma della chiesa. L’avversione al pauperismo o a qualche ipotesi ideologica a questo vicina sta diventando l’idea portante della corrente conservatrice rispetto alle intenzioni del Papa. Alla base del contrasto c’è la volontà degli aderenti di mantenere alla chiesa i privilegi, l’enorme patrimonio di cui essa è dotata e le situazioni elitarie ottenute con mezzi puramente politici in pieno contrasto con le idee del Papa.

4 – E’ diffuso nella gerarchia un orientamento volto alla conservazione del patrimonio ecclesiale derivante da acquisizioni ottenute nella storia secolare della chiesa. Il patrimonio inutilizzato diventa uno dei problemi irrisolti di questa. Che cosa farne? A chi andrà nel caso di dissoluzione o di perdita di unità della chiesa?

5 –  Sembra diffondersi nella gerarchia un’attenzione accanita per i vantaggi derivanti dall’appartenenza all’istituzione, come se questa implicasse delle vere e proprie “carriere” simili a quelle esistenti nella società non ecclesiale, segnate da una forte competizione interna e da ambiti “feudali” facenti capo a questo o quel prelato. Questo atteggiamento prevale su quello universalistico proprio della chiesa storica e  provoca scandali ormai quotidiani e caduta di credibilità del magistero.

6 –  La crisi delle vocazioni è ormai fenomeno imponente. Essa svuota seminari, conventi, istituti, parrocchie che rimangono senza sacerdoti con perdita della gestibilità o trasformazione dei compiti in un senso turistico-economico, estraneo comunque alle finalità apostoliche. E’ recente l’annuncio della chiusura del convento di San Marco a Firenze, istituzione che è stata importante nella storia della chiesa perché legata al Savonarola ecc. Si notano adattamenti derivati dall’impossibilità di mantenere le funzioni originarie e di evitare la scomparsa degli enti attraverso mezzi estranei alle finalità che ne hanno determinato la costituzione. E’ possibile una estinzione degli “Ordini” per mancanza di adepti ciò provocherebbe una profonda modificazione della struttura attuale della chiesa.

7 – Nulla indica  che vi siano all’interno della chiesa movimenti o forze decise a cambiare l’attuale stato di cose, com’è avvenuto più volte in passato ad opera di personalità in posizione critica rispetto all’esistente (si pensi a innovatori come San Benedetto, San Francesco, San Domenico,  Sant’Antonio,  Ignazio di Loyola, Don Bosco ecc,). Tale assenza giustifica una previsione pessimistica sulla possibilità che la chiesa possa  tornare a un modello apostolico, attraverso forze endogene operanti cioè all’interno dell’ istituzione.

Questi spunti di riflessione m’ inducono a pensare che la crisi che colpisce la chiesa sia grave e che potrà avere nei prossimi anni conseguenze pesanti sulla stabilità, efficienza e attrattività ideale della medesima. E’ ipotizzabile un’implosione dell’istituzione, cioè la sua dissoluzione per il crescente dissesto interno. Il concetto di “implosione” acquista una verosimiglianza anteriormente non ipotizzabile.

E’ impossibile sapere per ora come simile processo si svolgerà e quali ne saranno i tempi, i modi e i protagonisti. Si può ritenere però che sia ormai difficile  bloccare  l’avanzata dei fatti involutivi.  Su quelli già accaduti si può dare un giudizio omogeneo perché nell’insieme le circostanze indicate sono coerenti,  nel senso che è già in corso il transito della chiesa verso  la conservazione della struttura gerarchica e il mantenimento dei privilegi più che all’attività apostolica. Essa è contrastata dal Papa, ma l’azione di questo non è seguita da qualche importante settore della gerarchia o da qualche movimento di base.

La chiesa si presenta oggi come una delle istituzioni che corrono il rischio di diventare apparentemente forti ma socialmente insignificanti e di essere escluse dal novero delle forze che portano idee accettate dalle masse. La recente intervista concessa dal Papa al Sole 24 Ore centrata sul valore del lavoro nelle società attuali  dimostra la sostanziale lontananza delle posizioni antiliberiste del Papa rispetto all’economia del nostro tempo, creando un’antinomia pericolosa per la chiesa stessa perché non accettabile dalle forze produttive.

L’evidente inferiorità della chiesa di fronte alla scienza che via via smentisce le narrazioni bibliche appartenute alla stessa dimostrandone la falsità a proposito di creazione, origine dell’uomo e dell’universo, realtà di Adamo ed Eva, rivelazione, resurrezione e così via accresce il disagio in cui la chiesa si trova nelle società attuali rendendo impossibile un adeguamento accettabile di storie che per secoli furono essenziali per la chiesa fino a portare alla persecuzione dei dissenzienti come Giordano Bruno e Galileo.

Il viaggio del Papa in Irlanda ha rivelato tale stato di cose, perché il pontefice ne ha ammesso l’esistenza chiedendo addirittura scusa per  siffatti accadimenti senza offrire alcun rimedio specifico agli stessi.

La sua confessione pubblica sembra aver  aperto una fase riconosciuta del processo involutivo. Che è di abbandono delle finalità trascendenti a favore di quelle che mirano a mantenere in piedi la struttura,  i vantaggi economici che questa ancora  assicura, la presenza politica della chiesa nei vari contesti, dimenticando i significati ultraterreni che anteriormente la distinguevano.

Sembra improbabile, data la situazione, che il tentativo di Papa Francesco di bloccare questa deriva riesca a raggiungere tale risultato perché, come già detto, non è sostenuta da alcuna forza interna  avente come fine  un ritorno alle mete originarie. Ed è comunque gestita in modo inadeguato da parte del pontefice stesso che non ha la forza appartenuta  a Giovanni Paolo II o ad altra analoga personalità.

Settembre 2018

RELATIVISMO E RELIGIONE. HA ANCORA UN SENSO LA PREGHIERA NELLA SOCIETA’ INDUSTRIALE? di Gian Paolo Prandstraller

La domanda va affrontata partendo da un duplice punto di vista. L’uno filosofico e l’altro inerente alla tradizione e al costume.

Il primo sottende il rapporto tra relativismo e religione, oggi il più attuale perché connaturato alla cultura del nostro tempo priva di certezze dopo la caduta delle ideologie.

Il secondo la consuetudine alla preghiera come mezzo di coesione del gruppo umano, di autoconsolazione o di qualche altra finalità contingente.

Vediamo i due aspetti della questione, cominciando dal nesso tra  relativismo e religione.

Il  relativismo è fondato sulla convinzione che nella realtà universale non esistano assoluti, ossia entità incondizionabili, non limitabili, totalmente autoreferenziali, esenti da ogni legge. Tutto infatti nella realtà è condizionabile, limitabile, contrapponibile, sottoposto a regole. La fisica ci insegna tutto su questo punto e mai è stata data la prova dell’esistenza di una simile realtà assoluta.

La religione invece si fonda sull’affermata presenza d’un assoluto, chiamato comunemente Dio, posto al di sopra della realtà constatabile, che con la sua stessa presenza  subordina a sé quest’ultima.

Cercherò di chiarire le ragioni per cui l’ antinomia tra relativismo e religione è insuperabile. Per farlo partirò da un dato appartenente alla storia e quindi difficilmente contestabile. E’ il modo con cui il presunto legame tra la Terra e il Cielo, è stato storicamente attuato. Ciò è avvenuto mediante una “mediazione” immaginaria tra il credente e il divino,  nella convinzione che siano necessari dei mediatori specializzati in grado di aprire canali tra i due livelli. Questo aspetto  della fenomenologia  religiosa si fonda appunto sul postulato che debbano esistere  degli intermediari specializzati in grado di assicurare l’iter dal credente all’assoluto. La storia delle religioni attesta l’esistenza della mediazione, particolarmente evidente nelle religioni di salvazione le quali sostengono che l’uomo può salire a certe condizioni fino a livello dell’assoluto (paradiso o ipotesi analoghe) e alla fine entrare a farne parte.

Nella realtà storica i soggetti che si sono detti in grado di “comunicare” con Dio sono i “sacerdoti”. Essi infatti stabiliscono i riti attraverso i quali il percorso tra l’ambito terreno e il regno dell’assoluto sarebbe possibile. Costituiscono la struttura chiamata “chiesa” che organizza per quella finalità apparati e gerarchie  secondo metodi  del tutto  mondani. Questa struttura ascrive a sé l’esclusività nella propria funzione. Perciò il conflitto tra tale struttura e il potere politico non è eccezionale,  anzi è scoppiato clamorosamente in molte occasioni. In varie epoche la chiesa ha condizionato il potere politico fino al punto di pretendere che quest’ultimo fosse subordinato ad essa. Esempio classico:  la lotta tra papato e impero nei secoli XI, XII e XIII, da Gregorio VII a Bonifacio VIII, cominciata con l’umiliazione inflitta da Gregorio VII a Enrico IV a Canossa (1077 d.C.), continuata con Federico Barbarossa e  Federico II e i Papi del loro tempo, penosamente finita con la sottomissione della chiesa a Filippo IV il Bello re di Francia e col trasferimento del papato da Roma ad Avignone all’inizio del XIV secolo.

Il potere derivante dalla mediazione è stato sempre enorme  e i privilegi che essa ha conferito notevolissimi, tanto da permettere ai sacerdoti licenze ed abusi di ogni tipo. Per questo Lutero nel 1517 ha cercato di abbattere il loro potere,  da lui constatato visivamente a Roma,  sostenendo che può esistere una  relazione diretta tra il credente e la divinità, senza alcuna intermediazione. Quest’idea è infatti alla base della riforma luterana dalla quale derivano  il movimento anticattolico nei secoli XVI e XVII e le guerre di religione.

Tre istituzioni hanno avuto un’importanza rilevante nel processo mediatorio: la vendita delle indulgenze, la donazione fatta alla chiesa da individui o da potenze politiche allo scopo di ottenere un trattamento privilegiato nell’al di là; il lascito testamentario volto a raggiungere lo stesso scopo con una modalità giuridica difficilmente contestabile. La vendita delle indulgenze è la più scandalosa tra queste istituzioni: significa il perdono dei peccati concesso dietro versamento di denaro. Ma anche le altre sono piene di conseguenze ben visibili. Gli istituti appena indicati spiegano infatti l’enorme patrimonio accumulato dalla chiesa cattolica lungo i secoli, fino a renderla in certe epoche titolare di gran parte delle terre e di grandi disponibilità finanziarie. Ai tempi di Lutero tale stato di cose parve al riformatore assolutamente insopportabile e per questo egli avviò la riforma che fu presto condivisa da grandi masse.

Il meccanismo concreto dell’operazione mediatoria è il seguente: la chiesa si fa dare beni terreni promettendo interventi e favori ultraterreni. Nessun’altra transazione economica ha tali caratteristiche: ottenere il trasferimento di beni senza dare nulla in cambio, solo l’assicurazione che il ricevente solleciterà dalla divinità dei vantaggi nell’altra vita. Da un punto di vista economico è una delle deviazioni più clamorose rispetto all’economia classica basata sullo scambio di beni tra due o più  soggetti attraverso istituti come la compravendita, il baratto o qualche altra modalità. Qui nessuno scambio esiste, solo la promessa d’ un intervento in una  sede ultraterrena da parte d’ un ente che si dice titolare esclusivo del potere intercessorio.

I rituali usati per stabilire il contatto tra l’assetto terreno e l’assoluto (Dio) sono costituiti da preghiere, invocazioni, voti, processioni, autodafé, esercizi spirituali accompagnati spesso da manifestazioni spettacolari, sacrifici, raduni tenuti su  tematiche religiose ecc. Tale fenomenologia  ha alla base appunto la preghiera intesa come mezzo di contatto tra la realtà terrena e quella trascendente.

Ora è evidente che invocare ciò che non esiste è  insensato. Perché abbia un senso occorre che il referente esista davvero. Consegue che tutte le procedure volte a impetrare qualcosa da un’entità che non esiste sono anch’esse insensate. In particolare il sacrificio, ossia l’uccisione d’una creatura vivente, per ottenere la compiacenza d’un  destinatario che non c’è; tanto più se, come nel recente caso dell’ ISIS, porta anche all’uccisione di soggetti estranei rispetto al rito. Quest’ultima esasperazione rende addirittura pazzesca l’operazione indicata.

Ecco ora chiarirsi il rapporto tra relativismo e religione, nel senso che   con la progressiva diffusione del pensiero relativistico  tutte le  forme di mediazione tra un soggetto terreno e un assoluto sembrano destinate a sparire via via che ne viene smascherata l’assurdità, con conseguente perdita di potere da parte dei soggetti che si dichiarano titolari della mediazione. Un procedimento durato secoli e secoli si rivela privo di fondamento logico. E’ prevedibile perciò la progressiva caduta di tali forme con conseguente eliminazione dei privilegi che ne derivano. Con particolare riferimento alla chiesa cattolica sembra inevitabile che prima o poi questa istituzione si avvii a una perdita di potere dovuta appunto in primo luogo alla non credibilità della sua funzione mediatoria, sulla quale essa ha costruito il potere economico e politico che tutt’ora le appartiene.

Veniamo ora al secondo punto di vista, che ritiene la mediazione verso il divino una risorsa utile alla società. Molte culture infatti hanno avuto tale carattere, vari sistemi sociali hanno creduto nella sua importanza. Lo troviamo nelle città sumeriche, in quelle minoiche, nell’Egitto antico, nella cultura ebraica,  nelle società greche e romane, nel Sacro Romano Impero, nella società medioevale, ecc. Si tratta di capire se esso persista anche nella società industriale o se invece in quest’ultima si stia dissolvendo. L’avanzata d’una concezione relativistica della vita è destinata infatti ad estinguerlo, anche se in qualche contesto appare ancora influente per la consolazione individuale nei momenti dolorosi della vita.

E’ parere di chi scrive che nel mondo industriale avanzato tale forma di sostegno stia tramontando per varie ragioni, tra cui quella che il sacro è in crisi in tutti gli ambiti industriali, e che la scienza disattende le spiegazioni fondate sul miracolo o su qualche causa soprannaturale e  toglie credibilità a simili interventi  immaginari.

Perciò anche da un punto di vista consuetudinario, la preghiera, che, ripeto, è l’affermato veicolo della relazione tra il mondo reale e quello trascendente, tende a perdere l’antica importanza anche se, in certi contesti,  mantiene rilievo come mezzo di omologazione tra gli oranti o come affermazione d’ una qualche identità collettiva o come costume  utile alla stabilità individuale o sociale. E’ uno dei fattori che la cultura industriale esclude dal novero delle azioni aventi valore per il funzionamento della società, la quale si basa oggi su ben altre opzioni per integrare i propri scopi.

Dunque, comunque la si veda, la preghiera come istituzione nella società industriale appare in declino. Ciò che ne è rimasto appartiene al folclore oppure si è adattato a speculazioni politiche, ma come mezzo funzionale esce dal novero delle cose che contano.

La preghiera nella nostra attuale società sta sparendo? La risposta è sì. Se compariamo il rilievo che essa aveva nel medioevo (in un’epoca in cui essa fu oggetto di enorme affidamento ideale), con la situazione attuale ci rendiamo conto della tremenda perdita di valore che  ha subito. La società industriale l’ha per così dire svuotata, come ha fatto per altre forme comportamentali che furono rilevanti nel passato e oggi non lo sono più. Poche persone credono attualmente che interventi sovrannaturali valgano a risolvere i problemi della vita reale e a  migliorare la condizione umana. Il soprannaturale è stato concretamente sostituito con l’azione sociale. Non è più rilevante come solutore di problemi sociali o personali.

E’ prevedibile che la preghiera cessi di essere in un tempo più o meno vicino un  elemento importante della cultura e sia relegata tra i ricordi del tempo in cui esisteva un’ affidamento ingenuo a  poteri immaginari  privi di qualsiasi consistenza e si credeva che essa potesse migliorare la condizione umana. La società industriale è stata decisiva in questo processo che ovviamente non si verifica dove essa non è  stata ancora introdotta.

Agosto 2018

RICORDARE LA BATTAGLIA DI SOLFERINO – 24 GIUGNO 1859 di Gian Paolo Prandstraller

E’ stata una delle più sanguinose battaglie del XIX secolo. Cenni storici: Camillo Benso Conte di Cavour, primo ministro del Regno di Piemonte-Sardegna, incontra a Plombières (21.7.1858) Napoleone III Imperatore dei Francesi. Gli dice più o meno così:  Maestà, l’Impero austriaco minaccia di attaccare il Piemonte con un esercito di 150 mila uomini. Chiedo aiuto alla Francia e faccio alla Maestà Vostra  la seguente proposta: se la Francia manderà in Piemonte 125-130 mila uomini a fronteggiare gli Austriaci, il Regno di Sardegna trasferirà alla Francia la città di Nizza e la Savoia. Napoleone accetta. Le truppe francesi arrivano in Italia, si uniscono ad esse 15 mila soldati piemontesi. Lo scontro tra i due eserciti avviene a Solferino (e a San Martino) piccoli paesi nei pressi di Sirmione sul Lago di Garda. E’ uno scontro spaventoso, si parla di 100 mila  tra morti, feriti e dispersi. A sera gli Austriaci arretrano. Napoleone III e Francesco Giuseppe stipulano un armistizio in base al quale la Lombardia viene trasferita al Piemonte. Cavour non può evitare l’accordo già intervenuto tra i due imperatori. La Lombardia viene annessa al Piemonte e comincia così l’unificazione dell’Italia sotto i Savoia. L’anno seguente Garibaldi sbarca con i Mille a Marsala e conquista il Regno delle Due Sicilie. Il  Regno d’Italia viene proclamato il 17 marzo 1861.

Solferino è stato importantissimo per la storia d’Italia. Ecco perché bisogna ricordare questo luogo. E’ uno snodo fondamentale per la nascita della nazione italiana. Sul luogo della battaglia è stato costruita una torre, che si può visitare. Solferino è anche indimenticabile perché lo svizzero Jean Henry Dunant vedendo la marea dei feriti ebbe qui l’idea di creare la Croce Rossa come il primo corpo infermieristico europeo.

Mi è difficile capire perché Solferino sia oggi  così poco conosciuto. L’ho rivisitato e mi sono commosso. Tanti giovani francesi, piemontesi, e austriaci sono morti il 24 giugno 1859 in questo campo di battaglia che oggi sembra solo un insieme di colline ridenti e tranquille.

Andare a Solferino non è un’emozione qualunque. Evocare la storia di questo luogo significa ricuperare una svolta fondamentale del nostro Risorgimento. E’ quasi obbligatorio ricordare un ambito simile e può accadere che molti visitatori si commuovano pensando al fatto d’arme che vi è avvenuto. Può accadere anche che qualche visitatore pianga pensando agli innumerevoli morti giacenti tra queste dolci colline.  Chiunque si sarebbe commosso se avesse visto l’orrendo spettacolo che il luogo presentava il 24 giugno 1859.

Gian Paolo Prandstraller

Giugno 2018

RELATIVISMO E TECNOLOGIA ALL’INIZIO DEL XXI SECOLO

Cercherò di ridurre all’essenziale il concetto di “relativismo”. Partendo dall’idea di “assoluto” che sta alla base del tema  trattato in questo scritto. Cos’è un assoluto? E’ un ente slegato da qualsiasi legge, condizione, totalmente autoreferenziale, privo di dipendenze. Tutta la filosofia può essere ricondotta alla domanda: si dà o no nella realtà un’essenza avente tali caratteristiche? Non pochi filosofi sono definibili come “cercatori di assoluto”, altri hanno più o meno esplicitamente dichiarato che l’assoluto è solo una nostra invenzione,  qualcosa che non esiste perché nell’universo tutto è condizionato, limitato, contrapponibile;  che le espressioni che a tale stato si riferiscono sono solo “parole”  prive  di  corrispondenza a una realtà oggettiva: per esempio il Tutto, l’Onnipotente, l’Onnipresente, Dio, il Tao e così via.

Nella storia della cultura l’opinione negativa circa l’assoluto è impersonata nella filosofia greca dai  Sofisti, in particolare da Protagora di Abdera, quella affermativa dalla scuola Eleatica, soprattutto da Parmenide. Nella modernità, dopo il crollo delle ideologie del XX secolo, l’orientamento relativistico è stato incorporato nella società postindustriale e ovviamente nella scienza. Quest’ultima ha sostenuto (nonostante l’affermazione che esistono leggi naturali)  che tutto è contrapponibile, superabile, falsificabile. L’intero universo per la scienza incorpora tale carattere. La scienza domina già alla fine del XX secolo tutta la scena sociale perché ha saputo migliorare l’esistenza umana e per tale motivo ha prevalso come valore culturale sul pensiero  intuitivo, non dimostrabile,  esternato da qualcuno sulla base di intuizioni soggettive.

Veniamo ora alla tecnologia. Cos’è la tecnologia? E’ il tentativo finora riuscito nella storia dell’umanità di rendere migliore, più sopportabile, più gradevole la vita umana attraverso strumenti inventati dall’uomo, è in definitiva un supporto prezioso dell’esistenza. Di qui le relazioni tra relativismo e tecnologia di cui si occupa questo articolo.

La  vicinanza concettuale tra relativismo e tecnologia deriva da un fattore che è molto difficile contestare: la tecnologia non è mai definitiva, è sempre superabile, migliorabile,  indissolubilmente collegata alla vita  che cerca per se stessa condizioni migliori senza mai considerare definitivi i risultati che via via realizza.  La tecnologia è dunque agli antipodi rispetto a qualsiasi assoluto, proprio perché la sua efficacia esistenziale sta nella continua superabilità dei risultati, nella possibilità di aprire altre strade al di là di quelle già conosciute.

Si può dire che se c’è un fattore che realizza concretamente il relativismo nelle società avanzate contemporanee, esso è appunto la tecnologia. Quest’ultima dunque legittima concretamente il pensiero relativistico dell’uomo attuale  ed è parte essenziale dell’esperienza economica e produttiva in atto negli ultimi decenni del XX secolo e nella prima parte del XXI.  Il che è quanto dire che siamo letteralmente  immersi nella diade sopra indicata.

La tecnologia si presenta oggigiorno come la gemella del relativismo, e per la sua inerenza all’economia e alla produzione, legittima continuamente quest’ultimo, facendone l’asse portante dell’epistemologia del XXI secolo. Ogni previsione è ovviamente difficile, ma sulla base di quanto sopra la coppia relativismo-tecnologia si presenta oggi come una combinazione che molto probabilmente persisterà nei prossimi decenni.

Gian Paolo Prandstraller

Giugno 2018.

COMMENTO AL ROYAL WEDDING DEL 18 MAGGIO 2018

Per capire ciò che è avvenuto nella cerimonia appena evocata occorre partire dal concetto di costume nel senso che gli davano i Romani (mores), regole comportamentali accettate da un consorzio civile, indipendenti rispetto al diritto, ma dotate di obbligatorietà e la cui violazione comporta conseguenze più o meno gravi per qualsiasi deviante.

Esempi di mores: il modo con cui ci si veste, la moda, le cosiddette buone maniere per es. nel mangiare  (cucchiaio, forchetta e coltello invece delle mani), gli orari del lavoro e del riposo, i rituali della chiesa, le cerimonie militari nelle loro varie forme, gli inni cantati nei momenti solenni, i contenuti e le modalità della gastronomia, i profili del corteggiamento amoroso come via d’ingresso all’unione fisica completa e così via. Per es. in Occidente il bacio sulla bocca è un tramite verso all’unione sessuale, per i Cinesi sembra fosse il toccamento del piede femminile da parte del corteggiatore.

I costumi hanno trovato il maggiore teorico nel sociologo americano William Graham Sumner, evoluzionista, che  nei primi anni del ‘900 pubblica Folkways (Vie del popolo), tradotto in italiano nel 1962 delle Edizioni Di Comunità col titolo Costumi di Gruppo. Sumner ha insistito sulla  coercitività dei costumi, sulle sanzioni anche gravi inflitte a chi li vìola, sulla difficoltà di far evolvere i medesimi nelle situazioni di conflitto sociale.

Questa premessa è un’introduzione all’episodio, apparentemente solo mondano, al quale questo articolo è dedicato,  il matrimonio d’un membro della famiglia reale inglese con una signora non appartenente a una stirpe principesca. Si tratta appunto d’un episodio di costume legato alle consuetudini storiche della famiglia reale, adattate però al mondo d’oggi. Sta a monte di esso la monarchia britannica che permane, per così dire, dalla battaglia di Hastings (1066 d.C.) quando Guglielmo il Conquistatore diventa re d’Inghilterra (con variazioni graduali) , fino alla nostra epoca, con il breve iato imposto da Cromwell verso la metà del XVII secolo quanto il re Carlo I viene giustiziato dai cosiddetti Puritani (1649).

I caratteri tradizionalisti della monarchia che regge le isole britanniche sono ben noti  ed hanno delle particolarità che è inevitabile ricordare. La più importante è di essere un fattore unificante del tessuto sociale del Regno Unito, che si riconosce via via come entità politica e sociale e dell’impero britannico.

Viene dunque in evidenza il fattore “tradizione” importante ancora oggi perché segno che il comportamento consuetudinario è ancora apprezzato nel mondo anglosassone, nonostante le convulsioni sociali avvenute nel XX secolo. La permanenza della tradizione in un contesto mondiale tutt’altro che pacifico può apparire abnorme, ma in realtà il costume nazionale mantiene ancora un forte rilievo nelle società anglosassoni. Il royal wedding ne è la dimostrazione, perché il matrimonio d’un principe reale suscita tuttora molta simpatia a livello popolare. Ci si può domandare se l’ossequienza a un costume antico sia un fatto positivo. Chi scrive ritiene di dare alla domanda una risposta affermativa. La persistenza d’un costume non è segno d’un conservatorismo ottuso e paralizzante. L’Inghilterra ha compiuto una specie di miracolo, non abolire certi mores fondamentali anche in tempi burrascosi. Il royal wedding del maggio 2018 (celebrato nella cappella di San Giorgio del castello di Windsor) è stato a mio avviso un episodio importante perché  attraverso esso si sono mantenuti certi valori e legami aventi carattere coesivo, in particolare la pace sociale nonostante il clima ideologico del XX secolo. La tempesta ideologica avvenuta in Europa nel secolo scorso non ha potuto scalfire un cluster di costumi che ancora oggi sono riconosciuti come validi. Il royal wedding è una dimostrazione di questa realtà socio-culturale che potrebbe essere imitata, con gli opportuni adeguamenti, in tutto l’Occidente.

Gian Paolo Prandstraller

Maggio 2018.

COMMENTO AL FILM DI PAOLO SORRENTINO LORO 1 e 2 SU BERLUSCONI di Gian Paolo Prandstraller

Ho visto il film di Paolo Sorrentino su B. L’attore Toni Servillo, che ne ha interpretato il protagonista, dice che il regista (e lo sceneggiatore Umberto Contarello) hanno cercato  di sondare il “mistero” Berlusconi, dato che si tratta d’un personaggio non comune. Credo ciò sia vero, ma è il caso di approfondire l’essenza etica e strategica di B., al di là di ciò che dice lo stesso Servillo nell’intervista rilasciata a Marco Belpoliti (La Repubblica, domenica 13 maggio 2018).

Un elemento emerge immediatamente dal film. La centralità del personaggio rispetto a tutti gli altri protagonisti o comparse presenti nella sceneggiatura. B. è un unicum, insostituibile, una personalità che induce alla domanda: come ha conquistato l’enorme stacco sociale che lo caratterizza? In parole semplici, come ha realizzato il suo potere? Il ricordo dei teorici che hanno formulato dottrine storiche sul potere (in particolare Machiavelli e Hobbes) non giova molto a scoprire la via seguita da B. per raggiungere i suoi scopi. Il potere di B. deriva dallo sfruttamento intelligente dei “bisogni” di cui sono portatrici le persone che si rivolgono a lui. Molti personaggi del film sono infatti questuanti che a B. chiedono aiuto rivelandogli il proprio bisogno (di denaro, di carriera, di sesso, di notorietà). Come risponde B. alle loro istanze? Cercando di accoglierle e diventando in tal modo per quei soggetti un protettore insostituibile. Nel caso in cui l’interlocutore sia a sua volta uomo di potere, individuando i campi in cui quest’ultimo può trarre utilità da un contributo di B. alle imprese che sta compiendo (si vedano i casi di Bettino Craxi, Gheddafi, George Bush, Putin). Non è con i metodi suggeriti da Machiavelli o Hobbes che secondo B. si conquista il potere, ma sfruttando il rapporto bisogno-risposta al bisogno.

Dato questo tipo di strategia è evidente che la fonte del potere di B. sta nell’interpretazione intelligente dei bisogni di coloro che gli chiedono aiuto o si aspettano qualcosa da lui. E’ fondamentale il genio di chi capisce la situazione di sofferenza in cui si trova l’interlocutore e ne trae potere. Il film rappresenta bene questa dote di B., che fa di lui un interprete della prassi sociale contemporanea; l’abilità che conta nell’epoca post industriale, la quale, com’è noto, comincia proprio quando B. decide di mettersi in politica (ma lo ha sorretto anche al tempo in cui era un semplice imprenditore). Emerge dal film il rapporto tra B. e i Loro, rientrante appunto nello schema appena indicato.  B. è dunque l’uomo che ha interpretato forse meglio di tutti la corrispondenza tra bisogno e risposta al bisogno e che ha tratto da tale relazione un enorme potere.

Il film attribuisce inoltre a B. un’idea originale del “piacere”. Considera quest’ultimo un attributo senza il quale la vita non ha senso, una necessità connaturata al vivere. Le opinioni filosofiche sul piacere apparse dal Rinascimento in poi (Lorenzo Valla, Hobbes, Leibniz, Freud, Marcuse e altri) attribuiscono al piacere un significato problematico. Questo è superato nel B. di Sorrentino, dove il piacere è semplicemente una risorsa che sorregge la vita. Non si può vivere senza una buona dose di piacere, essere vivi significa poter disporre di doni edonistici abbondanti e raggiungibili. Tale teoria, a mio avviso, percorre tutto il film e ovviamente include la sessualità, da sempre ritenuta un attributo fondamentale della vita. La parte del film dedicata alla sessualità per me corrisponde al concetto di piacere appena indicato ed è presentata come offerta legittima o scambio consapevole tra individui. Viene meno di conseguenza ogni tipo di scandalo e di repressione per l’uso che se ne fa. Siffatta concezione è rivelata nel film  dalla cornice edonistica della villa di B. in Sardegna, dalla giocosità del grande banchetto, dalla libertà con cui avvengono le offerte sessuali, dal fatto che queste non lasciano tracce psicologiche o altro nelle persone che le praticano. Il peso che tale concezione ha avuto nel costume sociale durante la cosiddetta era berlusconiana è scontato, B. è stato infatti una fonte decisiva di trasformazione del costume che sta dilagando attorno a noi. Nell’impianto del film i due caposaldi “bisogno” e “piacere” sono evidenziati attraverso opportune suggestioni.  Perciò il film è un veicolo significativo verso il pensiero sociale del nostro tempo nel senso d’una concezione moderna  del vivere.

Gian Paolo Prandstraller

Maggio 2018.

OSSERVAZIONI SUL PENSIERO STRATEGICO DI DONALD TRUMP, PRESIDENTE USA di Gian Paolo Prandstraller

Donald Trump è un leader di difficile comprensione, i suoi atteggiamenti ne nascondono  il pensiero, sembra faccia di tutto per apparire antipatico all’opinione internazionale. La critica politologica e giornalistica non lo tratta bene, esprime anzi a getto continuo su di lui giudizi negativi. Molti hanno ipotizzato la sua destituzione, ho sentito un critico usare nei suoi confronti addirittura la parola “abbattimento”. Le speranze di alcuni di sottoporlo a un procedimento che porti alla sua caduta non sono ancora spente. Solo in occasione della riconciliazione tra le due Coree, con l’incontro tra Kim e Moon,  sembra essersi sospeso questo andazzo di cose e aprire la strada a una valutazione più realistica dell’uomo e delle sue idee. Mi ha impressionato il revirement del politologo americano (avverso al Presidente) Jan Bremmer. Di lui leggo un’intervista su La Repubblica (sabato 28.4.2018). L’intervista in pratica distrugge ciò che di male Bremmer aveva in precedenza detto su Trump e gli riconosce dei meriti e delle capacità insospettate.

La riconciliazione tra le due Coree è forse un’occasione preziosa per capire questo Presidente. Il successo della politica  da lui seguita per ridurre alla ragione il leader della Corea del Nord, allontanando lo spettro d’una guerra rovinosa, offre l’opportunità di giudicare più meditatamente un politico che si muove facendo riferimento solo a se stesso.

Pongo una questione che a mio parere è a monte di tutte le altre: qual è il problema che assilla in primis Trump e che condiziona tutta la sua politica? Per me il pericolo che la Cina superi economicamente e tecnologicamente l’Occidente e diventi padrona del mondo nel XXI secolo. Il conflitto tra Cina e USA è già molto evidente e si estende a zone apparentemente estranee alla competizione economica e tecnologica come per esempio l’Africa. La sfida tecnologica della Cina diventa ogni giorno più scoperta. A me sembra sia questo lo sfondo che muove tutta l’azione di Trump. Egli ha capito molto bene il problema Cina  e i suoi atti sono orientati a vincere un confronto pericoloso  per gli Stati Uniti, l’unica potenza in grado di contrapporsi efficacemente alla Cina. Tale a mio giudizio la ragione per cui Trump non cessa di ripetere la parola first  applicandola appunto agli USA e legandola all’idea che l’intero Occidente possa riuscire nella difficile impresa di fermare la Cina essenzialmente attraverso l’azione degli USA. Soltanto se l’economia USA, unita alla capacità del grande Paese di essere globalmente più avanzato di tutti gli altri, può sostenere l’impresa con l’aiuto d’un sistema militare preminente.

Ciò spiega a mio giudizio la politica protezionista che Trump ha ideato per difendersi da tutti coloro che cercano più o meno subdolamente di indebolire lo sforzo economico USA, cercando di sottrargli  molte potenzialità di sviluppo con prodotti di poco pregio e di basso costo che invadono i mercati,  oppure pongono a carico degli USA spese che potrebbero sostenere da soli. La parola “produzione” diventa essenziale per gli USA perché è nella produzione la chiave di volta di tutti i processi competitivi.

Altra conseguenza: il primato nel Pacifico come zona d’influenza USA. La Cina non potrebbe essere contenuta se gli USA abbandonassero il Pacifico.  Se ciò accadesse,  la Cina estenderebbe il suo controllo a quella  parte del mondo in cui gli USA affermano la propria statura di potenza mondiale. Ed essere potenza mondiale è essenziale oggi come ieri per gli USA proprio per vincere la sfida lanciata dalla Cina.

Non è difficile capire che per attuare  tale strategia gli USA hanno bisogno di alleati sicuri. Per questo Trump  cerca alleanze di ferro con Israele e l’Arabia Saudita ed è ostile a potenze come l’Iran in cerca d’una propria autonomia e agiscono in modo non coerente con gli interessi USA, per esempio nel campo del terrorismo. La Comunità Europea rientra nel disegno di Trump come ovvio alleato che però non può modificare la strategia generale del gigante americano. La Russia è vista come un competitore non preoccupante perché non dotato, almeno per ora, di potenzialità economiche e tecnologiche tali da prendere parte in un modo o nell’altro alla sfida fondamentale.

Trump  ha rovesciato la politica rinunciataria del predecessore Obama e interviene militarmente o in altri modi ovunque lo ritenga necessario o utile agli USA. Lo si è visto per esempio nella repressione dell’Isis in cui l’America di Trump ha assunto un ruolo decisivo. La parola first è sinonimo, anche in ciò, d’ un primato che il Presidente ritiene inevitabile, se vuole vincere la grande  competizione appunto tra USA e Cina. Come questa andrà a finire non lo sa nessuno, ma Trump sta facendo di tutto perché vinca l’Occidente, dominato dagli USA. Questo è a mio parere il compito che il Presidente si è assunto, ed è di tale importanza che di fronte ad esso  le intemperanze e gli errori del protagonista passano in seconda linea.

Maggio 2018.

COMMENTO AL FILM DI ALESSANDRO ARONADIO “BASTA CREDERE (IO C’E’)”

Scrivo questo commento perché le recensioni  del film “Basta Credere (Io c’è)” non sembrano tali da evidenziare il pensiero che il medesimo sottende. Maurizio Porro (Corriere della sera 29 marzo 2018, pag. 49, titolo dell’articolo “Come risollevarsi dalla crisi grazie a una nuova religione” ) riassume così la “trovata” del protagonista, Massimo (l’attore Edoardo Leo), per sottarsi al fallimento economico: “Quella che Massimo in crisi col suo B&B s’inventa, prendendo esempio dalle suore che riscuotono e non pagano le tasse, è una sua religione ad personam,  in modo che il luogo diventi di culto.  Così il figlioccio di Giuda fonda lo “ionismo” dove ciascuno diventa Dio di se stesso, paradiso di egotismo che richiede il consenso borghese della sorella e la scrittura di un’apposita bibbia da parte di uno scrittore fallito, rispettivamente Margherita Buy e Giuseppe Battiston, nel loro perimetro espressivo…”. E’ vero, nel film Massimo fonda una sua religione per sottarsi ad una crisi personale, ma l’invenzione non è così ingenua e primitiva come Porro sembra definirla; al contrario affronta uno dei più pesanti problemi della cultura moderna, cioè come nascono le religioni, al netto di ogni trascendenza, come acquistano proseliti e creano imperi basati in realtà sul nulla. E’ questo un tema che il film tratta senza reticenze e a suo modo risolve. Ciò significa che esso va visto non come una qualsiasi commedia all’italiana, ma come un contributo socio-filosofico ad una questione di grande peso culturale.

Vediamo cosa dice il film sul piano delle idee, pur legando queste ultime ad una fattispecie banale.  Cercherò di riassumere le idee che a mio parere il registra Alessandro Aronadio  mette nel film cosciente del peso che hanno sul piano della sociologia delle religioni. Raggrupperò queste idee in quattro punti nella forma più breve possibile.

  • Nel film vi è una critica precisa al concetto di “rivelazione” che sta alla base di tutte le religioni storiche, compresa ovviamente quella cattolica. La rivelazione per Aronadio è solo la “trovata” d’un personaggio che ne inventa il contenuto, senza alcun collegamento con una realtà oggettiva e al di fuori di ogni trascendenza. La figura del profeta è perciò ridotta all’inventore di un messaggio del tutto soggettivo e privo di alcuna base reale.
  • Il messaggio può avere fortuna, cioè essere accolto da un gruppo indeterminato di individui se è in grado di sostenere psicologicamente un certo numero di vite individuali. L’adesione collettiva al messaggio si ha quando i potenziali adepti capiscono che esso può dare un senso alla vita di ciascuno di loro.
  • Le conseguenze comportamentali d’una rivelazione si trasformano in fenomeni sociali: come la preghiera, i rituali, le processioni, le regole etiche inventate dal rivelatore, ecc. Attraverso la gestione di questi effetti del messaggio alcuni seguaci creano le “chiese”. Queste assumono un carattere istituzionale e diventano collegamenti operativi con una sfera suprema in realtà inesistente.
  • L’istituzione vende un prodotto fittizio dal quale ricava benefici molto concreti, come lasciti, vendita di indulgenze, fondazioni umanitarie dotate di cospicue sostanze, sistemi di culto, ricchezze totalmente terrene e ovviamente condiziona la vita di intere comunità.

Stupisce che un tale complesso di idee non sia rilevato dalla critica. Nell’evidenziarlo dico al registra Alessandro Aronadio che ha saputo gettare un seme importante nella cinematografia italiana, salvandola da una diffusa banalità intellettiva, elevandola a un significato culturale che, speriamo, abbia presto seguiti coraggiosi. Dalle interviste effettuate nel sito Comingsoon.it ad Aronadio, emerge che  “Con Renato Sannio (co-sceneggiatore) volevamo scrivere un film sulla religione e la sfida è stata quella di provare a farci una commedia. In “Orecchie”  il tema del bisogno di credere era già in nuce nella scena in cui il prete (Rocco Papaleo) benedice  la macchia di muffa, pur sapendo che non è la Madonna.  Il problema è capire perché  mai come adesso, il tema della religione sia quasi tragico e legato a drammatici avvenimenti di cronaca e provare a ridere di questo argomento con i personaggi di “Io c’è”… Da ateo m’incuriosisce la figura del fedele. Credo che viva meglio di me e mi sembrava interessante raccontare di un ciarlatano che si trova a confrontarsi con qualcosa che per lui era inimmaginabile..” Questa dichiarazione dimostra,  a mio parere, che nel regista e nei suoi collaboratori vi è una consapevolezza completa dell’importanza della tematica trattata. Spero che ciò inauguri un filone filmico basato finalmente su problemi importanti del nostro tempo.

Gian Paolo Prandstraller

Aprile 2018.

DAL LAVORO OPERAIO AL LAVORO PROFESSIONALE, UNA MUTAZIONE EPOCALE. I CREATIVI E IL NUOVO LAVORO

Negli anni in cui veniva approvata la Costituzione Italiana, col termine “lavoro” s’intendeva l’attività operaia esperita in via principale nelle fabbriche e nelle coltivazioni agricole. Vi era un riferimento costante a quella forma di lavoro definita come “taylorismo” (dal nome dell’ing. F.W.Taylor che l’aveva inventata nel primo decennio del ‘900) o più semplicemente come “catena di montaggio”, fondata sulla parcellizzazione dell’attività  operaia nel processo produttivo. Si trattava della stessa forma-lavoro che nell’Unione Sovietica era esaltata come “stacanovismo” (la prestazione eccezionale da parte di un lavoratore nei confronti degli altri). Era strettamente legata al concetto di struttura, cioè di  stabilità di ruolo e di mansioni. Divenne materia di studio attraverso la “sociologia del lavoro”. Esperti di questa disciplina come Pierre Naville, Georges Friedmann e in Italia Federico Butera e  Domenico De Masi  acquisirono rilevanza nelle facoltà universitarie. La base sociale di questo tipo di lavoro era la “classe”,  ossia l’aggregazione economica fondata sul possesso dei mezzi di produzione. L’istituzione fondamentale del tempo corrispondeva alla fabbrica dove la maggior parte dei critici vedeva realizzarsi l’alienazione operaia causata da ciò che era chiamato “lavoro in frantumi” (Georges Friedmann). Questo tipo di lavoro teorizzato dai sociologi del periodo era per così dire corretto dalla scuola delle “relazioni umane” (Elton Mayo) che cercava di attenuarne gli effetti negativi sulla personalità degli operatori.

Al di là del lavoro inteso nel senso appena ricordato, vi era una categoria sociale anch’essa oggetto di interventi teorici: la intellighenzia, il gruppo di attori intellettuali esterni alla cosiddetta struttura e che si dividevano (per Antonio Gramsci) in intellettuali organici e non organici, a seconda che esprimessero o meno una sovrastruttura di classe o si considerassero indipendenti da questa.

In Italia, diversamente da quanto avveniva nei paesi anglosassoni, tutto il raggruppamento che derivava dall’applicazione pratica della conoscenza scientifica (cioè i professionisti) era sostanzialmente ignorato. Tale gruppo in America e in Inghilterra era stato però segnalato a partire dagli anni ’50-‘60 del XX secolo da alcuni sociologi  come Talcott Parsons, Robert K. Merton, H. L. Wilensky , W. E. Moore, Ernest Greenwood, Amitai  Etzioni e altri. Io realizzai negli anni ’60 la prima inchiesta sugli avvocati italiani, pubblicata nel 1967 dalle Edizioni di Comunità col titolo “Gli avvocati italiani. Inchiesta sociologica”. Fu un contributo alla sociologia delle professioni rimasto isolato nel contesto accademico. Tutto questo per dire che nella pubblicistica dell’epoca ogni lavoro  diverso da quello operaio era considerato secondario e marginale con le eccezioni appena indicate.

E’ stupefacente come negli ultimi 30 anni questa situazione sia completamente mutata. In quale senso? Che il lavoro operaio è, nelle società avanzate, quasi del tutto scomparso; perdute le sue caratteristiche classiche, si è trasformato  in attività professionale o paraprofessionale . Questo secondo tipo di lavoro è oggi molto articolato, non comprende solo le professioni classiche ma anche forme minori di professionalità che tuttavia rientrano nel modello professionale,  accumunate da un sapere specifico più o meno complesso su cui poggia tutta l’attività dell’operatore.

Accanto a quello che possiamo chiamare “mondo professionale” si sta estendendo un settore creativo, composto dai soggetti la cui opera è di tipo inventivo, artistico, illustrativo, letterario, musicale ecc. Dagli anni ‘90 del XX secolo la creatività è diventata un carattere nuovo della società postindustriale. Si tratta d’un fenomeno ancora non adeguatamente esplorato che assume di anno in anno una rilevanza maggiore attraverso istituzioni come i megaconcerti, i festival, le mostre di pittura e scultura e design, le nuove forme di spettacolo, il cinema, la pubblicità, la moda, la tutela del territorio, l’applicazione artistica necessaria perfino nella gastronomia e settori paralleli. Tale fenomeno sta diventando un’espressione non soltanto intellettuale ma anche economica  di grande rilievo. E’ sperabile che da esso possa venire un incremento rilevante dell’occupazione nel futuro: cioè che il lavoro professionale e quello creativo possano sostituire tutto il vecchio lavoro, inteso nell’accezione fino a qualche decennio fa dominante, ora desueta.

La creazione di nuove occupazioni nel settore “creativo” è fenomeno di grande rilievo perché tale settore è in crescita in tutto il mondo occidentale e convoglia su di sé enormi interessi economici. Il problema dell’occupazione può essere almeno in parte risolto se le forme  professionali che appaiono in questo settore vengano seguite con maggiore attenzione di quanto attualmente avvenga.

Concludendo si può dire che il vecchio significato  del termine “lavoro” sta scomparendo e al suo posto nasce un senso professionale e creativo dell’attività umana  che diviene via via base fondamentale delle società avanzate e speranza concreta di occupazione per molti giovani d’oggi.

Gian Paolo Prandstraller

Marzo 2018.