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Commento al saggio LA FARFALLA E LA CRISALIDE La nascita della scienza sperimentale di Edoardo Boncinelli di Gian Paolo Prandstraller

Il saggio che mi accingo a commentare  individua ed esamina due fasi del tentativo umano di conoscere la realtà. La prima è rappresentata dalla filosofia, la seconda dalla scienza sperimentale.

La domanda alla quale le due discipline hanno cercato di rispondere è la seguente: com’è fatta la realtà? La filosofia ha tentato di offrire una risposta attraverso intuizioni soggettive prive di prova, la seconda ha introdotto l’obbligo di provare con argomenti validi ciò che si afferma, ed ha rifiutato il metodo olistico della filosofia, cioè di spiegare il mondo in modo unitario e totalizzante con una proposizione inventata da un filosofo. Secondo l’autore l’inizio della scienza va posto nel 1600 ed è riconducibile a due protagonisti ben conosciuti, Galileo Galilei e Francesco Bacone.

Condivido l’assunto centrale del saggio, che vi è stato, quando è emersa la scienza sperimentale, un salto di qualità nel tentativo di conoscere la realtà. Questo salto ha fatto sì che la filosofia abbia perso il privilegio d’essere il mezzo cognitivo essenziale, perché la scienza ha dimostrato la sua superiorità appunto come metodo  più valido ed efficace, soprattutto per migliorare la condizione umana.

Nel riassumere l’ itinerario ricordato l’autore parte dalla filosofia dei primi pensatori, Talete, Anassimene, Anassimandro sottolinea il peso che ha avuto Aristotele nel portare a maturità le acquisizioni della filosofia, in particolare con i binomi causa/effetto e potenza/atto che saranno importanti anche per la scienza. Passa poi ai grandi filosofi del medioevo come Agostino di Ippona e Tommaso d’Acquino, per arrivare agli interpreti del pensiero rinascimentale come Nicola Cusano, Marsilio Ficino, Lorenzo Valla, Bernardino Telesio, Pico della Mirandola che “hanno contribuito ad agitare le acque della conoscenza filosofica del loro tempo”. In tutte queste esperienze fu centrale il ruolo della filosofia.

“Nella sua poderosa opera The invention of science, Donald Wootton è più esplicito sui limiti temporali di tale evento” . “La scienza moderna sarebbe stata inventata tra il 1572, quando Tycho Brahe  vide una nova, cioè una nuova stella nel firmamento, e il  1704 quando Newton pubblicò la sua ottica che dimostrava come la luce bianca sia composta da tutti i colori dell’arcobaleno”. A mio parere la datazione dell’avvio del nuovo metodo è in fondo un dato secondario. L’importante è capire in cosa consisteva.

La base del metodo  era costituita dall’osservazione, aiutata dalla matematica,  considerata da allora come un sostegno fondamentale per la scienza. L’ approccio innovativo è stato sostenuto dall’esperimento, cioè dalla riproduzione in laboratorio dei fenomeni naturali. Si constata di seguito un’evoluzione storica della scienza. Uno degli snodi fondamentali del pensiero scientifico è la meccanica quantistica derivata dalla scoperta di Planck all’inizio del secolo XX. Questa disciplina rivela che l’energia viene emessa in pacchetti e non a caso. I problemi suscitati dalla meccanica quantistica sono molti, tutti orientati contro la concezione olistica della realtà, che la meccanica quantistica vede come scorrente, mutevole, mai definitiva. Siffatta concezione sostituisce il concetto di “probabilità” a quello di certezza,  fondamentale nella  fisica classica. Nel XX secolo, sostiene Boncinelli, si nota questa rivoluzione. A mio avviso, soprattutto nella seconda parte di quel secolo, quando si fanno largo nella cultura tre discipline fondamentali, la meccanica quantistica appunto, la termodinamica e la cosmologia. In conclusione il pensiero filosofico viene superato nel secolo XX dai continui successi del pensiero scientifico fino ai nostri tempi.

Nella visione di Boncinelli all’inizio del ventunesimo secolo la scienza si presenta come l’elemento principale dello sviluppo umano ed è difficile, a mio parere, negare questa tesi che costituisce la base profonda della proposta occidentale e oggi sostiene il confronto tra Stati Uniti e Cina sul quale si articolerà probabilmente la prevalenza dell’uno sull’altro o sperabilmente la possibile intesa tra i due di unire gli sforzi per migliorare il mondo anziché competere per un primato distruttivo. Questa  collaborazione poterebbe portare a ulteriori sviluppi la scienza succeduta alla filosofia nella conoscenza della realtà. Sarebbe un bene per tutti.  Questo approdo mi sembra auspicabile per il benessere del pianeta che ha un estremo bisogno della scienza per migliorare la propria condizione e per dare nuovi spazi alla vita umana.

Ottobre 2018

UN PRESIDENTE PER L’ UNIONE EUROPEA NEL 2019?

Nei primi decenni del XXI secolo due situazioni problematiche di grande spessore emergono nel mondo occidentale. La prima riguarda il conflitto tra USA e Cina. Tale conflitto è diventato sempre più evidente negli ultimi anni. Esso domina ormai la politica estera e commerciale del Presidente Tramp che vede nella Cina il principale avversario degli USA e negli USA l’unica potenza economico politica che può contrapporsi validamente alla Cina.

La seconda consiste nell’avanzata del cosiddetto populismo nel mondo e particolarmente in Europa dove grandi movimenti si contrappongono ormai apertamente all’attuale struttura della UE e ne minacciano gli equilibri  per affermare un’idea d’Europa diversa rispetto alla forma attuale.  A quanto pare nelle elezioni europee del maggio 2019 vi sarà un tentativo dei populisti di rovesciare gli equilibri nella nuova Commissione e nel nuovo Parlamento e qui sta il problema: quale assemblea emergerà da questa prova di forza dei populisti?

E’ opinione di chi scrive che la situazione conflittuale emersa nella UE potrebbe essere sbloccata introducendo un elemento nuovo, cioè un Presidente simile a quello americano, un capo dell’esecutivo al quale siano attribuite le funzioni appartenenti a quest’ultimo in primo luogo la direzione delle forze armate di cui la UE aspira a dotarsi. Con l’avvento di un Presidente  l’UE potrà acquistare una ben diversa configurazione rispetto a quella attuale e gli attuali conflitti potranno essere mediati dalla figura presidenziale.

Come eleggere un Presidente? La parola a questo punto passa ai costituzionalisti che possono suggerire una modifica in senso presidenzialistico dell’attuale Unione Europea. Come ciò può avvenire non mi è chiaro, forse attraverso un referendum da indirsi partendo da un Comitato che ne proponga l’attuazione? O in altra maniera?

Non è impossibile che rendendo la UE un insieme  funzionale perché basato su un potere presidenziale possa essere risolto l’attuale conflitto. L’esistenza di un Presidente potrà determinare le politiche dell’Unione e dare a quest’ultima quella omogeneità che  attualmente non ha.

Per ora tutto questo non è che un’idea  ma perché non provare ad attuarla? Certamente esistono gli uomini (o l’uomo) che può aspirare alla funzione di Presidente e che già stanno pensando di  incarnare questo nuovo ruolo in maniera tale da trasformare l’Unione Europea in un’entità dotata di poteri adeguati all’ordine internazionale che è alle porte. Mi sovviene il nome del Presidente francese Macron. Forse ciò rientra nel disegno politico del personaggio?

Ottobre 2018

SUL PIACERE NELLA SOCIETA’ INDUSTRIALE AVANZATA. IL PRIMATO DEL PIACERE SESSUALE

Il  concetto che cercherò di sviluppare in questo articolo è il seguente: il godimento sensoriale e intellettivo chiamato comunemente “piacere” nelle società industriali e postindustriali non è visto con sospetto e perfino con ostilità come in precedenza accadeva, ma come elemento necessario allo sviluppo e alla completezza della condizione umana.

Sulla storia del piacere come parte dell’etica ricorderò solo i nomi di Aristippo di Cirene e di Epicuro. Questi pensatori vissuti  attorno al IV secolo a.C. capirono che il piacere non è solo compiacenza verso il desiderio, ma anche e soprattutto elemento necessario per poter esistere.  Ecco la grande rivelazione fatta dai due filosofi che viene riscoperta e valorizzata dalla moderna società industriale  divenendone uno dei fondamenti.

Vediamo perché:

  1. Perché questa società ha dato il massimo valore al “lavoro” che è di per sè faticoso e quindi richiede una compensazione adeguata sul piano edonistico. Per tale motivo il piacere diventa fattore essenziale per il lavoratore, non più elemento etico, ma contenuto inevitabile della vita stessa.
  2. L’uomo attuale capisce razionalmente che di regola noi viviamo ogni giorno aspettando la nostra dose di piacere come fosse qualcosa di dovuto per sopportare le fatiche e le tensioni inevitabili nella vita. Questa acquisizione mentale è di tale importanza che modifica la legittimità del piacere rispetto alla fase precedente. Ogni concezione punitiva di se stessi appare nel nuovo contesto incomprensibile, il termine sacrificio finalizzato alla trascendenza diventa incompatibile con la funzione esistenziale del piacere. Le culture basate sull’autopunizione diventano incomprensibili, appartenenti a un’altra epoca.

L’uomo odierno si domanda quali siano i piaceri per lui più importanti. Difficile ovviamente dare su ciò un giudizio uniforme, ma si può dire che in generale nella scala dei piaceri prevale nella società attuale il piacere sessuale. Le espressioni più tipiche della  cultura odierna hanno dato a questo piacere un posto preminente nel novero delle gratificazioni. Vediamo in esso una vera e propria risorsa esistenziale. Ciò traspare dalla letteratura, dal cinema, dalla pubblicità, dalla satira, dal gossip e perfino dalla conversazione quotidiana. Tali forme sono ormai permeate da questa species  di piacere che il pubblico richiede senza esitazioni e  viene offerto come una sorta di toccasana in ogni occasione. Il concetto di censura un tempo importantissimo ha perduto di fronte a questa tendenza  ogni virtualità ostativa.

Il piacere sessuale è  coronato da una fase che nessun altro piacere possiede, cioè l’orgasmo, la fase apicale del congiungimento sessuale. Dell’orgasmo tutto si sa da un punto di vista fisiologico, ma la sua essenza profonda rimane ineffabile,  estranea ad ogni descrizione. Perciò l’orgasmo può essere considerato il momento supremo del piacere, direttamente legato al fattore riproduttivo ma includente in sé una gamma infinita di gratificazioni sensoriali ed affettive. E’ una meta sognata da tutti, una finalità desiderata e auspicabile.

Il piacere sessuale non esclude alcun altro piacere né alcun’altra esperienza esistenziale;  apre anzi la strada a ulteriori vissuti perché completa la personalità umana, la salva dall’isolamento e la spinge ad avere fiducia in se stessa.

Il fatto che il piacere sia diventato un elemento portante dell’esistenza fa della cultura occidentale  quella più attraente tra le forme culturali esistenti. Le culture che si oppongono o combattono la cultura occidentale devono prendere atto che se non saranno capaci di assimilare a loro volta il fattore edonistico di cui l’occidente si è dotato, difficilmente potranno competere con successo con le stesse sul piano produttivo. Ciò significa che l’elemento edonistico diventa oggi una parte costitutiva dello sviluppo economico oltre che culturale, com’è dimostrato dall’utilizzazione della cultura nei processi economici.

Settembre 2018

CAPITALISMO E LAVORO INTELLETTUALE. SULLA TUTELA DEL COPYRIGHT VOTATA A STRASBURGO

Scopo di questo articolo è di  evidenziare qual è il vero significato del voto di Strasburgo sulla tutela del copyright. Cos’è il copyright? E’ la protezione data dalla legge al diritto d’autore, il quale tutela le opere dell’ingegno riguardanti la letteratura, la musica, le arti visive, gli articoli dei giornalisti, l’architettura, il design, il cinema, la radio diffusione, le banche dati, ecc.

In parole povere: tutte queste produzioni intellettuali dovranno essere retribuite, anziché essere utilizzate gratis dai giganti del web. Semprechè il testo approvato a Strasburgo riesca a superare gli ostacoli successivi entro le elezioni europee del maggio 2019.

Il voto di Strasburgo nasconde in realtà uno dei momenti in cui si sta attuando il rapporto tra il capitalismo e il lavoro intellettuale, un rapporto che non è mai stato facile, ma che è essenziale per capire come si attua questa delicatissima relazione, a mio avviso la più importante dell’economia contemporanea.

Vediamo prima di tutto come si è svolto il rapporto tra capitalismo e lavoro intellettuale. Nel seguente modo: solo le professioni intellettuali (medici, avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti, veterinari, ecc.) hanno saputo/potuto ottenere una tutela del loro lavoro entro il contesto capitalistico, cioè la garanzia che le prestazioni professionali avevano diritto ad un riconoscimento economico adeguato, attraverso la tutela stabilita dalla legge in favore del professionista di avere onorari adeguati alla prestazione. Ciò è stato possibile perché i professionisti organizzati in associazioni o ordini hanno ottenuto di essere pagati obbligatoriamente, mentre tutto il lavoro intellettuale non professionalizzato è rimasto privo di tutela. Il lavoro intellettuale insomma ha ottenuto d’essere riconosciuto anche economicamente nella misura in cui si è professionalizzato. Senza questo requisito non aveva diritto ad una ricompensa, salvo i rapporti contrattuali privati con il committente, editore, ecc. L’importanza dell’odierno allargamento è evidente perché tutela invece la maggior parte del lavoro intellettuale non avente finora diritto ad alcun compenso, al di fuori, come detto, dei rapporti contrattuali tra committente e autore.

L’allargamento ha un’importanza enorme perché:

  1. a) significa che il lavoro intellettuale è ormai la sola forma di lavoro che conta nell’economia attuale;
  2. b) senza quel lavoro l’economia capitalistica non può funzionare;
  3. il capitalismo sta affrontando una delle fasi più delicate della sua storia, il rapporto con la scienza, sede tipica di lavoro intellettuale, senza la quale il capitalismo stesso non può sussistere.

Il riconoscimento che il capitalismo per sussistere ha bisogno del lavoro intellettuale risale come minimo agli anni 90 del ventesimo secolo, prima non aveva campo anche se molte forme di collaborazione già esistevamo specialmente in sede militare durante il secondo conflitto mondiale e ancora prima.

Ora il capitalismo subisce una modificazione fondamentale; è per così dire costretto a valersi di scoperte, invenzioni, contributi letterari, ecc. derivati dalla musica, dalle arti visive e così via per attuare i propri fini.

La decisione di Strasburgo è importante appunto come fase del processo appena indicato. La contrastata accettazione, da parte del capitalismo di questa verità, che senza il lavoro intellettuale il capitalismo non può proseguire nei propri itinerari.

Alcune prove macroscopiche di questo fatto. Per esempio: i concerti pubblici dei cantautori; il rilievo assunto dai festival culturali nell’economia del nostro tempo. La figura sociologia del cantautore moderno attesta questa evidenza. Vediamo perché: il cantautore da figura marginale e per così dire eccentrica diventa personaggio economico oltre che culturale che richiama un largo pubblico pagante.

E il festival? E’ oggi una manifestazione spettacolare a carattere tematico che una città, un luogo, organizza per valorizzarsi e attirare un vasto pubblico. Un esempio: il festival letterario di Mantova. La motivazione del festival è la “cultura letteraria” attorno alla quale viene organizzata tutta la manifestazione. E’ un elemento in sé non economico, la letteratura, appunto, ma dal quale derivano conseguenze economiche rilevanti. Gli autori partecipano, fanno conoscere le loro opere, discutono, diffondono messaggi, attraggono l’attenzione del pubblico. Nel festival l’elemento centrale non è quello economico ma quello culturale. Il capitalismo odierno non è solo produzione di oggetti o di servizi intesi nel senso classico del termine,  è economia mossa da un fattore essenzialmente culturale, nel caso, appunto,  la letteratura.

Settembre 2018.

COMMENTO AL VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO IN IRLANDA (Agosto 2018) di Gian Paolo Prandstraller

Sul significato del viaggio in Irlanda di Papa Francesco sono possibili alcune riflessioni che investono la condizione attuale della chiesa cattolica, e la sua incidenza sul mondo attuale.  Le espongo di seguito brevemente.

1 – Né prima del viaggio, né durante il medesimo il Papa ha proposto l’apertura di un Concilio per risolvere i problemi che affliggono la chiesa. Nella storia il Concilio è stato sempre il mezzo con cui la chiesa ha cercato di superare i suoi problemi teologici o di costume, riguardanti cioè il comportamento “deviante” dei membri della gerarchia. Ebbene, in presenza del grave e diffuso comportamento anche delittuoso di prelati e sacerdoti in termini di pedofilia, violenza carnale, eccessi sessuali, abuso d’autorità, appropriazione, corruzione, protezione di colpevoli, affarismo, ecc. nessuna proposta di aprire un Concilio è stata avanzata. Si è abbandonato così un costume secolare che è sempre servito come rimedio alle lacerazioni interne, cioè di rimettere a un organismo rappresentativo e collegiale le decisioni da prendere anziché al solo magistero del Papa. Questi è rimasto isolato nella gestione delle devianze e delle opposizioni in un contesto già difficile dopo le dimissioni di Papa Ratzinger. Mai c’era stato un pontefice così solo come Papa Francesco in uno stato di cose fortemente problematico riconosciuto dal predecessore Papa dimissionario e da lui trasmesso nella speranza che fosse affrontato da una personalità capace di superarlo.

2 – Le cause profonde dei fenomeni accaduti sono state oscurate, la chiesa non ha neppure tentato di individuarle e tanto meno di rivelarle. Non è andata al di là della parziale estromissione di alcuni colpevoli,  anch’essa lungamente contrastata e  procrastinata.  Ipotesi come il matrimonio dei preti, l’abbandono del celibato e della castità obbligatoria,  forme organiche di rieducazione, l’elevazione della donna al sacerdozio o qualche altra soluzione non sono state neppure adombrate. Si è preferito il nascondimento dei fatti accaduti anche da parte di cardinali o prelati di altissimo livello. Ciò ha già determinato forme di distacco o di rigetto della chiesa stessa da parte di popolazioni tradizionalmente ad essa legate. Ne sono esempi, probabilmente non i soli, il Cile e la stessa Irlanda, dove il Papa si è recato per rimediare ai guasti prodotti dalle devianze. Altre potrebbero verificarsi entro tempi brevi. La perdita di fedeli è stata rilevante ed è probabile che essa si allarghi  fino a livelli distruttivi in vari contesti. Questa perdita si è rivelata irrecuperabile perché gli allontanamenti non hanno ritorno, sono vere e proprie forme di separazione dalla chiesa, di abbandono della comunità religiosa.

3 – La rottura interna ha generato un’ aspra discussione sugli orientamenti e il comportamento del Papa da parte di un membro autorevole della gerarchia, monsignor Carlo Maria Viganò. L’attacco del prelato ha evocato, forse senza che l’autore se ne rendesse conto, i tempi in cui dalla lacerazione nasceva la figura dell’ “antipapa”, cioè d’ un pontefice alternativo a quello ufficiale. Si sono già formate correnti di pensiero organizzate ostili al Papa che non esitano ad esprimere accuse precise e orientamenti contrari a quelli del pontefice,  in particolare al pauperismo francescano scelto da quest’ultimo come mezzo ideale di riforma della chiesa. L’avversione al pauperismo o a qualche ipotesi ideologica a questo vicina sta diventando l’idea portante della corrente conservatrice rispetto alle intenzioni del Papa. Alla base del contrasto c’è la volontà degli aderenti di mantenere alla chiesa i privilegi, l’enorme patrimonio di cui essa è dotata e le situazioni elitarie ottenute con mezzi puramente politici in pieno contrasto con le idee del Papa.

4 – E’ diffuso nella gerarchia un orientamento volto alla conservazione del patrimonio ecclesiale derivante da acquisizioni ottenute nella storia secolare della chiesa. Il patrimonio inutilizzato diventa uno dei problemi irrisolti di questa. Che cosa farne? A chi andrà nel caso di dissoluzione o di perdita di unità della chiesa?

5 –  Sembra diffondersi nella gerarchia un’attenzione accanita per i vantaggi derivanti dall’appartenenza all’istituzione, come se questa implicasse delle vere e proprie “carriere” simili a quelle esistenti nella società non ecclesiale, segnate da una forte competizione interna e da ambiti “feudali” facenti capo a questo o quel prelato. Questo atteggiamento prevale su quello universalistico proprio della chiesa storica e  provoca scandali ormai quotidiani e caduta di credibilità del magistero.

6 –  La crisi delle vocazioni è ormai fenomeno imponente. Essa svuota seminari, conventi, istituti, parrocchie che rimangono senza sacerdoti con perdita della gestibilità o trasformazione dei compiti in un senso turistico-economico, estraneo comunque alle finalità apostoliche. E’ recente l’annuncio della chiusura del convento di San Marco a Firenze, istituzione che è stata importante nella storia della chiesa perché legata al Savonarola ecc. Si notano adattamenti derivati dall’impossibilità di mantenere le funzioni originarie e di evitare la scomparsa degli enti attraverso mezzi estranei alle finalità che ne hanno determinato la costituzione. E’ possibile una estinzione degli “Ordini” per mancanza di adepti ciò provocherebbe una profonda modificazione della struttura attuale della chiesa.

7 – Nulla indica  che vi siano all’interno della chiesa movimenti o forze decise a cambiare l’attuale stato di cose, com’è avvenuto più volte in passato ad opera di personalità in posizione critica rispetto all’esistente (si pensi a innovatori come San Benedetto, San Francesco, San Domenico,  Sant’Antonio,  Ignazio di Loyola, Don Bosco ecc,). Tale assenza giustifica una previsione pessimistica sulla possibilità che la chiesa possa  tornare a un modello apostolico, attraverso forze endogene operanti cioè all’interno dell’ istituzione.

Questi spunti di riflessione m’ inducono a pensare che la crisi che colpisce la chiesa sia grave e che potrà avere nei prossimi anni conseguenze pesanti sulla stabilità, efficienza e attrattività ideale della medesima. E’ ipotizzabile un’implosione dell’istituzione, cioè la sua dissoluzione per il crescente dissesto interno. Il concetto di “implosione” acquista una verosimiglianza anteriormente non ipotizzabile.

E’ impossibile sapere per ora come simile processo si svolgerà e quali ne saranno i tempi, i modi e i protagonisti. Si può ritenere però che sia ormai difficile  bloccare  l’avanzata dei fatti involutivi.  Su quelli già accaduti si può dare un giudizio omogeneo perché nell’insieme le circostanze indicate sono coerenti,  nel senso che è già in corso il transito della chiesa verso  la conservazione della struttura gerarchica e il mantenimento dei privilegi più che all’attività apostolica. Essa è contrastata dal Papa, ma l’azione di questo non è seguita da qualche importante settore della gerarchia o da qualche movimento di base.

La chiesa si presenta oggi come una delle istituzioni che corrono il rischio di diventare apparentemente forti ma socialmente insignificanti e di essere escluse dal novero delle forze che portano idee accettate dalle masse. La recente intervista concessa dal Papa al Sole 24 Ore centrata sul valore del lavoro nelle società attuali  dimostra la sostanziale lontananza delle posizioni antiliberiste del Papa rispetto all’economia del nostro tempo, creando un’antinomia pericolosa per la chiesa stessa perché non accettabile dalle forze produttive.

L’evidente inferiorità della chiesa di fronte alla scienza che via via smentisce le narrazioni bibliche appartenute alla stessa dimostrandone la falsità a proposito di creazione, origine dell’uomo e dell’universo, realtà di Adamo ed Eva, rivelazione, resurrezione e così via accresce il disagio in cui la chiesa si trova nelle società attuali rendendo impossibile un adeguamento accettabile di storie che per secoli furono essenziali per la chiesa fino a portare alla persecuzione dei dissenzienti come Giordano Bruno e Galileo.

Il viaggio del Papa in Irlanda ha rivelato tale stato di cose, perché il pontefice ne ha ammesso l’esistenza chiedendo addirittura scusa per  siffatti accadimenti senza offrire alcun rimedio specifico agli stessi.

La sua confessione pubblica sembra aver  aperto una fase riconosciuta del processo involutivo. Che è di abbandono delle finalità trascendenti a favore di quelle che mirano a mantenere in piedi la struttura,  i vantaggi economici che questa ancora  assicura, la presenza politica della chiesa nei vari contesti, dimenticando i significati ultraterreni che anteriormente la distinguevano.

Sembra improbabile, data la situazione, che il tentativo di Papa Francesco di bloccare questa deriva riesca a raggiungere tale risultato perché, come già detto, non è sostenuta da alcuna forza interna  avente come fine  un ritorno alle mete originarie. Ed è comunque gestita in modo inadeguato da parte del pontefice stesso che non ha la forza appartenuta  a Giovanni Paolo II o ad altra analoga personalità.

Settembre 2018

RELATIVISMO E RELIGIONE. HA ANCORA UN SENSO LA PREGHIERA NELLA SOCIETA’ INDUSTRIALE? di Gian Paolo Prandstraller

La domanda va affrontata partendo da un duplice punto di vista. L’uno filosofico e l’altro inerente alla tradizione e al costume.

Il primo sottende il rapporto tra relativismo e religione, oggi il più attuale perché connaturato alla cultura del nostro tempo priva di certezze dopo la caduta delle ideologie.

Il secondo la consuetudine alla preghiera come mezzo di coesione del gruppo umano, di autoconsolazione o di qualche altra finalità contingente.

Vediamo i due aspetti della questione, cominciando dal nesso tra  relativismo e religione.

Il  relativismo è fondato sulla convinzione che nella realtà universale non esistano assoluti, ossia entità incondizionabili, non limitabili, totalmente autoreferenziali, esenti da ogni legge. Tutto infatti nella realtà è condizionabile, limitabile, contrapponibile, sottoposto a regole. La fisica ci insegna tutto su questo punto e mai è stata data la prova dell’esistenza di una simile realtà assoluta.

La religione invece si fonda sull’affermata presenza d’un assoluto, chiamato comunemente Dio, posto al di sopra della realtà constatabile, che con la sua stessa presenza  subordina a sé quest’ultima.

Cercherò di chiarire le ragioni per cui l’ antinomia tra relativismo e religione è insuperabile. Per farlo partirò da un dato appartenente alla storia e quindi difficilmente contestabile. E’ il modo con cui il presunto legame tra la Terra e il Cielo, è stato storicamente attuato. Ciò è avvenuto mediante una “mediazione” immaginaria tra il credente e il divino,  nella convinzione che siano necessari dei mediatori specializzati in grado di aprire canali tra i due livelli. Questo aspetto  della fenomenologia  religiosa si fonda appunto sul postulato che debbano esistere  degli intermediari specializzati in grado di assicurare l’iter dal credente all’assoluto. La storia delle religioni attesta l’esistenza della mediazione, particolarmente evidente nelle religioni di salvazione le quali sostengono che l’uomo può salire a certe condizioni fino a livello dell’assoluto (paradiso o ipotesi analoghe) e alla fine entrare a farne parte.

Nella realtà storica i soggetti che si sono detti in grado di “comunicare” con Dio sono i “sacerdoti”. Essi infatti stabiliscono i riti attraverso i quali il percorso tra l’ambito terreno e il regno dell’assoluto sarebbe possibile. Costituiscono la struttura chiamata “chiesa” che organizza per quella finalità apparati e gerarchie  secondo metodi  del tutto  mondani. Questa struttura ascrive a sé l’esclusività nella propria funzione. Perciò il conflitto tra tale struttura e il potere politico non è eccezionale,  anzi è scoppiato clamorosamente in molte occasioni. In varie epoche la chiesa ha condizionato il potere politico fino al punto di pretendere che quest’ultimo fosse subordinato ad essa. Esempio classico:  la lotta tra papato e impero nei secoli XI, XII e XIII, da Gregorio VII a Bonifacio VIII, cominciata con l’umiliazione inflitta da Gregorio VII a Enrico IV a Canossa (1077 d.C.), continuata con Federico Barbarossa e  Federico II e i Papi del loro tempo, penosamente finita con la sottomissione della chiesa a Filippo IV il Bello re di Francia e col trasferimento del papato da Roma ad Avignone all’inizio del XIV secolo.

Il potere derivante dalla mediazione è stato sempre enorme  e i privilegi che essa ha conferito notevolissimi, tanto da permettere ai sacerdoti licenze ed abusi di ogni tipo. Per questo Lutero nel 1517 ha cercato di abbattere il loro potere,  da lui constatato visivamente a Roma,  sostenendo che può esistere una  relazione diretta tra il credente e la divinità, senza alcuna intermediazione. Quest’idea è infatti alla base della riforma luterana dalla quale derivano  il movimento anticattolico nei secoli XVI e XVII e le guerre di religione.

Tre istituzioni hanno avuto un’importanza rilevante nel processo mediatorio: la vendita delle indulgenze, la donazione fatta alla chiesa da individui o da potenze politiche allo scopo di ottenere un trattamento privilegiato nell’al di là; il lascito testamentario volto a raggiungere lo stesso scopo con una modalità giuridica difficilmente contestabile. La vendita delle indulgenze è la più scandalosa tra queste istituzioni: significa il perdono dei peccati concesso dietro versamento di denaro. Ma anche le altre sono piene di conseguenze ben visibili. Gli istituti appena indicati spiegano infatti l’enorme patrimonio accumulato dalla chiesa cattolica lungo i secoli, fino a renderla in certe epoche titolare di gran parte delle terre e di grandi disponibilità finanziarie. Ai tempi di Lutero tale stato di cose parve al riformatore assolutamente insopportabile e per questo egli avviò la riforma che fu presto condivisa da grandi masse.

Il meccanismo concreto dell’operazione mediatoria è il seguente: la chiesa si fa dare beni terreni promettendo interventi e favori ultraterreni. Nessun’altra transazione economica ha tali caratteristiche: ottenere il trasferimento di beni senza dare nulla in cambio, solo l’assicurazione che il ricevente solleciterà dalla divinità dei vantaggi nell’altra vita. Da un punto di vista economico è una delle deviazioni più clamorose rispetto all’economia classica basata sullo scambio di beni tra due o più  soggetti attraverso istituti come la compravendita, il baratto o qualche altra modalità. Qui nessuno scambio esiste, solo la promessa d’ un intervento in una  sede ultraterrena da parte d’ un ente che si dice titolare esclusivo del potere intercessorio.

I rituali usati per stabilire il contatto tra l’assetto terreno e l’assoluto (Dio) sono costituiti da preghiere, invocazioni, voti, processioni, autodafé, esercizi spirituali accompagnati spesso da manifestazioni spettacolari, sacrifici, raduni tenuti su  tematiche religiose ecc. Tale fenomenologia  ha alla base appunto la preghiera intesa come mezzo di contatto tra la realtà terrena e quella trascendente.

Ora è evidente che invocare ciò che non esiste è  insensato. Perché abbia un senso occorre che il referente esista davvero. Consegue che tutte le procedure volte a impetrare qualcosa da un’entità che non esiste sono anch’esse insensate. In particolare il sacrificio, ossia l’uccisione d’una creatura vivente, per ottenere la compiacenza d’un  destinatario che non c’è; tanto più se, come nel recente caso dell’ ISIS, porta anche all’uccisione di soggetti estranei rispetto al rito. Quest’ultima esasperazione rende addirittura pazzesca l’operazione indicata.

Ecco ora chiarirsi il rapporto tra relativismo e religione, nel senso che   con la progressiva diffusione del pensiero relativistico  tutte le  forme di mediazione tra un soggetto terreno e un assoluto sembrano destinate a sparire via via che ne viene smascherata l’assurdità, con conseguente perdita di potere da parte dei soggetti che si dichiarano titolari della mediazione. Un procedimento durato secoli e secoli si rivela privo di fondamento logico. E’ prevedibile perciò la progressiva caduta di tali forme con conseguente eliminazione dei privilegi che ne derivano. Con particolare riferimento alla chiesa cattolica sembra inevitabile che prima o poi questa istituzione si avvii a una perdita di potere dovuta appunto in primo luogo alla non credibilità della sua funzione mediatoria, sulla quale essa ha costruito il potere economico e politico che tutt’ora le appartiene.

Veniamo ora al secondo punto di vista, che ritiene la mediazione verso il divino una risorsa utile alla società. Molte culture infatti hanno avuto tale carattere, vari sistemi sociali hanno creduto nella sua importanza. Lo troviamo nelle città sumeriche, in quelle minoiche, nell’Egitto antico, nella cultura ebraica,  nelle società greche e romane, nel Sacro Romano Impero, nella società medioevale, ecc. Si tratta di capire se esso persista anche nella società industriale o se invece in quest’ultima si stia dissolvendo. L’avanzata d’una concezione relativistica della vita è destinata infatti ad estinguerlo, anche se in qualche contesto appare ancora influente per la consolazione individuale nei momenti dolorosi della vita.

E’ parere di chi scrive che nel mondo industriale avanzato tale forma di sostegno stia tramontando per varie ragioni, tra cui quella che il sacro è in crisi in tutti gli ambiti industriali, e che la scienza disattende le spiegazioni fondate sul miracolo o su qualche causa soprannaturale e  toglie credibilità a simili interventi  immaginari.

Perciò anche da un punto di vista consuetudinario, la preghiera, che, ripeto, è l’affermato veicolo della relazione tra il mondo reale e quello trascendente, tende a perdere l’antica importanza anche se, in certi contesti,  mantiene rilievo come mezzo di omologazione tra gli oranti o come affermazione d’ una qualche identità collettiva o come costume  utile alla stabilità individuale o sociale. E’ uno dei fattori che la cultura industriale esclude dal novero delle azioni aventi valore per il funzionamento della società, la quale si basa oggi su ben altre opzioni per integrare i propri scopi.

Dunque, comunque la si veda, la preghiera come istituzione nella società industriale appare in declino. Ciò che ne è rimasto appartiene al folclore oppure si è adattato a speculazioni politiche, ma come mezzo funzionale esce dal novero delle cose che contano.

La preghiera nella nostra attuale società sta sparendo? La risposta è sì. Se compariamo il rilievo che essa aveva nel medioevo (in un’epoca in cui essa fu oggetto di enorme affidamento ideale), con la situazione attuale ci rendiamo conto della tremenda perdita di valore che  ha subito. La società industriale l’ha per così dire svuotata, come ha fatto per altre forme comportamentali che furono rilevanti nel passato e oggi non lo sono più. Poche persone credono attualmente che interventi sovrannaturali valgano a risolvere i problemi della vita reale e a  migliorare la condizione umana. Il soprannaturale è stato concretamente sostituito con l’azione sociale. Non è più rilevante come solutore di problemi sociali o personali.

E’ prevedibile che la preghiera cessi di essere in un tempo più o meno vicino un  elemento importante della cultura e sia relegata tra i ricordi del tempo in cui esisteva un’ affidamento ingenuo a  poteri immaginari  privi di qualsiasi consistenza e si credeva che essa potesse migliorare la condizione umana. La società industriale è stata decisiva in questo processo che ovviamente non si verifica dove essa non è  stata ancora introdotta.

Agosto 2018

RICORDARE LA BATTAGLIA DI SOLFERINO – 24 GIUGNO 1859 di Gian Paolo Prandstraller

E’ stata una delle più sanguinose battaglie del XIX secolo. Cenni storici: Camillo Benso Conte di Cavour, primo ministro del Regno di Piemonte-Sardegna, incontra a Plombières (21.7.1858) Napoleone III Imperatore dei Francesi. Gli dice più o meno così:  Maestà, l’Impero austriaco minaccia di attaccare il Piemonte con un esercito di 150 mila uomini. Chiedo aiuto alla Francia e faccio alla Maestà Vostra  la seguente proposta: se la Francia manderà in Piemonte 125-130 mila uomini a fronteggiare gli Austriaci, il Regno di Sardegna trasferirà alla Francia la città di Nizza e la Savoia. Napoleone accetta. Le truppe francesi arrivano in Italia, si uniscono ad esse 15 mila soldati piemontesi. Lo scontro tra i due eserciti avviene a Solferino (e a San Martino) piccoli paesi nei pressi di Sirmione sul Lago di Garda. E’ uno scontro spaventoso, si parla di 100 mila  tra morti, feriti e dispersi. A sera gli Austriaci arretrano. Napoleone III e Francesco Giuseppe stipulano un armistizio in base al quale la Lombardia viene trasferita al Piemonte. Cavour non può evitare l’accordo già intervenuto tra i due imperatori. La Lombardia viene annessa al Piemonte e comincia così l’unificazione dell’Italia sotto i Savoia. L’anno seguente Garibaldi sbarca con i Mille a Marsala e conquista il Regno delle Due Sicilie. Il  Regno d’Italia viene proclamato il 17 marzo 1861.

Solferino è stato importantissimo per la storia d’Italia. Ecco perché bisogna ricordare questo luogo. E’ uno snodo fondamentale per la nascita della nazione italiana. Sul luogo della battaglia è stato costruita una torre, che si può visitare. Solferino è anche indimenticabile perché lo svizzero Jean Henry Dunant vedendo la marea dei feriti ebbe qui l’idea di creare la Croce Rossa come il primo corpo infermieristico europeo.

Mi è difficile capire perché Solferino sia oggi  così poco conosciuto. L’ho rivisitato e mi sono commosso. Tanti giovani francesi, piemontesi, e austriaci sono morti il 24 giugno 1859 in questo campo di battaglia che oggi sembra solo un insieme di colline ridenti e tranquille.

Andare a Solferino non è un’emozione qualunque. Evocare la storia di questo luogo significa ricuperare una svolta fondamentale del nostro Risorgimento. E’ quasi obbligatorio ricordare un ambito simile e può accadere che molti visitatori si commuovano pensando al fatto d’arme che vi è avvenuto. Può accadere anche che qualche visitatore pianga pensando agli innumerevoli morti giacenti tra queste dolci colline.  Chiunque si sarebbe commosso se avesse visto l’orrendo spettacolo che il luogo presentava il 24 giugno 1859.

Gian Paolo Prandstraller

Giugno 2018

RELATIVISMO E TECNOLOGIA ALL’INIZIO DEL XXI SECOLO

Cercherò di ridurre all’essenziale il concetto di “relativismo”. Partendo dall’idea di “assoluto” che sta alla base del tema  trattato in questo scritto. Cos’è un assoluto? E’ un ente slegato da qualsiasi legge, condizione, totalmente autoreferenziale, privo di dipendenze. Tutta la filosofia può essere ricondotta alla domanda: si dà o no nella realtà un’essenza avente tali caratteristiche? Non pochi filosofi sono definibili come “cercatori di assoluto”, altri hanno più o meno esplicitamente dichiarato che l’assoluto è solo una nostra invenzione,  qualcosa che non esiste perché nell’universo tutto è condizionato, limitato, contrapponibile;  che le espressioni che a tale stato si riferiscono sono solo “parole”  prive  di  corrispondenza a una realtà oggettiva: per esempio il Tutto, l’Onnipotente, l’Onnipresente, Dio, il Tao e così via.

Nella storia della cultura l’opinione negativa circa l’assoluto è impersonata nella filosofia greca dai  Sofisti, in particolare da Protagora di Abdera, quella affermativa dalla scuola Eleatica, soprattutto da Parmenide. Nella modernità, dopo il crollo delle ideologie del XX secolo, l’orientamento relativistico è stato incorporato nella società postindustriale e ovviamente nella scienza. Quest’ultima ha sostenuto (nonostante l’affermazione che esistono leggi naturali)  che tutto è contrapponibile, superabile, falsificabile. L’intero universo per la scienza incorpora tale carattere. La scienza domina già alla fine del XX secolo tutta la scena sociale perché ha saputo migliorare l’esistenza umana e per tale motivo ha prevalso come valore culturale sul pensiero  intuitivo, non dimostrabile,  esternato da qualcuno sulla base di intuizioni soggettive.

Veniamo ora alla tecnologia. Cos’è la tecnologia? E’ il tentativo finora riuscito nella storia dell’umanità di rendere migliore, più sopportabile, più gradevole la vita umana attraverso strumenti inventati dall’uomo, è in definitiva un supporto prezioso dell’esistenza. Di qui le relazioni tra relativismo e tecnologia di cui si occupa questo articolo.

La  vicinanza concettuale tra relativismo e tecnologia deriva da un fattore che è molto difficile contestare: la tecnologia non è mai definitiva, è sempre superabile, migliorabile,  indissolubilmente collegata alla vita  che cerca per se stessa condizioni migliori senza mai considerare definitivi i risultati che via via realizza.  La tecnologia è dunque agli antipodi rispetto a qualsiasi assoluto, proprio perché la sua efficacia esistenziale sta nella continua superabilità dei risultati, nella possibilità di aprire altre strade al di là di quelle già conosciute.

Si può dire che se c’è un fattore che realizza concretamente il relativismo nelle società avanzate contemporanee, esso è appunto la tecnologia. Quest’ultima dunque legittima concretamente il pensiero relativistico dell’uomo attuale  ed è parte essenziale dell’esperienza economica e produttiva in atto negli ultimi decenni del XX secolo e nella prima parte del XXI.  Il che è quanto dire che siamo letteralmente  immersi nella diade sopra indicata.

La tecnologia si presenta oggigiorno come la gemella del relativismo, e per la sua inerenza all’economia e alla produzione, legittima continuamente quest’ultimo, facendone l’asse portante dell’epistemologia del XXI secolo. Ogni previsione è ovviamente difficile, ma sulla base di quanto sopra la coppia relativismo-tecnologia si presenta oggi come una combinazione che molto probabilmente persisterà nei prossimi decenni.

Gian Paolo Prandstraller

Giugno 2018.

COMMENTO AL ROYAL WEDDING DEL 18 MAGGIO 2018

Per capire ciò che è avvenuto nella cerimonia appena evocata occorre partire dal concetto di costume nel senso che gli davano i Romani (mores), regole comportamentali accettate da un consorzio civile, indipendenti rispetto al diritto, ma dotate di obbligatorietà e la cui violazione comporta conseguenze più o meno gravi per qualsiasi deviante.

Esempi di mores: il modo con cui ci si veste, la moda, le cosiddette buone maniere per es. nel mangiare  (cucchiaio, forchetta e coltello invece delle mani), gli orari del lavoro e del riposo, i rituali della chiesa, le cerimonie militari nelle loro varie forme, gli inni cantati nei momenti solenni, i contenuti e le modalità della gastronomia, i profili del corteggiamento amoroso come via d’ingresso all’unione fisica completa e così via. Per es. in Occidente il bacio sulla bocca è un tramite verso all’unione sessuale, per i Cinesi sembra fosse il toccamento del piede femminile da parte del corteggiatore.

I costumi hanno trovato il maggiore teorico nel sociologo americano William Graham Sumner, evoluzionista, che  nei primi anni del ‘900 pubblica Folkways (Vie del popolo), tradotto in italiano nel 1962 delle Edizioni Di Comunità col titolo Costumi di Gruppo. Sumner ha insistito sulla  coercitività dei costumi, sulle sanzioni anche gravi inflitte a chi li vìola, sulla difficoltà di far evolvere i medesimi nelle situazioni di conflitto sociale.

Questa premessa è un’introduzione all’episodio, apparentemente solo mondano, al quale questo articolo è dedicato,  il matrimonio d’un membro della famiglia reale inglese con una signora non appartenente a una stirpe principesca. Si tratta appunto d’un episodio di costume legato alle consuetudini storiche della famiglia reale, adattate però al mondo d’oggi. Sta a monte di esso la monarchia britannica che permane, per così dire, dalla battaglia di Hastings (1066 d.C.) quando Guglielmo il Conquistatore diventa re d’Inghilterra (con variazioni graduali) , fino alla nostra epoca, con il breve iato imposto da Cromwell verso la metà del XVII secolo quanto il re Carlo I viene giustiziato dai cosiddetti Puritani (1649).

I caratteri tradizionalisti della monarchia che regge le isole britanniche sono ben noti  ed hanno delle particolarità che è inevitabile ricordare. La più importante è di essere un fattore unificante del tessuto sociale del Regno Unito, che si riconosce via via come entità politica e sociale e dell’impero britannico.

Viene dunque in evidenza il fattore “tradizione” importante ancora oggi perché segno che il comportamento consuetudinario è ancora apprezzato nel mondo anglosassone, nonostante le convulsioni sociali avvenute nel XX secolo. La permanenza della tradizione in un contesto mondiale tutt’altro che pacifico può apparire abnorme, ma in realtà il costume nazionale mantiene ancora un forte rilievo nelle società anglosassoni. Il royal wedding ne è la dimostrazione, perché il matrimonio d’un principe reale suscita tuttora molta simpatia a livello popolare. Ci si può domandare se l’ossequienza a un costume antico sia un fatto positivo. Chi scrive ritiene di dare alla domanda una risposta affermativa. La persistenza d’un costume non è segno d’un conservatorismo ottuso e paralizzante. L’Inghilterra ha compiuto una specie di miracolo, non abolire certi mores fondamentali anche in tempi burrascosi. Il royal wedding del maggio 2018 (celebrato nella cappella di San Giorgio del castello di Windsor) è stato a mio avviso un episodio importante perché  attraverso esso si sono mantenuti certi valori e legami aventi carattere coesivo, in particolare la pace sociale nonostante il clima ideologico del XX secolo. La tempesta ideologica avvenuta in Europa nel secolo scorso non ha potuto scalfire un cluster di costumi che ancora oggi sono riconosciuti come validi. Il royal wedding è una dimostrazione di questa realtà socio-culturale che potrebbe essere imitata, con gli opportuni adeguamenti, in tutto l’Occidente.

Gian Paolo Prandstraller

Maggio 2018.

COMMENTO AL FILM DI PAOLO SORRENTINO LORO 1 e 2 SU BERLUSCONI di Gian Paolo Prandstraller

Ho visto il film di Paolo Sorrentino su B. L’attore Toni Servillo, che ne ha interpretato il protagonista, dice che il regista (e lo sceneggiatore Umberto Contarello) hanno cercato  di sondare il “mistero” Berlusconi, dato che si tratta d’un personaggio non comune. Credo ciò sia vero, ma è il caso di approfondire l’essenza etica e strategica di B., al di là di ciò che dice lo stesso Servillo nell’intervista rilasciata a Marco Belpoliti (La Repubblica, domenica 13 maggio 2018).

Un elemento emerge immediatamente dal film. La centralità del personaggio rispetto a tutti gli altri protagonisti o comparse presenti nella sceneggiatura. B. è un unicum, insostituibile, una personalità che induce alla domanda: come ha conquistato l’enorme stacco sociale che lo caratterizza? In parole semplici, come ha realizzato il suo potere? Il ricordo dei teorici che hanno formulato dottrine storiche sul potere (in particolare Machiavelli e Hobbes) non giova molto a scoprire la via seguita da B. per raggiungere i suoi scopi. Il potere di B. deriva dallo sfruttamento intelligente dei “bisogni” di cui sono portatrici le persone che si rivolgono a lui. Molti personaggi del film sono infatti questuanti che a B. chiedono aiuto rivelandogli il proprio bisogno (di denaro, di carriera, di sesso, di notorietà). Come risponde B. alle loro istanze? Cercando di accoglierle e diventando in tal modo per quei soggetti un protettore insostituibile. Nel caso in cui l’interlocutore sia a sua volta uomo di potere, individuando i campi in cui quest’ultimo può trarre utilità da un contributo di B. alle imprese che sta compiendo (si vedano i casi di Bettino Craxi, Gheddafi, George Bush, Putin). Non è con i metodi suggeriti da Machiavelli o Hobbes che secondo B. si conquista il potere, ma sfruttando il rapporto bisogno-risposta al bisogno.

Dato questo tipo di strategia è evidente che la fonte del potere di B. sta nell’interpretazione intelligente dei bisogni di coloro che gli chiedono aiuto o si aspettano qualcosa da lui. E’ fondamentale il genio di chi capisce la situazione di sofferenza in cui si trova l’interlocutore e ne trae potere. Il film rappresenta bene questa dote di B., che fa di lui un interprete della prassi sociale contemporanea; l’abilità che conta nell’epoca post industriale, la quale, com’è noto, comincia proprio quando B. decide di mettersi in politica (ma lo ha sorretto anche al tempo in cui era un semplice imprenditore). Emerge dal film il rapporto tra B. e i Loro, rientrante appunto nello schema appena indicato.  B. è dunque l’uomo che ha interpretato forse meglio di tutti la corrispondenza tra bisogno e risposta al bisogno e che ha tratto da tale relazione un enorme potere.

Il film attribuisce inoltre a B. un’idea originale del “piacere”. Considera quest’ultimo un attributo senza il quale la vita non ha senso, una necessità connaturata al vivere. Le opinioni filosofiche sul piacere apparse dal Rinascimento in poi (Lorenzo Valla, Hobbes, Leibniz, Freud, Marcuse e altri) attribuiscono al piacere un significato problematico. Questo è superato nel B. di Sorrentino, dove il piacere è semplicemente una risorsa che sorregge la vita. Non si può vivere senza una buona dose di piacere, essere vivi significa poter disporre di doni edonistici abbondanti e raggiungibili. Tale teoria, a mio avviso, percorre tutto il film e ovviamente include la sessualità, da sempre ritenuta un attributo fondamentale della vita. La parte del film dedicata alla sessualità per me corrisponde al concetto di piacere appena indicato ed è presentata come offerta legittima o scambio consapevole tra individui. Viene meno di conseguenza ogni tipo di scandalo e di repressione per l’uso che se ne fa. Siffatta concezione è rivelata nel film  dalla cornice edonistica della villa di B. in Sardegna, dalla giocosità del grande banchetto, dalla libertà con cui avvengono le offerte sessuali, dal fatto che queste non lasciano tracce psicologiche o altro nelle persone che le praticano. Il peso che tale concezione ha avuto nel costume sociale durante la cosiddetta era berlusconiana è scontato, B. è stato infatti una fonte decisiva di trasformazione del costume che sta dilagando attorno a noi. Nell’impianto del film i due caposaldi “bisogno” e “piacere” sono evidenziati attraverso opportune suggestioni.  Perciò il film è un veicolo significativo verso il pensiero sociale del nostro tempo nel senso d’una concezione moderna  del vivere.

Gian Paolo Prandstraller

Maggio 2018.