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LA VECCHIAIA, IERI, OGGI E QUANDO LA DURATA MEDIA DELLA VITA SARA’ DI 100 ANNI

Com’ è noto la vecchiaia è stata oggetto di riflessioni da parte di molti autori. Se si da un’occhiata alla letteratura occidentale si trova che la vecchiaia è stata considerata nella quasi totalità dei casi come un periodo non desiderabile, triste e avvilente, nonché foriero d’inevitabili sofferenze. Pare che i lirici greci del VII e VI secolo a.C. abbiano inaugurato efficacemente siffatta opinione, giungendo a una conclusione che si può riassumere così: è meglio morire giovani e muore giovane chi è caro agli dei. Quei poeti  vissero in un periodo storico aspro e pericoloso; quello che vide numerosi tiranni prendere possesso in Grecia del potere politico e perseguitare coloro che si opponevano alla loro volontà.  Si può indurre che a spiriti liberi com’erano i poeti sembrava meglio uscire dal mondo piuttosto che subire le persecuzioni dei tiranni. La situazione politica implicava dunque un giudizio negativo sulla vita nel suo complesso. Tra quei lirici uno si distingue per la perentorietà del giudizio sulla vecchiaia. Il suo nome è Mimnermo di Colofone, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. Il pensiero di questo lirico si può cogliere nella poesia Come le foglie di cui riporto il testo nella traduzione di Salvatore Quasimodo

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.

Il duro giudizio di Mimnermo è solo parzialmente corretto dai maggiori autori latini che si sono occupati dell’argomento, Marco Tullio Cicerone e Lucio Anneo Seneca. Il primo, nel 44 a.C., poco prima della morte, scrive Cato major de senectute. L’opera a forma di dialogo tra uomini illustri del tempo riguarda Catone il Censore. L’etica sottesa è lo stoicismo. Sostiene che la vecchiaia va “sopportata” con tutti i suoi guai con coraggio e dignità. Seneca scrive De brevitate vitae verso il 49 a C., nel periodo successivo all’esilio in Corsica subìto dal filosofo. Il tema di fondo di Seneca è che data la brevità della vita non bisogna sprecare il tempo che ci è concesso ma utilizzarlo con impegno e cura. Secondo Seneca la vecchiaia va vissuta coraggiosamente e utilmente nonostante i guai che infligge all’uomo.

Le cose non vanno meglio per autori che consideriamo moderni. Basterà ricordare come la vede Shakespeare in As you like it, dove il drammaturgo descrive le sette età dell’uomo. Nell’ultima, la vecchiaia è descritta come un ritorno abnorme all’infanzia, segnato da insensibilità, oblio, perdita dei denti, degli occhi e del gusto, voce tremante, gambe rinsecchite, incapaci di camminare. Nell’età romantica abbiamo il crudo giudizio di William Butler Yeats, secondo il quale il vecchio non è che “un relitto umano, un abito a brandelli appeso ad un bastone, un individuo che non serve più a nulla a meno che non reagisca eroicamente a tale condizione”.

Un mutamento radicale delle idee sulla vecchiaia si ha verso la fine del XX secolo, un periodo storico che per le novità che introduce non cessa anche oggi di stupirci. Viene in piena evidenza in quel periodo l’allungamento della vita reso possibile dalla scienza e si prende coscienza che questo  importante evento modifica l’idea stessa di vecchiaia. E’ il caso di notare che in quest’epoca appare un cluster d’innovazioni sociologiche, economiche e culturali già evidenti alla fine del  secolo ma esplicitate più chiaramente nel nostro XXI sec. Oltre al prolungamento della vita, si nota la difficoltà di dare lavoro a tutte le persone disponibili a causa dell’intelligenza artificiale, della robotica, dell’automazione, ecc.; la parità uomo-donna promossa dai movimenti femministi e simili; l’apparizione d’un’etica che abbandona il pessimismo per aprirsi all’apprezzamento dei doni offerti dalla vita (ricordo sul tema le opere dello psicologo evoluzionista canadese Steven Arthur Pinker  il quale sostiene che la vita attuale è migliore di quella del passato e che la violenza nelle società umane è costantemente diminuita nel tempo e rivaluta il concetto di ottimismo, in aperta contrapposizione ai molti pessimisti del nostro tempo); il peso assunto dalle idee di creatività e di innovazione che trasformano la produzione in un senso del tutto non rituale; la concezione per cui ogni uomo deve realizzare la propria personalità anche al di fuori del lavoro che gli procura da vivere; eccetera. Sono tematiche interrelate, molto più di quanto sia possibile comprendere oggi. Tra tutte a me pare che il prolungamento della vita indotto dalla scienza sia di particolare importanza e possa condurre ad una rivoluzione esistenziale, sociale ed economica assai notevole.

Non è difficile immaginare fin d’ora che, tra qualche decennio, la media temporale  della vita umana tocchi il secolo, o più. Quali saranno le conseguenze di tale conquista? Quali le ripercussioni psicologiche ed etiche? Quali i mutamenti nei rapporti fondamentali che ogni individuo  stabilisce con i suoi simili, l’uomo con la donna, l’individuo con la società? Alcuni di questi mutamenti sono già ben visibili. Uno salta agli occhi: l’amore in tarda età, la frequenza con cui si danno grandi differenze di età tra i partner del rapporto amoroso. Sempre più spesso tale dislivello appare normale, mentre un tempo sembrava aberrante. Ho rivisto il film di Giuseppe Tornatore La corrispondenza (2016) nel quale si vede l’amore tra un anziano professore di astronomia o cosmologia e una giovane allieva, seguito dalla morte di lui e dai messaggi postumi che il professore fa pervenire mediante un metodo ingegnoso all’affranta e stupita amante. Il film presenta la differenza di età e di status come un fatto del tutto normale nella vita del nostro tempo. Il superamento di tutti i rapporti giuridico-formali nei legami affettivi è ormai invalso. Nessuno di tali legami, un tempo pesantissimi, può fermare l’attuazione concreta d’un rapporto d’amore quando questo sia veramente sentito dai protagonisti.

I problemi sociali e psicologici che l’allungamento della vita sta provocando sono di grande entità. Quando gli individui avranno la ragionevole speranza di vivere almeno cent’anni, quale sarà la loro idea della condizione umana? Non è impossibile che approdino al concetto che data la sua profondità temporale la vita è più godibile, le sue offerte più allettanti, le sue prospettive più rosee. Può darsi che in tale visione della vita rientri anche la morte la quale potrebbe diventare “accettabile” dopo un così lungo vivere, tanto sarà il tempo in cui l’itinerario esistenziale avrà modo di esplicarsi. Quale sarà la visione dell’amore e della felicità quando ogni individuo potrà pensare: ho davanti a me cent’anni da vivere, da riempire con  i doni che la natura e la società mi mettono davanti come fossero un invito al piacere di vivere, alla ricchezza dei sentimenti?

Gian Paolo Prandstraller

Febbraio 2018

PESSIMISMO E OTTIMISMO, IERI E OGGI. PERCHE’ LA SCIENZA MODERNA E’ OTTIMISTA

Pessimismo e ottimismo non sono dottrine filosofiche ma atteggiamenti che le persone assumono quando devono affrontare le dure esperienze  della vita. Il primo implica un giudizio negativo sulle possibilità che la vita offre. Il secondo l’idea: vale la pena di vivere e di cogliere i piaceri e i vantaggi che la vita può offrire. La conseguenza del pessimismo è, nella maggioranza dei casi, una rinuncia totale o parziale all’intervento umano sulla realtà per modificarne i contenuti e le aspettative. La conseguenza dell’ottimismo è di fare affidamento sull’azione umana per migliorare la realtà e la stessa condizione dell’uomo.

Nella storia si trovano fasi o momenti in cui è stato prevalente l’uno o l’altro atteggiamento. Per esempio nella cultura del XVIII il movimento intellettuale noto come “Illuminismo” ebbe caratteri ottimistici perché previde un futuro migliore per quella parte dell’umanità che avesse accettato i suoi suggerimenti. Fu seguito alla fine di quel secolo dal “Romanticismo”, segnato questo da un’esaltazione imponente dell’individuo, culminante troppo spesso nella delusione e nella fine dei protagonisti per suicidio, vera propria dichiarazione d’impotenza rispetto alle possibilità esistenziali dell’uomo. Giacomo Leopardi e Schopenhauer furono tipici rappresentanti nella prima parte del XIX secolo del pessimismo eretto a sistema filosofico.

Nella fase iniziale del XXI secolo si nota nella cultura occidentale una notevole fiducia che l’esistenza umana possa essere migliorata attraverso la ricerca scientifica. Perciò si sta diffondendo una vena di ottimismo che ispira la condotta di molti leaders, pensatori, artisti ecc. Un altro momento della storia in cui l’ottimismo sembra essersi affermato fu l’ “Umanesimo” nel XV secolo. Qual era il pensiero sotteso alla vita e all’azione degli Umanisti? Che la civiltà greca, ellenistica e romana avessero saputo creare un mondo migliore, più ricco di contenuti di quanto fosse l’assetto medioevale, e che dunque occorreva richiamare in vita quelle lontane esperienze, i costumi, i piaceri che esse avevano tramandato ai posteri, sottoposti ahimè  all’oscurantismo medioevale. Il successivo “Rinascimento” rafforzò questa visione, la rese più consapevole, dando luogo ad una fioritura artistica e filosofica dominata dal principio: la vita può essere vissuta in modo piacevole, è assurdo gettarla via con inutili rinunce,  sacrifici, autopunizioni, sensi di colpa, ecc. Tale concezione fu aspramente criticata dalla chiesa cattolica e oscurata dalle guerre di religione,  ma dalla triste realtà di queste ultime emerse un approccio culturale  che doveva consolidarsi nei secoli successivi fino a noi. Era la scienza, interpretazione della realtà basata sull’osservazione e la ricerca, che oggi vediamo trionfare nella società odierna.

Qual era la variabile nuova che la scienza introduceva nella cultura del XVI secolo?  Sostanzialmente questa: si deve studiare la natura attraverso un criterio semplice ma faticoso, l’osservazione dei fenomeni senza ricorrere alla sapienza antica che precedentemente formava l’autorevole base del sapere.

La scienza nasce dal più triste e oscuro campo di indagine, l’anatomia. Questa disciplina  si sviluppa specialmente a Padova e a Bologna nel XVI secolo, protetta a Padova dalla Repubblica di Venezia, attraverso l’opera di alcuni personaggi ben noti. Il primo è Andrea Vesalio, nato a Bruxelles, professore a Padova, che attraverso le osservazioni fatte sul cadavere compone i famosi libri di anatomia (De humani corporis fabrica libri septem, Basilea, 1543). Altri anatomisti molto importanti furono Realdo Colombo, successore di Andrea Vesalio a Padova, Gabriele Falloppio e Fabrici D’Aquapendente, amico di Galileo che lo frequentò nel lungo periodo passato a Padova. Questi scienziati misero da parte l’antica medicina galenica e introdussero lo studio autoptico del corpo umano mediante la dissezione dei cadaveri. Il metodo dell’osservazione diretta fu la loro caratteristica, imitata poi da Galileo con riguardo alle stelle attraverso l’uso del telescopio, usato dal pisano per studiare la luna e i satelliti di Giove. Con l’osservazione diretta Galileo fondò l’astronomia moderna e ne diffuse la pratica con la famosa opera Sidereus Nuncius (1610).

Alcuni secoli dopo, possiamo constatare che la scienza ha vinto la battaglia contro la speculazione astratta, ancora dominante tra gli uomini di cultura del XVII secolo. Lo dimostra offrendo dei “risultati” la cui utilità pratica è visibile a tutti.  Di questo elemento bisogna tener conto quando ci si domanda se la scienza (affiancata da numerose tecnologie) sia ottimista o pessimista. La risposta è che la scienza  incorpora un’alta dose di ottimismo perché lo scienziato crede inevitabilmente nella possibilità di successo delle sue ricerche, altrimenti non si avventurerebbe in esse. Ogni scienziato o ricercatore scientifico dev’essere ottimista per il solo fatto che si applica a programmi di ricerca che prima o poi possono avere successo.  La scienza accetta il concetto di “miglioramento della vita” che fu tipico delle correnti filosofiche positiviste ed evoluzioniste del XIX secolo. Anche queste ultime furono segnate da un implicito ottimismo e portarono a grossi risultati, tra cui la teoria darwiniana dell’evoluzione. Sorreggono anche oggi i tentativi dell’uomo di conquistare gradualmente una vita migliore.

Gian Paolo Prandstraller

Gennaio 2018

ZYGMUNT BAUMAN E IL PROBLEMA DELL’INCERTEZZA NELLE SOCIETA’ ATTUALI

L’umanità è vissuta in ogni tempo nell’incertezza ma questa non è stata percepita sempre come grave disagio esistenziale.  Prima dell’avvento della società “postindustriale” nessuno parlava di questa nozione,  tutti volevano vivere nella certezza cioè nello stato opposto all’incertezza. La stabilità interiore nasceva dal credere che la vita possa o debba basarsi su verità non discutibili alle quali gli uomini si aggrappano ricavandone un senso di tranquillità psichica e intellettuale. Le idee fondamentali rispetto alle quali questo procedimento si verificava, erano di tre tipi: quelle derivate dalla religione, quelle fondate sulle ideologie, quelle che fanno capo alla scienza.

La religione nel periodo indicato (che è in sostanza l’ultima fase del periodo “industriale”) è stata abbandonata da molti perché i suoi dogmi sono stati smentiti dalla scienza. Le conquiste scientifiche e tecnologiche hanno distrutto a poco a poco le grandi verità religiose. Galileo Galilei nel secolo XVII scriveva: “Io stimo più il trovar un vero, benchè di cosa leggiera, che ‘l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nessuna”. La fondatezza di questa proposizione è apparsa nei secoli successivi sempre più evidente, e la religione come fondamento dell’esistenza è gradualmente  tramontata. Perciò coloro che credevano in una verità trascendente  si sono  trovati senza tale sostegno cadendo in preda all’incertezza.  Stranamente la filosofia è andata incontro ad un destino analogo. Da circa 3000 anni i filosofi hanno cercato di conoscere la vera essenza della realtà ricorrendo a concetti come “Assoluto”,  “Spirito” , “Noumeno” ,  “Volontà”, “Idea”,  “Tutto”, “Tao”, ecc. . Con la caduta delle ideologie, che erano espressione diretta della filosofia, siffatta base epistemica è crollata, e con essa la rassicurazione psicologica che conferiva agli individui.

Consideriamo ora la scienza. Questo modo di conoscere ha fatto aggio sulle cosiddette “leggi naturali”, i paradigmi entro i quali i fenomeni devono inevitabilmente ricadere e riprodursi in ogni spazio e tempo. Il caso classico di legge naturale è, come è noto, la gravitazione universale, scoperta da Isaac Newton verso la fine del XVII secolo. La nozione di legge naturale ha fatto pensare che la scienza fosse in grado di affermare la possibilità della certezza rispetto a tutta la realtà anche perché garantiva la prevedibilità dei fenomeni ancora non accaduti. Ma nella seconda parte del XX secolo è stato dimostrato che non sempre è così, che le leggi naturali non sono assolute ma probabilistiche e in certi casi non applicabili. Scienze come la meccanica quantistica, la termodinamica e la cosmologia hanno evidenziato tale stato di cose ed eliminato quindi uno dei sostegni più importanti della certezza intellettiva e psicologica.

Il problema che si presenta all’uomo attuale è dunque: come vivere in un quadro esistenziale  sostanzialmente privo di certezze? Questo è uno dei  grandi interrogativi che si presentano nel XXI secolo, ovviamente mescolato a  cause d’incertezza puramente fortuite. Ed è il punto su cui si sofferma particolarmente Bauman.

Nel piccolo libro L’ultima lezione (Laterza 2017) ,  il compianto sociologo    sembra pervenire al concetto seguente: l’intero universo è sottoposto ad accidenti, congiunture, casualità imprevedibili, eventi fortuiti e simili.  Perciò affidarsi alla certezza non è possibile. Bisogna invece accettare l’incertezza come regola generale della condizione umana, e vivere di conseguenza in uno stato di perenne instabilità. Quest’ultima è ineliminabile e genera angoscia nell’uomo d’oggi.

Sono indotto a ricordare che io affrontai la problematica trattata da Bauman nel saggio L’uomo senza certezze e le sue qualità, pubblicato da Laterza nel lontano 1991. A differenza di Bauman davo alla nozione d’incertezza un fondamento epistemologico, cioè la crisi delle forme di conoscenza possibili; e consideravo da questo punto di vista lo stato di crisi proprio della nostra epoca come una delle caratteristiche sostanziali di questa. Concludevo però sostenendo che  tale stato di cose non  era del tutto negativo, perché determinava l’apparizione d’un uomo avente qualità intellettive, psicologiche ed etiche atte a fronteggiare la nuova situazione. Questa è ancora la mia opinione, trent’anni dopo la pubblicazione di quel saggio. Per capire a fondo la posizione di Bauman sul tema è necessario leggere con attenzione il saggio La fine del mondo contenuto nel libro sopra citato. L’autore sostiene che l’incertezza oggi dominante ha tre cause: le minacce provenienti dalla natura non ancora addomesticata; i pericoli provenienti dall’uomo che può usare armi disumane e colpire irreparabilmente i suoi simili; i calcoli errati, l’ignoranza, gli intralci che l’uomo stesso genera. Cause dunque non direttamente legate al fattore conoscenza ma alle accidentalità e stranezze del mondo. Perciò, conclude Bauman, “duecento anni dopo l’Illuminismo  molteplici menti brillanti concordano nel dire che il grande progetto dell’Illuminismo non ha funzionato”.

Non posso associarmi a questa conclusione. A mio parere essa non considera nel dovuto modo ciò che è accaduto nella seconda parte del XX secolo in un settore decisivo della cultura: la conoscenza scientifica unita alle tecnologie,  come elemento  chiave della produzione e della vita civile. Tale evento, che diversifica nettamente la prima metà di quel secolo dalla seconda, ha un’importanza tale da togliere valore a gran parte delle argomentazioni di Bauman sull’impossibilità di eliminare l’incertezza nell’uomo odierno. E’ infatti un fattore che allarga eccezionalmente le capacità di eliminare, almeno in parte, le cause di ansia o disperazione evocate da Bauman. Ed è elemento  che rafforza oltre ogni previsione la speranza  dell’Illuminismo di migliorare progressivamente il mondo. Lo si vede nei fatti: guarigione di molte malattie, prolungamento della vita, capacità di previsione di fenomeni naturali, scoperte come il DNA, le conquiste spaziali, la rapidità nei trasporti e nelle comunicazioni, il miglioramento dell’alimentazione, la possibilità di nutrire grandi masse di esseri umani prima non sufficientemente alimentati  ecc.. E’ vero che questo importante improvement della condizione umana non è esaustivo, nel senso che non riguarda tutta l’umanità ma solo una parte di essa, ma non si può ignorare che il salto rispetto alle condizioni anteriori è stato enorme e tutto fa presagire che potrà essere continuato nel XXI secolo. Perciò ritengo che la tesi di Bauman non sia accettabile. Al pessimismo di questo autore opporrei un moderato ottimismo, una speranza ragionevole,  un affidamento coraggioso al futuro. L’umanità è esposta ad un grado elevato d’incertezza, ma questa situazione può essere ridotta continuando lo sviluppo della conoscenza scientifica, già fiorita nella seconda parte del XX secolo oltre ogni previsione. E’ un elemento che migliora il destino dell’umanità anche se non ne garantisce certo il benessere stabile o addirittura la felicità. Ciò che abbiamo raggiunto non è poco, e dunque l’Illuminismo può essere ancora considerato, nonostante le inevitabili contraddizioni e difficoltà, come una via maestra percorribile dall’umanità.

Gian Paolo Prandstraller

Gennaio 2018.

LA GENESI DELLA VENERE BOTTICELLIANA PUO’ ESSERE EVOCATA COME ROMANZO?

Ecco la prima domanda. Gettai lo sguardo sulla Venere. Mi ricordai del tempo in cui sapere com’è fatto il corpo femminile era, per un ragazzo ignaro com’ero allora, di enorme importanza. Davanti alla Venere di Botticelli mi tornò alla mente quel remoto desiderio. Ora tale realtà l’avevo davanti agli occhi concretizzata in effige  dal pittore fiorentino. Mi domandai com’era arrivato a figurarla con una vivezza che la rendeva per così dire immortale.

Mi misi a pensare al modo in cui Botticelli era giunto a tanto risultato e iniziai un processo di reviviscenza di lui e delle persone che gli furono vicine. L’itinerario mentale percorso dal maestro diventò un rebus difficile ma che potevo risolvere. Dovevo cogliere con la mia sensibilità le pene che il pittore certamente sofferse per arrivare a simile approdo.

Ricordai che Botticelli aveva dipinto lo stendardo della giostra del 29 gennaio 1475 tenutasi a Firenze e vinta da Giuliano de Medici. Lo stendardo raffigurava Simonetta Vespucci, la senza pari, la bellissima che passeggiava per le vie di Firenze facendosi ammirare da uomini potenti, affascinati da lei. Era ragionevole pensare che per dipingere la Venere, Botticelli fosse riuscito successivamente a vederla senza veli  in qualche luogo precluso alla curiosità della gente. E che ne avesse cercato il modello nei tempi antichi in cui la nudità femminile era accettata come normale. Come aveva fatto il pittore a penetrare nella più segreta intimità di Simonetta?

Ancora una domanda. Non era nato per caso un amore tra il maestro e la modella? Gli storici di professione possono scoprire aspetti poco noti degli scenari che ricostruiscono, ma non gli amplessi, le lacrime, i sospiri, le promesse e quel fluido spirituale che chiamiamo dolcezza, scorrente talvolta tra due persone. Solo il romanzo può riuscire in questo, aiutato in alcuni casi dal ritratto. Di Simonetta il ritratto esisteva, anzi i ritratti, eseguiti dallo stesso Botticelli. Conclusi che proprio quell’ambito oscuro poteva essere scoperto con i modi espressivi del romanzo. Botticelli e Simonetta furono amanti? Lo furono, ed è per questo che la Venere assunse la lievità meravigliosa che ancora oggi rivela.  Nel dipinto appare indifesa, quasi stupita di essere al mondo. E nella tela non c’è solo il corpo di Simonetta, ma anche il cielo e il mare, il sole che fa luccicare le onde, il fremito d’una sessualità liberata.  Tutto questo  apparteneva all’icona  ideale di Simonetta, espressa dal pittore sotto la suggestione, forse, di Prassitele (La Venere di Cnido) simile nella posa e nel gesto all’effige scelta dal fiorentino. Capii che in una specie di estasi il maestro era riuscito a fare la cosa che nessun artista prima di lui aveva fatto, il nudo femminile integrale che chiedeva amore più che offrirne, che nulla aveva di lascivo e rivelava un’ingenuità divina.

Cosa aveva aiutato Botticelli nella straordinaria impresa?  La protezione dei Medici, due personalità diverse  come furono Giuliano e Lorenzo. I fratelli erano giunti al potere attorno agli anni ’70 del XV secolo. Non solo protettori di Firenze ma ideatori d’una politica che aiutava tutte le abilità artistiche, allo scopo di rendere gioiosa e unica la città. Basata sulla volontà di mostrare che Firenze  era la città migliore. I Medici offrivano ai creativi aiuto e protezione.  Il che significava che esperienze nuove potevano essere tentate al riparo da forze ostili e dalla chiesa. Immaginiamo cosa poteva essere  la corte medicea in quell’epoca: ricevimenti, recite, balli, tornei, cibi e vini offerti con generosità, sollazzi e giochi che riempivano la vita quotidiana della città. Botticelli fu un artista protetto che poteva usare l’ombrello del potere anche se si avventurava in opere per l’epoca inammissibili.

In secondo luogo: appariva chiara l’amicizia di lui con un grande umanista, Angelo Poliziano, attivo alla corte dei Medici come ispiratore della loro politica. Angelo Poliziano autore delle Stanze in onore di Giuliano, era incline ad una vita pienamente vissuta, al canto, alla danza, all’amore pagano, al godimento della natura. Botticelli ebbe molti contatti con lui e non è difficile  indovinare quali discorsi siano avvenuti tra i due, quale filosofia fosse sottesa ai colloqui. Era il neoplatonismo, dottrina che immaginava l’esistenza d’una realtà superiore, extraterrena, dove la bellezza, la spiritualità, il genio erano dominanti.

La Venere apriva la strada a un nuovo genere di rappresentazione visiva. Al pittore fiorentino dobbiamo non solo l’avvento dell’arte profana, ma  il formarsi d’un universo muliebre  che doveva essere rivissuto dai maggiori artisti del XVI secolo e successivi. Basti ricordare i nomi di Giorgione, Tiziano Vecellio, Michelangelo, Luca Signorelli, Velasquez, Rubens, Ingres, Goya, Courbet, Modigliani e altri grandi autori attivi anche nel XX secolo. La via del nudo fu  scoperta dal maestro Botticelli con un coraggio sostenuto da una donna  vera, Simonetta Vespucci, la cui effige senza veli fu l’antenata di una serie di icone femminili che oggi vediamo in piena libertà.

Chi fu in realtà Simonetta, quale la sua essenza?  Quest’indagine mi parve necessaria per capire la genesi dell’opera che la presentava al mondo. Constatai che mentre il dipinto si formava – accanto all’altro capolavoro di Botticelli La Primavera, dove le forme di lei erano ripetute quasi ossessivamente –  era accaduto un fatto storico. Nel 1478 la congiura dei Pazzi aveva mutato profondamente il clima culturale di Firenze. Simonetta era morta improvvisamente nel 1476. Aveva solo ventitre anni. Chi era stata in realtà? Riflettei a lungo sulla personalità di questa protagonista del Rinascimento, evocata da scrittori e poeti, trascurando però la sua vera natura. Cercai di coglierne lo spirito ricostruendone le origini sociali e culturali che facevano di lei una personalità molto più matura e consapevole di quanto appaia dalle opere letterarie a lei dedicate, unica per  la sua indipendenza, per la capacità di affrontare situazioni, per la sensibilità nel mondo dell’amore, per il senso del nuovo, nel tempo in cui visse.

Si muoveva tra i potenti come nessun’altra dama sapeva fare.

L’ideazione del romanzo era ormai completa. Lo centrai sulla genesi dell’opera botticelliana, dandogli il titolo

VENERE NELLA CONCHIAGLIA. L’INVISIBILE AMORE DEL MAESTRO BOTTICELLI

che uscirà tra breve per le ed. CLEUP di Padova. Chi vorrà leggerla si farà un’idea della rivoluzione che Botticelli ha impresso al pensiero artistico del ‘400 italiano e al costume del tempo. I riflessi della Venere botticelliana sulla concezione della vita di quel secolo furono enormi e si estesero a tutta la cultura europea.

Gian Paolo Prandstraller

Gennaio 2018.

AMORE E INTIMITA’ AL TEMPO DEI QUANTI

AMORE E INTIMITA’ AL TEMPO DEI QUANTI

di Gian Paolo Prandstraller

In questo articolo mi occuperò di un tema molto importante, l’amore nelle forme concrete assunte nelle culture occidentali. Affronterò il rischio dell’impresa sintetizzando alcuni momenti di tale espressione della vita, cercando di cogliere anche sotto le apparenze la sostanza del fenomeno.

Cominciamo dal VII secolo a.C.  E’ l’epoca che succede a  quella eroica celebrata da Omero nell’Iliade e nell’Odissea. In Grecia e nelle isole dell’Egeo appaiono i cosiddetti tiranni. Nel tormentato periodo ecco fiorire i lirici greci, personaggi che antepongono le esperienze intime all’epos o ai sogni di gloria. Alcuni nomi: Anacreonte, Alceo, Mimnermo, Senofane, Pindaro, Saffo. Tipica  interprete dell’amore nell’antichità è appunto Saffo, poetessa aristocratica, amica di Alceo, che in gioventù aveva fatto l’educatrice di fanciulle, insegnando loro cos’è l’amore in vista del matrimonio o del rapporto fisico con l’uno o l’altro sesso. Quale il pensiero di Saffo sull’essenza e la dinamica dell’amore? La “seduzione”, il fatto di approcciare una persona umanamente e sessualmente interessante, di conquistarla, di possederla, di godere con lei i piaceri dell’unione, vivendo tuttavia anche le incomprensioni e le amarezze conseguenti. Dopo Saffo la seduzione si presenta come una costante dell’amore antico. La ritroveremo in epoche successive, anche perché la cultura greca contagia con le sue idee quella romana,  ne pervade i costumi, offrendo largo spazio a questa forma d’investimento esistenziale. Ciò è evidente nell’età di Cesare e di Ottaviano Augusto (I secolo a.C.), quando appaiono alcuni poeti che valorizzano estesamente  la prassi intersoggettiva della seduzione. Anzitutto Catullo tipico poeta erotico. Dopo la battaglia di  Azio (31 a.C.), nella quale veniva sconfitto Antonio e iniziava un periodo di pace per cui era lecito dire nunc est bibendum, ecco una corrente poetica di carattere elegiaco, piena di riferimenti alla vita di campagna, alla pace, alla frequentazione degli amici, alla dedizione a questa o quella dama o cortigiana che ha conquistato  il cuore del poeta. Catullo muore giovane. Di lui si ricorda l’amore per la famosa Lesbia, ma anche la lascivia inguaribile dei suoi versi e il distacco dal potere. I poeti che seguono sono: Properzio, Tibullo, Ovidio, Virgilio,  tutte personalità più che notevoli. Sesto Properzio,  autore di quattro libri di elegie, ebbe successo come poeta, fu amico di Mecenate, coltivò un’esperienza sessuale con la schiava Licinna, e un’autentica passione per Cinzia, padrona di Licinna. Albio Tibullo  è noto per elegie i cui temi principali l’amore per Delia e Marato, e il rifiuto della guerra e della violenza. C’è poi Ovidio, autore dell’Ars amatoria, morto in esilio a Tomis, l’odierna Costanza sul mar Nero, implicato forse in uno scandalo amoroso con un membro della famiglia imperiale. L’opera di Ovidio è un vero manuale sulla seduzione, una specie di trattato su come si vive concretamente l’amore tra due o più individui. Tra i poeti del tempo s’impone per statura intellettuale Publio Virgilio Marone al quale Augusto chiede di comporre un poema, l’Eneide, destinato a magnificare le origini di Roma. Non a caso nel poema troviamo un episodio famoso di seduzione. Enea proveniente da Troia conquista Didone regina di Cartagine,  poi la abbandona perché Giove gli ordina di passare  in Italia a fondare Roma. Ciò provoca la disperazione di Didone. Il paradigma tipico della seduzione si ripete dunque più o meno uguale in varie occasioni  nel modo rivelato da Saffo che resta l’interprete primigenia di tale forma di legame.

Notiamo lo stesso fenomeno apparire nel racconto medioevale su re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. La saga di Artù contiene un clamoroso esempio  di seduzione, compiuto da Lancillotto sulla regina Ginevra, consorte di Artù. Lancillotto è un ragazzo  intraprendente che riesce ad introdursi nella cerchia dei fedelissimi di Artù e da tale sede privilegiata conquista sentimentalmente la regina. La seduzione di Lancillotto su Ginevra porta alla rovina del regno di Camelot ed è episodio che colpisce la fantasia perché investe una personalità di alto rango che soggiace con apparente facilità alle attenzioni amorose del giovane guerriero.

Vari secoli dopo appare nella società feudale il cosiddetto “amor cortese”. Siamo più o meno all’epoca della prima crociata (1096 d.C.). Ma l’amor cortese è solo un fatto letterario, consiste nel corteggiamento simbolico che un signore feudale rivolge a una dama che con lui non ha in realtà nessun rapporto intimo. Perciò l’amor cortese non è una forma tipica di amore, ma una finzione, irrilevante sul piano dei rapporti reali.

Mi soffermerò invece su un personaggio che nel secolo XIV dice parole davvero nuove sull’amore. E’ Francesco Petrarca, uno dei capostipiti della letteratura italiana. Petrarca, nato ad Arezzo nel 1304, passò la parte finale della sua vita ad Arquà,  ospite dei Carraresi, signori di Padova, che gli avevano dato ospitalità. Anticipatore dell’Umanesimo fu tutt’altro che un ingenuo, anzi esperto dei costumi del tempo e della vita di corte. Pensava di guadagnarsi la gloria attraverso l’Affrica, un poema in latino; invece la conquistò col Canzoniere, una raccolta di poesie d’amore. Petrarca trascende decisamente il paradigma dell’amore-seduzione fino ad allora imperante. Concepisce l’evento amoroso come una vicenda complessa non solo a causa della tensione sentimentale e psicologica che lo caratterizza ma anche delle pene che nell’amore sopravvengono; prodotte dall’indifferenza della dama, dallo spegnimento dell’ardore, dalla delusione, dalla lontananza  e da altre situazioni che si danno  in quel clima particolare.

La svolta che Petrarca imprime alla teoria e alla pratica dell’amore è molto importante. Il protoumanista supera l’idea di seduzione come la concepivano gli antichi,  proponendo una fenomenologia spirituale, problematica, fluida ed incerta in cui la donna certamente ha una parte centrale e non è affatto soggetto passivo e l’amante un essere pieno di dubbi, cedimenti e perplessità. Laura è la sua icona salvifica ma il poeta vede chiaramente  la realtà difficile e tormentosa dell’amore.  Non è un caso se oltre alla vita di questo personaggio (morì nel 1374) abbiamo il petrarchismo che perdura per molto tempo dopo di lui. Ne sono contagiate, nel secolo XVI, alcune personalità femminili come Vittoria Colonna, Veronica Franco, Veronica Gambara, Tullia d’Aragona, Gaspara Stampa, cortigiana e poetessa padovana innamorata del conte di Collalto, il quale ad un certo momento si stacca da lei, verosimilmente a causa dell’evidente differenza di status sociale. Il petrarchismo introduce nella tematica dell’amore oltre all’esaltazione della dolcezza, molti aspetti malinconici, un forte senso di perdita e di sconforto, una visione pessimistica dei legami intersoggettivi che persiste fino a Torquato Tasso, il poeta che nella elaborazione fantastica non esita a coniugare l’amore alla morte, come traspare dall’episodio di Tancredi e Clorinda narrato ne la Gerusalemme liberata. Clorinda amata da Tancredi viene uccisa dall’eroe in un duello nel quale la fanciulla soccombe. Tancredi ignora chi fosse la persona con cui stava duellando e così uccide, ahimè,  la donna amata.

Torniamo a Francesco Petrarca. Personalità complessa e avventurosa. Era andato in Provenza perché sperava di ottenere un canonicato o altro beneficio alla corte dei Papi esiliati ad Avignone dopo lo schiaffo di Anagni. Breve chiarimento: Filippo IV il Bello, re di Francia, aveva mandato un drappello di cavalieri capitanati da Sciarra Colonna a rapire papa Bonifacio VIII, ad Anagni appunto, dove il papa si trovava. Sciarra colpì col guanto di ferro Bonifacio il quale cadde a terra e alcuni  giorni dopo morì. Inizia così la cosiddetta servitù di Avignone, sostanziale sudditanza del papato al re di Francia. Petrarca già letterato famoso sperava che i  pontefici di Avignone gli conferissero un incarico  e soggiornò a lungo a Valchiusa in Provenza, in attesa di una occasione propizia.  A Valchiusa compone alcune delle liriche più belle, rivelatrici della sua nuova idea del sentimento amoroso. Si dice che trasferitosi ad Arquà  sia morto mentre leggeva Virgilio, poeta dell’amore antico che il protoumanista aveva da parte sua superato sostituendolo con il sentimento complesso che caratterizza le sue opere.

Torquato Tasso in qualche modo anticipa nel secolo XVII la fase romantica dell’amore,  quella assoluta che nascerà concretamente nel XIX secolo, fusione completa e incondizionata di due individui che si riconoscono l’uno nell’altro e mantengono questa condizione fino alla morte. Con l’amore romantico appare la fase più alta dell’amore in occidente, oggi non facilmente comprensibile. La letteratura sull’amore romantico è molto vasta, ma alcuni fondamenti classici di questa temperie sentimentale non possono essere dimenticati.  Anzitutto Wolfgang Goethe, particolarmente nei romanzi I dolori del giovane Werther e Le affinità elettive;  quest’ultimo è il racconto di due coppie che vanno incontro alla propria dissoluzione e finiscono tragicamente. Goethe è una delle personalità che hanno  fondato  il Romanticismo rivelando una particolare sensibilità per il tema amoroso e sulle sue forme talvolta sublimi. Accanto a lui non si può dimenticare la figura di  Novalis, pseudonimo di Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, letterato e poeta tedesco, che porta l’amore assoluto ad un livello addirittura mistico. E’ autore degli Inni alla Notte nei quali propone la metafora del fiore azzurro (non ti scordar di me) come simbolo di un amore totale e misticheggiante; e il romanzo Heinrich Ofterdingen  dove  viene descritta la passione fulminea che travolge due persone e le lega fino alla fine. In Italia abbiamo un interprete famoso dell’amore romantico, Ugo Foscolo col romanzo Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Questo testo risente dello sconforto provato dal Foscolo in seguito al trattato di Campoformido del 1797 con cui Napoleone cede all’Austria il Veneto e Venezia. Anche qui si ha la tragica fine del protagonista che riconosce il fallimento del proprio amore accanto alla rovina degli ideali politici. Il suicidio si rivela come tipica  conclusione dell’amore romantico giunto ad una fase estrema. E’ il poeta de I Sepolcri darne un esempio indimenticabile.

Arriviamo alla secondo parte del XIX secolo. Questa sorta  di amore viene messa da più parti in discussione e se ne contesta la concreta realizzabilità. Sentimento di altissimo livello è visto dalle generazioni successive con un certo scetticismo. Nel XX secolo due correnti ne negano addirittura la possibilità, almeno in termini astratti, l’Esistenzialismo (con filosofi-scrittori come Sartre, Heidegger e Camus) e il Relativismo.  Nel periodo tra le due guerre mondiali si diffonde il concetto di incomunicabilità tra individui e appare una vasta letteratura su questa tematica certo non favorevole all’amore romantico. Troviamo le idee fondamentali dell’Esistenzialismo nel regista Michelangelo Antonioni, i cui film dicono l’impossibilità dell’amore totale tra individui, anche se desiderato dai protagonisti.  Nella seconda metà del XX secolo, con la caduta delle ideologie, appare il Relativismo sostenuto da scienze come la meccanica quantistica, la termodinamica e la cosmologia che rendono evidente la non assolutezza della realtà universale derivata dal big-bang. E’ comprensibile che il Relativismo abbia tolto ogni carattere trascendente al sentimento amoroso e sottolineato la sua eccezionalità nella vita pratica . All’epoca scrissi un saggio, L’uomo senza certezze e le sue qualità (1991). Vi sostenevo che la certezza derivante dagli assoluti non poteva più esistere e che, di conseguenza, era inevitabile accettare e vivere nel relativo. Dalla fine del XX secolo non è stato più possibile prospettare una vita individuale e sociale fondata su certezze insostituibili. Le dottrine ricordate hanno causato indirettamente la fragilità di tutti i rapporti sentimentali e la facile crisi dei legami intersoggettivi esistenti. Due personalità del cinema testimoniano questo stato di cose, François Truffaut e Woody Allen. Truffaut racconta l’amore come una vicenda multiforme  ed incerta, con cadute, cedimenti, mescolanze con fattori materiali, tradimenti e perfino con il delitto. Woody Allen compie un’operazione più radicale perché comprende lucidamente il clima culturale sopravvenuto e le sue motivazioni profonde. Tra i molti film che ha prodotto, richiamo Match point dove vediamo l’amore contaminato dal delitto, mescolato ad astuzie ed inganni che nulla hanno a vedere col sentimento. E’ chiaro che in quel film di Woody Allen (e in vari altri) l’amore assoluto non c’è più,  o è limitato a rarissimi casi, e ciò rivela paradigmaticamente il sostanziale crollo del modello romantico.

In questa situazione appare e si consolida il secondo termine della diade accennata nel titolo di questo scritto, cioè l’intimità. L’intimità  è la situazione in cui le parti di un rapporto lasciano consapevolmente cadere le rispettive difese esistenziali,  accettano cioè di essere vulnerabili e non protette  a fronte della persona con cui hanno stabiliscono un legame affettivo. La caduta delle difese  è fenomeno importante nel rapporto intersoggettivo perché rivela che i protagonisti non sentono più il bisogno di ricorrere alla prudenza inevitabile normalmente nei rapporti esterni. Si tratta di  una visione riduttiva del rapporto amoroso? Forse sì, ma quando due individui raggiungono l’intimità, il conflitto, normale nella vita quotidiana cessa tra loro di esistere e s’instaura una comprensione disarmata, uno stato di tranquillità spirituale e di affetto consolidato  che sarebbe folle rifiutare  in un mondo incerto e difficile come quello in cui viviamo. L’affetto disarmato diventa per così dire più prezioso dell’amore romantico. Quest’ultimo nel nuovo clima diventa evento eccezionale e quando accade i protagonisti dovrebbero fare un salto di gioia per averlo trovato. E’ uno stato dell’animo di altissimo livello ma così difficilmente realizzabile che sarebbe temerario definirlo normale. L’intimità si presenta invece come una surroga importante della fusione totale tra due esseri, cioè all’amore romantico che non riusciamo più a vedere attorno a noi.

Vorrei concludere dicendo una cosa molto semplice: se nella nostra epoca, al tempo dei quanti, della cosmologia e dell’entropia universale, accade un incontro da cui può nascere un amore romantico, davanti a questo fatto eccezionale  sarebbe disumano non accettarne il rischio che gli è connaturato. Ci vuole però molto coraggio per accettarne lo sviluppo e il destino. Se invece approdiamo ad uno stato d’intimità con una persona pronta a condividerlo, è saggio non disprezzarlo perché ci può dare un modo di vivere fondato sulla coscienza del relativo in una società tumultuosa e difficile com’è la nostra.

Dicembre, 2017

LA PROFESSIONE DI FILOSOFO E’ SUL PUNTO DI SPARIRE?

LA PROFESSIONE DI FILOSOFO E’ SUL PUNTO DI SPARIRE?

di Gian Paolo Prandstraller

Nella presente fase storica non poche professioni sono minacciate di sparizione. Ciò avviene non perché venga meno lo “specifico” di cui sono portatrici, ma perché la robotica, l’intelligenza artificiale, l’automazione, ecc. surrogano le  prestazioni al punto da renderle non più necessarie alla società. Ci si può porre la stessa domanda a proposito della professione filosofica, ma la ragione per cui si verifica una riduzione radicale di questa sembra essere un’altra.

Prima di evidenziarla, diamo un’occhiata a ciò che tale attività intellettuale fu presso i Greci, dove sorse nel VII secolo  diventando solo successivamente forma sociale ben definita.

Altre forme di sapere specifico sono osservabili nell’antichità. Le più note: quella di sacerdote di questo o quel dio, di medico, di osservatore del cielo o astronomo, di misuratore di terre (oggi lo chiameremmo geometra), di scultore e architetto come furono Policleto, Prassitele, Fidia, Lisippo, Skopas, eccetera, di retore ossia maestro di eloquenza.

Più difficile è vedere un genus specifico nei filosofi perché all’inizio la filosofia non fu un’attività i cui prodotti potessero essere offerti alla comunità o ad una “clientela”.

I primi filosofi conosciuti, Talete, Anassimede, Anassimandro, erano uomini pratici, dediti ad esperienze molto concrete come il commercio o la navigazione,  interessati però a capire come fosse fatta la realtà al di là delle spiegazioni teologiche dominanti ai loro tempi. E’ nel V secolo che la figura del filosofo comincia ad essere individuabile, con personaggi come Socrate, Platone, Aristotele, Zenone, Epicuro che fondarono vere e proprie scuole filosofiche, come l’Accademia, la Stoa, il Giardino di Epicuro, il Liceo o scuola peripatetica. Nasce in quell’epoca anche il “sistema filosofico”, corpo organico di saperi  nel quale si riconoscono gli allievi d’un maestro; costituito in genere da una teoria della conoscenza, un’etica, una politica e una metafisica. I sofisti furono retori abili nell’arte della persuasione, che vendevano i loro insegnamenti per denaro. Da allora nei contesti più avanzati la forma assunta dalla filosofia come professione fu l’insegnamento nelle università o nelle scuole superiori. Nel XIII secolo le università furono le istituzioni più adatte a dare un ruolo professionale ai filosofi. Abelardo fu professore a Parigi, Gugliemo di Occam ad Oxford, Pietro d’Abano a Parigi e Padova. Nelle università nel secolo XIX troviamo importanti cattedre di filosofia. Quella di Hegel a Norimberga e Berlino, di Schopenhauer a Berlino e Heidelberg, di Feuerbach a Erlangen, e così via. I filosofi diventarono in quel secolo propositori di ideologie e ispiratori di correnti politiche, e furono considerati personaggi pubblici molto importanti.

Ma ecco verificarsi nella seconda parte del XX secolo un fatto anteriormente mai accaduto in modo così travolgente: lo straordinario emergere della scienza sperimentale e delle tecnologie più diverse e utili alla vita. Ciò porta la scienza ad un netto predominio sulla filosofia. Perchè? Perché le scienze danno risposte alla domanda “com’è fatta la realtà?” individuando le particelle elementari e le leggi che governano la natura; combattono le malattie e riducono le fatiche di chi vive; mentre la filosofia offre soltanto intuizioni generiche sui problemi e sul senso della vita, prive di prove attendibili. Il confronto tra scienza e filosofia appare subito disastroso per la filosofia prima  accreditata come interprete autorevole della società e delle esistenze individuali. Inizia una fase storica in cui la filosofia passa tout-cout in secondo piano rispetto alla scienza.

Occorre riflettere su quali conseguenze avrà questa situazione sui ruoli filosofici nelle istituzioni in cui la filosofia era, e in parte è ancora oggi, una componente culturale privilegiata. E’ quasi certo che entro qualche tempo vi sarà una diminuzione radicale delle cattedre di filosofia. Sorge perciò un interrogativo piuttosto ovvio. Cosa faremo dei filosofi tuttora numerosi? Sono ovviamente possibili per questi ultimi attività succedanee rispetto all’insegnamento,  per esempio corsi terapeutici di orientamento etico, di formazione e così via, ma l’insegnamento generalizzato, un tempo fondamentale, sembra destinato a cadere. Toccherà ai politici del futuro risolvere questa incresciosa situazione, dolorosa per me e non solo per me perché la mia generazione ed alcune successive fondava la propria formazione proprio sulla filosofia. Si tratta d’un salto culturale di rilevante importanza. Quella indicata sembra essere la ragione già evidente del declino della professione filosofica e non sarà facile ripristinare la vecchia situazione in cui i filosofi dominavano  la scena culturale e si presentavano come interpreti dei grandi mutamenti sociali.

6 dicembre 2017.

AUGUSTE COMTE PRECURSORE DELLA SOCIETA’ DELLA CONOSCENZA? IL RITORNO DEL POSITIVISMO NELLE SOCIETA’ ATTUALI

Chi era Auguste Comte e perché ci siamo dimenticati di lui? Filosofo francese nato nel 1798, morto nel 1857, padre di quella corrente filosofica che fu chiamata positivismo ed ebbe un’importanza enorme nel secolo XIX. Il positivismo fu pressochè ignorato e respinto nel XX secolo sotto l’urto delle ideologie che ne rifiutarono la filosofia preferendo ad essa quella dei  pensatori idealisti e nazionalisti che fondarono in quel secolo gli stati totalitari. L’opera fondamentale di Comte è il Corso di filosofia positiva. Le idee di fondo del positivismo comtiano sono grossomodo le seguenti:

Il sapere scientifico è l’unico attendibile e fecondo di risultati; la scienza e la tecnica sono i soli strumenti efficaci per ogni forma di organizzazione della società e per il miglioramento dell’esistenza umana;  la metafisica va messa da parte ed esclusa da ogni tentativo di comprendere la realtà; compito delle scienze è  d’individuare un gruppo di leggi invariabili (leggi naturali) con cui spiegare i fenomeni della natura; scoprire queste leggi è quindi molto importante se si vuole conoscere la realtà e migliorare il mondo; le tecnologie sono essenziali per arricchire e rendere meno faticosa la vita umana.

Questa breve selezione dei principi affermati da Comte è sufficiente a spiegare quanto fosse diversa la posizione del filosofo francese rispetto all’idealismo tedesco che nella stessa epoca ignorava la centralità della scienza e della tecnologia per lo sviluppo della società essendo fondato su nozioni metafisiche espresse come Idea, Assoluto, Natura e simili, considerate principi motori della realtà universale (così in Fichte, Schelling ed Hegel, protagonisti dell’idealismo tedesco).

Le concezioni comtiane sopra evocate inducono a riflettere anche oggi sulla  epistemologia di Comte e sulle conseguenze pratiche di essa. Questo pensatore all’inizio del XIX secolo aveva già individuato tutti i principi su cui oggi si fonda la cosiddetta “società della conoscenza”. Tale società infatti ha come asse portante non questa o quella ideologia ma la scienza e la tecnologia alle quali rimette sostanzialmente il progresso e il miglioramento delle entità sociali avanzate. L’idealismo fu dall’inizio il grande avversario del positivismo; e dall’idealismo derivarono le principali ideologie del XX secolo, in particolar modo il materialismo storico di Karl Marx basato sul rovesciamento in senso economico del pensiero di Hegel. Comte è dunque un riferimento importante per capire la società della conoscenza, sulla quale si basa la speranza di rinnovamento del mondo perchè tutta la produzione odierna  non potrebbe sussistere senza l’apporto determinante e continuo delle scienze e delle tecnologie.

Ciò spiega perché il positivismo stia diventando nuovamente una filosofia essenziale al nostro tempo. Scienza e tecnologia sono all’evidenza tipicamente positivistiche cioè basate non su astrazioni ma su fatti comprovati con metodologie riconosciute dalla comunità scientifica. Esse sono diventate addirittura l’anima profonda della competizione geopolitica tra le grandi potenze. Negli anni ‘80 del XX secolo la superiorità scientifico-tecnologica ha permesso agli USA di mettere in crisi il sistema sovietico (crollato appunto in quel periodo). Oggi,  ancora una volta, le scienze e le tecnologie sono la chiave di volta della competizione tra USA e Cina e pertanto preoccupazione tormentosa  dei leaders di queste potenze.

Auguste Comte aveva dunque ragione quando affermava che il sapere scientifico è l’unico attendibile mentre quello ideologico non porta affatto alla conoscenza della realtà.

Il processo ideologico sofferto dai popoli nel XX secolo ha purtroppo fatto dimenticare la fondatezza dei suoi assunti. Perciò a lui spetta un riconoscimento postumo, un ricordo pieno di gratitudine per essere stato un precursore degli snodi fondamentali dell’epistemologia e della cultura del mondo attuale.

Padova 27 novembre 2017

Gian Paolo Prandstraller

LA CADUTA DI RACCA. Significato culturale dell’avvenimento. Relativismo e fondamentalismo. Racca rivela la crisi delle religioni di salvazione?

Nell’ottobre 2017 i Curdi aiutati dagli Americani conquistano Racca, città siriana  capitale del califfato di Al Baghdadi. L’evento ha un importante significato politico-militare perché elimina il califfato come entità territoriale, ma anche rilevanti implicazioni culturali.

Su questo tema vorrei intrattenermi perché le derive culturali dell’evento sono spesso sacrificate alla cronaca dei fatti militari o trascurate da coloro che dovrebbero occuparsene da un punto di vista filosofico ed etico. Esse nascono  dall’antinomia relativismo/fondamentalismo, corrente nel mondo attuale specie da  quando il fondamentalismo è diventato aggressivo e distruttivo.

Relativismo: è la dottrina per cui si riconosce che gli assoluti non esistono né a livello cognitivo né della vita pratica. Per cui tutto ciò che esiste subisce inevitabilmente dei limiti, delle condizioni, delle opposizioni e nessuno può ritenersi totalmente autoreferenziale, cioè trovare soltanto in se stesso la propria legittimazione. Verso la fine del XX secolo, con la caduta delle ideologie, il relativismo diviene prevalente su altre forme di pensiero sia nel campo conoscitivo sia in quello esistenziale. La sua filosofia di fondo è la vita, il miglioramento e arricchimento di quest’ultima. La vita viene considerata il bene supremo, il valore che precede tutti gli altri.

Fondamentalismo: è la dottrina che fa appello ai “fondamenti” religiosi originari e vuole applicarli alla realtà attuale, rimettendo ad essi l’etica e il diritto, vedendo nella religione la guida inevitabile dei comportamenti umani. Il fondamentalismo avversa il relativismo, e nella nostra epoca è fatto proprio dall’Islam che si contrappone all’Occidente proprio sulla base di questa dottrina, trasferendo lo scontro fino al campo bellico.

La presa della città riflette questa contrapposizione perché tale evento è una vittoria del relativismo sul fondamentalismo. Nell’antinomia storica tra le due dottrine, l’episodio della caduta di Racca è infatti la dimostrazione concreta del fatto seguente: il relativismo occidentale sta vincendo la propria battaglia contro il fondamentalismo.

Concetto di cultura: la cultura è l’insieme delle soluzioni date dall’uomo ai problemi dell’esistenza, il lento e faticoso cammino percorso dalla specie per “vivere meglio” attraverso esperienze che permettono di far fronte ai bisogni che la assillano. La problematica dei bisogni è fondamentale nei processi culturali perché i bisogni inducono gli uomini a cercare una via per soddisfarli. Il fondamentalismo è la negazione del concetto di cultura dato che ignora tutto lo sforzo culturale dell’uomo, che sacrifica alla religione originaria. Riposa su concetti che hanno come referente ultimo la morte, non la vita, il sacrificio dell’individuo ad una divinità che si dà come certa. Ritiene che a quest’ultima debbano essere offerti sacrifici per placarne l’inquietudine. Che sia perciò necessario sacrificarsi alla divinità fino al martirio. Quest’ultima nozione è alla base dell’etica fondamentalista: sacrificarsi per avere una ricompensa postuma nell’aldilà. E’ un concetto antipodico rispetto alla cultura occidentale, che mira con tutte le forze al miglioramento e all’arricchimento della vita  e vede nella morte la fine dello sforzo umano per vivere meglio.

Racca ha confermato dopo tanti episodi di distruzione che la dottrina fondamentalista non appartiene alla cultura ma alla non-cultura. Ovviamente il confronto tra le due concezioni è tuttora aperto, ma si dà ingresso alla convinzione che la strada percorribile non è il fondamentalismo ma il relativismo, che si fonda su passi graduali verso il miglioramento della vita, emarginando gli assoluti.

Le religioni di salvazione sono quelle che promettono una vita ultraterrena ai fedeli che compiono determinati atti, quasi sempre corrispondenti a sacrifici o rinunce o attività da compiersi nella vita terrena. La natura di questi sacrifici o attività può essere varia, l’uccisione dei membri di un’altra religione si pone come una di queste. Altre possono essere di natura umanitaria (fare del bene al prossimo) altre ancora non compiere atti proibiti da un decalogo o da un libro sacro. Il premio promesso può chiamarsi in varie maniere, ma si tratta sempre d’essere ammessi a un luogo metafisico dove l’individuo può trovare una felicità eterna e inattaccabile.

Avanzo un’ipotesi: la catastrofe di Racca non potrebbe determinare la crisi di tutte le religioni di salvazione? L’inizio d’una fine più o meno vicina? Lo smascheramento del fatto che non esiste un sito ultraterreno dove il premio può essere riscosso o la punizione eseguita? La caduta di Racca potrebbe tradursi nella smentita d’una gigantesca metafora? La domanda non è così temeraria come potrebbe apparire. Si tratta in fondo di smascherare menzogne di cui la sfortunata città ha pagato l’altissimo prezzo. E’ forse solo l’inizio d’un processo che durerà a lungo, ma arriverà alla riflessione seguente: la promessa d’un mondo ultraterreno dove ciascuno dovrebbe approdare dopo la morte è un’illusione che favorisce in molti modi quelli che la affermano dando loro ricchezze e potere su una moltitudine di persone, senza che mai nessuno abbia dimostrato che quel regno ultraterreno esista davvero.

30 ottobre 2017.

Gian Paolo Prandstraller

Note sulla decadenza della Chiesa cattolica

Settembre 2017

Decadenza: progressiva diminuzione di vitalità ed efficienza di un’istituzione o persona, che può portare alla fine o alla trasformazione della medesima.
Nel ‘900 si notano numerosi esempi del fenomeno decadenza, a livello politico, culturale, etico e perfino letterario. Il “decadentismo” rientra, com’è noto, in quest’ultima ipotesi. Vari episodi di decadenza economica, politica e culturale appaiono nella seconda metà del secolo; tra i più importanti quello che precedette la caduta dell’Unione Sovietica e dell’economia socialista alla fine degli anni ‘80, il tracollo del colonialismo dopo la seconda guerra mondiale con sparizione dei cosiddetti imperi coloniali, l’ultima fase dell’età “industriale”, durata un secolo e mezzo e sostituita attorno agli anni ’70 – ‘80 da quella “post-industriale”, basata sulla conoscenza scientifica applicata alla produzione.
Molti indizi fanno pensare che una crisi grave stia investendo un’istituzione millenaria, la Chiesa cattolica. Tale crisi, date le vaste implicazioni, può costituire uno dei disagi culturali più importanti del nostro tempo. Nell’interpretazione offerta da questo articolo essa discende in primo luogo dalle conquiste delle scienze nella seconda metà del XX secolo, perché le scienze hanno introdotto idee innovative sul rapporto uomo-cosmo, e rimosso l’idea di trascendenza, ossia che esista un mondo situato oltre l’esistenza, in una sfera metafisica assoluta.
E’ importante assumere questi passaggi come cause primarie della decadenza della Chiesa. Ricadono infatti fatalmente sulla ideologia e sulla struttura istituzionale di questa, provocandone una débacle constatabile anche attraverso manifestazioni esterne.
Pongo la domanda: si dà veramente nella Chiesa attuale un processo di decadenza dovuto a tali fattori, intervenuti, ripeto, nella seconda parte del XX secolo; che potrebbe portare ad una caduta o trasformazione radicale della millenaria istituzione?
Rispondo con le osservazioni che seguono. Riguardano il rapporto tra la Chiesa e le scienze, la discrasia tra la dottrina della Chiesa e le acquisizioni delle stesse, la caduta della fede sui temi indicati a livello dei membri della struttura ecclesiastica, la perdita d’influenza e potere della Chiesa nelle società contemporanee, la sua dissonanza rispetto ai valori dell’occidente attuale. Alcuni aspetti del processo in parte addirittura macroscopici, sono riassunti nelle note che seguono.
Tra le scienze che s’impongono nella seconda parte del XX secolo, tre si distinguono per i riflessi sulla “condizione umana”: l’astronomia, l’astrofisica e la cosmologia, integrate dall’esplorazione spaziale avviata con successo appunto in quella fase storica, oltreché dall’antropologia che studia la cultura umana nelle sue espressioni fondamentali.
Nell’epoca indicata la cosmologia dà risposte concrete al problema dell’origine dell’universo la cui nascita viene fatta risalire a 10-12 miliardi di anni fa in seguito ad un’esplosione definita big-bang. Nel 1929 Hubble scopre che l’universo è in espansione. Ma è nel 1964 che Harno Penzias e Robert Woodrow Wilson rilevano la radiazione cosmica di fondo a microonde che porta a un riconoscimento quasi unanime della teoria del big-bang. Quest’ultima impone un’immagine nuova del cosmo e chiarisce senza possibilità di dubbio che nel cosmo la specie umana occupa un posto minimale ed ha un rilievo oggettivo assolutamente trascurabile.
La cosmologia ci dice che la nostra specie è comparsa in un piccolo pianeta d’un sole del tutto secondario in un cosmo formato da miliardi di galassie diffuse in uno spazio infinito. Risolve cioè il rapporto uomo-cosmo in un modo diverso da come avveniva in un passato non lontano, escludendo ogni interpretazione biblica, mitica o narrativa di quel rapporto. Queste visioni sono dunque incompatibili con le conclusioni alle quali giungono le scienze ricordate, in particolare l’astrofisica e la cosmologia. Pensiero conseguente: che importanza può avere la nostra specie rispetto a un simile cosmo, come si pone l’uomo a fronte dell’immensità e indifferenza di tale entità? Ancora: Come si può pensare che in un quadro del genere un “creatore” possa avere mandato un profeta sulla Terra affidandogli nientemeno che la “salvazione” dell’uomo? Aporia evidente che abbatte la credibilità della Chiesa la quale si dichiara tramite privilegiato di tale processo. Il pensiero teologico è travolto dalla prospettiva cosmica raggiunta nel XX secolo. La teologia, precedentemente annoverata tra le professioni, è esclusa dallo scibile valido per la scienza, viene falsificata la narrazione esoterica della salvazione. Concetto che nessuna delle scienze affermatesi nel XX secolo ha convalidato e che rimane affidato ad un’opzione fideistica priva di alcuna prova.
Le neuroscienze, sostenute dalla biologia molecolare, dalla biologia evolutiva, dalla scoperta del DNA e da altre discipline, abbattono tutte le concezioni animistiche della natura e dell’uomo. Nel XIX secolo l’antropologo Edward B. Tylor attribuì ai primitivi la tendenza a dare un’anima agli elementi della natura, al monte, al fiume, al vulcano, alla foresta, ecc. Platone introdusse l’idea che l’uomo abbia un’anima immortale e che esista un sito definito “iperuranio” (al di là del cielo) dove starebbero le essenze di tutte le cose. La Chiesa incorpora tale concezione nella dottrina della “vita eterna” e ne fa un caposaldo dottrinale articolato nelle idee di paradiso e di inferno. Le neuroscienze, sostituiscono all’anima il “cervello” e i meccanismi fisiologici di questo che diventano oggetti di ricerca sperimentale. Sono l’insieme degli studi condotti sul sistema nervoso utilizzando gli aspetti molecolari, cellulari, strutturali, cognitivi, evoluzionistici, computazionali del cervello, con l’aiuto di tecniche di neuroimaging funzionale, con l’aiuto di modelli teorici, simulazioni, approcci sperimentali. Esse pongono un’alternativa che elimina le mitologie fondate sulla mediazione tra il mondo terreno e un preteso ambito soprannaturale. Elimina l’idea stessa di trascendenza, nozione che ad essa è del tutto estranea. Con quali conseguenze per la Chiesa è facile immaginare, perché la Chiesa si è sempre presentata come un tramite necessario verso quel sito ideale, al quale attribuisce una realtà oggettiva e riconduce addirittura il “senso” della vita umana.
Nella cultura digitale la comunicazione tra realtà diverse non ha bisogno d’intermediazioni se non di tipo tecnologico. La funzione di mediazione perde di conseguenza le sue applicazioni. Il sacerdote, inteso da Herbert Spencer come colui che possiede linguaggi atti a mettere a contatto gli uomini con le entità soprannaturali, è ridotto ad un ruolo del tutto marginale. La confessione, istituzione centrale per la Chiesa, perde ogni valore psicologico e sociale. Era un potente mezzo di controllo che sfugge ormai dalle mani del clero. La trascendenza è in filosofia e teologia, l’affermazione d’ una realtà posta al di là del mondo visibile, al quale si contrappone con un’intenzione dualistica. Il termine ha avuto molte applicazioni storiche ma nella sostanza significa che esiste un mondo al di là dell’esperienza sensibile e della percezione umana.
Se il mondo ultraterreno è messo in discussione, perché dovrebbe esservi un ‘entità alla quale il credente può affidare la propria “salvezza” in quel mondo?
Accade che i membri più riflessivi della struttura religiosa, almeno in parte, non credano più all’esistenza d’un ambito trascendente dove le anime arriverebbero dopo la morte. Conseguenza di ciò la domanda: chi è disposto a sacrificare alla “vita eterna” le possibilità della vita terrena, i desideri, i piaceri, le esperienze, le passioni, in vista d’una presunta eternità? Io “sacerdos” dovrei sacrificare la mia vita ad uno scopo non dimostrabile? Uscire dalla Chiesa è difficile, tanto vale che mi affidi alla sfera terrena nel senso esistenziale del termine, purché le cose che faccio non siano note a chi mi deve controllare. La deduzione può facilmente condurre alla bramosia di carriera e di denaro, alla pedofilia, a piaceri proibiti e così via. Appaiono infatti sempre più frequentemente nei media episodi di corruzione, abusi sessuali, affarismo, avidità di denaro, coperti dalla veste religiosa. Si forma su questi temi un gossip insistente che mina la credibilità della Chiesa e ne oscura la funzione spirituale. La fine della trascendenza può tradursi nella disgregazione d’una struttura che nella trascendenza trovava un fondamento apparentemente razionale.
La cultura occidentale moderna è tutta rivolta al godimento della vita, all’affermazione del sé, all’autorealizzazione, favorita dalle tecnologie avanzanti, dai mutamenti del costume, dalla valorizzazione della natura e dell’ambiente. Ciò rende incomprensibili comportamenti quali la penitenza, l’auto-punizione, la negazione dell’individualità in chiave ultramondana; raccomandati dalla Chiesa fino ad epoche recenti e ancor oggi considerati vie di accesso alla vita eterna. Assistiamo perciò alla caduta del sistema repressivo della Chiesa, fatto di anatemi, scomuniche, divieti, censure alle attività sensoriali ed edonistiche, proibizioni di letture, spettacoli, interpretazioni secondo la chiesa non ortodossi. Conseguenza: l’indifferenza generalizzata verso il sistema di controllo comportamentale attuato per secoli dalla Chiesa, con evidente perdita di potere da parte di questa.
Esistono rimedi a tale situazione? Uno è ormai noto perché enunciato con dichiarazioni pubbliche in circostanze diverse: il ritorno al “pauperismo”, all’etica di San Francesco. Col termine sembra intendersi la rinuncia alle ricchezze e la condivisione della vita degli strati più umili della società. La Chiesa annuncia un new deal rivoluzionario del sistema cattolico? Ipotesi coraggiosa e simbolicamente attraente, ma fronteggiata da un ostacolo insuperabile: il capitalismo odierno nelle sue forme concrete. Per cui caldeggiare idee pauperistiche significa mettersi contro l’assetto economico dominante, alla concezione che la ricchezza non è un peccato. Altro elemento ostativo ancora più importante: l’etica che dice, godiamo la vita in tutte le sue espressioni, conosciamo i nostri limiti, sappiamo che si muore ma proprio per questo cerchiamo di vivere al meglio, cogliendo tutte le possibilità di sviluppo che ci vengono offerte. La cultura attuale in occidente va in questo senso, lo vediamo nello welfare, nella corsa al benessere, nella sessualità aperta, nella liberazione della donna, nella musica, nelle arti visive, persino nella gastronomia in continua ricerca di nuove sensazioni e piaceri. Ecco il più serio ostacolo al “rimedio” sopra immaginato. Vorrei dire che il rimedio con la sua eterodossia rispetto alla cultura dominante rivela più chiaramente che mai la gravità della crisi in cui si trova la Chiesa cattolica.

Commento filosofico al megaconcerto di Vasco Rossi

Luglio 2017

Questo articolo è dedicato alla VITA, al significato assunto da tale essenza dall’antichità ai nostri tempi. L’ultima versione dell’idea di vita ci viene offerta da Vasco Rossi, il cantautore che l’ha riaffermata servendosi d’un mezzo semplice e diretto, la canzone rock.
Un’occhiata inevitabilmente sommaria all’idea di vita da Platone ai nostri giorni. Platone ha posto la parola “eterna” accanto alla vita, immaginando un luogo chiamato “empireo” come sede di un’esistenza felice ed assoluta. I Romani guardarono con scetticismo a dottrine come questa e si concentrarono sulla realtà terrena, cercando di plasmarla a modo loro attraverso la politica, il diritto e la forza. Il cristianesimo invece considerò reale la vita ultraterrena, ed impose per molti secoli come dogma tale concezione. Solo alcuni umanisti del XV secolo furono capaci di contrapporsi al dogma cristiano della vita eterna, sia pure con molte esitazioni e perplessità. Per capire il difficile passaggio basta leggere la celebre canzone di Lorenzo il Magnifico “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, del doman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia”. Per Lorenzo è dunque la giovinezza non l’eternità la vera risorsa dell’esistenza umana, ma essa ahimè se ne va troppo velocemente. Con l’umanesimo veniva tuttavia affermata un’alternativa radicale alla vita eterna. Il XIX sec. è stato un vero crogiolo di interpretazioni dell’idea di vita. All’inizio del secolo ecco il punto di vista di Leopardi e Schopenhauer. Leopardi pensava che la vita è un grande inganno perchè le promesse della giovinezza vengono tradite dalla fase successiva. Schopenhauer che la vita umana sia tormentata da un demone, da lui chiamato “volontà”, che assilla l’uomo dalla nascita alla tomba e lo rende sempre inquieto ed infelice. Ma verso la metà del secolo una nuova interpretazione della vita. Darwin dice: è un fenomeno biologico che si sviluppa da forme elementari fino all’uomo, tutto evolve, non vi è nulla di definitivo, non è accettabile alcuna trascendenza rispetto a ciò che vediamo con i nostri sensi. La seconda parte del XIX secolo è piena di concezioni originali della vita. Henri Bergson la vede come èlan vital, Nietzsche come volontà di potenza, aspirazione al dominio. Marinetti all’inizio del ‘900 come bisogno di futuro, velocità, giovinezza esperienza dinamica. Read More