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RICORDARE LA BATTAGLIA DI SOLFERINO – 24 GIUGNO 1859 di Gian Paolo Prandstraller

E’ stata una delle più sanguinose battaglie del XIX secolo. Cenni storici: Camillo Benso Conte di Cavour, primo ministro del Regno di Piemonte-Sardegna, incontra a Plombières (21.7.1858) Napoleone III Imperatore dei Francesi. Gli dice più o meno così:  Maestà, l’Impero austriaco minaccia di attaccare il Piemonte con un esercito di 150 mila uomini. Chiedo aiuto alla Francia e faccio alla Maestà Vostra  la seguente proposta: se la Francia manderà in Piemonte 125-130 mila uomini a fronteggiare gli Austriaci, il Regno di Sardegna trasferirà alla Francia la città di Nizza e la Savoia. Napoleone accetta. Le truppe francesi arrivano in Italia, si uniscono ad esse 15 mila soldati piemontesi. Lo scontro tra i due eserciti avviene a Solferino (e a San Martino) piccoli paesi nei pressi di Sirmione sul Lago di Garda. E’ uno scontro spaventoso, si parla di 100 mila  tra morti, feriti e dispersi. A sera gli Austriaci arretrano. Napoleone III e Francesco Giuseppe stipulano un armistizio in base al quale la Lombardia viene trasferita al Piemonte. Cavour non può evitare l’accordo già intervenuto tra i due imperatori. La Lombardia viene annessa al Piemonte e comincia così l’unificazione dell’Italia sotto i Savoia. L’anno seguente Garibaldi sbarca con i Mille a Marsala e conquista il Regno delle Due Sicilie. Il  Regno d’Italia viene proclamato il 17 marzo 1861.

Solferino è stato importantissimo per la storia d’Italia. Ecco perché bisogna ricordare questo luogo. E’ uno snodo fondamentale per la nascita della nazione italiana. Sul luogo della battaglia è stato costruita una torre, che si può visitare. Solferino è anche indimenticabile perché lo svizzero Jean Henry Dunant vedendo la marea dei feriti ebbe qui l’idea di creare la Croce Rossa come il primo corpo infermieristico europeo.

Mi è difficile capire perché Solferino sia oggi  così poco conosciuto. L’ho rivisitato e mi sono commosso. Tanti giovani francesi, piemontesi, e austriaci sono morti il 24 giugno 1859 in questo campo di battaglia che oggi sembra solo un insieme di colline ridenti e tranquille.

Andare a Solferino non è un’emozione qualunque. Evocare la storia di questo luogo significa ricuperare una svolta fondamentale del nostro Risorgimento. E’ quasi obbligatorio ricordare un ambito simile e può accadere che molti visitatori si commuovano pensando al fatto d’arme che vi è avvenuto. Può accadere anche che qualche visitatore pianga pensando agli innumerevoli morti giacenti tra queste dolci colline.  Chiunque si sarebbe commosso se avesse visto l’orrendo spettacolo che il luogo presentava il 24 giugno 1859.

Gian Paolo Prandstraller

Giugno 2018

RELATIVISMO E TECNOLOGIA ALL’INIZIO DEL XXI SECOLO

Cercherò di ridurre all’essenziale il concetto di “relativismo”. Partendo dall’idea di “assoluto” che sta alla base del tema  trattato in questo scritto. Cos’è un assoluto? E’ un ente slegato da qualsiasi legge, condizione, totalmente autoreferenziale, privo di dipendenze. Tutta la filosofia può essere ricondotta alla domanda: si dà o no nella realtà un’essenza avente tali caratteristiche? Non pochi filosofi sono definibili come “cercatori di assoluto”, altri hanno più o meno esplicitamente dichiarato che l’assoluto è solo una nostra invenzione,  qualcosa che non esiste perché nell’universo tutto è condizionato, limitato, contrapponibile;  che le espressioni che a tale stato si riferiscono sono solo “parole”  prive  di  corrispondenza a una realtà oggettiva: per esempio il Tutto, l’Onnipotente, l’Onnipresente, Dio, il Tao e così via.

Nella storia della cultura l’opinione negativa circa l’assoluto è impersonata nella filosofia greca dai  Sofisti, in particolare da Protagora di Abdera, quella affermativa dalla scuola Eleatica, soprattutto da Parmenide. Nella modernità, dopo il crollo delle ideologie del XX secolo, l’orientamento relativistico è stato incorporato nella società postindustriale e ovviamente nella scienza. Quest’ultima ha sostenuto (nonostante l’affermazione che esistono leggi naturali)  che tutto è contrapponibile, superabile, falsificabile. L’intero universo per la scienza incorpora tale carattere. La scienza domina già alla fine del XX secolo tutta la scena sociale perché ha saputo migliorare l’esistenza umana e per tale motivo ha prevalso come valore culturale sul pensiero  intuitivo, non dimostrabile,  esternato da qualcuno sulla base di intuizioni soggettive.

Veniamo ora alla tecnologia. Cos’è la tecnologia? E’ il tentativo finora riuscito nella storia dell’umanità di rendere migliore, più sopportabile, più gradevole la vita umana attraverso strumenti inventati dall’uomo, è in definitiva un supporto prezioso dell’esistenza. Di qui le relazioni tra relativismo e tecnologia di cui si occupa questo articolo.

La  vicinanza concettuale tra relativismo e tecnologia deriva da un fattore che è molto difficile contestare: la tecnologia non è mai definitiva, è sempre superabile, migliorabile,  indissolubilmente collegata alla vita  che cerca per se stessa condizioni migliori senza mai considerare definitivi i risultati che via via realizza.  La tecnologia è dunque agli antipodi rispetto a qualsiasi assoluto, proprio perché la sua efficacia esistenziale sta nella continua superabilità dei risultati, nella possibilità di aprire altre strade al di là di quelle già conosciute.

Si può dire che se c’è un fattore che realizza concretamente il relativismo nelle società avanzate contemporanee, esso è appunto la tecnologia. Quest’ultima dunque legittima concretamente il pensiero relativistico dell’uomo attuale  ed è parte essenziale dell’esperienza economica e produttiva in atto negli ultimi decenni del XX secolo e nella prima parte del XXI.  Il che è quanto dire che siamo letteralmente  immersi nella diade sopra indicata.

La tecnologia si presenta oggigiorno come la gemella del relativismo, e per la sua inerenza all’economia e alla produzione, legittima continuamente quest’ultimo, facendone l’asse portante dell’epistemologia del XXI secolo. Ogni previsione è ovviamente difficile, ma sulla base di quanto sopra la coppia relativismo-tecnologia si presenta oggi come una combinazione che molto probabilmente persisterà nei prossimi decenni.

Gian Paolo Prandstraller

Giugno 2018.

COMMENTO AL ROYAL WEDDING DEL 18 MAGGIO 2018

Per capire ciò che è avvenuto nella cerimonia appena evocata occorre partire dal concetto di costume nel senso che gli davano i Romani (mores), regole comportamentali accettate da un consorzio civile, indipendenti rispetto al diritto, ma dotate di obbligatorietà e la cui violazione comporta conseguenze più o meno gravi per qualsiasi deviante.

Esempi di mores: il modo con cui ci si veste, la moda, le cosiddette buone maniere per es. nel mangiare  (cucchiaio, forchetta e coltello invece delle mani), gli orari del lavoro e del riposo, i rituali della chiesa, le cerimonie militari nelle loro varie forme, gli inni cantati nei momenti solenni, i contenuti e le modalità della gastronomia, i profili del corteggiamento amoroso come via d’ingresso all’unione fisica completa e così via. Per es. in Occidente il bacio sulla bocca è un tramite verso all’unione sessuale, per i Cinesi sembra fosse il toccamento del piede femminile da parte del corteggiatore.

I costumi hanno trovato il maggiore teorico nel sociologo americano William Graham Sumner, evoluzionista, che  nei primi anni del ‘900 pubblica Folkways (Vie del popolo), tradotto in italiano nel 1962 delle Edizioni Di Comunità col titolo Costumi di Gruppo. Sumner ha insistito sulla  coercitività dei costumi, sulle sanzioni anche gravi inflitte a chi li vìola, sulla difficoltà di far evolvere i medesimi nelle situazioni di conflitto sociale.

Questa premessa è un’introduzione all’episodio, apparentemente solo mondano, al quale questo articolo è dedicato,  il matrimonio d’un membro della famiglia reale inglese con una signora non appartenente a una stirpe principesca. Si tratta appunto d’un episodio di costume legato alle consuetudini storiche della famiglia reale, adattate però al mondo d’oggi. Sta a monte di esso la monarchia britannica che permane, per così dire, dalla battaglia di Hastings (1066 d.C.) quando Guglielmo il Conquistatore diventa re d’Inghilterra (con variazioni graduali) , fino alla nostra epoca, con il breve iato imposto da Cromwell verso la metà del XVII secolo quanto il re Carlo I viene giustiziato dai cosiddetti Puritani (1649).

I caratteri tradizionalisti della monarchia che regge le isole britanniche sono ben noti  ed hanno delle particolarità che è inevitabile ricordare. La più importante è di essere un fattore unificante del tessuto sociale del Regno Unito, che si riconosce via via come entità politica e sociale e dell’impero britannico.

Viene dunque in evidenza il fattore “tradizione” importante ancora oggi perché segno che il comportamento consuetudinario è ancora apprezzato nel mondo anglosassone, nonostante le convulsioni sociali avvenute nel XX secolo. La permanenza della tradizione in un contesto mondiale tutt’altro che pacifico può apparire abnorme, ma in realtà il costume nazionale mantiene ancora un forte rilievo nelle società anglosassoni. Il royal wedding ne è la dimostrazione, perché il matrimonio d’un principe reale suscita tuttora molta simpatia a livello popolare. Ci si può domandare se l’ossequienza a un costume antico sia un fatto positivo. Chi scrive ritiene di dare alla domanda una risposta affermativa. La persistenza d’un costume non è segno d’un conservatorismo ottuso e paralizzante. L’Inghilterra ha compiuto una specie di miracolo, non abolire certi mores fondamentali anche in tempi burrascosi. Il royal wedding del maggio 2018 (celebrato nella cappella di San Giorgio del castello di Windsor) è stato a mio avviso un episodio importante perché  attraverso esso si sono mantenuti certi valori e legami aventi carattere coesivo, in particolare la pace sociale nonostante il clima ideologico del XX secolo. La tempesta ideologica avvenuta in Europa nel secolo scorso non ha potuto scalfire un cluster di costumi che ancora oggi sono riconosciuti come validi. Il royal wedding è una dimostrazione di questa realtà socio-culturale che potrebbe essere imitata, con gli opportuni adeguamenti, in tutto l’Occidente.

Gian Paolo Prandstraller

Maggio 2018.

COMMENTO AL FILM DI PAOLO SORRENTINO LORO 1 e 2 SU BERLUSCONI di Gian Paolo Prandstraller

Ho visto il film di Paolo Sorrentino su B. L’attore Toni Servillo, che ne ha interpretato il protagonista, dice che il regista (e lo sceneggiatore Umberto Contarello) hanno cercato  di sondare il “mistero” Berlusconi, dato che si tratta d’un personaggio non comune. Credo ciò sia vero, ma è il caso di approfondire l’essenza etica e strategica di B., al di là di ciò che dice lo stesso Servillo nell’intervista rilasciata a Marco Belpoliti (La Repubblica, domenica 13 maggio 2018).

Un elemento emerge immediatamente dal film. La centralità del personaggio rispetto a tutti gli altri protagonisti o comparse presenti nella sceneggiatura. B. è un unicum, insostituibile, una personalità che induce alla domanda: come ha conquistato l’enorme stacco sociale che lo caratterizza? In parole semplici, come ha realizzato il suo potere? Il ricordo dei teorici che hanno formulato dottrine storiche sul potere (in particolare Machiavelli e Hobbes) non giova molto a scoprire la via seguita da B. per raggiungere i suoi scopi. Il potere di B. deriva dallo sfruttamento intelligente dei “bisogni” di cui sono portatrici le persone che si rivolgono a lui. Molti personaggi del film sono infatti questuanti che a B. chiedono aiuto rivelandogli il proprio bisogno (di denaro, di carriera, di sesso, di notorietà). Come risponde B. alle loro istanze? Cercando di accoglierle e diventando in tal modo per quei soggetti un protettore insostituibile. Nel caso in cui l’interlocutore sia a sua volta uomo di potere, individuando i campi in cui quest’ultimo può trarre utilità da un contributo di B. alle imprese che sta compiendo (si vedano i casi di Bettino Craxi, Gheddafi, George Bush, Putin). Non è con i metodi suggeriti da Machiavelli o Hobbes che secondo B. si conquista il potere, ma sfruttando il rapporto bisogno-risposta al bisogno.

Dato questo tipo di strategia è evidente che la fonte del potere di B. sta nell’interpretazione intelligente dei bisogni di coloro che gli chiedono aiuto o si aspettano qualcosa da lui. E’ fondamentale il genio di chi capisce la situazione di sofferenza in cui si trova l’interlocutore e ne trae potere. Il film rappresenta bene questa dote di B., che fa di lui un interprete della prassi sociale contemporanea; l’abilità che conta nell’epoca post industriale, la quale, com’è noto, comincia proprio quando B. decide di mettersi in politica (ma lo ha sorretto anche al tempo in cui era un semplice imprenditore). Emerge dal film il rapporto tra B. e i Loro, rientrante appunto nello schema appena indicato.  B. è dunque l’uomo che ha interpretato forse meglio di tutti la corrispondenza tra bisogno e risposta al bisogno e che ha tratto da tale relazione un enorme potere.

Il film attribuisce inoltre a B. un’idea originale del “piacere”. Considera quest’ultimo un attributo senza il quale la vita non ha senso, una necessità connaturata al vivere. Le opinioni filosofiche sul piacere apparse dal Rinascimento in poi (Lorenzo Valla, Hobbes, Leibniz, Freud, Marcuse e altri) attribuiscono al piacere un significato problematico. Questo è superato nel B. di Sorrentino, dove il piacere è semplicemente una risorsa che sorregge la vita. Non si può vivere senza una buona dose di piacere, essere vivi significa poter disporre di doni edonistici abbondanti e raggiungibili. Tale teoria, a mio avviso, percorre tutto il film e ovviamente include la sessualità, da sempre ritenuta un attributo fondamentale della vita. La parte del film dedicata alla sessualità per me corrisponde al concetto di piacere appena indicato ed è presentata come offerta legittima o scambio consapevole tra individui. Viene meno di conseguenza ogni tipo di scandalo e di repressione per l’uso che se ne fa. Siffatta concezione è rivelata nel film  dalla cornice edonistica della villa di B. in Sardegna, dalla giocosità del grande banchetto, dalla libertà con cui avvengono le offerte sessuali, dal fatto che queste non lasciano tracce psicologiche o altro nelle persone che le praticano. Il peso che tale concezione ha avuto nel costume sociale durante la cosiddetta era berlusconiana è scontato, B. è stato infatti una fonte decisiva di trasformazione del costume che sta dilagando attorno a noi. Nell’impianto del film i due caposaldi “bisogno” e “piacere” sono evidenziati attraverso opportune suggestioni.  Perciò il film è un veicolo significativo verso il pensiero sociale del nostro tempo nel senso d’una concezione moderna  del vivere.

Gian Paolo Prandstraller

Maggio 2018.

OSSERVAZIONI SUL PENSIERO STRATEGICO DI DONALD TRUMP, PRESIDENTE USA di Gian Paolo Prandstraller

Donald Trump è un leader di difficile comprensione, i suoi atteggiamenti ne nascondono  il pensiero, sembra faccia di tutto per apparire antipatico all’opinione internazionale. La critica politologica e giornalistica non lo tratta bene, esprime anzi a getto continuo su di lui giudizi negativi. Molti hanno ipotizzato la sua destituzione, ho sentito un critico usare nei suoi confronti addirittura la parola “abbattimento”. Le speranze di alcuni di sottoporlo a un procedimento che porti alla sua caduta non sono ancora spente. Solo in occasione della riconciliazione tra le due Coree, con l’incontro tra Kim e Moon,  sembra essersi sospeso questo andazzo di cose e aprire la strada a una valutazione più realistica dell’uomo e delle sue idee. Mi ha impressionato il revirement del politologo americano (avverso al Presidente) Jan Bremmer. Di lui leggo un’intervista su La Repubblica (sabato 28.4.2018). L’intervista in pratica distrugge ciò che di male Bremmer aveva in precedenza detto su Trump e gli riconosce dei meriti e delle capacità insospettate.

La riconciliazione tra le due Coree è forse un’occasione preziosa per capire questo Presidente. Il successo della politica  da lui seguita per ridurre alla ragione il leader della Corea del Nord, allontanando lo spettro d’una guerra rovinosa, offre l’opportunità di giudicare più meditatamente un politico che si muove facendo riferimento solo a se stesso.

Pongo una questione che a mio parere è a monte di tutte le altre: qual è il problema che assilla in primis Trump e che condiziona tutta la sua politica? Per me il pericolo che la Cina superi economicamente e tecnologicamente l’Occidente e diventi padrona del mondo nel XXI secolo. Il conflitto tra Cina e USA è già molto evidente e si estende a zone apparentemente estranee alla competizione economica e tecnologica come per esempio l’Africa. La sfida tecnologica della Cina diventa ogni giorno più scoperta. A me sembra sia questo lo sfondo che muove tutta l’azione di Trump. Egli ha capito molto bene il problema Cina  e i suoi atti sono orientati a vincere un confronto pericoloso  per gli Stati Uniti, l’unica potenza in grado di contrapporsi efficacemente alla Cina. Tale a mio giudizio la ragione per cui Trump non cessa di ripetere la parola first  applicandola appunto agli USA e legandola all’idea che l’intero Occidente possa riuscire nella difficile impresa di fermare la Cina essenzialmente attraverso l’azione degli USA. Soltanto se l’economia USA, unita alla capacità del grande Paese di essere globalmente più avanzato di tutti gli altri, può sostenere l’impresa con l’aiuto d’un sistema militare preminente.

Ciò spiega a mio giudizio la politica protezionista che Trump ha ideato per difendersi da tutti coloro che cercano più o meno subdolamente di indebolire lo sforzo economico USA, cercando di sottrargli  molte potenzialità di sviluppo con prodotti di poco pregio e di basso costo che invadono i mercati,  oppure pongono a carico degli USA spese che potrebbero sostenere da soli. La parola “produzione” diventa essenziale per gli USA perché è nella produzione la chiave di volta di tutti i processi competitivi.

Altra conseguenza: il primato nel Pacifico come zona d’influenza USA. La Cina non potrebbe essere contenuta se gli USA abbandonassero il Pacifico.  Se ciò accadesse,  la Cina estenderebbe il suo controllo a quella  parte del mondo in cui gli USA affermano la propria statura di potenza mondiale. Ed essere potenza mondiale è essenziale oggi come ieri per gli USA proprio per vincere la sfida lanciata dalla Cina.

Non è difficile capire che per attuare  tale strategia gli USA hanno bisogno di alleati sicuri. Per questo Trump  cerca alleanze di ferro con Israele e l’Arabia Saudita ed è ostile a potenze come l’Iran in cerca d’una propria autonomia e agiscono in modo non coerente con gli interessi USA, per esempio nel campo del terrorismo. La Comunità Europea rientra nel disegno di Trump come ovvio alleato che però non può modificare la strategia generale del gigante americano. La Russia è vista come un competitore non preoccupante perché non dotato, almeno per ora, di potenzialità economiche e tecnologiche tali da prendere parte in un modo o nell’altro alla sfida fondamentale.

Trump  ha rovesciato la politica rinunciataria del predecessore Obama e interviene militarmente o in altri modi ovunque lo ritenga necessario o utile agli USA. Lo si è visto per esempio nella repressione dell’Isis in cui l’America di Trump ha assunto un ruolo decisivo. La parola first è sinonimo, anche in ciò, d’ un primato che il Presidente ritiene inevitabile, se vuole vincere la grande  competizione appunto tra USA e Cina. Come questa andrà a finire non lo sa nessuno, ma Trump sta facendo di tutto perché vinca l’Occidente, dominato dagli USA. Questo è a mio parere il compito che il Presidente si è assunto, ed è di tale importanza che di fronte ad esso  le intemperanze e gli errori del protagonista passano in seconda linea.

Maggio 2018.

COMMENTO AL FILM DI ALESSANDRO ARONADIO “BASTA CREDERE (IO C’E’)”

Scrivo questo commento perché le recensioni  del film “Basta Credere (Io c’è)” non sembrano tali da evidenziare il pensiero che il medesimo sottende. Maurizio Porro (Corriere della sera 29 marzo 2018, pag. 49, titolo dell’articolo “Come risollevarsi dalla crisi grazie a una nuova religione” ) riassume così la “trovata” del protagonista, Massimo (l’attore Edoardo Leo), per sottarsi al fallimento economico: “Quella che Massimo in crisi col suo B&B s’inventa, prendendo esempio dalle suore che riscuotono e non pagano le tasse, è una sua religione ad personam,  in modo che il luogo diventi di culto.  Così il figlioccio di Giuda fonda lo “ionismo” dove ciascuno diventa Dio di se stesso, paradiso di egotismo che richiede il consenso borghese della sorella e la scrittura di un’apposita bibbia da parte di uno scrittore fallito, rispettivamente Margherita Buy e Giuseppe Battiston, nel loro perimetro espressivo…”. E’ vero, nel film Massimo fonda una sua religione per sottarsi ad una crisi personale, ma l’invenzione non è così ingenua e primitiva come Porro sembra definirla; al contrario affronta uno dei più pesanti problemi della cultura moderna, cioè come nascono le religioni, al netto di ogni trascendenza, come acquistano proseliti e creano imperi basati in realtà sul nulla. E’ questo un tema che il film tratta senza reticenze e a suo modo risolve. Ciò significa che esso va visto non come una qualsiasi commedia all’italiana, ma come un contributo socio-filosofico ad una questione di grande peso culturale.

Vediamo cosa dice il film sul piano delle idee, pur legando queste ultime ad una fattispecie banale.  Cercherò di riassumere le idee che a mio parere il registra Alessandro Aronadio  mette nel film cosciente del peso che hanno sul piano della sociologia delle religioni. Raggrupperò queste idee in quattro punti nella forma più breve possibile.

  • Nel film vi è una critica precisa al concetto di “rivelazione” che sta alla base di tutte le religioni storiche, compresa ovviamente quella cattolica. La rivelazione per Aronadio è solo la “trovata” d’un personaggio che ne inventa il contenuto, senza alcun collegamento con una realtà oggettiva e al di fuori di ogni trascendenza. La figura del profeta è perciò ridotta all’inventore di un messaggio del tutto soggettivo e privo di alcuna base reale.
  • Il messaggio può avere fortuna, cioè essere accolto da un gruppo indeterminato di individui se è in grado di sostenere psicologicamente un certo numero di vite individuali. L’adesione collettiva al messaggio si ha quando i potenziali adepti capiscono che esso può dare un senso alla vita di ciascuno di loro.
  • Le conseguenze comportamentali d’una rivelazione si trasformano in fenomeni sociali: come la preghiera, i rituali, le processioni, le regole etiche inventate dal rivelatore, ecc. Attraverso la gestione di questi effetti del messaggio alcuni seguaci creano le “chiese”. Queste assumono un carattere istituzionale e diventano collegamenti operativi con una sfera suprema in realtà inesistente.
  • L’istituzione vende un prodotto fittizio dal quale ricava benefici molto concreti, come lasciti, vendita di indulgenze, fondazioni umanitarie dotate di cospicue sostanze, sistemi di culto, ricchezze totalmente terrene e ovviamente condiziona la vita di intere comunità.

Stupisce che un tale complesso di idee non sia rilevato dalla critica. Nell’evidenziarlo dico al registra Alessandro Aronadio che ha saputo gettare un seme importante nella cinematografia italiana, salvandola da una diffusa banalità intellettiva, elevandola a un significato culturale che, speriamo, abbia presto seguiti coraggiosi. Dalle interviste effettuate nel sito Comingsoon.it ad Aronadio, emerge che  “Con Renato Sannio (co-sceneggiatore) volevamo scrivere un film sulla religione e la sfida è stata quella di provare a farci una commedia. In “Orecchie”  il tema del bisogno di credere era già in nuce nella scena in cui il prete (Rocco Papaleo) benedice  la macchia di muffa, pur sapendo che non è la Madonna.  Il problema è capire perché  mai come adesso, il tema della religione sia quasi tragico e legato a drammatici avvenimenti di cronaca e provare a ridere di questo argomento con i personaggi di “Io c’è”… Da ateo m’incuriosisce la figura del fedele. Credo che viva meglio di me e mi sembrava interessante raccontare di un ciarlatano che si trova a confrontarsi con qualcosa che per lui era inimmaginabile..” Questa dichiarazione dimostra,  a mio parere, che nel regista e nei suoi collaboratori vi è una consapevolezza completa dell’importanza della tematica trattata. Spero che ciò inauguri un filone filmico basato finalmente su problemi importanti del nostro tempo.

Gian Paolo Prandstraller

Aprile 2018.

DAL LAVORO OPERAIO AL LAVORO PROFESSIONALE, UNA MUTAZIONE EPOCALE. I CREATIVI E IL NUOVO LAVORO

Negli anni in cui veniva approvata la Costituzione Italiana, col termine “lavoro” s’intendeva l’attività operaia esperita in via principale nelle fabbriche e nelle coltivazioni agricole. Vi era un riferimento costante a quella forma di lavoro definita come “taylorismo” (dal nome dell’ing. F.W.Taylor che l’aveva inventata nel primo decennio del ‘900) o più semplicemente come “catena di montaggio”, fondata sulla parcellizzazione dell’attività  operaia nel processo produttivo. Si trattava della stessa forma-lavoro che nell’Unione Sovietica era esaltata come “stacanovismo” (la prestazione eccezionale da parte di un lavoratore nei confronti degli altri). Era strettamente legata al concetto di struttura, cioè di  stabilità di ruolo e di mansioni. Divenne materia di studio attraverso la “sociologia del lavoro”. Esperti di questa disciplina come Pierre Naville, Georges Friedmann e in Italia Federico Butera e  Domenico De Masi  acquisirono rilevanza nelle facoltà universitarie. La base sociale di questo tipo di lavoro era la “classe”,  ossia l’aggregazione economica fondata sul possesso dei mezzi di produzione. L’istituzione fondamentale del tempo corrispondeva alla fabbrica dove la maggior parte dei critici vedeva realizzarsi l’alienazione operaia causata da ciò che era chiamato “lavoro in frantumi” (Georges Friedmann). Questo tipo di lavoro teorizzato dai sociologi del periodo era per così dire corretto dalla scuola delle “relazioni umane” (Elton Mayo) che cercava di attenuarne gli effetti negativi sulla personalità degli operatori.

Al di là del lavoro inteso nel senso appena ricordato, vi era una categoria sociale anch’essa oggetto di interventi teorici: la intellighenzia, il gruppo di attori intellettuali esterni alla cosiddetta struttura e che si dividevano (per Antonio Gramsci) in intellettuali organici e non organici, a seconda che esprimessero o meno una sovrastruttura di classe o si considerassero indipendenti da questa.

In Italia, diversamente da quanto avveniva nei paesi anglosassoni, tutto il raggruppamento che derivava dall’applicazione pratica della conoscenza scientifica (cioè i professionisti) era sostanzialmente ignorato. Tale gruppo in America e in Inghilterra era stato però segnalato a partire dagli anni ’50-‘60 del XX secolo da alcuni sociologi  come Talcott Parsons, Robert K. Merton, H. L. Wilensky , W. E. Moore, Ernest Greenwood, Amitai  Etzioni e altri. Io realizzai negli anni ’60 la prima inchiesta sugli avvocati italiani, pubblicata nel 1967 dalle Edizioni di Comunità col titolo “Gli avvocati italiani. Inchiesta sociologica”. Fu un contributo alla sociologia delle professioni rimasto isolato nel contesto accademico. Tutto questo per dire che nella pubblicistica dell’epoca ogni lavoro  diverso da quello operaio era considerato secondario e marginale con le eccezioni appena indicate.

E’ stupefacente come negli ultimi 30 anni questa situazione sia completamente mutata. In quale senso? Che il lavoro operaio è, nelle società avanzate, quasi del tutto scomparso; perdute le sue caratteristiche classiche, si è trasformato  in attività professionale o paraprofessionale . Questo secondo tipo di lavoro è oggi molto articolato, non comprende solo le professioni classiche ma anche forme minori di professionalità che tuttavia rientrano nel modello professionale,  accumunate da un sapere specifico più o meno complesso su cui poggia tutta l’attività dell’operatore.

Accanto a quello che possiamo chiamare “mondo professionale” si sta estendendo un settore creativo, composto dai soggetti la cui opera è di tipo inventivo, artistico, illustrativo, letterario, musicale ecc. Dagli anni ‘90 del XX secolo la creatività è diventata un carattere nuovo della società postindustriale. Si tratta d’un fenomeno ancora non adeguatamente esplorato che assume di anno in anno una rilevanza maggiore attraverso istituzioni come i megaconcerti, i festival, le mostre di pittura e scultura e design, le nuove forme di spettacolo, il cinema, la pubblicità, la moda, la tutela del territorio, l’applicazione artistica necessaria perfino nella gastronomia e settori paralleli. Tale fenomeno sta diventando un’espressione non soltanto intellettuale ma anche economica  di grande rilievo. E’ sperabile che da esso possa venire un incremento rilevante dell’occupazione nel futuro: cioè che il lavoro professionale e quello creativo possano sostituire tutto il vecchio lavoro, inteso nell’accezione fino a qualche decennio fa dominante, ora desueta.

La creazione di nuove occupazioni nel settore “creativo” è fenomeno di grande rilievo perché tale settore è in crescita in tutto il mondo occidentale e convoglia su di sé enormi interessi economici. Il problema dell’occupazione può essere almeno in parte risolto se le forme  professionali che appaiono in questo settore vengano seguite con maggiore attenzione di quanto attualmente avvenga.

Concludendo si può dire che il vecchio significato  del termine “lavoro” sta scomparendo e al suo posto nasce un senso professionale e creativo dell’attività umana  che diviene via via base fondamentale delle società avanzate e speranza concreta di occupazione per molti giovani d’oggi.

Gian Paolo Prandstraller

Marzo 2018.

UN’IPOTESI ESTREMA: ANCHE LA CHIESA POTREBBE IMPLODERE? RIFLESSIONE SUL TEMA

Cosa intendo col termine “implodere”? L’autodistruzione parziale o totale di un’entità organizzata, dovuta non a fattori esterni  ma all’incapacità dei suoi membri di gestire tale entità o all’insostenibilità dei fondamenti su cui essa riposa. Con questo articolo vorrei suggerire che per quanto la Chiesa appaia esteriormente compatta e strutturata, vi sono indizi che attestano il pericolo che la Chiesa giunga in un tempo non definibile, ad una sorta di collasso, la cui gravità effettiva è oggi difficile da precisare.

Vediamo in breve la natura di questi indizi. Li raggrupperò in quattro categorie, ovviamente non esaustive, le seguenti:

  • È evidente l’inopponibilità della dogmatica cattolica al sapere scientifico affermatosi nella seconda metà del XX secolo, con discipline come l’astrofisica, la cosmologia, la meccanica quantistica, la termodinamica, le neuroscienze, la biologia evolutiva, ecc. di fronte alle quali il sistema teologico della Chiesa, basato su narrazioni risalenti a più di 2000 anni fa, non regge più. Nozioni come “paradiso” e “inferno” appaiono oggi più come casi di immaginazione mistica che come entità reali. E’ venuta meno di conseguenza la speranza nel paradiso e la paura dell’inferno. Tali prospettive ultraterrene hanno attualmente poca presa sulla gente.
  • La crisi della dottrina nel confronto col capere scientifico può determinare il vacillare della fede a livello di non pochi membri del corpo ecclesiale. Conseguenza di ciò è il possibile allontanamento di tali soggetti dalla morale cattolica, con deviazioni nel campo degli affari, della speculazione economica, della sessualità e in altri settori comportamentali. Appaiono fenomeni come la pedofilia, gli abusi su soggetti dipendenti, le speculazioni affaristiche, l’avidità di denaro, ecc. La frequenza degli scandali è così assidua che non è più considerata notizia degna di attenzione ma per così dire prassi quotidiana.
  • Si ha la caduta delle vocazioni dovuta all’indifferenza delle giovani generazioni rispetto alla missione sacerdotale, e la preferenza di queste generazioni per carriere laicali. Seminari, abbazie, conventi, parrocchie e altre sedi rimangono spesso prive di personale operativo con grave disagio per i fedeli e perdita di potere da parte della Chiesa.
  • Si nota nella Chiesa una notevole difficoltà di mantenere un’autorità di tipo gerarchico estesa alla piramide organizzativa dell’istituzione. Ciò provoca una perdita d’influenza anche a livello del vertice, ossia del Pontefice, che infatti viene contrastato e criticato in vario modo da una parte, soprattutto alta, del clero, rendendo così difficile l’attuazione delle strategie ideate per salvare l’istituzione. La crisi dell’autorità suprema traspare da molti episodi anche recenti e suscita nel pubblico perplessità evidenti.

Alcune considerazioni attorno a ciascuno di questi punti:

  • La discrasia tra le acquisizioni della scienza e i principi biblici sulla genesi dell’uomo e l’origine dell’universo, è diventata palese. Dopo la scoperta della radiazione cosmica di fondo da parte di Penzias e Wilson nel 1964 (che ha determinato l’accettazione dell’idea di big bang) la dottrina creazionista e le storie bibliche sull’origine del mondo sono ormai indifendibili. Tutto l’apparato teorico riguardante tali tematiche appare indebolito, e così pure la dottrina secondo cui un Ente supremo avrebbe mandato sulla Terra (piccolo pianeta di un sole secondario di un altrettanto secondaria galassia, in mezzo a miliardi di galassie) un suo messaggero allo scopo di “salvare” la specie umana.  Il  buon senso impone la domanda: perché tutto questo è capitato proprio alla Terra?
  • Come conseguenza  della crisi del sistema teologico può esservi come già detto perdita della fede da parte d’un  settore ampio della gerarchia, col risultato di trasformare la vocazione di coloro che ne fanno parte in una carriera laica. Lo spirito di questi membri della struttura non può più aderire alla tradizione canonica perché essi intendono la propria presenza nella struttura come un fatto mondano anziché come una missione.
  • E’ comprensibile alla luce di tale crisi, quella delle vocazioni. Essa è coerente con l’indifferenza delle giovani generazioni rispetto al richiamo sacerdotale che viene sostituito con mete diverse anche da persone attratte da una spiccata spiritualità.
  • La discrasia che si sta verificando per il rifiuto delle idee del Pontefice da parte di membri della struttura, determina un contrasto tra questi ultimi e le politiche del Pontefice le quali, diventano così parzialmente inattuabili. Ciò può produrre nel tempo un blocco delle strategie stabilizzanti della Chiesa.

Questo insieme di fenomeni è tale da far prevedere un allentamento della compattezza dell’istituzione. Quando il fenomeno si verificherà apertamente  è impossibile dire, ma tale stato di cose è indubbiamente pericoloso per la struttura ecclesiale. Sono possibili, nel prossimo futuro,  accadimenti che spingano la Chiesa in una direzione oggi non individuabile, ma comunque difficile. Altro  per ora  non si può dire, ma non si può ignorare uno stato di cose che può diventare  dissolutivo.

Gian Paolo Prandstraller

Marzo 2018

L’AVVENTO DEL CAPITALISMO ARTISTICO. CONSEGUENZE SULLE PROFESSIONI INTELLETTUALI

E’ certamente vero che fino a poco tempo fa il consumo e il mercato erano i volani strategici del capitalismo, mentre altri fattori rimanevano secondari rispetto a quei valori. Gilles Lipovetsky e Jean Serroy nel libro L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico (trad. it. Sellerio Ed. 2017)  si allontanano nettamente da tale interpretazione del capitalismo. Sostengono che tutti i “fenomeni artistici” (moda, design, mass media, pubblicità, cinema, produzione industriale avanzata, per esempio automobilistica, architettura, turismo, divertimenti, gastronomia) stanno creando un “capitalismo artistico” la cui caratteristica di fondo è di generare filiere produttive nelle quali è essenziale il fattore artistico. Ciò produce, secondo gli autori, una “estetizzazione del mondo” la cui conseguenza diretta è che le avanguardie artistiche sono ormai integrate nella produzione industriale, mentre si estingue la contrapposizione che ha segnato il XX secolo, arte contro industria, cultura contro merce, creazione artistica contro intrattenimento ecc. L’idea che oggi la creazione artistica è il fattore chiave della competitività economica è molto interessante. Il processo s’incorpora visibilmente  nel fatto che i marchi di moda, i negozi, i bar, i ristoranti, i centri commerciali, le attrezzature turistiche, le scenografie cinematografiche e teatrali, gli eventi musicali, i festival e così via rimandano continuamente al fattore artistico che viene considerato essenziale a ogni tipo di produzione e di servizio, anche se tale fenomeno non è sempre chiaramente riconoscibile. Scrivono gli autori : “Con l’epoca ipermoderna si costruisce una nuova era estetica, una società sovraestetizzata, un impero sul quale non tramontano mai i raggi dell’arte. Gli imperativi dello stile, della bellezza, dello spettacolo hanno acquisito una tale importanza sui mercati del consumo e trasformato a tal punto l’elaborazione degli oggetti e dei servizi, le forme di comunicazione, la distribuzione e il consumo, che è difficile non riconoscere l’avvento di un vero e proprio modo di produzione estetica divenuto ormai maturo. Denominiamo capitalismo artistico o capitalismo creativo transestetico questo stato dell’economia, del commercio liberista” (op.cit. pag. 41).

A mio parere il punto di vista dei nostri autori è difficilmente contestabile. Il capitalismo odierno si sta effettivamente avviando nella direzione che essi indicano. Si potrà parlare d’un fenomeno più o meno omogeneo, più o meno evidente, ma la tendenza  generale è appunto quella da loro mostrata. L’estetizzazione dell’economia produce una ricchezza di stili, di mode,  di spettacoli, di narrazioni, di festival di musei e mostre, di sollecitazioni ludiche, di divertimenti ecc., che fino a ieri non esisteva, caratterizzando il XXI secolo in una maniera imprevista, al di là della diffusa opinione che l’arte, la musica, lo spettacolo, il divertimento fossero del tutto estranei all’economia industriale. La definizione marxista e ogni interpretazione strettamente economica del capitalismo vengono  sconvolte da questa nuova visione che appare rivoluzionaria sotto parecchi punti di vista e che smentisce molte analisi precedenti.

Il primo aspetto che viene in evidenza è la forte presenza di “creativi” sulla scena sociale.  E’ chiaro che senza i creativi oggi non vi può essere né sviluppo né innovazione e sono pertanto superate le teorie economicistiche e operaiste apparse nel XX secolo. Un’immensa letteratura basata sull’interpretazione marxista del capitalismo viene implicitamente  cancellata dalla scena culturale. E’ cosa che possiamo constatare anche a livello di opinione comune.

Si afferma una nuova concezione del  “lavoro”,  nel senso che il termine lavoro ha ormai il significato di “attività intellettuale” volta ad uno scopo. La trasformazione del lavoro in attività intellettuale è già corrente nelle società avanzate ma apparirà con maggiore chiarezza in un futuro prossimo  perché tutte le esperienze necessarie ad una produzione moderna hanno carattere intellettuale e non manuale.

Il sistema professionale subisce un allargamento cospicuo verso le professioni artistiche, musicali, dello spettacolo, architettoniche e paesaggistiche, volte a migliorare la vita, a creare sviluppo,  piacere esistenziale e così via. Tale allargamento può essere una risorsa importante in termini di occupazione, intesa quest’ultima non nel vecchio senso ma della probabile apparizione d’un universo professionale esteso molto al di là della sua attuale accezione e idoneo ad assorbire lavoro mentale in quantità cospicua.

Conseguenze sull’ evoluzione del capitalismo. Se si osserva  l’ultimo mezzo secolo si può vedere che il capitalismo inteso come sistema economico ha subìto in tale periodo  due importanti mutazioni. La prima si verifica verso gli anni ’70 del XX secolo quando la conoscenza scientifica diventa fondamentale mezzo di produzione, dato che senza quella conoscenza non si può realizzare alcun prodotto che possa essere assorbito dal mercato. Tale fase coincide col cosiddetto assetto “post-industriale” le cui istituzione più importanti sono la grande università e il centro di ricerca, cioè i due massimi veicoli di conoscenza scientifica senza i quali non può esistere un’economia avanzata.

La seconda ha inizio verso la fine del XX  secolo (anni ’90) ed è basata sulla nozione di creatività, nella quale l’arte e le attività artistiche in genere appaiono sempre più chiaramente come espressioni fondamentali del lavoro e del sociale. Questa seconda variabile viene appunto definita nei suoi aspetti più tipici nel libro di Lipovetski e Serroy  L’esthétisation du monde. Vivre à l’àge du capitalisme artiste, la cui importanza per l’interpretazione del nostro tempo sembra evidente. Non sappiamo ancora come le due nozioni conviveranno, come si influenzeranno l’una con l’altra. E’ già molto però aver capito quali sono le fonti primarie dell’evoluzione del capitalismo, fenomeno economico-culturale che come tutti sanno continua a dominare il mondo e del quale è  impossibile ignorarne la natura.

Gian Paolo Prandstraller

Febbraio 2018.

No per sempre alla clausura. La triste fine del monachesimo occidentale

La parola “clausura” deriva da “chiudere”, in una prigione o altro luogo sorvegliato. Ricorda il carcere, un recinto blindato dal quale non si può scappare. Negli ultimi tempi l’istituto della clausura ha subito uno scacco innegabile, ma l’idea della sua legittimità permane ancora sostenuta com’è da istituzioni potenti e da fautori male informati sulla natura reale del fenomeno. Nei paesi evoluti diventa romanzo storico,  come la Monaca di Monza e la Badessa di Castro, amante del vescovo nella cui giurisdizione si trovava il convento, ricordata da Stendhal nel racconto omonimo. Manzoni chiama “sciagurata” la reclusa che s’ era abbandonata all’individuo entrato nel monastero per congiungersi con lei. Non dice gran che sull’istituzione claustrale, infondo la trova rispettabile. Non indaga abbastanza sul modo seguito dalle famiglie potenti per far accettare a una figlia la segregazione perenne, promettendole che presto sarebbe diventata “badessa” del convento in cui il seppellimento avveniva. Dietro a tutta l’operazione c’era il diritto di primogenitura dell’erede maschio, la conservazione del patrimonio, la lusinga d’un potere monacale che andava di pari passo con la politica della famiglia. Sembra fosse lecito alla badessa riservarsi un appartamento dentro al convento, dove poteva fare ciò che voleva fuori dalla curiosità delle consorelle. Giovanna da Piacenza, figlia degli aristocratici  Marco e Ignese Bergonzi,  fece dipingere se stessa nel convento di San Paolo a Parma in veste di Diana cacciatrice dal pittore Correggio, uno dei più grandi artisti del ‘500.  A Parma si può visitare l’appartamento in cui Giovanna riceveva l’artista seguendo un costume diffuso nel tempo. Da questo episodio ci si può fare un’idea  di come poteva essere la vita d’una badessa nel XVI secolo, donna sacrificata agli interessi della famiglia ma posta in un luogo in cui potevano darsi segrete libertà e oscuri sollazzi.

Trovo disumana la clausura, comunque sia praticata, anche nelle forme  più moderne. Rientra nella nozione sociologica di “istituzione totale”. E’ una forma organizzativa  dove tutte le attività quotidiane dei reclusi, anche le più intime, sono controllate da un’autorità alla cui vigilanza essi sono sottoposti. Oltre al convento sono istituzioni totali il carcere, il campo di concentramento, il manicomio e simili.

Quando penso a tali  reclusòri provo una pena che mi è difficile descrivere. Che una creatura umana possa essere trattata in questo modo mi sembra un’enormità quando ciò deriva da un indottrinamento che le toglie l’amore, i figli, la libertà di scegliersi un percorso esistenziale! Se la reclusione è conseguenza di una condanna, allora è ovviamente accettabile, ma se consegue a una “libera” decisione, mi sembra disumana e tristissima.

L’avversione verso la clausura mi porta a constatare che il terreno culturale da cui quest’ultima deriva è il monachesimo, un fenomeno centrale nella storia del medioevo. Il monachesimo ha avuto grandi meriti in quell’epoca ormai lontana, ma le sue benemerenze non sono state sufficienti a salvarlo dalla modernità. Questa rifiuta l’idea che una persona possa escludersi dal mondo per affrancarsi dai difetti e dalle sciagure del medesimo. Il “monastero” è stato per secoli il fulcro ideale di tale concezione anche se, ripeto,  ha dato molto alla cultura in un clima ideale in cui certi uomini di pensiero sentivano il bisogno di sottrarsi alle brutture del tempo. Oggi la fuga dai problemi della vita non è più concepibile e dunque il monachesimo è giunto alla fine, il suo tracollo è evidente.

Per documentare il periodo migliore del monachesimo basterà ricordare San Benedetto da Norcia (VI secolo d.C.) e dopo di lui  la fondazione del monastero di Cluny in Borgogna nel 909 d.C.  San Benedetto fu l’inventore d’ una regola che imponeva agli addetti di lavorare oltre che di pregare. Capì che si doveva obbligare il monaco ad essere operoso in modo che coloro che rifiutavano il  mondo si dedicassero ad attività costruttive, utili alla comunità oltre che a se stessi. In tal modo cambiò radicalmente il costume monastico di quei tempi e sorse un potere ecclesiastico molto influente. Fu possibile il formarsi d’una economia del monastero bonificando grandi terreni, elevando imponenti edifici. Alcuni secoli dopo Cluny completò per così dire  l’intuizione di Benedetto e diffuse a piene mani cultura ed elevazione spirituale nei secoli X, XI e XII. Soggiornò a Cluny anche Ildebrando di Soana,  poi Gregorio VII il papa che umiliò a Canossa l’imperatore Enrico IV.

Il rispetto che dobbiamo al monastero medioevale non ci vieta di constatare che lo spirito che lo animava non esiste più. Non è concepibile oggi la fuga dal mondo per dedicarsi a un isolamento metafisico e all’oblio della vita reale.  La società  industriale ha posto fuori dalla scena sociale tale costume. In parole semplici quasi nessuno ricorre più all’autoesilio, tutti accettano di rimanere nel mondo e nei meccanismi di questo per quanto tristi essi siano. Il monastero è rimasto senza adepti, dimenticato al punto che di esso si visitano le antiche strutture ma queste sono vuote, ridotte in certi casi a curiosità turistiche. E’ male o bene che tale implosione sia avvenuta? La fine del monastero come entità operativa significa il tramonto del monachesimo. E’ fenomeno che vediamo attorno a noi, uomini del XXI secolo, la cui etica consiste nell’affrontare la vita, non scappare da questa. Tutto un modo di pensare è crollato. La società odierna è migliore di quella medioevale, altre battaglie ci attendono, diverse da quelle in cui quei lontani eroi si cimentavano. Non provo dolore perché ciò è avvenuto, lo provo per i pochissimi che seguono ancora quella strada ormai desueta e, per noi, priva di senso.

Gian Paolo Prandstraller

Febbraio 2018