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COSA ACCADRA’ NELLE ELEZIONI EUROPEE DEL MAGGIO 2019? VINCERANNO GLI EUROPEISTI O I POPULISTI?

Per capire ciò che uscirà dalle elezioni europee del maggio 2019 è meglio affidarsi ad argomenti concettuali che ad esempi storici provenienti dal passato. La previsione d’una vittoria dell’Europa sulla sfida  populista può  far leva sulle considerazioni seguenti a mio parere realistiche e motivate.

Domanda: quali argomenti possono indurre gli Europei a votare per l’Europa anziché per le forze populiste nelle prossime elezioni europee?

1 – Gli europei non hanno alcun interesse a rinnegare la propria identità storica ossia i caratteri culturali che li hanno accompagnati per lungo tempo nella loro esperienza culturale pregressa. Ne hanno  invece ad attualizzarla mantenendola viva.

2 – Essi hanno interesse altresì a creare istituzioni che sostengano quei tratti storici anziché contrastarli o addirittura sopprimerli.  Tali tratti  infatti sono unici nella storia del mondo.

3 – Tra i fattori che possono rafforzare l’identità  dell’ Europa occupa un posto importante l’esercito europeo,  istituzione che può confermarne visibilmente l’attualità e il valore, nonché garantire la stabilità dell’Unione.

4 – Non è impossibile che tale istituzione venga vista dagli Europei come il punto di passaggio attraverso il quale essi possono transitare a momenti aggregativi successivi, per esempio ad una opzione presidenziale simile a quella scelta a suo tempo dagli Stati Uniti d’America.

Alcune considerazioni su ciascuno dei punti indicati:

l’Identità europea deriva dalla Storia dell’Europa. Un fattore importantissimo che per quest’ultima è un privilegio esclusivo e non imitabile. Nessun  potenziale antagonista può essere dotato  di una eredità storica paragonabile a quella dell’Europa. Il fattore storico peserà dunque molto sulle scelte elettorali perché basato su filoni culturali che appartengono solo al vecchio continente, la Scienza e l’Arte e  quella caratteristica politica che chiamiamo Libertà. Nessun’altra entità socio-politica ha realizzato un itinerario come la Scienza attraverso personalità come Galileo Galilei, Keplero, Newton, de Lavoisier, Einstein, Fermi e molti altri. L’ Arte europea ha avuto uno sviluppo inconfondibile sia nel settore arti visive sia nella letteratura. Quanto alla Libertà si tratta d’un attributo che nessun’altra aggregazione storica ha saputo realizzare come ha fatto l’Europa, sia pure attraverso le terribili prove del XX secolo che tuttavia il vecchio continente è stato in grado di trascendere.

L’ interesse degli Europei di conservare anziché distruggere quanto realizzato nelle fasi pregresse del processo unionistico emerge dai risultati finora raggiunti. E’ vero che l’Unione non è perfetta ma quanto finora ottenuto ha una consistenza tale da non meritare d’essere  gettato via in vista d’un progetto alternativo avventuroso e non chiaro. Le istituzioni attuali possono essere migliorate senza gravi difficoltà attraverso deliberazioni della stessa Assemblea rappresentativa.

La domanda “deve l’Europa dotarsi d’ un esercito proprio”?  Ha finora incontrato poco dissenso perché l’Europa sa di avere una garanzia aggiuntiva come la NATO che si integrerà con il  costituendo esercito europeo senza problemi gravi interni.

L’insieme di questi fattori è così convincente che gli Europei non saranno così sprovveduti da smentirlo con un voto contrario, e preferire ipotesi incerte alla prosecuzione delle esperienze finora compiute sull’onda delle particolarità culturali anteriori.

Il pronostico sui risultati elettorali del maggio 2019 non sembra dunque difficile. Chi vivrà vedrà, ma le premesse portano a ritenere che l’Europa e non il populismo vincerà, quest’ultimo infatti viene già proposto con convinzione decrescente prima delle elezioni.

Febbraio 2019.

NASCE COL CAPITALISMO INTANGIBILE UN UOMO PIU’ CONSAPEVOLE DI SE’ E PIU’ OTTIMISTA?

Il saggio Capitalismo senza capitale. L’ascesa dell’ economia intangibile di Askel e Westlake descrive un capitalismo molto diverso da quello tradizionale. Qual è la differenza? Che il capitalismo tradizionale si fondava soprattutto sul danaro, quello intangibile anche sull’elemento culturale inteso come fattore creativo, intellettivo, derivante dalla ricerca, dalla riflessione e dalla fantasia. Gli autori si occupano largamente delle conseguenze del nuovo fenomeno, ma vedono soprattutto quelle collegate alla produzione materiale e sulle cose destinate a sostenerla e ciò toglie completezza alla loro analisi.

Scopo di questo articolo è di sottolineare anche le conseguenze psicologiche ed esistenziali che il fenomeno assume. E’ difficile ignorare anzitutto che nella nuova fase del capitalismo si mettono in gioco numerosi attori sociali che anteriormente  si consideravano esterni alla produzione. Sono artisti delle arti visive, musicisti, compositori, registi cinematografici e teatrali,  cantanti, comici, commentatori, uomini di spettacolo, sceneggiatori,  cantautori, designer, pubblicisti, inventori, scrittori, poeti, presentatori, ecc. che nel capitalismo basato sul solo capitale si consideravano estranei al fenomeno produttivo e in certi casi vivevano isolati o addirittura come bohémien. Quest’ ingresso determina la nascita d’un nuovo clima culturale. Attraverso siffatta trasformazione si può ritenere che il capitalismo senza capitale si tinga di un ottimismo che prima non si notava, anche se  riguarda una parte limitata della popolazione.

E’ il senso della vita che irrompe nella quotidianità. La vita non appare più per questi  soggetti umiliata e triste ma piena di promesse e di possibilità.

Il tipo d’uomo che si forma in tale temperie apprezza i lunghi weekend, le crociere, l’immersione nella natura, le vacanze, le conversazioni con gli amici, l’acquisto di opere d’arte, le conferenze culturali, le mostre di pittura e scultura, la scoperta di luoghi suggestivi e  simili. Possiamo vedere l’interesse di questa species  per la lettura di romanzi, saggi storici e altri testi  e la sua partecipazione con idee proprie a dibattiti e confronti nel mondo delle opinioni, in quello della scienza  e del costume, ecc.

Atteggiamenti, abitudini e simpatie che rivelano un nuovo ottimismo sia pure circoscritto ad un’  élite?

Se non è ottimismo è qualcosa che a questo assomiglia, un’interpretazione positiva della vita e delle finalità esistenziali, una visione aperta del mondo, un’idea libera di se stessi e del proprio destino. Nella quale gli affetti acquistano un posto privilegiato e un rilievo che spesso supera le abitudini costrittive  derivanti dal denaro. In questo tipo d’uomo, che non si estende ovviamente a tutto il mondo industriale, ma ad alcune parti di esso, viene meno insomma la presa esclusiva del fatto economico e emerge l’impegno per lo sviluppo personale pur senza perdere d’occhio la carriera, gli affari e così via.

Possiamo chiamare tutto questo un nuovo ottimismo che si sviluppa a livello di un numero non trascurabile di personalità? A mio avviso è così e deriva proprio dagli elementi formativi  che provengono da un capitalismo attento agli aspetti immateriali del processo di sviluppo dell’economia e della società.  Non è poca cosa, e in rapporto alla situazione precedente, dà luogo a un avanzamento di grande rilievo, che nel tempo può allargarsi ai livelli più profondi della società.

Febbraio 2019

MAX WEBER E LA POLITICA COME PROFESSIONE

In un saggio del 1919, nato come conferenza, il sociologo tedesco Max  Weber affrontava il tema della politica come professione. Sosteneva in sostanza che la politica era diventata una professione e che quest’ultima necessitava di un’etica. Nella sua espressione più matura Weber descriveva anche l’etica che doveva accompagnare tale professione, trasformandola  in una vera e propria “vocazione”.

Non poteva conoscere in quell’epoca l’etica delle professioni intellettuali, per il semplice motivo che le trattazioni di quest’ etica sarebbero apparse più tardi rispetto al saggio di Weber con autori come Ernest Greenwood, Talcot Parsons e altri i quali constatavano che nella loro storia le professioni, fin dal secolo XIX, si erano date un’etica consistente negli obblighi e doveri che il professionista, medico, avvocato, ecc., doveva osservare per poter esercitare correttamente il suo lavoro, nei riguardi del cliente, della collettività e dei colleghi.

E’ difficile oggi contestare l’intuizione di Max Weber, effettivamente dall’inizio del XX secolo la politica è diventata sempre più professionale, anche se molti politici della prima metà  del XX secolo l’hanno esercitata partendo da posizioni più demagogiche  e carismatiche che professionali.  Come si pone oggi il problema? Nel senso che effettivamente la politica diventava professionale e a mio parere tale è rimasta per tutto il XX secolo. Vi è però uno sviluppo che Weber non poteva intuire. La professione del politico ha avuto lo stesso sviluppo che ha investito le professioni classiche che si sono trasformate sempre più chiaramente in burocrazie professionali, esercite all’interno di organizzazioni come l’Ospedale, la Scuola, i Tribunali e le Corti e l’Esercito nelle quali il professionista è simultaneamente burocrate e professionista.  Anche in questo si è sviluppata, soprattutto in America, una vasta letteratura. Che si è occupata con particolare intensità appunto degli ospedali, delle scuole, degli eserciti e dei tribunali. Il processo è avvenuto in parallelo con la professionalizzazione di tali entità organizzative. In particolare la sociologia dell’ospedale generale ha avuto un grande sviluppo in America; l’ospedale è stato esaminato soprattutto sotto l’aspetto del contrasto che si creava in questa entità sociale tra burocrazie propriamente dette e professionisti che vi lavorano. Nell’ospedale è stato studiato particolarmente il contrappunto tra professionisti e amministrativi nel senso che si è indagata la relazione tra professionisti e gli impiegati che curavano l’amministrazione dell’ente.

Com’è la situazione oggi? Le organizzazioni professionali hanno preso in larga parte il posto delle burocrazie propriamente dette. L’ospedale appunto è stato considerato come lo sviluppo naturale delle burocrazie professionali che oggi, a mio parere, dominano la scena, con entità particolarmente importanti nei singoli contesti come per esempio gli eserciti professionali.  Quest’ultima entità oggi particolarmente diffusa (anche in Italia l’esercito professionale ha sostituito quello basato sulla leva) domina il proscenio creando una forza idonea a far fronte allo sviluppo delle tecnologie all’interno di queste organizzazioni.

L’importanza di tale forma organizzativa è oggi evidente. E essa sembra destinata a diventare sempre più rilevante. Questa è la principale ragione per cui l’avvenire del mondo professionale sembra fondarsi sullo sviluppo che esse assumono in tutti i paesi avanzati.  Tale fenomeno segna anche la possibilità di prevedere che tali burocrazie costituiranno un fattore fondamentale del mondo di domani. Coloro che hanno visto nelle professioni una forza in decadenza, devono oggi ricredersi. In realtà, mentre la libera professione è in declino, questo tipo di organizzazione continua a espandersi in tutte le società contemporanee. Per questa ragione l’avvenire del lavoro intellettuale è sempre più legato alle organizzazioni professionali. Possiamo vedere il fenomeno attorno a noi con chiara evidenza. Max Weber non poteva intuire nel 1919 questa situazione. Essa però si è imposta da sola, seguendo le esigenze dei grandi servizi moderni che connotano gli assetti oggi imperanti.

Si deve prendere atto di questo sviluppo che da un lato porta a ritenere che le professioni siano tuttora un elemento fondamentale delle società odierne, dall’altro che le professioni cosiddette liberali piegano sempre più verso questa modalità di esercizio.

Gennaio 2019

Sull’articolo di Alessandro Baricco dedicato alle élite. Com’è lontano dalla realtà!

La teoria delle élite ha avuto una fase classica con autori come Mosca, Pareto, Michels, Ferrero e altri. Qual era l’assunto fondamentale di questi interpreti? Che in tutte le società nasce una élite, cioè un gruppo di persone che interpretando i bisogni e i valori collettivi trae da ciò una posizione sociale privilegiata.

Alcuni contributi attuali trasformano la tradizionale teoria delle élite in una critica radicale di queste, nel senso che le classi dirigenti di oggi non avrebbero interpretato i bisogni delle masse  e di conseguenza queste ultime  pensano di poter operare senza di esse.

Un articolo di Alessandro Baricco apparso su La Repubblica di venerdì 11 gennaio 2019 col titolo “E ora le élite si mettano in gioco” propone tale contestazione nel modo seguente: l’uomo nuovo abbatte il sapere delle élite che perciò rimangono escluse dai processi di cambiamento del nostro tempo. Mi riferirò a questo articolo per analizzare le idee che vi sono contenute. Baricco le espone fin dalle prime righe: “Dunque, riassumendo, è andato in pezzi un certo patto tra le élite e la gente di adesso, la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un’ insurrezione, non ancora. E’ una sequenza implacabile di impuntature, di mosse impreviste, di apparenti deviazioni dal buon senso se non dalla razionalità. Ossessivamente la gente continua a mandare, votando e scendendo in strada, un messaggio molto chiaro e vuole che si scriva nella Storia che le élite hanno fallito e se ne devono andare.” Secondo Baricco esse sono formate da medici, insegnanti universitari,  sindaci delle città, dirigenti d’azienda, broker, giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che “stanno nei consigli di amministrazione” e una buona parte di quelli che agli stadi vanno in tribuna, tutti coloro che hanno più di 500 libri in casa, ecc.

Queste affermazioni di Baricco mi trovano d’accordo per quanto riguarda i politici, ma non gli altri soggetti sociali indicati dall’autore. Se si esamina il quadro complessivo della situazione bisogna ammettere che gli argomenti addotti da Baricco sono sbagliati e tendenziosi. Vedremo perché. Al di fuori del rapporto con i politici, che è effettivamente molto critico, quello della “gente” con i soggetti elencati da Baricco, attualmente, non è affatto di contrasto, ma anzi di rispetto e talvolta di ammirazione.

I medici: dove vede Baricco l’antinomia di questa categoria rispetto alla “gente”? Sono gli applicatori dell’evidente avanzamento della medicina nella lotta contro le malattie, perché la gente dovrebbe disprezzarli? Quando qualcuno si ammala va dal medico, non dallo stregone e questo mi sembra un atteggiamento opposto rispetto a quello narrato da Baricco.

I docenti universitari: dove constata l’autore la contrapposizione rispetto alla gente? Le università col postindustriale sono diventate centri di ricerca scientifica, necessaria per una produzione competitiva. Come possono essere invisi al pubblico coloro che, bene o male,  le fanno funzionare?  E quali sono i casi in cui tale ostilità si sarebbe manifestata?

Gli ingegneri: sono oggi molto importanti. Si tratta delle persone che, insieme con gli astrofisici, hanno portato l’uomo sulla luna e lanciato la sonda Insight su Marte; che costruiscono edifici e manufatti che distinguono il XX secolo da tutti i precedenti. Come li possiamo considerare invisi alla gente? Lo stesso si dica per gli architetti, i migliori dei quali sono addirittura chiamati “archistar” per sottolineare la loro eccellenza.

I giornalisti: il pubblico pensa davvero che siano un elemento negativo nella società odierna o invece un tramite provvidenziale verso le notizie che contano?

I manager e dirigenti d’azienda: come potrebbero le grandi e  medie imprese funzionare senza la guida di tali soggetti che ne curano l’amministrazione e le strategie?

Non voglio parlare dei sindaci delle città e di coloro che possiedono più di 500 libri perché l’arbitrarietà di queste indicazioni è troppo evidente.

Ma l’errore in cui è caduto Baricco è plateale quando si consideri il rapporto del pubblico con gli autori di canzoni popolari, i cantautori, i cantanti, i direttori d’orchestra, i calciatori, i migliori sportivi e simili. Come si spiegherebbero i concerti di massa e le partite alla quale assistono migliaia di persone se non ci fosse un rapporto di simpatia tra il pubblico e questi personaggi?

Quanto sostiene Baricco è dunque contraddetto dalla realtà. E’ pericoloso affidarsi a un’ ipotesi ideale quando si parla d’ un fenomeno sociale, occorre stare ai fatti. Questi ultimi danno torto a Baricco, all’infuori, come già detto, del rapporto tra la “gente” e la politica. Perché i politici non sono stati sempre in grado di affrontare i problemi, né corretti e onesti, e perché non è ancora stato trovato un nuovo modo far funzionare la democrazia. Tale istituzione sta cercando altre forme, altri equilibri, una maggiore partecipazione dei cittadini. Certo è ancora tra tutte le modalità di gestione della società la migliore. Ma ogni proposta di miglioramento presenta grosse difficoltà. Perciò i politici sono più esposti ad errori, sbandamenti e deviazioni degli altri membri della cosiddetta élite.

Baricco adduce come argomento delle sue tesi anche l’Unione Europea. Ma chi può affermare che ciò che i popoli del vecchio continente hanno realizzato sia tutto da disprezzare? In fin dei conti oggi in Europa si vive meglio che altrove. E ciò prova che  l’Unione Europea ha già ottenuto qualcosa di buono.

Costruita su tali presupposti la teoria antielitaria di Baricco non sta in piedi, e il suo appello a un miglioramento radicale del comportamento delle attuali élite appare retorica. I fatti dicono che i passi in avanti della condizione umana sono sempre faticosi, ma in ogni caso appaiono in gran parte dovuti proprio alle élite. L’enorme avanzamento della conoscenza che si è realizzato dopo il secondo conflitto mondiale è dovuto appunto a quei gruppi umani che Baricco chiama élite, i quali restano tuttora una promessa di ulteriori sviluppi culturali e sociali.

Gennaio 2019.

COMMENTO AL SAGGIO DI JONATHAN HASKEL E STIAN WESTLAKE “CAPITALISMO SENZA CAPITALE. L’ASCESA DELL’ECONOMIA INTANGIBILE”, Franco Angeli 2018

E’ un saggio molto importante perché descrive un mutamento fondamentale del capitalismo occidentale che sta avvenendo nel XXI secolo. Si può capirne la natura utilizzando il seguente concetto: i paesi più avanzati hanno cominciato a investire di più in settori intangibili, come design, ricerca e sviluppo, arti visive, iniziative culturali, musica, spettacolo, ecc. che in macchinari, edifici e simili; stanno passando dal puro e semplice investimento di denaro in oggetti materiali, a quello centrato su fattori immateriali. Non è difficile collegare questa variazione all’idea base della società postindustriale, che già alcuni decenni or sono faceva derivare la produzione avanzata dalla conoscenza scientifica anziché dal solo impiego di denaro. Ma quel concetto viene ora portato all’estremo, lo si intende come  dipendenza del valore aggiunto da fattori culturali più che economici in senso stretto.

Il saggio di Haskel e Westlake (il primo professore di economia presso lo Imperial College di Londra, il secondo service follow di NESTA, la fondazione inglese che si occupa di innovazione) indaga il cambiamento avvenuto soprattutto a livello del tipo di investimenti che “è stato possibile osservare negli ultimi quarant’anni”. Bisognava capire, dicono gli autori,  come e quanto le imprese investissero per costruire la capacità proattiva futura. Oggigiorno, dicono ancora, la maggior parte degli investimenti è intangibile, ossia in ricerca e sviluppo, progettazione, formazione, produzione aziendale originale, eventi culturali, nuovi processi aziendali. Nel saggio tale processo viene narrato attraverso esempi paradigmatici tratti da aziende, ma anche a livello delle sue conseguenze. Queste ultime sono molteplici. Per esempio la transizione verso strutture informatiche migliori,  informazioni più ricche di quelle indicate nei bilanci aziendali,  cambiamenti nel programma nelle politiche pubbliche,  sviluppo delle telecomunicazioni, entità della spesa per la ricerca scientifica, ecc.

Tutto ciò è molto importante, ma a me sembra che gli snodi principali del cambiamento stiano nella ricerca scientifica, nelle aziende creative, nelle conseguenze che il nuovo corso sta avendo sulla competizione tra USA e Cina, le maggiori potenze economiche presenti sulla scena in questo secolo.

Nel nuovo capitalismo la ricerca scientifica diventa essenziale, chi non la pratica rimane escluso dalla competizione economica che è incessante e spietata. Le istituzioni dove essa viene effettuata sono indispensabili per l’economia di ogni potenza che voglia aspirare al primato. E’ direttamente collegabile a questo fattore un forte sviluppo delle professioni e in particolare delle attività volte ad applicare i risultati della ricerca ai problemi dell’esistenza e dell’economia. L’ascesa sociale del mondo professionale e la nascita di nuove forme professionali sono legate alla ricerca intesa come fattore di innovazione competitiva.

Quanto alle aziende creative, esse sono identificabili in gran parte nelle start up , ma anche con quelle imprese che partendo da un’idea iniziale che altri non hanno diventano in breve tempo le prime in un settore economico, il che è ormai assodato avvenire anche in Italia benché spesso ostacolato dalla burocrazia e della politica. Ed è su questo elemento che si fonda sostanzialmente lo sforzo di superare le crisi dei sistemi e di ovviare alle deficienze presenti in questi ultimi.  In altre parole essere i primi nelle classifiche dei migliori diventa importantissimo.

L’ultimo aspetto  si sta già rivelando come il tratto storico distintivo del XXI secolo. La gara tra USA  e Cina nella presente fase è infatti in pieno svolgimento. E’ un conflitto senza esclusione di colpi, dal cui esito dipenderà la piega economica che assumeranno i decenni prossimi. Esso si attua non solo nell’affannosa ricerca di metodologie, processi e prodotti nuovi,  ma anche nel continuo tentativo di “copiare” le acquisizioni altrui attraverso lo spionaggio industriale. E con investimenti in ambiti conoscitivi originali, dalle cellule staminali alle esplorazioni spaziali, dalla lotta contro le malattie alla cura dell’ambiente, dalla produzione di alimenti di nuovo genere al risparmio delle acque per assicurare la vita sul pianeta Terra. L’insegnamento che quest’ultimo fattore rilascia forse più degli altri è che non è più possibile dormire sugli allori, vivere di rendita e rimanere inerti. Tutti sono costretti ad uno sforzo competitivo inesorabile, e ciò rende la vita più faticosa anche se l’esperienza collettiva ne uscirà migliorata. Cina e USA si confronteranno accanitamente? Sono gli esempi di un costume generale che tutti, consapevolmente o meno, stanno imitando. Con la speranza che questa forma di conflitto rimanga circoscritta al campo economico e non si estenda alla guerra che sarebbe una tremenda catastrofe per tutti.

Gennaio 2019

I BENETTON. UN SUCCESSO MONDIALE DALL’ECONOMIA INDUSTRIALE A QUELLA POSTINDUSTRIALE

La famiglia Benetton comincia la sua attività nel mondo economico italiano negli anni ’50 e ’60 del XX secolo, durante l’ultimo tratto della società “industriale” E’ un esordio manifatturiero fondato sulla produzione e la vendita di maglioni colorati a livello familiare.

La fine del periodo industriale si situa in Italia tra lo scorcio del decennio ’70 e l’inizio degli ’80. Erano apparsi negli anni conclusivi del decennio ’60 e l’inizio dei ’70 opere importanti sulla società postindustriale come The coming  of the postindustrial society di Daniel Bell e La société postindustrielle  di Alain Touraine. Quando ebbe luogo l’ingresso dei Benetton  nell’assetto economico italiano il postindustriale non era ancora apparso ma all’orizzonte dell’economia e della cultura vi erano alcuni indizi del suo prossimo avvento.

Le indicazioni che seguono dimostrano, credo sufficientemente, anche se carenti di molti passaggi, il transito dei Benetton da un’attività manifatturiera ad un forte impegno nei servizi, prima attraverso la società di ristorazione Autogrill e successivamente nelle Autostrade.

  1. I fratelli Luciano e Gilberto Benetton acquistano una macchina per maglieria con la quale la sorella Giuliana confeziona in casa i maglioni che Luciano vende porta a porta. Nel 1961, parecchi anni dopo l’inizio, si apre ai Benetton il mercato romano, con vendite inaspettate che portano l ‘azienda ad un livello transfamiliare.
  2. Avviano una fabbrica di maglieria a Ponzano Veneto, località che diventa la sede ufficiale del gruppo. Segue l’apertura dei negozi che vendono i prodotti Benetton in molte città italiane e altrove.
  3. I Benetton acquisiscono la Compagnia de Tierres Sud Argentina, circa 10.000 chilometri quadrati dedicati all’allevamento di pecore.
  4. Acquistano la società Autogrill attiva nel settore della ristorazione autostradale. E’ un’azienda di servizi che possiede un vasto patrimonio immobiliare (i ristoranti sulle autostrade ecc.). Essa apre ai Benetton un nuovo campo d’azione. Viene quotata alla borsa di Milano ed è controllata da Edizione s.r.l. finanziaria della famiglia che ne detiene il 50,1% del capitale sociale.
  5. Autogrill acquisisce il 100% di HMS (Host Marriot Service), leader in America nella ristorazione negli aeroporti, nelle autostrade, nelle grandi stazioni e nei centri commerciali, diventando il primo operatore mondiale nel settore della ristorazione per chi viaggia.
  6. Autogrill acquista il 70% di Receco, società spagnola di ristorazione presente nelle stazioni ferroviarie di Madrid, Siviglia e Cordova. Nello stesso anno la HMS acquisisce la SMSI Travel Centres INC, gestrice dei servizi di ristorazione nelle principali autostrade dell’Ontario.
  7. I Benetton diventano i maggiori azionisti di Atlantia S.p.A., già Autostrade S.p.A, presente nel settore delle infrastrutture autostradali, con 5000 Km. di autostrade in Italia, Brasile, Cile, India ecc.
  8. Con l’acquisto della quota di maggioranza di Anton Airfood, terza società di ristorazione aeroportuale nordamericana, Autogrill acquisisce una quota sostanziale della ristorazione aeroportuale in Europa e fonda la HMS HOST Europe.
  9. Rileva il 44,9% di Steigenbergher Gastronomie presente nell’aeroporto di Francoforte .
  10. Autogrill entra nel mercato russo costituendo Autogrill Russia che gestisce la ristorazione nell’ aeroporto di San Pietroburgo.

E’ evidentemente uno sviluppo che va dal campo manifatturiero a quello dei servizi.

Con Autogrill i Benetton devono fronteggiare servizi complessi (ragion per cui questi posso essere definiti super servizi) implicanti un’ampia discrezionalità funzionale e l’uso di mezzi (edifici, personale, cultura gastronomica, ecc.) adeguati alle funzioni.

Con l’ingresso dei Benetton nel settore autostradale si passa da super servizi a iper servizi, dato che le attività diventano molto complesse, rischiose e costose perché implicano la manutenzione delle autostrade. Esse sono regolate da accordi con gli enti proprietari delle autostrade, che stabiliscono i pedaggi, gli obblighi gravanti sui gestori e i diritti di controllo sulla gestione riservati all’ente concedente.

Alla fine di questo itinerario il gruppo Benetton realizza un vero e proprio impero sostenuto dai capitali d’una società finanziaria  la Holding Edizione.

Osserviamo:

E’ quasi impossibile un caso analogo a quello dei Benetton che partendo da basi così modeste giungono a traguardi tanto elevati.

Nel saggio Famiglia, management e diversificazione, storia della Holding Benetton, 1986-2016 Andrea Colli scrive: “Se si scorre un qualsiasi elenco delle principali società italiane, non è per nulla facile trovarne un’altra simile, capace di una così rapida ascesa ai vertici della classifica”.

Muore nell’ottobre 2018 Gilberto Benetton, probabilmente l’ispiratore dell’ingresso dei Benetton nei grandi servizi. E in seguito al crollo del ponte Morandi di Genova si profila la possibilità d’un conflitto tra i Benetton e lo Stato Italiano. Sono in condizione i Benetton di fronteggiare questa evenienza? La statura economica e organizzativa raggiunta dal gruppo fa propendere per una risposta affermativa. Nel 2019 si vedrà se tale previsione è attendibile o meno.

L’intera vicenda dei Benetton è paradigmatica del passaggio da una fase “industriale” ad una “postindustriale” condotta con un’abilità non comune in settori diversi, manifatturiero e servizi, questi ultimi tipici del postindustriale. La fortuna dei Benetton non è casuale ma frutto dell’interpretazione intelligente d’un mutamento epocale che i Benetton  hanno affrontato con tempestività e adeguatezza di mezzi.

Com’è noto l’assetto postindustriale è fondato sui servizi oltre che su un nuovo rapporto tra conoscenza scientifica e produzione. Le strategie dei Benetton hanno interpretato, appunto, il mondo dei servizi attraverso Autogrill e Autostrade. E’ difficile non vedere in questo passaggio la chiave di volta della fortuna della famiglia Benetton fino alla situazione attuale che è quella d’un  grande complesso economico costruito partendo da un’industria familiare di maglioni fino alla complessità e al potere attuale. Nell’ascesa dei Benetton vi è ben poco di casuale, molto invece è legato all’interpretazione dei mutamenti economici e culturali  accaduti nella seconda metà del XX secolo. Ciò fa del gruppo un esempio da imitare anche se la riproduzione di tale successo è molto difficile.

Gennaio 2019

DANTE ALIGHIERI RIVISITATO. L’UMANIZZAZIONE DEL GRANDE POETA

Di Dante giovane conoscevo il ritratto che ne ha fatto Marco Santagata nel romanzo Come donna innamorata, pubblicato da Guanda Editore nel 2015. Santagata porta l’attenzione del pubblico su un aspetto altro rispetto alla venerazione agiografica data da critici e letterati al personaggio. Per esempio sul rapporto tra il giovane Dante e Guido Cavalcanti, più anziano di lui, ricco e poeta-filosofo riconosciuto, che trattava Dante con sufficienza e gli rivelava che l’amore non è quello che il poeta esordiente pensava ma vera “sofferenza” dello spirito. Dante era solo il figlio d’un modesto usuraio, Guido il rampollo d’una famiglia aristocratica e personaggio già famoso. Altro esempio: l’incontro di Dante giovane con Bice Portinari, la donna per la quale l’Alighieri scrisse Vita Nova, sposata poi con Simone Dei Bardi e morta nel 1290. Ancora: il padre di Dante vorrebbe fare di lui un commerciante, ma Dante incontra Brunetto  Latini che gli rivela la cultura classica e la filosofia del tempo.

Domanda: quella di narrare Dante giovane in un romanzo è stata un’operazione meritoria o un affronto fatto al grand’uomo da tutti riconosciuto come tale? A mio parere la risposta è che si è trattato di un’alternativa geniale,  perché fa conoscere Dante giovane come persona, con le sue debolezze, impacci, epilessia, senso d’inferiorità e così via. Il che ci fa capire chi egli fosse veramente al di là delle celebrazioni convenzionali posteriori.

Ecco ora il saggio di Chiara Mercuri  Dante. Una vita in esilio (Laterza, 2018). In quest’opera viene descritto con dovizia di particolari l’esilio di Dante dopo la presa di potere su Firenze di Corso Donati, capo dei Neri, alleato con papa Bonifacio VIII. Siamo nel 1301. Dante appartiene alla fazione opposta ed è stato priore. Dopo vari tentativi falliti di rientrare in Firenze, Dante è costretto all’esilio. Una decina di anni dopo il poeta descriverà così nella Commedia – Paradiso XVII 55-69  – la crudele natura dell’esilio:

Tu lascerai ogni cosa diletta

più caramente e questo è quello strale

che l’arco dello esilio pria saetta.

Tu proverai  di come sa di sale

lo pane altrui e come è duro calle

lo scendere e salir per l’altrui scale.

Conosciamo ora quella fase della vita di Dante che Mercuri tratta con molta efficacia, e che considera il poeta come uomo nel suo disagio interiore di fronte alla sventura che lo ha colpito. Da questo travaglio nasce la Divina Commedia. In ciò sta l’originalità del saggio, aver desunto dal dolore di Dante esiliato la grande opera poetica.

Chi fu dunque Dante visto in questa luce? Un uomo che scelse “un tipo d’impiego che lo mantenesse all’interno del suo ambiente, nelle corti, dov’era in grado di fornire conoscenze erudite, di redigere lettere in latino e di imbastire relazioni diplomatiche” (pag. 83). Da ciò deriva secondo Mercuri la situazione in cui Dante viene a trovarsi, d’ essere cioè a servizio di potenti famiglie che lo ospitano per quel tipo di prestazioni, appunto, mantenendo però una propria dignità intellettuale. La prima famiglia fu quella dei Malaspina di cui era a capo Moroello Malaspina. In questa fase Dante concepisce un disegno di tale importanza, la Commedia,  che a suo giudizio una volta conosciuta, costringerà Firenze a richiamarlo dall’esilio. Si getta nell’impresa titanica con l’intenzione di dimostrare che è veramente un sapiente il quale rivendica a se stesso una stima che  risolve l’infelice stato in cui si trova. Presso Moroello Malaspina, Cangrande della Scala (Dante starà presso questo potente dal 1316 al 1318) e i da Polenta a Ravenna, dove il poeta risiederà fino alla morte avvenuta nel 1321.

Non possiamo che essere grati a Marco Santagata e Chiara Mercuri di avere descritto la personalità giovanile e matura dell’uomo Dante Alighieri perché da questa  è derivata l’opera più importante della nostra letteratura, e possiamo leggerla senza l’ipoteca posta su essa dalla critica ufficiale.

Dicembre 2018

SUL SIGNIFICATO CULTURALE DELLA SONDA INSIGHT INVIATA SU MARTE DALLA NASA

La sonda Insight è arrivata su Marte e ha cominciato a trasmettere informazioni scientifiche, la cui importanza è evidente. Questo articolo sostiene che oltre a dare tali informazioni la sonda ha provocato anche una svolta “culturale” non ignorabile che è necessario analizzare. Mi occuperò di questo secondo aspetto cercando di sintetizzare i contenuti che esso a mio avviso assume, nel nostro tempo in cui essi non sono ancora evidenziati.

Anzitutto il pianeta rosso è una conferma che nella realtà non esiste alcuna entità assoluta, che tutto è condizionato, che non c’è nell’universo qualcosa di totalmente autoreferenziale. La sonda infatti ha permesso di vedere l’ aspetto “attuale” di Marte ma anche di capire le trasformazioni che il pianeta ha subito nel tempo in seguito ai fenomeni cosmici che lo hanno investito. Ha visto come questi fenomeni abbiano condizionato la sua natura, come accade nella vita umana e in ogni oggetto dell’universo. La visione relativistica della cultura e dell’etica esce rafforzata dal successo di Insight.

La sonda ha fatto capire che ogni interpretazione animistica e mistica della realtà è priva di fondamento. Cos’è un’interpretazione animistica? Credere che il monte, il vulcano, il fiume, la foresta e così via abbiano un’anima, uno spirito che ne agita l’esistenza e fa di essi dei protagonisti capaci di influire sugli esseri viventi. Niente di ciò su Marte, solo rocce e deserti, forse bacini d’acqua sotterranei nei quali si spera di trovare qualche forma elementare di vita. La concezione animistica della realtà è stata dunque sfidata dalla sonda Insight e ancor più tutte le fantasie costruite sul pianeta rosso nel ventesimo secolo, l’esistenza di “marziani” aventi cultura più avanzata della nostra, possibili aggressori della Terra. Tali fantasie non hanno ormai ragione di impaurire gli esseri umani e vengono dunque archiviate.

Il successo di Insight rafforza la cultura scientifica rispetto a quella filosofico-letteraria. Non nel senso che quest’ultima esca umiliata dalla felice conclusione dell’impresa spaziale (essa rimane a mio giudizio importante per la formazione intellettuale dei giovani e per la critica dei comportamenti), ma che la scienza ha dimostrato ancora una volta di ottenere (a differenza di altri mezzo di conoscenza) risultati concreti con conquiste che possono migliore la condizione umana. Insight è stata una conferma di quanto realizzato in occasioni precedenti, ma di tale importanza da eliminare ogni perplessità sull’argomento. L’avvenimento ha ribadito la capacità della scienza di raggiungere mete un tempo ritenute impossibili, un passo storico nell’itinerario che va dalla scoperta del DNA, allo sbarco dell’uomo sulla Luna, al prolungamento della vita umana, all’avvento dell’intelligenza artificiale, ecc. Questi successi attestano che la  scienza prevale su altri mezzi di conoscenza.  L’applauso con cui i tecnici e gli scienziati della NASA hanno accolto il successo di Insight ha significato, da un punto di vista storico, il riconoscimento della superiorità della via indicata quattro secoli fa da Galileo Galilei su quella intuitiva ed olistica preferita da una parte rilevante della cultura dei secoli successivi, in particolare dalla svolta  idealistica del diciannovesimo secolo che ha dato origine alle ideologie che hanno travagliato il ventesimo.

Il successo di Insight indica infine che sta avvenendo un rafforzamento della classe media “professionale” la cui attività è basata appunto sull’applicazione pratica delle scienze, rispetto ad altri raggruppamenti che tale fondamento non hanno. Scienziati e tecnici dopo l’arrivo della sonda su Marte acquistano, a mio parere, un peso culturale rilevante, anche se non immediatamente visibile, nel capitalismo avanzato e aprono la strada a ulteriori trasformazioni del ceto medio come forza sociale di avanguardia. La scienza dimostra di poter essere un elemento decisivo nei processi produttivi del capitalismo, un fattore propulsivo tuttavia già presente nel postindustriale.

Si vedrà nel prossimo futuro se questi eventi culturali saranno confermati o meno. Certo il loro accadimento è già un’indicazione  di ciò che potrà essere il futuro dell’umanità. Si può dire che l’arrivo di Insight su Marte fa guardare al futuro con un certo ottimismo e rafforza negli individui la volontà di vivere nelle condizioni migliori possibili.

Dicembre 2018

ECCO EMERGERE IL CETO MEDIO PROFESSIONALE – CONSEGUENZE PREVEDIBILI

La manifestazione di Torino del 10 novembre 2018 per la realizzazione del progetto TAV ha avuto significati ulteriori rispetto a quello politico. Il primo di questi significati è di avere messo in evidenza che il ceto medio ha oggi un carattere professionale molto accentuato, segno che il valore più importante è la competenza basata su una professionalizzazione che fa riferimento al modello storico delle professioni, di essere cioè attività specifiche basate su corpi di teoria formati dalle scienze che si apprendono nelle università o in altre scuole superiori.

Chiarisco il concetto: il ceto medio è sempre più composto da professionisti formati secondo il paradigma delle professioni,  graduato però nell’apprendimento e nella difficoltà di accesso secondo una scala che ha un livello alto, un livello intermedio e uno basso. La manifestazione di Torino ha offerto un esempio di tale composizione del  ceto medio che nel suo complesso, come già detto, è di essere largamente professionalizzato.

In articolo pubblicato da la rivista Il Mulino del 19 novembre 2018 (Viva le classi sociali!), immagine laterale SAVE THE MIDDLE CLASS, Marianna Melandri e Giovanni Semi sembrano condividere queste idee, con alcune specificazioni. La più importante è la seguente: “quelle che noi ostinatamente chiamiamo ancora le classi medie sono … una moltitudine di gruppi sociali diversi che i colleghi inglesi distinguono in “classe media di successo”, che raggrupperebbe il 25% degli inglesi ed è principalmente composta da manager e professionisti; “classe media tecnica”, un piccolo gruppo (6%) di persone del mondo della ricerca, della scienza, delle occupazioni tecniche; e infine i nuovi “lavoratori benestanti” un 15% di nuove professioni molto simili ai nostri artigiani più solidi (ingegneri, agenti immobiliari, lavoratori autonomi benestanti).”

Questa classificazione può essere accettata purché si tenga presente che tutti e tre questi gruppi si ispirano in sostanza al modello classico delle professioni, nel senso che hanno come base un sapere specifico fondato su corpi scientifici di teoria, più o meno difficile, complesso, implicante un tempo lungo o breve di apprendimento, acquisibile nelle università o in altre scuole superiori. Io previdi tale trasformazione nei saggi:  Forze sociali emergenti:, quali perché, 1988 e La rinascita del ceto medio, 2011.  Nel primo di questi saggi introducevo il concetto di “forze” sociali derivato dalla fisica, applicato alle categorie professionali; nel secondo il passaggio del raggruppamento da una forma precedente avente carattere economico a una forma attuale conoscitivo-professionale.

Conseguenze di questa mutata struttura dei raggruppamenti sociali o classi, comprendente anche i “ceti”  nei quali prevale l’elemento prestigio su quello economico. L’individuazione delle conseguenze può essere tentata nei termini seguenti:

Le prossime elezioni dovranno tenere ben presente il ceto medio considerato nella forma attuale. Ciò è particolarmente importante per quanto riguarda le elezioni europee del maggio 2019. La forza politica che riuscirà a convincere il ceto medio professionalizzato avrà sicuri vantaggi nella competizione elettorale.

La competenza assumerà nel futuro un valore crescente. Chi non è competente in qualche ramo del mondo produttivo non avrà accesso alla rete occupazionale, alias coloro che non hanno competenze specifiche non otterranno un buon posto nella società veniente.

Diventano sempre più essenziali istituzioni come le università, i centri di ricerca, i corsi di professionalizzazione, gli stages con cui si può diventare esperti in un determinato settore dello scibile, tutte le forme di utilizzazione del sapere scientifico, dai più difficili e complessi a quelli più semplici. Perciò queste istituzioni dovranno essere aiutate e potenziate fino al limite del possibile, perché costituiranno il tramite più sicuro per l’affermazione individuale nella società.

Il ceto medio professionale sarà il vero protagonista della cosiddetta Gigabit Society (5 G) consistente in una iperconnessione destinata a sconvolgere le abitudini quotidiane, ma anche la produzione e i servizi, di cui quel ceto già ora è il principale animatore. Questo forma di società godrà di un tempo di latenza tra domanda e risposta infinitamente inferiore all’attuale. La nuova rivoluzione, si sostiene,  vedrà le prime applicazioni nel 2019, ma sarà il 2020 l’anno di svolta per la diffusione della rete 5G.  Si prevede che le realizzazioni del 5G saranno per esempio automobili in grado di dialogare con altre automobili o con la strada, operazioni chirurgiche eseguite a distanza e così via, creando di fatto una vita sociale iperveloce, molto diversa e migliore rispetto a quella attuale. Il ceto medio professionale sarà prevedibilmente un protagonista della trasformazione.

Novembre 2018

NOTE SULL’ESERCITO EUROPEO. MACRON E MERKEL INSIEME PER UN’EUROPA INDIPENDENTE.

Da molto tempo il Presidente francese Emmanuel Macron porta  avanti il progetto d’una forza armata europea. Macron pensa che l’esercito europeo dovrebbe essere a guida francese e ribadisce il concetto: gli europei non possono proteggere i propri interessi se non si dotano d’un esercito europeo che li protegga dalla Russia, dalla Cina e anche dagli Stati Uniti che con Donald Trump diventa  un potenziale avversario dell’Europa stessa. La Francia, pensa ancora Macron, possiede anche i presupposti industriali per dirigere l’esercito europeo, oltre che essere l’unico paese europeo che possiede la bomba atomica.

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 18 novembre 2018 (intitolato Parigi vuole l’esercito europeo, la chance di correggere De Gaulle) Sergio Romano ricorda che la Comunità Europea di Difesa fu il sogno di Alcide De Gasperi. Col trattato firmato il 27 maggio 1952 da Belgio, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, questi paesi cercarono di attuarlo ma il documento non fu ratificato dall’Assemblea Nazionale Francese per ragioni di politica interna riconducibili a  De Gaulle. Da allora, scrive Romano, la CED riappare ora sulla scena politica ma viene patrocinata dal Presidente francese Emmanuel Macron. Romano capisce l’importanza dell’idea, ma nulla dice sulla possibilità di successo della medesima. Questo articolo sostiene invece che al giorno d’oggi tale possibilità esiste, anche se è soggetta a condizioni e ostacoli difficilmente prevedibili, in parte dovute ai movimenti sovranisti.

Le ragioni per cui il progetto di Macron sembra attuabile attualmente sono in sostanza le seguenti:

la Francia possiede i requisiti per portare a compimento il progetto sia perché è una potenza nucleare, sia perché ha le strutture produttive atte a sostenerlo.

L’unica potenza che avrebbe potuto realizzarlo in questi anni, la Germania, non lo ha fatto, ma ora Angela Merkel ha dichiarato che vuole attuarlo, come emerge dall’ultimo incontro di Macron con la Merkel, avvenuto in Germania il 18 novembre 2018.

Oggi il progetto si lega alla volontà di Francia e Germania di vincere la sfida delle potenze sovraniste, il che potrebbe avvenire con le elezioni europee del maggio 2019, in una data cioè a portata di mano.

Le difficoltà tecniche sono superabili anche se ciò richiede molto impegno e buona volontà.

Il progetto ha dunque delle chances di essere attuato, benché permangano numerose variabili che potrebbero farlo fallire. In un articolo apparso su La Repubblica lunedì 19 novembre (I principi feriti che difendono l’Europa) Ezio Mauro sostiene che “Tutto sembra congiurare contro l’Unione Europea. Ma dai leaders di Francia e Germania arriva un segno di battaglia: l’annuncio di un piano di riforme per rilanciare il progetto europeo”. “Da oggi sappiamo, e anche i populisti lo sanno, che sul Bundestag e sull’Eliseo non sventola bandiera bianca.” Se l’accordo Macron – Merkel sarà mantenuto, pare a di chi scrive, anche l’esercito europeo ha possibilità di essere realizzato e con esso l’affermazione della volontà europea di essere un’entità indipendente, tra i giganti che vorrebbero subordinarla ai loro interessi.

Non può essere ignorato che la creazione d’un esercito europeo potrebbe essere la premessa per una soluzione presidenziale del problema Europa, per la ragione che un esercito europeo richiederebbe un’autorità che lo diriga politicamente, e tale autorità potrebbe essere, appunto, un Presidente eleggibile dalla stessa Assemblea della Comunità Europea.