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L’EUROPA S’E’ DESTA?

Uso il celebre refrain dell’inno di Mameli sostituendo la parola Europa alla parola Italia perché sembra si stia verificando appunto un risveglio del vecchio continente, nel senso che esso pensi a se stesso come  entità socio-politica libera,  indipendente e distinta dalle grandi aggregazioni che si sono imposte nel mondo dopo la seconda guerra mondiale.

Il risveglio riguarda a mio parere due argomenti fondamentali: il modo di vivere e l’assenza nella cultura europea di principi o ideologie totalizzanti che pretendano di subordinare ai propri scopi l’intera esistenza degli individui.

Con la locuzione modo di vivere intendo un insieme di esperienze e di piaceri che rendono la vita desiderabile tanto da costituire il leitmotiv dell’accettazione esistenziale della stessa. Gli Europei si stanno accorgendo che la vita in Europa è migliore di quanto accada in altre parti del mondo come opportunità offerte all’individuo, come possibilità di realizzazione di se stessi. In fin dei conti, pensano gli Europei, nel vecchio continente stiamo meglio che altrove. Perché non difendere questa condizione privilegiata?

Il secondo punto è ancora più importante. Reso possibile perché l’Europa è stata “vaccinata” contro le ideologie e i principi totalizzanti dalle terribili esperienze del XX secolo. Queste esperienze non sono dimenticate. L’Europa tutto vuole fuorché vederle riprodursi. Il mondo delle ideologie è oggi qualcosa che gli Europei escludono in larga maggioranza dalla loro visione. Analogamente non accettano religioni che pretendano di disciplinare tutti gli aspetti della vita. Una delle ragioni per cui ciò accade è che l’Europa ha vissuto come un trauma l’attacco subito da parte dell’ISIS.

L’ ISIS è stato per gli Europei un’esperienza  inaccettabile perché ha rivelato a quali barbarie può arrivare una religione che vuole governare l’intera esistenza delle persone, subordinare quest’ultima ai propri dogmi. Probabilmente ha richiamato alla memoria dei cittadini le guerre di religione del XVI secolo, una delle pagine più fosche della storia occidentale. Questo tragico ricordo si è trasformato in un secondo vaccino nelle coscienze degli Europei che di forme religiose analoghe non ne vogliono più sapere.

Questi fattori uniti insieme, a mio parere, spingono oggi gli Europei a ricomporre l’Europa. Come ciò avverrà è ancora oscuro. Ma esistono le condizioni psicologiche perché le popolazioni del vecchio continente trovino la strada per ridare all’Europa la dignità socio-politica che essa merita.

Marzo 2019

COMMENTO AL LIBRO AMORE MIO COME SEI CAMBIATO. INNAMORAMENTO E AMORE 40 ANNI DOPO. DI ALBERONI E CATTANEO, PIEMME EDITORE, MONDADORI LIBRI S.P.A. 2019

Perché è stato scritto questo libro? Per ribadire quanto Alberoni avrebbe “scoperto” nell’opera Innamoramento e amore e cioè che l’amore non nasce dall’individuo ma dal simultaneo risveglio del sentimento amoroso nella coppia, considerata come una formazione collettiva che sorge dallo stato nascente, lo stesso processo che sta alla base dei movimenti apparsi nel XX secolo.

Data questa affermazione di principio è necessario per prima cosa stabilire se essa sia fondata o se si tratti d’ una trovata intellettualistica desunta da un campo d’indagine in realtà estraneo al formarsi della coppia, ossia i movimenti collettivi della seconda metà del XX secolo che Alberoni stava studiando quando scrisse appunto Innamoramento e amore.

La mia opinione è questa: la teoria secondo cui la coppia è una formazione collettiva investita da un processo di esaltazione chiamato innamoramento è priva di fondamento. Per le seguenti ragioni:

L’innamoramento è fenomeno individuale e non collettivo. Nessuno, ad eccezione di Alberoni, ha mai sostenuto che si tratti d’un evento collettivo.

Il verificarsi di esso non dipende dal fantomatico accadere d’una situazione definita stato nascente, ma da un’affinità che conduce due individui a formare, appunto, una  dualità i cui membri sono legati l’un l’altro in modo particolare.

Il disgregarsi della coppia non dipende dai fenomeni culturali accaduti nel XX secolo indicati nel libro, ma da fattori già presenti nel XIX secolo solo accentuati o esasperati da eventi  del secondo  XX secolo.

La crisi attuale dell’innamoramento e dell’amore di cui Alberoni prende atto è dovuta all’insostenibilità di quella forma storica di amore che è l’amore romantico  già denunciata nel XIX secolo e che si prolunga attraverso alcuni momenti strutturali del XX come l’età industriale e quella postindustriale. L’età industriale incide sulla stabilità della coppia perché crea spazi di lavoro e d’incontro anche per la donna, estende i luoghi del contatto e diminuisce le possibilità di controllo sui comportamenti intimi. Quella postindustriale accentua la disgregazione dell’amore romantico perché introduce il fattore conoscenza nei processi produttivi distruggendo quelli irrazionali, crea aspettative di autorealizzazione differenti a livello della coppia, elimina la presunta superiorità intellettuale dell’uomo sulla donna, sollecita razionalizzazioni anteriormente improbabili.

La letteratura presenta nei rispettivi periodi indicazioni eloquenti d’un progressivo distacco rispetto all’amore romantico, considerato dagli interpreti letterari e non sempre meno possibile. Quest’ultimo ha avuto i suoi corifei in autori come Goethe, Novalis, Foscolo e Leopardi, personaggi di alto livello letterario le cui opere dicono l’assolutezza di questa forma d’amore che giunge fino al suicidio, cioè alla soppressione fisica dei partners. Già nella seconda parte del XIX secolo si hanno contributi critici sulla possibilità di questo amore in autori come Flaubert e altri che sottolineano la grave difficoltà di tenere in vita e condividere quest’ipotesi estrema di amore. Nel XX secolo la letteratura esistenzialista introduce la teoria dell’incomunicabilità, estesa al cinematografo per esempio da Antonioni, che esclude la possibilità d’una fusione ideale tra gli individui. Successivamente appare il relativismo che nega l’esistenza di qualsiasi assoluto nella realtà universale, la quale è considerata dalla fisica tutta condizionata e  mai autoreferenziale. Erich Fromm definisce l’amore come risposta ad un bisogno e come arte, energia creativa di cui l’uomo è protagonista attivo, ma lo relativizza perché descrive anche varie forme di pseudoamore. Siamo ormai lontani dall’amore romantico, nessuno lo attribuisce a un fattore metafisico come lo stato nascente. Quest’ultimo proviene da un’ intuizione di Alberoni collegabile forse ad una crisi mistica di questo autore.

E’ impossibile capire, seguendo criteri razionali, una frase come la seguente, dovuta ad Alberoni: “lo stato nascente dell’innamoramento è una frattura temporale, interrompe il tempo. L’innamoramento è un istante dilatato senza confini. Se lo vivi non puoi pensare che non ci sia, perciò è eterno e non ha senso domandarsi quanto durerà. L’esclusività, la sacralità e il “per sempre” sono connessi perché sono figure dell’eterno fuori dal tempo ordinario … La nostra impressione è che la poesia più alta, più toccante dell’intera umanità spesso sia stata scritta o concepita nello stato di innamoramento o nella rievocazione di esso o in momenti analoghi di stato nascente: è sempre stata un modo con cui l’innamorato ha espresso le sue esperienze straordinarie. Lo stesso vale nella musica, nella pittura, nella letteratura e nel cinema. E anche molta esperienza emozionale, sublime, religiosa è dello stesso tipo. Tutta la mistica del cuore è espressione di uno stato di innamoramento per Dio.” (pag.72)

A me non sembra che la caduta dell’amore romantico che constatiamo ormai attorno a noi possa essere spiegata  con concetti  mistici come quelli sopra richiamati. Altre sono le ragioni  per cui l’amore romantico ha di fatto cessato di esistere o persiste solo  in  pochissime coppie. Le ragioni della dissoluzione dell’amore romantico, ormai evidente, sono comprensibili senza far ricorso ai paradigmi “scoperti” da Alberoni e ribaditi in quest’ultimo libro. Scrive l’autore: “Definendo l’innamoramento lo stato nascente di un movimento collettivo a due lo abbiamo inserito nel campo di quelle potenze plastiche creative generatrici di valori e di un progetto, lo abbiamo inserito cioè nella sequenza stato nascente – movimento-istituzione” (pag. 300) E’ impossibile capire come ciò possa accadere se non nella fervida immaginazione di Alberoni.

 

Marzo 2019

COMMENTO AL LIBRO DI STEVEN PINKER ILLUMINISMO ADESSO. In difesa della ragione, della scienza, dell’umanesimo e del progresso, Mondadori 2018

I pensatori dell’illuminismo proposero una nuova visione della condizione umana. Questo fu il loro contributo fondamentale alla cultura. Il movimento va collocato negli ultimi due terzi del XVIII secolo. Esso si articola, secondo Pinker (docente di psicologia a Harward),  attorno a quattro temi principali: ragione, scienza, umanesimo e progresso.

La ragione portò la maggior parte dei pensatori illuministi a rifiutare la credenza in un dio antropomorfico che s’interessa delle vicende umane, e all’apertura verso il teismo e l’ateismo.

La volontà di comprendere il mondo li portò al secondo tema, attraverso la scienza e particolarmente la verifica empirica delle affermazioni formulate sulla natura della realtà. Con la scienza essi dimostrarono quanto poteva essere erronea l’opinione comune su molte questioni generali. Solo la scienza infatti per questi pensatori può portare ad una conoscenza attendibile su cui fondare i nostri giudizi su ciò che esiste.

Il ricordo dei massacri derivati dalla religione portò i pensatori illuministi a fondare una concezione secolare e non religiosa della moralità. Di qui il loro umanesimo alias la ricerca del benessere dei singoli individui rispetto all’esaltazione fanatica delle religioni e dei loro dogmi.

Infine la fede nel progresso derivava ad essi da quella nella migliorabilità delle istituzioni umane. Campo vastissimo. Uno degli ambiti concreti in cui tale orientamento fu applicato è quello della punizione del crimine, tema su cui Cesare Beccaria scrisse il celebre saggio Dei delitti e delle pene. Il concetto di miglioramento fu per questi pensatori fondamentale.

Scrive Steven Pinker “questo libro è il mio tentativo di riformulare gli ideali dell’illuminismo con i concetti del XXI secolo”.

Vediamo come il tentativo è stato affrontato dall’autore: la base di esso è che l’illuminismo da progetto astratto e ideale si è già trasformato in realtà constatabile da tutti tanto che la nostra epoca sarebbe migliore di tutte le precedenti, la più favorevole alla condizione umana.  Un concetto sembra dominare la poderosa opera di Pinker: probabilmente non avremo mai un mondo perfetto, ma non c’è alcun limite ai miglioramenti che possiamo conseguire utilizzando e applicando la conoscenza alla condizione umana. Questo concetto si pone alla base d’una progressione ideale che culmina nella valutazione della scienza come mezzo fondamentale per conseguire tale conquista sia pure attraverso le difficoltà che ad essa oppongono coloro che non amano tale percorso intellettivo. Molte delle argomentazioni di Pinker presentate in difesa del pensiero scientifico sono a mio avviso ridondanti e non necessarie ma resta la sua opinione di fondo. Non può non essere condivisa l’idea di Pinker che “c’è un genere di realizzazione di cui possiamo vantarci senza imbarazzo di fronte a qualunque tribunale della mente. Attraverso la scienza oggi siamo in grado di spiegare – scrive Pinker – buona parte della storia dell’universo, le forze che lo fanno funzionare, la materia di cui siamo fatti, l’origine degli esseri viventi e il meccanismo della vita, ivi compresa la nostra vita mentale”. Le realizzazioni già ottenute attraverso la scienza sono, insomma,  di tale rilievo che da sole dimostrano quanto la mentalità illuministica abbia avuto successo nel nostro mondo pur tormentato da tanti problemi.

C’è però un aspetto che non trovo adeguatamente considerato in questo documentatissimo libro: il rapporto tra la scienza e il capitalismo. Nella mia visione la positività di tale rapporto, il modo in cui il capitalismo ha utilizzato per migliorare se stesso la scienza rappresentano un punto saliente dell’applicazione concreta dell’illuminismo nel mondo occidentale e l’argomento rientrava in pieno nel quadro generale dell’opera di cui mi sto occupando, ma non ha avuto nella stessa uno spazio adeguato.

Le cui conclusioni generali sono senz’altro da condividere, anche se alcune particolarità e alcuni argomenti si prestano alla critica o si possono considerare non necessari rispetto al senso generale dell’opera.

Marzo 2019

COMMENTO ALL’INTERVISTA CONCESSA DA VITTORIO SGARBI AD ALDO CAZZULLO, Corriere della Sera 16 febbraio 2019

Nell’intervista a Cazzullo Vittorio Sgarbi dice alcune cose che rivelano ch’egli è un unicum umano irripetibile. Ne indicherò alcune senza pretendere di esaurirle tutte. Quanto segue è ovviamente riportato tra virgolette e comprende la domanda e la risposta:

Lei è cattivo? No, egocentrico.

Perché non si è mai sposato? Sono stato fedele per 700 terribili giorni a una donna che mi marcava stretto come un terzino … Presi un raffreddore  che non passava mai. Anche oggi ogni mattina mi sveglio con uno sternuto; un memento che mi ricorda di non sposarmi.

Qual è il segreto della sua lunga unione con Sabrina Colle? Non faccio l’amore con  lei dal 1999, lei non ne sente l’esigenza, con mio grande sollievo. Nella mia apparente incontrollabilità, Sabrina detiene il controllo assoluto, il potere sulle anime.

Perché rifiuta anche di fare il padre? Sono stato un po’ il padre dei miei genitori. Li ho rieducati, avvicinandoli all’arte e alla letteratura. Non li ho più chiamati mamma e papà ma Rina e Nino.

Quanti figli veri ha avuto? Riconosciuti tre. Sono contrario all’aborto, ho sempre incoraggiato la madre a tenere il bambino, ma non ho mai fatto promesse che non avrei mantenuto …

Lei crede in Dio? Credere è una forma di presunzione; al massimo si può credere di credere. La ragione non ne darebbe motivo. Dio è indimostrabile, quindi non c’è. La dimostrazione che Dio esiste è una sola.

Quale? C’è della divinità nell’uomo perché l’artista aggiungendo bellezza al mondo continua la creazione. Attraverso l’arte l’uomo si immortala. Dante direbbe che “s’eterna”.

Cosa c’è nell’aldilà? Nulla. Di Leonardo non resta l’anima; resta la Vergine delle Rocce.

E di lei cosa resterà? Il museo dove riunirò i miei 280 mila libri e la mia collezione, compresa la Cleopatra di Artemisia Gentileschi.

Essere un unicum irripetibile è qualcosa di mostruoso, eppure Sgarbi indossa questa veste e ne fa un modo per conquistare la celebrità. Non resta che domandarsi come un fenomeno simile abbia potuto prodursi.

Perché Sgarbi è davvero un uomo diverso, altro rispetto alla normalità umana. Possiede infatti due qualità eccezionali, una grande intelligenza e una buona dose di relativismo. Mentre il primo attributo non richiede alcuna spiegazione, il secondo obbliga a un chiarimento. Significa che Sgarbi rifiuta qualsiasi “assoluto”, ossia qualunque entità o situazione che si immagini sciolta da ogni vincolo, legge o condizione, totalmente autoreferenziale.

Ma bastano queste due qualità per garantire a Sgarbi un bilancio interiore positivo?

Penso che non bastino. Vediamo perché. Sgarbi non possiede né si appoggia a nessuna delle filosofie esistenziali classiche, né all’epicureismo, né allo stoicismo e neppure alla filosofia di Ovidio, basata sulla seduzione. Non ha alle spalle nessuna delle correnti etiche fondamentali offerte dalla storia del pensiero. Inoltre manca di una qualità che per molti, me compreso, è stata ed è importante per apprezzare la vita. Questa qualità è l’ironia, meglio l’autoironia. Significa saper considerare se stesso non importante e quindi deridere ciò che realizza nel mondo. Simile attributo Sgarbi non lo conosce. Tutto ciò che egli fa è per definizione importante, quindi non suscettibile di ironia.

Tale lacuna fa di Sgarbi un personaggio infelice. Non esiste un prototipo Sgarbi, una figura che si possa imitare. Come dicevo è un unicum, un minotauro che non invoglia nessuno ad essere come lui, se non per la posizione sociale che si è creata.

Può esistere una vita come puro e semplice conflitto? No, non esiste. Ogni essere conflittuale ha bisogno di un’area non conflittuale dove possa trovare un sorriso, un’espressione di affetto.

Dice Sgarbi: Mi salva l’arte. Già, ma Sgarbi non è un’artista, è un critico, uno storico dell’arte, dunque non può fare di un ritrovamento, sia pure della Cleopatra di Artemisia Gentileschi una ragione di vita.

Forse in un futuro non lontano, il nostro eroe capirà tutto questo e assumerà una veste più umana. Sarà un amore vero a farlo progredire verso una condizione umana vitalizzante o un incontro filosofico che lo faccia riflettere o qualche altro fatto oggi non prevedibile?

Quanto a me glielo auguro. Oggi mi sembra un personaggio di grande qualità, ma sciupato. L’esperienza umana della solitudine può un giorno o l’altro deluderlo e allora conosceremo un altro Sgarbi che forse passerà alla storia.

Febbraio 2019

COSA ACCADRA’ NELLE ELEZIONI EUROPEE DEL MAGGIO 2019? VINCERANNO GLI EUROPEISTI O I POPULISTI?

Per capire ciò che uscirà dalle elezioni europee del maggio 2019 è meglio affidarsi ad argomenti concettuali che ad esempi storici provenienti dal passato. La previsione d’una vittoria dell’Europa sulla sfida  populista può  far leva sulle considerazioni seguenti a mio parere realistiche e motivate.

Domanda: quali argomenti possono indurre gli Europei a votare per l’Europa anziché per le forze populiste nelle prossime elezioni europee?

1 – Gli europei non hanno alcun interesse a rinnegare la propria identità storica ossia i caratteri culturali che li hanno accompagnati per lungo tempo nella loro esperienza culturale pregressa. Ne hanno  invece ad attualizzarla mantenendola viva.

2 – Essi hanno interesse altresì a creare istituzioni che sostengano quei tratti storici anziché contrastarli o addirittura sopprimerli.  Tali tratti  infatti sono unici nella storia del mondo.

3 – Tra i fattori che possono rafforzare l’identità  dell’ Europa occupa un posto importante l’esercito europeo,  istituzione che può confermarne visibilmente l’attualità e il valore, nonché garantire la stabilità dell’Unione.

4 – Non è impossibile che tale istituzione venga vista dagli Europei come il punto di passaggio attraverso il quale essi possono transitare a momenti aggregativi successivi, per esempio ad una opzione presidenziale simile a quella scelta a suo tempo dagli Stati Uniti d’America.

Alcune considerazioni su ciascuno dei punti indicati:

l’Identità europea deriva dalla Storia dell’Europa. Un fattore importantissimo che per quest’ultima è un privilegio esclusivo e non imitabile. Nessun  potenziale antagonista può essere dotato  di una eredità storica paragonabile a quella dell’Europa. Il fattore storico peserà dunque molto sulle scelte elettorali perché basato su filoni culturali che appartengono solo al vecchio continente, la Scienza e l’Arte e  quella caratteristica politica che chiamiamo Libertà. Nessun’altra entità socio-politica ha realizzato un itinerario come la Scienza attraverso personalità come Galileo Galilei, Keplero, Newton, de Lavoisier, Einstein, Fermi e molti altri. L’ Arte europea ha avuto uno sviluppo inconfondibile sia nel settore arti visive sia nella letteratura. Quanto alla Libertà si tratta d’un attributo che nessun’altra aggregazione storica ha saputo realizzare come ha fatto l’Europa, sia pure attraverso le terribili prove del XX secolo che tuttavia il vecchio continente è stato in grado di trascendere.

L’ interesse degli Europei di conservare anziché distruggere quanto realizzato nelle fasi pregresse del processo unionistico emerge dai risultati finora raggiunti. E’ vero che l’Unione non è perfetta ma quanto finora ottenuto ha una consistenza tale da non meritare d’essere  gettato via in vista d’un progetto alternativo avventuroso e non chiaro. Le istituzioni attuali possono essere migliorate senza gravi difficoltà attraverso deliberazioni della stessa Assemblea rappresentativa.

La domanda “deve l’Europa dotarsi d’ un esercito proprio”?  Ha finora incontrato poco dissenso perché l’Europa sa di avere una garanzia aggiuntiva come la NATO che si integrerà con il  costituendo esercito europeo senza problemi gravi interni.

L’insieme di questi fattori è così convincente che gli Europei non saranno così sprovveduti da smentirlo con un voto contrario, e preferire ipotesi incerte alla prosecuzione delle esperienze finora compiute sull’onda delle particolarità culturali anteriori.

Il pronostico sui risultati elettorali del maggio 2019 non sembra dunque difficile. Chi vivrà vedrà, ma le premesse portano a ritenere che l’Europa e non il populismo vincerà, quest’ultimo infatti viene già proposto con convinzione decrescente prima delle elezioni.

Febbraio 2019.

NASCE COL CAPITALISMO INTANGIBILE UN UOMO PIU’ CONSAPEVOLE DI SE’ E PIU’ OTTIMISTA?

Il saggio Capitalismo senza capitale. L’ascesa dell’ economia intangibile di Askel e Westlake descrive un capitalismo molto diverso da quello tradizionale. Qual è la differenza? Che il capitalismo tradizionale si fondava soprattutto sul danaro, quello intangibile anche sull’elemento culturale inteso come fattore creativo, intellettivo, derivante dalla ricerca, dalla riflessione e dalla fantasia. Gli autori si occupano largamente delle conseguenze del nuovo fenomeno, ma vedono soprattutto quelle collegate alla produzione materiale e sulle cose destinate a sostenerla e ciò toglie completezza alla loro analisi.

Scopo di questo articolo è di sottolineare anche le conseguenze psicologiche ed esistenziali che il fenomeno assume. E’ difficile ignorare anzitutto che nella nuova fase del capitalismo si mettono in gioco numerosi attori sociali che anteriormente  si consideravano esterni alla produzione. Sono artisti delle arti visive, musicisti, compositori, registi cinematografici e teatrali,  cantanti, comici, commentatori, uomini di spettacolo, sceneggiatori,  cantautori, designer, pubblicisti, inventori, scrittori, poeti, presentatori, ecc. che nel capitalismo basato sul solo capitale si consideravano estranei al fenomeno produttivo e in certi casi vivevano isolati o addirittura come bohémien. Quest’ ingresso determina la nascita d’un nuovo clima culturale. Attraverso siffatta trasformazione si può ritenere che il capitalismo senza capitale si tinga di un ottimismo che prima non si notava, anche se  riguarda una parte limitata della popolazione.

E’ il senso della vita che irrompe nella quotidianità. La vita non appare più per questi  soggetti umiliata e triste ma piena di promesse e di possibilità.

Il tipo d’uomo che si forma in tale temperie apprezza i lunghi weekend, le crociere, l’immersione nella natura, le vacanze, le conversazioni con gli amici, l’acquisto di opere d’arte, le conferenze culturali, le mostre di pittura e scultura, la scoperta di luoghi suggestivi e  simili. Possiamo vedere l’interesse di questa species  per la lettura di romanzi, saggi storici e altri testi  e la sua partecipazione con idee proprie a dibattiti e confronti nel mondo delle opinioni, in quello della scienza  e del costume, ecc.

Atteggiamenti, abitudini e simpatie che rivelano un nuovo ottimismo sia pure circoscritto ad un’  élite?

Se non è ottimismo è qualcosa che a questo assomiglia, un’interpretazione positiva della vita e delle finalità esistenziali, una visione aperta del mondo, un’idea libera di se stessi e del proprio destino. Nella quale gli affetti acquistano un posto privilegiato e un rilievo che spesso supera le abitudini costrittive  derivanti dal denaro. In questo tipo d’uomo, che non si estende ovviamente a tutto il mondo industriale, ma ad alcune parti di esso, viene meno insomma la presa esclusiva del fatto economico e emerge l’impegno per lo sviluppo personale pur senza perdere d’occhio la carriera, gli affari e così via.

Possiamo chiamare tutto questo un nuovo ottimismo che si sviluppa a livello di un numero non trascurabile di personalità? A mio avviso è così e deriva proprio dagli elementi formativi  che provengono da un capitalismo attento agli aspetti immateriali del processo di sviluppo dell’economia e della società.  Non è poca cosa, e in rapporto alla situazione precedente, dà luogo a un avanzamento di grande rilievo, che nel tempo può allargarsi ai livelli più profondi della società.

Febbraio 2019

MAX WEBER E LA POLITICA COME PROFESSIONE

In un saggio del 1919, nato come conferenza, il sociologo tedesco Max  Weber affrontava il tema della politica come professione. Sosteneva in sostanza che la politica era diventata una professione e che quest’ultima necessitava di un’etica. Nella sua espressione più matura Weber descriveva anche l’etica che doveva accompagnare tale professione, trasformandola  in una vera e propria “vocazione”.

Non poteva conoscere in quell’epoca l’etica delle professioni intellettuali, per il semplice motivo che le trattazioni di quest’ etica sarebbero apparse più tardi rispetto al saggio di Weber con autori come Ernest Greenwood, Talcot Parsons e altri i quali constatavano che nella loro storia le professioni, fin dal secolo XIX, si erano date un’etica consistente negli obblighi e doveri che il professionista, medico, avvocato, ecc., doveva osservare per poter esercitare correttamente il suo lavoro, nei riguardi del cliente, della collettività e dei colleghi.

E’ difficile oggi contestare l’intuizione di Max Weber, effettivamente dall’inizio del XX secolo la politica è diventata sempre più professionale, anche se molti politici della prima metà  del XX secolo l’hanno esercitata partendo da posizioni più demagogiche  e carismatiche che professionali.  Come si pone oggi il problema? Nel senso che effettivamente la politica diventava professionale e a mio parere tale è rimasta per tutto il XX secolo. Vi è però uno sviluppo che Weber non poteva intuire. La professione del politico ha avuto lo stesso sviluppo che ha investito le professioni classiche che si sono trasformate sempre più chiaramente in burocrazie professionali, esercite all’interno di organizzazioni come l’Ospedale, la Scuola, i Tribunali e le Corti e l’Esercito nelle quali il professionista è simultaneamente burocrate e professionista.  Anche in questo si è sviluppata, soprattutto in America, una vasta letteratura. Che si è occupata con particolare intensità appunto degli ospedali, delle scuole, degli eserciti e dei tribunali. Il processo è avvenuto in parallelo con la professionalizzazione di tali entità organizzative. In particolare la sociologia dell’ospedale generale ha avuto un grande sviluppo in America; l’ospedale è stato esaminato soprattutto sotto l’aspetto del contrasto che si creava in questa entità sociale tra burocrazie propriamente dette e professionisti che vi lavorano. Nell’ospedale è stato studiato particolarmente il contrappunto tra professionisti e amministrativi nel senso che si è indagata la relazione tra professionisti e gli impiegati che curavano l’amministrazione dell’ente.

Com’è la situazione oggi? Le organizzazioni professionali hanno preso in larga parte il posto delle burocrazie propriamente dette. L’ospedale appunto è stato considerato come lo sviluppo naturale delle burocrazie professionali che oggi, a mio parere, dominano la scena, con entità particolarmente importanti nei singoli contesti come per esempio gli eserciti professionali.  Quest’ultima entità oggi particolarmente diffusa (anche in Italia l’esercito professionale ha sostituito quello basato sulla leva) domina il proscenio creando una forza idonea a far fronte allo sviluppo delle tecnologie all’interno di queste organizzazioni.

L’importanza di tale forma organizzativa è oggi evidente. E essa sembra destinata a diventare sempre più rilevante. Questa è la principale ragione per cui l’avvenire del mondo professionale sembra fondarsi sullo sviluppo che esse assumono in tutti i paesi avanzati.  Tale fenomeno segna anche la possibilità di prevedere che tali burocrazie costituiranno un fattore fondamentale del mondo di domani. Coloro che hanno visto nelle professioni una forza in decadenza, devono oggi ricredersi. In realtà, mentre la libera professione è in declino, questo tipo di organizzazione continua a espandersi in tutte le società contemporanee. Per questa ragione l’avvenire del lavoro intellettuale è sempre più legato alle organizzazioni professionali. Possiamo vedere il fenomeno attorno a noi con chiara evidenza. Max Weber non poteva intuire nel 1919 questa situazione. Essa però si è imposta da sola, seguendo le esigenze dei grandi servizi moderni che connotano gli assetti oggi imperanti.

Si deve prendere atto di questo sviluppo che da un lato porta a ritenere che le professioni siano tuttora un elemento fondamentale delle società odierne, dall’altro che le professioni cosiddette liberali piegano sempre più verso questa modalità di esercizio.

Gennaio 2019

Sull’articolo di Alessandro Baricco dedicato alle élite. Com’è lontano dalla realtà!

La teoria delle élite ha avuto una fase classica con autori come Mosca, Pareto, Michels, Ferrero e altri. Qual era l’assunto fondamentale di questi interpreti? Che in tutte le società nasce una élite, cioè un gruppo di persone che interpretando i bisogni e i valori collettivi trae da ciò una posizione sociale privilegiata.

Alcuni contributi attuali trasformano la tradizionale teoria delle élite in una critica radicale di queste, nel senso che le classi dirigenti di oggi non avrebbero interpretato i bisogni delle masse  e di conseguenza queste ultime  pensano di poter operare senza di esse.

Un articolo di Alessandro Baricco apparso su La Repubblica di venerdì 11 gennaio 2019 col titolo “E ora le élite si mettano in gioco” propone tale contestazione nel modo seguente: l’uomo nuovo abbatte il sapere delle élite che perciò rimangono escluse dai processi di cambiamento del nostro tempo. Mi riferirò a questo articolo per analizzare le idee che vi sono contenute. Baricco le espone fin dalle prime righe: “Dunque, riassumendo, è andato in pezzi un certo patto tra le élite e la gente di adesso, la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un’ insurrezione, non ancora. E’ una sequenza implacabile di impuntature, di mosse impreviste, di apparenti deviazioni dal buon senso se non dalla razionalità. Ossessivamente la gente continua a mandare, votando e scendendo in strada, un messaggio molto chiaro e vuole che si scriva nella Storia che le élite hanno fallito e se ne devono andare.” Secondo Baricco esse sono formate da medici, insegnanti universitari,  sindaci delle città, dirigenti d’azienda, broker, giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che “stanno nei consigli di amministrazione” e una buona parte di quelli che agli stadi vanno in tribuna, tutti coloro che hanno più di 500 libri in casa, ecc.

Queste affermazioni di Baricco mi trovano d’accordo per quanto riguarda i politici, ma non gli altri soggetti sociali indicati dall’autore. Se si esamina il quadro complessivo della situazione bisogna ammettere che gli argomenti addotti da Baricco sono sbagliati e tendenziosi. Vedremo perché. Al di fuori del rapporto con i politici, che è effettivamente molto critico, quello della “gente” con i soggetti elencati da Baricco, attualmente, non è affatto di contrasto, ma anzi di rispetto e talvolta di ammirazione.

I medici: dove vede Baricco l’antinomia di questa categoria rispetto alla “gente”? Sono gli applicatori dell’evidente avanzamento della medicina nella lotta contro le malattie, perché la gente dovrebbe disprezzarli? Quando qualcuno si ammala va dal medico, non dallo stregone e questo mi sembra un atteggiamento opposto rispetto a quello narrato da Baricco.

I docenti universitari: dove constata l’autore la contrapposizione rispetto alla gente? Le università col postindustriale sono diventate centri di ricerca scientifica, necessaria per una produzione competitiva. Come possono essere invisi al pubblico coloro che, bene o male,  le fanno funzionare?  E quali sono i casi in cui tale ostilità si sarebbe manifestata?

Gli ingegneri: sono oggi molto importanti. Si tratta delle persone che, insieme con gli astrofisici, hanno portato l’uomo sulla luna e lanciato la sonda Insight su Marte; che costruiscono edifici e manufatti che distinguono il XX secolo da tutti i precedenti. Come li possiamo considerare invisi alla gente? Lo stesso si dica per gli architetti, i migliori dei quali sono addirittura chiamati “archistar” per sottolineare la loro eccellenza.

I giornalisti: il pubblico pensa davvero che siano un elemento negativo nella società odierna o invece un tramite provvidenziale verso le notizie che contano?

I manager e dirigenti d’azienda: come potrebbero le grandi e  medie imprese funzionare senza la guida di tali soggetti che ne curano l’amministrazione e le strategie?

Non voglio parlare dei sindaci delle città e di coloro che possiedono più di 500 libri perché l’arbitrarietà di queste indicazioni è troppo evidente.

Ma l’errore in cui è caduto Baricco è plateale quando si consideri il rapporto del pubblico con gli autori di canzoni popolari, i cantautori, i cantanti, i direttori d’orchestra, i calciatori, i migliori sportivi e simili. Come si spiegherebbero i concerti di massa e le partite alla quale assistono migliaia di persone se non ci fosse un rapporto di simpatia tra il pubblico e questi personaggi?

Quanto sostiene Baricco è dunque contraddetto dalla realtà. E’ pericoloso affidarsi a un’ ipotesi ideale quando si parla d’ un fenomeno sociale, occorre stare ai fatti. Questi ultimi danno torto a Baricco, all’infuori, come già detto, del rapporto tra la “gente” e la politica. Perché i politici non sono stati sempre in grado di affrontare i problemi, né corretti e onesti, e perché non è ancora stato trovato un nuovo modo far funzionare la democrazia. Tale istituzione sta cercando altre forme, altri equilibri, una maggiore partecipazione dei cittadini. Certo è ancora tra tutte le modalità di gestione della società la migliore. Ma ogni proposta di miglioramento presenta grosse difficoltà. Perciò i politici sono più esposti ad errori, sbandamenti e deviazioni degli altri membri della cosiddetta élite.

Baricco adduce come argomento delle sue tesi anche l’Unione Europea. Ma chi può affermare che ciò che i popoli del vecchio continente hanno realizzato sia tutto da disprezzare? In fin dei conti oggi in Europa si vive meglio che altrove. E ciò prova che  l’Unione Europea ha già ottenuto qualcosa di buono.

Costruita su tali presupposti la teoria antielitaria di Baricco non sta in piedi, e il suo appello a un miglioramento radicale del comportamento delle attuali élite appare retorica. I fatti dicono che i passi in avanti della condizione umana sono sempre faticosi, ma in ogni caso appaiono in gran parte dovuti proprio alle élite. L’enorme avanzamento della conoscenza che si è realizzato dopo il secondo conflitto mondiale è dovuto appunto a quei gruppi umani che Baricco chiama élite, i quali restano tuttora una promessa di ulteriori sviluppi culturali e sociali.

Gennaio 2019.

COMMENTO AL SAGGIO DI JONATHAN HASKEL E STIAN WESTLAKE “CAPITALISMO SENZA CAPITALE. L’ASCESA DELL’ECONOMIA INTANGIBILE”, Franco Angeli 2018

E’ un saggio molto importante perché descrive un mutamento fondamentale del capitalismo occidentale che sta avvenendo nel XXI secolo. Si può capirne la natura utilizzando il seguente concetto: i paesi più avanzati hanno cominciato a investire di più in settori intangibili, come design, ricerca e sviluppo, arti visive, iniziative culturali, musica, spettacolo, ecc. che in macchinari, edifici e simili; stanno passando dal puro e semplice investimento di denaro in oggetti materiali, a quello centrato su fattori immateriali. Non è difficile collegare questa variazione all’idea base della società postindustriale, che già alcuni decenni or sono faceva derivare la produzione avanzata dalla conoscenza scientifica anziché dal solo impiego di denaro. Ma quel concetto viene ora portato all’estremo, lo si intende come  dipendenza del valore aggiunto da fattori culturali più che economici in senso stretto.

Il saggio di Haskel e Westlake (il primo professore di economia presso lo Imperial College di Londra, il secondo service follow di NESTA, la fondazione inglese che si occupa di innovazione) indaga il cambiamento avvenuto soprattutto a livello del tipo di investimenti che “è stato possibile osservare negli ultimi quarant’anni”. Bisognava capire, dicono gli autori,  come e quanto le imprese investissero per costruire la capacità proattiva futura. Oggigiorno, dicono ancora, la maggior parte degli investimenti è intangibile, ossia in ricerca e sviluppo, progettazione, formazione, produzione aziendale originale, eventi culturali, nuovi processi aziendali. Nel saggio tale processo viene narrato attraverso esempi paradigmatici tratti da aziende, ma anche a livello delle sue conseguenze. Queste ultime sono molteplici. Per esempio la transizione verso strutture informatiche migliori,  informazioni più ricche di quelle indicate nei bilanci aziendali,  cambiamenti nel programma nelle politiche pubbliche,  sviluppo delle telecomunicazioni, entità della spesa per la ricerca scientifica, ecc.

Tutto ciò è molto importante, ma a me sembra che gli snodi principali del cambiamento stiano nella ricerca scientifica, nelle aziende creative, nelle conseguenze che il nuovo corso sta avendo sulla competizione tra USA e Cina, le maggiori potenze economiche presenti sulla scena in questo secolo.

Nel nuovo capitalismo la ricerca scientifica diventa essenziale, chi non la pratica rimane escluso dalla competizione economica che è incessante e spietata. Le istituzioni dove essa viene effettuata sono indispensabili per l’economia di ogni potenza che voglia aspirare al primato. E’ direttamente collegabile a questo fattore un forte sviluppo delle professioni e in particolare delle attività volte ad applicare i risultati della ricerca ai problemi dell’esistenza e dell’economia. L’ascesa sociale del mondo professionale e la nascita di nuove forme professionali sono legate alla ricerca intesa come fattore di innovazione competitiva.

Quanto alle aziende creative, esse sono identificabili in gran parte nelle start up , ma anche con quelle imprese che partendo da un’idea iniziale che altri non hanno diventano in breve tempo le prime in un settore economico, il che è ormai assodato avvenire anche in Italia benché spesso ostacolato dalla burocrazia e della politica. Ed è su questo elemento che si fonda sostanzialmente lo sforzo di superare le crisi dei sistemi e di ovviare alle deficienze presenti in questi ultimi.  In altre parole essere i primi nelle classifiche dei migliori diventa importantissimo.

L’ultimo aspetto  si sta già rivelando come il tratto storico distintivo del XXI secolo. La gara tra USA  e Cina nella presente fase è infatti in pieno svolgimento. E’ un conflitto senza esclusione di colpi, dal cui esito dipenderà la piega economica che assumeranno i decenni prossimi. Esso si attua non solo nell’affannosa ricerca di metodologie, processi e prodotti nuovi,  ma anche nel continuo tentativo di “copiare” le acquisizioni altrui attraverso lo spionaggio industriale. E con investimenti in ambiti conoscitivi originali, dalle cellule staminali alle esplorazioni spaziali, dalla lotta contro le malattie alla cura dell’ambiente, dalla produzione di alimenti di nuovo genere al risparmio delle acque per assicurare la vita sul pianeta Terra. L’insegnamento che quest’ultimo fattore rilascia forse più degli altri è che non è più possibile dormire sugli allori, vivere di rendita e rimanere inerti. Tutti sono costretti ad uno sforzo competitivo inesorabile, e ciò rende la vita più faticosa anche se l’esperienza collettiva ne uscirà migliorata. Cina e USA si confronteranno accanitamente? Sono gli esempi di un costume generale che tutti, consapevolmente o meno, stanno imitando. Con la speranza che questa forma di conflitto rimanga circoscritta al campo economico e non si estenda alla guerra che sarebbe una tremenda catastrofe per tutti.

Gennaio 2019

I BENETTON. UN SUCCESSO MONDIALE DALL’ECONOMIA INDUSTRIALE A QUELLA POSTINDUSTRIALE

La famiglia Benetton comincia la sua attività nel mondo economico italiano negli anni ’50 e ’60 del XX secolo, durante l’ultimo tratto della società “industriale” E’ un esordio manifatturiero fondato sulla produzione e la vendita di maglioni colorati a livello familiare.

La fine del periodo industriale si situa in Italia tra lo scorcio del decennio ’70 e l’inizio degli ’80. Erano apparsi negli anni conclusivi del decennio ’60 e l’inizio dei ’70 opere importanti sulla società postindustriale come The coming  of the postindustrial society di Daniel Bell e La société postindustrielle  di Alain Touraine. Quando ebbe luogo l’ingresso dei Benetton  nell’assetto economico italiano il postindustriale non era ancora apparso ma all’orizzonte dell’economia e della cultura vi erano alcuni indizi del suo prossimo avvento.

Le indicazioni che seguono dimostrano, credo sufficientemente, anche se carenti di molti passaggi, il transito dei Benetton da un’attività manifatturiera ad un forte impegno nei servizi, prima attraverso la società di ristorazione Autogrill e successivamente nelle Autostrade.

  1. I fratelli Luciano e Gilberto Benetton acquistano una macchina per maglieria con la quale la sorella Giuliana confeziona in casa i maglioni che Luciano vende porta a porta. Nel 1961, parecchi anni dopo l’inizio, si apre ai Benetton il mercato romano, con vendite inaspettate che portano l ‘azienda ad un livello transfamiliare.
  2. Avviano una fabbrica di maglieria a Ponzano Veneto, località che diventa la sede ufficiale del gruppo. Segue l’apertura dei negozi che vendono i prodotti Benetton in molte città italiane e altrove.
  3. I Benetton acquisiscono la Compagnia de Tierres Sud Argentina, circa 10.000 chilometri quadrati dedicati all’allevamento di pecore.
  4. Acquistano la società Autogrill attiva nel settore della ristorazione autostradale. E’ un’azienda di servizi che possiede un vasto patrimonio immobiliare (i ristoranti sulle autostrade ecc.). Essa apre ai Benetton un nuovo campo d’azione. Viene quotata alla borsa di Milano ed è controllata da Edizione s.r.l. finanziaria della famiglia che ne detiene il 50,1% del capitale sociale.
  5. Autogrill acquisisce il 100% di HMS (Host Marriot Service), leader in America nella ristorazione negli aeroporti, nelle autostrade, nelle grandi stazioni e nei centri commerciali, diventando il primo operatore mondiale nel settore della ristorazione per chi viaggia.
  6. Autogrill acquista il 70% di Receco, società spagnola di ristorazione presente nelle stazioni ferroviarie di Madrid, Siviglia e Cordova. Nello stesso anno la HMS acquisisce la SMSI Travel Centres INC, gestrice dei servizi di ristorazione nelle principali autostrade dell’Ontario.
  7. I Benetton diventano i maggiori azionisti di Atlantia S.p.A., già Autostrade S.p.A, presente nel settore delle infrastrutture autostradali, con 5000 Km. di autostrade in Italia, Brasile, Cile, India ecc.
  8. Con l’acquisto della quota di maggioranza di Anton Airfood, terza società di ristorazione aeroportuale nordamericana, Autogrill acquisisce una quota sostanziale della ristorazione aeroportuale in Europa e fonda la HMS HOST Europe.
  9. Rileva il 44,9% di Steigenbergher Gastronomie presente nell’aeroporto di Francoforte .
  10. Autogrill entra nel mercato russo costituendo Autogrill Russia che gestisce la ristorazione nell’ aeroporto di San Pietroburgo.

E’ evidentemente uno sviluppo che va dal campo manifatturiero a quello dei servizi.

Con Autogrill i Benetton devono fronteggiare servizi complessi (ragion per cui questi posso essere definiti super servizi) implicanti un’ampia discrezionalità funzionale e l’uso di mezzi (edifici, personale, cultura gastronomica, ecc.) adeguati alle funzioni.

Con l’ingresso dei Benetton nel settore autostradale si passa da super servizi a iper servizi, dato che le attività diventano molto complesse, rischiose e costose perché implicano la manutenzione delle autostrade. Esse sono regolate da accordi con gli enti proprietari delle autostrade, che stabiliscono i pedaggi, gli obblighi gravanti sui gestori e i diritti di controllo sulla gestione riservati all’ente concedente.

Alla fine di questo itinerario il gruppo Benetton realizza un vero e proprio impero sostenuto dai capitali d’una società finanziaria  la Holding Edizione.

Osserviamo:

E’ quasi impossibile un caso analogo a quello dei Benetton che partendo da basi così modeste giungono a traguardi tanto elevati.

Nel saggio Famiglia, management e diversificazione, storia della Holding Benetton, 1986-2016 Andrea Colli scrive: “Se si scorre un qualsiasi elenco delle principali società italiane, non è per nulla facile trovarne un’altra simile, capace di una così rapida ascesa ai vertici della classifica”.

Muore nell’ottobre 2018 Gilberto Benetton, probabilmente l’ispiratore dell’ingresso dei Benetton nei grandi servizi. E in seguito al crollo del ponte Morandi di Genova si profila la possibilità d’un conflitto tra i Benetton e lo Stato Italiano. Sono in condizione i Benetton di fronteggiare questa evenienza? La statura economica e organizzativa raggiunta dal gruppo fa propendere per una risposta affermativa. Nel 2019 si vedrà se tale previsione è attendibile o meno.

L’intera vicenda dei Benetton è paradigmatica del passaggio da una fase “industriale” ad una “postindustriale” condotta con un’abilità non comune in settori diversi, manifatturiero e servizi, questi ultimi tipici del postindustriale. La fortuna dei Benetton non è casuale ma frutto dell’interpretazione intelligente d’un mutamento epocale che i Benetton  hanno affrontato con tempestività e adeguatezza di mezzi.

Com’è noto l’assetto postindustriale è fondato sui servizi oltre che su un nuovo rapporto tra conoscenza scientifica e produzione. Le strategie dei Benetton hanno interpretato, appunto, il mondo dei servizi attraverso Autogrill e Autostrade. E’ difficile non vedere in questo passaggio la chiave di volta della fortuna della famiglia Benetton fino alla situazione attuale che è quella d’un  grande complesso economico costruito partendo da un’industria familiare di maglioni fino alla complessità e al potere attuale. Nell’ascesa dei Benetton vi è ben poco di casuale, molto invece è legato all’interpretazione dei mutamenti economici e culturali  accaduti nella seconda metà del XX secolo. Ciò fa del gruppo un esempio da imitare anche se la riproduzione di tale successo è molto difficile.

Gennaio 2019